7 novembre
Oggi ad accompagnarci è Ada, di Machsom Watch (MW). “Sono nata nel ‘37; mia madre era tedesca, mio padre cecoslovacco. Non ho un altro posto dove andare, che non sia questo. Ho frequentato l’Università Ebraica a Gerusalemme; a quel tempo, era l’unica università del Paese. Mio marito ha fatto per anni parte di un gruppo di dialogo con palestinesi di Beit Sahour. Ora non si riuniscono più da anni, perché agli israeliani è vietato recarsi in Cisgiordania: non vogliamo essere etichettati come quelli che trasgrediscono le leggi”, spiega Ada. L’eventualità che siano i palestinesi a recarsi in Israele è ovviamente fuori questione.
Lei prosegue: “Se un palestinese vuole fare domanda di ingresso in Israele, perché vuole recarsi a Gerusalemme, deve pagare 70 shekel all’Autorità Palestinese (AP). Con la carta di identità palestinese, deve recarsi ad un ufficio, ai confini di una colonia, per ottenere la carta magnetica. Questa può essere negata per due generi di motivi, definiti rispettivamente di sicurezza o di polizia: fra questi ultimi rientra il non aver pagato una multa o l’essere entrati in Israele senza permesso. Quando si ha la carta magnetica, occorre un’autorizzazione speciale, concessa solo presentando una lettera dettagliata, per esempio di un ospedale o di un medico, che specifichi la data del ricovero o dell’esame; oppure di un’università, o di una chiesa. Occorre andare e venire per diverse volte. Se il permesso non viene rilasciato, la polizia appone il timbro Restricted, spesso senza menzionarne il motivo; noi di MW proviamo ad indagare su qual è il problema, e a vedere se si può risolvere”.
Il pullman ci porta, per una strada stretta e dissestata, a Jebel Mukaber. Le case hanno cisterne sul tetto, per raccogliere l’acqua piovana. “Il progetto”, spiega lei, “è di far passare il Muro al centro del villaggio. Si è fatto ricorso all’Alta Corte israeliana: il giudice è venuto a vedere, e devono ancora decidere che fare”. Ci mostra la colonia di Nof Zion, che sovrasta le case arabe.
Su un cucuzzolo poco più in là, alcune povere case. L’ingresso è chiuso da un orrendo posto di blocco, con a guardia tre soldati -al solito, con elmetto, giubbotto antiproiettile e mitra. Ada racconta: “E’ Sheikh Sa’ad. Gli abitanti possono uscire solo a piedi, e solo se hanno il permesso”.
Proviamo ad avvicinarci al checkpoint, ma uno dei soldati di guardia ci impone di andare più in là. Di entrare a Sheikh Sa’ad, ovviamente, non se ne parla. Tuttavia ci lasciano fotografare: a noi occidentali sono permesse azioni che ai palestinesi sono assolutamente vietate.
Ada si rivolge, in arabo, a una giovane che è uscita dal villaggio. Poi ci racconta: “Va a trovare la mamma, poche centinaia di metri più in là. Lei non ha potuto andare a casa della figlia per assisterla durante il parto, come usa qui. Ora marito e figli, che non hanno il permesso, non possono accompagnarla: lui, infatti, ha la carta di identità verde, cioè cisgiordana. E la nonna non può vedere i nipotini!”.
David, del nostro gruppo, prova a interloquire: “Pensi che questo Muro dell’apartheid dia a voi israeliani sicurezza?”. Ma Ada mette i puntini sulle i: “Non è di apartheid; è di separazione”.
Ritorniamo a Betlemme. Sul Muro, accanto al posto di blocco, una scritta beffarda, posta dal ministero israeliano del turismo: Peace be with you. In ebraico, Beruchim abbayim, benedetto chi viene. Peggio ancora. Per strada, molti uomini: le occasioni di lavoro sono molto scarse, se pure ve ne sono.
L’incontro successivo è all’università di Betlemme, che sembra funzionare bene. Ci sono quasi 2.800 studenti, di cui 700 entrati quest’anno; il 70% degli iscritti sono ragazze. L’università, gestita dai frati di Lasalle statunitensi, è in buona misura finanziata dal Vaticano (in parte anche dall’AP). Tuttavia la nostra guida, D., l’incaricata (greco-ortodossa) alle pubbliche relazioni, nel mostrarci la chiesa spiega che gli studenti, divisi fra musulmani e cristiani, fanno tutti la preghiera il venerdì. Buona parte delle studentesse sono velate; degli studenti di questa università, il 30% sono cristiani.
Racconta D.: “L’università era stata chiusa dagli israeliani per tre anni, dal 1989 al 1992. Poi l’esercito l’ha invasa nel 2002, e i frati sono fortunati: hanno salvato la pelle. La maggior parte dei ragazzi viene da Betlemme e dai villaggi circostanti: ora ci sono circa 570 posti di blocco in Cisgiordania, e chi può andare all’università tende a scegliere quella più vicina a casa. ...[continua]

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