Marzo 2010
Valentin Inzko è forse l’unica persona in Bosnia-Erzegovina, in questi tempi di crisi nera, cui non dispiacerebbe perdere il posto di lavoro. E’ dal 1995, quando furono firmati gli accordi di Dayton che posero fine all’aggressione delle milizie serbe, che l’ex repubblica jugoslava è retta da un plenipotenziario delle Nazioni Unite che affianca e sorveglia le autorità locali. Da allora, però, molte cose sono cambiate. Bosniaci, croati e serbi continuano a litigare su tutto ma, anche se i toni degli scontri verbali sono quelli di sempre, sembrano rassegnati a convivere nello stesso condominio. In appartamenti separati, ovviamente, ma sotto lo stesso tetto. Dal marzo del 2009 Inzko ricopre l’incarico di Alto Rappresentante delle Nazioni Unite per la Bosnia-Erzegovina. A lui, dunque, spetta il compito di amministrare questo sgangherato condominio lasciando la gestione ordinaria delle cose nelle mani dei rissosi inquilini ma riservandosi di intervenire in caso di emergenza.
Lo ha fatto lo scorso dicembre prolungando d’ufficio il mandato dei giudici internazionali che indagano sui crimini di guerra nei tribunali statali e, due mesi prima, per dare modo alla compagnia elettrica locale di operare su tutto il territorio bosniaco. Molto probabilmente sarà chiamato a farlo anche nei prossimi mesi per sbloccare l’ennesimo veto o rimuovere un nuovo ostacolo ma è chiaro a tutti che fino a quando sarà obbligato a supplire alla litigiosità endemica delle autorità di Sarajevo alla Bosnia sarà precluso il cammino verso l’Unione Europea. Bruxelles lo ha fatto capire: non c’è posto per un paese che non è in grado di governarsi. La chiusura dell’ufficio dell’Alto Rappresentante è così divenuta la condizione preliminare per l’avvio del processo di adesione all’Unione. La comunità internazionale nel 2007 ha addirittura indicato al governo bosniaco sette requisiti da rispettare (fra i quali la suddivisione delle proprietà tra lo stato e gli altri livelli amministrativi e la sostenibilità fiscale) per giungere alla soppressione del posto ma non si è registrato alcun progresso.

Dal 19 dicembre dello scorso anno i cittadini degli stati limitrofi, Serbia, Montenegro e Macedonia, possono spostarsi liberamente nei paesi dell’Unione Europea senza bisogno del visto. Non è così, però, per chi risiede in Bosnia-Erzegovina cui questa possibilità è ancora preclusa. Un’altra occasione mancata e non sarà di certo l’ultima. A Bruxelles la sirena d’allarme per la Bosnia suona con una certa frequenza. La percezione è quella di un paese sull’orlo del tracollo, in procinto di frantumarsi e risucchiare in un nuovo folle vortice di violenza interetnica l’intera regione. Poi quando si va a Sarajevo ci si rende conto che il pericolo è sovrastimato. Si ha quasi l’impressione che sia enfatizzato ad arte per mantenere viva l’attenzione internazionale e garantirsi così il cospicuo pacchetto di aiuti che non cessa di arrivare dai drammatici giorni della guerra. Nikola Spiric, il primo ministro, è categorico nel rispedire al mittente le critiche. "Non sono d’accordo con chi dice che non si è fatto niente, anche se è vero che ciò che abbiamo fatto avremmo potuto farlo meglio ed in tempi più rapidi -afferma- l’adesione all’Unione Europea e alla Nato rimangono le nostre priorità”. "Quello di cui abbiamo bisogno ora -continua- è di una tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti e di un piano di azione che ci prepari all’ingresso nell’alleanza atlantica ma, soprattutto, di una ventata di ottimismo che ci faccia guardare al futuro con fiducia ”.
Le ultime missioni degli esperti inviati da Bruxelles confermano che in pochi mesi Sarajevo ha compiuto passi significativi per ottemperare ai criteri di sicurezza necessari per l’abolizione del visto. Il semaforo verde potrebbe scattare in estate, ma conoscendo l’imprevedibilità del paese le autorità europee preferiscono non sbilanciarsi. In una mano il bastone e nell’altra la carota. La comunità internazionale, prima, e l’Unione Europea, poi, cercano ormai da quindici anni di addomesticare il lupo bosniaco. Gabbia alternata a guinzaglio, pressioni seguite da incentivi. La strategia sembra dare qualche risultato a patto che non si fissino scadenze che finirebbero col venire sistematicamente sforate. L’accordo di associazione con l’Unione fu siglato nel giugno del 2008 dopo un lungo braccio di ferro che obbligò il parlamento di Sarajevo a trovare l’intesa per la riforma della polizia. Il Fondo Monetario Internazionale h ...[continua]

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