All’interno di un ciclo di conferenze organizzate da Andrea Ginzburg presso la Facoltà di Economia di Modena, lunedì 25 maggio Vittorio Foa e Pino Ferraris hanno dato vita a un incontro-dibattito che aveva come tema di discussione "Il futuro nel presente" a partire dalla proposta di lettura del libro di Foa Questo Novecento. Pubblichiamo l’intervento di Pino Ferraris.

L’avvio della riflessione è immediatamente stimolato dalla necessità di affrontare il raccordo tra il tema di discussione, "Il futuro nel presente", e la proposta di lettura, un libro che racconta il nostro passato: Questo Novecento di Vittorio Foa.
Un presente che si apre e che tende verso il futuro richiama sempre una storicizzazione dell’esistente, nel senso che richiede che l’esistente non sia accettato come una necessità, come un dato quasi naturale, ma che sia visto come ciò che è sorto nel tempo ad opera di azioni umane e che, quindi, ad opera di azioni umane, può essere trasformato nel tempo. Rendere storicamente intelligibile il presente può anche essere un modo per renderlo modificabile.
Dire questo però non basta.
E’ molto importante il come si guarda indietro, al passato, perché questo atto di riflessione alimenti uno scatto, una apertura verso il futuro.
E’ molto facile che la storiografia cada nello storicismo determinista. Guardare ex post gli avvenimenti ci può condurre facilmente ad incatenarli in anelli stretti di invincibile causalità o, addirittura, ad illustrarli come il rivestimento variegato e mosso di una legge ferrea che regge e conduce il processo della storia. Può esserci uno storicismo conservatore, come quello che proclama la "fine della storia" e l’eternità dell’esistente. Può esserci uno storicismo progressista o rivoluzionario per il quale il futuro diventa un Avvenire fatalmente positivo, già iscritto nella logica del passato e che urge inevitabile dentro il presente.
C’è qualche cosa che accomuna queste visioni dagli esiti apparentemente opposti: è la restrizione al minimo, o la negazione, dei margini della libertà, della iniziativa e della scelta nelle vicende umane; è la produzione di passività sia nella versione dell’attesa fideistica sia in quella della rassegnata paralisi.
Accade sovente che vi sia una sorta di pendolare oscillazione tra queste due visioni: la caduta della fede nell’Avvenire produce la perdita del futuro.
Se c’è un filo rosso che percorre il racconto del novecento di Vittorio Foa è proprio l’ostinata, sistematica intenzione di sfuggire alla trappola storicista, l’accanimento ad aprire spazi alla libertà e alla responsabilità incidendo e scavando dentro l’"apparente fatalità" dei processi storici.
Il primo capitolo che narra il precipitare dell’Europa nella catastrofe immane della Prima guerra mondiale vale come una sorta di preludio metodologico a quella che sarà l’ispirazione che informa di sé l’intero libro: certamente, nella concatenazione di azioni e reazioni della "settimana fatale" dell’estate del 1914 si condensavano ed agivano potenti pressioni del passato, meccanismi scatenati di interessi e produzione influente di miti, che vincolavano, che condizionavano nel presente sia le scelte delle classi dirigenti, sia gli orientamenti dell’opinione pubblica.
Essere condizionati non significa però essere determinati. L’agire umano si trova in una difficile situazione di "libertà condizionata". Proprio perché gli spazi della libertà sono limitati e contestati essi debbono venire sempre rischiarati, evidenziati, rafforzati e non oscurati da una "mentalità causale".
Riscrivere la storia come critica della fatalità è quel modo di guardare al passato che porta al rifiuto di accettare l’esistente come necessario e che quindi alimenta nel presente la tensione verso il futuro. Queste, in sostanza, le ragioni della coerenza tra il tema della discussione e la proposta di lettura.

Scorgere e aprire il futuro nel presente significa quindi assumersi il rischio della libertà.
C’è un passo del libro di Foa che mi ha fatto riflettere molto.
Accennando al socialismo libertario dei primi anni del 900, che si contrappone al determinismo marxista e positivista, Vittorio scrive di "un’idea di libertà che non può essere solo quella di uno spazio nel quale vengono garantite alcune possibilità di muoversi, ma che è legata al fatto che si possa affermare in qualche modo il proprio futuro".
Vi è una dimensione per così dire "spaziale" della libertà come il diritto di prendersi l’ora d’aria dentro il carcere del present ...[continua]

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