A due mesi dalla scomparsa, ricordiamo Nelly, amica e collaboratrice di Una Città. Poco prima di morire ci aveva rilasciato l’intervista su Jacek Kuron, le cui bozze corresse in ospedale. Tempo prima aveva rilasciato l’intervista (“Lo Chopin partiva”, Una Città n.102, marzo 2002) sulla madre raccontando, tra l’altro, di quando vennero via dalla Polonia, in seguito all’utima ondata antisemita del regime comunista nel 1968. Pubblichiamo il ricordo di una sua cara amica di Varsavia scritto per il giornale polacco Gazeta Wyborcza e tradotto da Lucyna Gebert.

Se non ci fosse stata, si sarebbe dovuto inventarla. Con le sue gambe magre come due stecchini, con il bellissimo sorriso e i denti storti, con i suoi occhi ebrei, allegri-tristi e con la sua eleganza semplice fatta di pantaloni di velluto stretti, bracciale d’avorio bianco e collana di corallo.
Sotto le apparenze di una persona scontrosa, Nelka aveva un grande cuore, una lealtà e dedizione illimitate per gli amici e per le cause che riteneva importanti. Era dritta come un giunco sia nella figura, sia nella maniera di pensare. Non accettava compromessi. Con difficoltà perdonava agli amici un passo falso sulla strada scelta e tracciata una volta per tutte in gioventù.
Nelka avrebbe compiuto 60 anni tra meno di un mese, il 7 marzo. Era nata a Danzica e cresciuta a Varsavia. Il carattere spigoloso l’aveva ereditato dalla madre i cui amici l’avevano indirizzata verso i Walterowcy, l’organizzazione scout di Jacek Kuron. L’incontro con Jacek l’ha formata per tutta la vita, come tutti coloro che hanno avuto la fortuna di avere a che fare con lui.
Dalla madre aveva anche ereditato l’amore per le montagne. La prima volta che era partita da sola per la montagna aveva 15 anni. Invece di andare in colonia come gli altri, era uscita di casa per andare direttamente a Morskie Oko, nei Tatra. La madre, informata da amici che avevano incontrato Nelka nel rifugio, aveva aspettato tranquillamente il suo ritorno, dopodiché le aveva detto: “Se pensi di avermi impressionata, ti sbagli: io ho fatto la stessa cosa a 13 anni”. Nelka ha perso in montagna moltissimi amici che non ha dimenticato per tutta la vita.
Andava male a scuola, il che richiedeva un bel coraggio. Era assolutamente impensabile che una ragazza che proveniva da una famiglia dell’intellighenzia ebraica non prendesse tutti i voti più alti e Nelka era lontana dal farlo. Era riuscita a superare la maturità, ma non ad essere ammessa all’università. La madre l’aveva mandata in Francia perché gli alpinisti dei Tatra, che Nelka frequentava, passavano il loro tempo a bere vodka nel fumo delle sigarette. Al momento della partenza, un amico delle montagne, Samek, le aveva affidato una cifra astronomica per la Polonia di allora, chiedendole di comprargli uno zaino da montagna. Dopo qualche giorno dall’arrivo a Parigi, dopo una festa notturna, Nelka si era svegliata e aveva visto sulla sedia accanto un cappotto nuovo e un paio di bellissimi stivali. Poi, per mesi, aveva messo da parte i soldi per poter comprare lo zaino che le era stato richiesto. Samek è morto in montagna, la prima volta che ha usato il nuovo zaino.
La Francia è stata una scuola di vita: da sola in un paese straniero, senza soldi. Si era iscritta alla Sorbona. Nel maggio del 1968 era sulle barricate con gli studenti francesi. Poi era rientrata in Polonia per un breve periodo. Sua madre aveva ormai preso la decisione di emigrare, incitata dagli amici del Partito Comunista Italiano, arrivati in Polonia giusto in tempo per ascoltare il discorso antisemita di Wladyslaw Gomulka del 19 marzo 1968. Erano rimasti inorriditi da quanto avevano sentito, e le avevano proposto di aiutarla ad ottenere il visto italiano. All’epoca, i polacchi di origine ebraica non potevano ottenere un passaporto turistico e la partenza dalla Polonia si svolgeva con un documento di viaggio che permetteva loro di passare la frontiera una sola volta in uscita. Nelka era stata fortunata a non dover richiedere quel documento umiliante. Qui aveva funzionato a rebours il suo straordinario charme, che le procurava molti spasimanti. Uno di questi era oggetto dell’amore senza speranza di una signorina che lavorava all’ufficio passaporti e che desiderava sbarazzarsi della concorrente. E così Nelka, come se niente fosse, tre settimane dopo essere tornata da un soggiorno all’estero lungo più di un anno, aveva ricevuto di nuovo il passaporto che era stata costretta, come tutti, a riconsegnare al suo rientro.
Era pa ...[continua]

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