Nelly Norton vive a Torino, dove lavora come psicologa presso il Dipartimento di Salute Mentale.

Mia madre è ebrea, viene da una famiglia assimilata di Varsavia, mio padre, polacco, da una famiglia di operai tessili, tutti comunisti, di Lodz, la più grande città industriale polacca. Io sono figlia unica. Mio padre scappò di casa da ragazzino col sogno giovanile di girare il mondo, andò al mare, a Danzica, città libera, per imbarcarsi e girare il mondo. A 12 anni stava già lavorando come aiuto carpentiere sulle navi e presto diventò marinaio. Era molto impegnato politicamente, era un esponente del partito comunista. Fu anche incarcerato, era uno di quelli che pagavano, sempre alla testa di qualche battaglia per i diritti.
Nel ’39, quando scoppiò la guerra, lui era in mare e tutte le navi polacche che erano in giro per il mondo ebbero l’ordine dal governo in esilio a Londra, di riparare in Inghilterra. Così mio padre, nell’autunno ’39, finì in Inghilterra insieme a centinaia di marinai polacchi e decine e decine di navi, soprattutto quelle dei pescatori del Mar del Nord, del Baltico, e quelle del trasporto merci transoceanico. Lì subito cominciò a organizzare il sindacato; nel frattempo i marinai polacchi erano stati arruolati nella Marina britannica. Mio padre per tre anni, fino al’44, fece i convogli con le munizioni dall’America all’Inghilterra. Era uno dei servizi più tremendi durante la guerra, venivano continuamente bombardati dall’aviazione tedesca, colpiti dai sottomarini e dalle navi. Fu silurato sette volte. Il dramma era che questi marinai, affinché avessero il coraggio di affrontare il rischio e la tensione, avevano a disposizione una dose obbligatoria di whisky, per cui erano sempre intorpiditi. E questo si trasformò in un dramma dopo…
Nel ‘44 smise di andare per mare e rimase a Londra come segretario dei marinai polacchi che lui stesso aveva organizzato. Finita la guerra ebbe un ruolo importante perché, essendo comunista ed essendo stato attivista per tantissimi anni, era diventato un interlocutore prezioso per gli alleati, perché aveva il polso della situazione. Dopo Yalta infatti si trattava di organizzare un governo. Fu anche mandato a Mosca alla preparazione del trattato di pace. Ma soprattutto, alla fine della guerra, si impegnò affinché tutti i marinai delle navi tornassero in Polonia. Bisognava convincere questa gente a tornare in una Polonia totalmente da ricostruire; loro erano un bene prezioso per una nazione in cui non c’era una fabbrica che fosse rimasta in piedi. Quindi il ritorno della flotta in Polonia era estremamente importante, anche sul piano simbolico…
Ecco, questo fu veramente merito suo. Nel ‘46, subito dopo la guerra, tornò in Polonia (con mia madre, conosciuta a Londra dove lei era arrivata nel ’45) e fece carriera, anche se non era un tipo ambizioso: diventò un alto dirigente del partito, prima segretario a Danzica, poi deputato e ministro della marina mercantile. . Rimase fino alla morte un comunista convinto. Diventato ministro, fu trasferito a Varsavia e lì i miei genitori si separarono.
Nel ’65 smise ogni incarico politico e tornò a navigare. Lui era un autodidatta, portò a termine un corso difficilissimo per diventare ufficiale e così fece il primo ufficiale di bordo sulle navi transoceaniche fino alla pensione.
Fra l’altro ebbe anche un incidente gravissimo in Cina, in porto: si spezzò una delle funi d’ormeggio, parliamo di navi da decine e decine di migliaia di tonnellate, e la punta di questa fune gli passò sulle caviglie, spappolandogli entrambe le gambe. Rimase ricoverato in Cina sei mesi. Là gli furono ricostruite le gambe, ma ebbe sempre problemi, gli si gonfiavano i piedi, doveva usare scarpe su misura. Però quando tornò e i compagni del partito videro le lastre che gli avevano fatto in un ospedale in Cina, nessuno credeva fossero le sue, perché in Polonia, di fronte a un simile disastro, gli avrebbero amputato le gambe all’altezza del ginocchio; in seguito fu mandato mandato in Svizzera per la riabilitazione. Ricordo che quando tornò, camminava ancora con le stampelle, ma mi diceva: “Ecco, vedi, non credono che i compagni cinesi abbiano compiuto questo miracolo”. Nella sua follia era delizioso, era solidissimo.
Il problema era che mio padre era diventato alcolizzato, per cui in tutti quegli anni, fino all’86, quando morì, ebbe sempre dei periodi, anche quando aveva incarichi importanti, che duravano 4-5 settimane, di sbornia totale, in cui proprio non usciva di casa. Po ...[continua]

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