Io e la Clem eravamo sorelle gemelle non monozigote, e ci siamo amate follemente, come forse solo i gemelli possono fare. Stavamo bene solo se eravamo insieme e, pur essendo molto diverse, fisicamente e dal punto di vista del carattere, mai si è creata tra di noi una situazione di competizione o di sottomissione. Riconoscevamo una certa diversità che però, stando insieme, diventava un qualcosa di più, non di meno. Avevamo anche costruito una rete di linguaggi che era solo nostra, e poi quando vedevamo una cosa bella era ancor più bella se a vederla eravamo insieme. Quando io mi sono sposata, per esempio, in viaggio di nozze con noi sono venuti anche la Clem e Alberto, che nel frattempo era divenuto amico di mio marito... Io e la Clem osservavamo tutto, criticavamo tutto, ridevamo anche molto e ci è sempre rimasta questa voglia di trovare sempre il lato divertente delle cose. La Clem aveva tanta ironia e un po’ anch’io, e poi ci si poteva divertire con così poche cose... Sì, ci siamo divertite molto.

Io e la Clem venivamo da un’educazione che teneva aperto alle ragazze un unico orizzonte: sposarsi rapidamente e andare a fare le casalinghe. Abbiamo dovuto battagliare per studiare fino alla laurea.
Per mio padre, che era del ’99 (avevamo altre due sorelle molto più grandi di noi) le donne dovevano sposarsi presto e stare a casa, non era quindi il caso di investire negli studi. È stato grazie all’aiuto di mia madre, che era casalinga ma diplomata maestra, che siamo riuscite a studiare, prima facendo la scuola media e non l’avviamento, e poi, sfondata quella porta, affrontando le superiori. Sullo sfondo c’era anche un bilancio familiare molto faticoso. Mio padre era impiegato con uno stipendio abbastanza modesto, e ricordo benissimo che lo prendeva il 27 e al 20 del mese successivo non c’erano più soldi. Però, c’era soprattutto quel suo pregiudizio maschilista a rendere tutto difficile. Ogni tappa fu per noi una conquista.
Ci siamo ribellate insieme, ma sempre prendendo le cose con calma e con molta volontà. Mia madre è stata una figura importante, una donna molto intelligente, un po’ vittima del suo tempo, che ha battagliato per noi, senza però mai darci ragione palesemente. Talvolta, infatti, abbiamo creduto che non facesse abbastanza. In realtà credo che mia madre si sia trovata tra due fuochi, da una parte io e la Clem, che non mollavamo mai, e dall’altra mio padre, che ci ha sempre guardato con il rimpianto di non aver avuto un maschio in famiglia...

Tutto questo rese faticosa la scuola: la paura di sbagliare toglieva gioia allo studio, un voto negativo era minaccioso come una catastrofe. Però la Clem era una superbrava, prendeva le borse di studio, aveva sempre la media dell’otto o del nove. Io invece ero solo "abbastanza brava”. Anche per questo alle superiori frequentammo due scuole diverse. Lo decidemmo noi, perché fino alle medie, per risparmiare sui libri, ci avevano sempre messo nella stessa classe e talvolta questo era stato motivo di sofferenza. Per colpa della scuola però, perché essendo la Clem superbrava, se le cose le facevo giuste era per merito suo, se le facevo sbagliate era colpa mia: "Il compito è fatto bene, però...”, "Il tema è scritto bene, però è molto simile all’altro...”. Figuriamoci, leggevamo le stesse cose, al cinema si andava una volta ogni tanto e insieme, ci scambiavamo tutte le informazioni, i punti di riferimento erano gli stessi... E così la Clem andò alle magistrali, io a ragioneria. Lei, del resto, era molto brava in campo letterario, e non potendo andare al liceo, doveva comunque fare una scuola umanistica, così per me non restò che ragioneria. Cioè due scelte-non scelte, nel senso che erano dei diplomi professionalizzanti, che almeno dopo cinque anni potevano darti il lavoro. Comunque, separarsi fu un bene anche per il nostro rapporto, che divenne ancora più aperto, più libero.
Finì prima la Clem perché faceva quattro anni, mentre ragioneria erano cinque. E fu lei ad aprire la pista. Un giorno dichiarò che voleva andare all’università e questo sconvolse tutti, anche me. Dicevamo: "Tanto non ce la fai...”. Ovviamente, per la situazione familiare, non perché non fosse capace. Mio padre disse di no subito. Per lui poi l’idea che la Clem prendesse il treno per andare avanti e indietro con Milano era semplicemente sconvolgente. La facoltà di magistero, infatti, era solo a Milano. Non posso fare alcun paragone, non posso neanche dire: "Sarebbe oggi come andare in America”. Andare a Milano e ...[continua]

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