Cari amici,
oggi è il 14 maggio 1996, sono quattro anni che Faruk è morto. E’ stato ucciso all’inizio della guerra, mentre sedeva innocente sulla sua poltrona davanti alla TV. In quel primo mese di guerra ancora nessuno capiva cosa stava per succedere, il nostro presidente ci aveva promesso che non ci sarebbe stata la guerra. Nessuno a quel tempo credeva che avremmo pagato un prezzo così alto, che così tante vite sarebbero state perse per la libertà. Maggio a Sarajevo è sempre un bel mese, ma ora i giardini pieni di lillà profumati mi ricordano solo quel maggio del 1992. E da quel giorno solo i lillà sono gli stessi, tutto il resto è cambiato. Non sopporto i vecchi giornali o i racconti in TV dove si parla della guerra.Tutto ciò mi ricorda troppo quello che abbiamo sofferto in questi ultimi quattro anni, mi ricorda quante volte abbiamo sperato che qualcuno dal mondo ci avrebbe aiutato e quante volte siamo stati invece traditi. Forse a qualcuno non piacerà sentirmi parlare così, ma anche se sto cercando di organizzare la mia vita nel modo migliore, io non posso dimenticare. Ogni angolo, ogni pagina, ogni canzone mi ricorda qualcosa. Sabato sono andata all’ospedale Kosevo con mio figlio Faris che era stato ferito abbastanza seriamente ad una mano dal nostro gatto. Quando siamo entrati all’ospedale Faris mi ha detto: “Mamma, questo è l’ospedale del babbo, questa è la finestra della sua stanza.” Ed era proprio così. In quel momento ho rivisto la stanza bianca, Faruk dopo l’operazione, la mia speranza, la mia irragionevole speranza che sarebbe sopravvissuto, le ultime cose che ci siamo detti, l’ultimo bacio. E dopo tutto questo, i giorni disperati e orribili, tutti i giorni di bombardamenti, di code, di paura, di fame, di buio. Quasi nessuno nel mondo aveva capito cosa stava accadendo in Bosnia, e a noi a Sarajevo. Io ho combattuto per conto mio per la vita mia e di Faris, era forse una battaglia folle e disperata, senza vedere una via d’uscita per il futuro. Per quattro anni ho vissuto alla giornata. L’unica cosa che mi ha salvato in questi quattro anni è stata l’amicizia, sono stati i miei amici di Sarajevo e gli amici da fuori. Scrivevamo lunghe lettere con la speranza di ricevere risposta. Quando nelle lunghe notti senza elettricità, al buio suonava il telefono, sapevo che era qualche amico dall’Italia o dall’Inghilterra e penso che questo mi abbia tenuto in vita. Era difficile in quei giorni inviare o ricevere lettere. Abbiamo usato tutti i nostri amici giornalisti o anche diplomatici per portare lettere o farle spedire dai loro paesi ai vari indirizzi, ma poche volte qualcuno è venuto a portarci qualche pacchetto, un po’ di denaro o qualche lettera dai nostri parenti o amici che vivevano fuori Sarajevo. Per quattro anni la posta non ha funzionato. Ora funziona, ma solo per le lettere. Nessuno saprà mai quanti pacchi, lettere o altro sono stati persi in questi quattro anni. Credo che nessuno abbia mai fatto questa statistica. Ora però i bambini di Sarajevo ricevono lettere, lettere piene di amore e di voglia di aiutarli, proprio dall’Italia. Grazie ancora a tutti voi che fate questo. Non potrete mai immaginare quanta gioia e allegria hanno portato le vostre care lettere in molte case...
Per molti le somme che ricevono dal Comitato Sarajevo rappresentano l’unica entrata. Dovete sapere che anche chi lavora ora riceve uno stipendio così basso che non consente di vivere. Ora che è cominciata la pace il mondo pensa che noi non abbiamo più bisogno, così non arriva più nessun tipo di aiuti umanitari, tranne in casi eccezionali che devono provare il loro stato di necessità con milioni di documenti. Ma anche se la vita per la maggior parte della gente è ancora molto dura e misera, la ripresa si nota ad ogni angolo. Non so mai quanti caffè  e chioschi all’aperto sono stati aperti a Sarajevo in questa primavera (circa 500). Questo dimostra non le risorse finanziarie della nostra gente, ma la loro disperata voglia di vivere finalmente una vita normale e dopo quattro anni la possibilità di sedersi all’aperto, nei giardini, per strada. Per troppo tempo è stato impossibile persino immaginare di andare a bere un caffè, guardare la gente: ora si vedono sedie nuove, tavoli con tovaglie colorate e non si ha l’impressione che qui ci sia stata una guerra orribile. Solo alzando lo sguardo sulle case di fronte al giardino si può ancora vedere la distruzione della guerra. Molte finestre hanno ancora la plastica, anche se a Sarajevo sono già arrivati un ...[continua]

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