Il 20 marzo, presso la Biblioteca Gino Bianco, Umberto Santino ha presentato La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Melampo Editore, Milano 2017. Fondatore assieme ad Anna Puglisi del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato di Palermo, il primo centro studi sulla mafia sorto in Italia (1977), Santino è impegnato da decenni nello studio e nella lotta alla criminalità organizzata in Italia e all’estero ed è autore di numerosi saggi, tra gli ultimi: Storia del movimento antimafia, Dalla mafia alle mafie, Mafie e globalizzazione, Breve storia della mafia e dell’antimafia, Don Vito a Gomorra. 

La mafia tra subcultura e associazione
Il titolo del libro: "La mafia dimenticata” rispecchia il fatto che l’idea di mafia come associazione strutturata, enunciata nelle relazioni del questore Ermanno Sangiorgi, tra il 1898 e il 1900, pubblicate integralmente nel volume, per molti decenni è stata accantonata e solo recentemente è stata riproposta nell’ambito giuridico-giudiziario e a livello accademico e scientifico. 
Per un lungo periodo è prevalsa l’idea di mafia come subcultura e modello comportamentale. Negli anni Settanta, in cui ho cominciato a occuparmi di mafia, il libro di riferimento era la tesi di dottorato di un sociologo tedesco, Henner Hess, il quale sosteneva che ci sono i mafiosi, cioè persone con una certa mentalità, che considerano lecito il ricorso all’illegalità, non riconoscono il monopolio statale della forza e si fanno giustizia da sé, ma non c’è la mafia come organizzazione. Questo libro ha avuto una buona accoglienza nel mondo scientifico e nell’opinione pubblica anche perché la prefazione era di Leonardo Sciascia, il quale amava dire di sé: "contraddisse e si contraddisse”. Sciascia già nel 1957 aveva dato la seguente definizione di mafia: "una associazione per delinquere, con fine di illecito arricchimento per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione fra la proprietà e il lavoro, mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi di violenza”. Quindi la mafia per Sciascia era in primo luogo una organizzazione, ma nella prefazione al libro di Hess, entusiasta per la ricerca archivistica di cui era frutto (a mio avviso, condotta in modo abbastanza discutibile, cioè con la selezione del materiale e l’utilizzazione di ciò che faceva da pezza d’appoggio a una tesi precostituita: ho studiato le stesse carte arrivando a una conclusione opposta) lo scrittore siciliano avallava la tesi secondo cui ci sono i mafiosi ma non c’è la mafia.
Nelle relazioni di Sangiorgi, la mafia invece è associazione strutturata, con un’articolazione in famiglie gerarchicamente organizzate, raccolte sotto il comando di un "capo supremo”. E gli otto gruppi individuati nel centro di Palermo e nelle periferie in gran parte coincidono con gli otto mandamenti attuali. Come pure i nomi dei mafiosi degli ultimi decenni sono già presenti negli atti di fine Ottocento e dei primi del Novecento.
Nel mio libro ho pubblicato le relazioni ma anche gli allegati, finora inediti, perché ho visto che erano di grande interesse. Anche se sono scritti con un linguaggio poliziesco, essi danno una visione più ravvicinata delle dichiarazioni del verbalizzato. E dalla lettura dei testi riprodotti integralmente vengono fuori aspetti di grande attualità e che smentiscono stereotipi ancor’oggi dominanti. 

Oltre gli stereotipi
Il primo stereotipo è quello dell’omertà, che vale per i mafiosi, chiusi nel loro silenzio, che la considerano una regola fondamentale e non trasgredibile, pena la morte, e che sarebbe molto diffusa tra la popolazione, soprattutto della Sicilia occidentale. In questi documenti ci sono boss che parlano, danno informazioni su delitti e sull’organizzazione. Gran parte delle dichiarazioni, su cui Sangiorgi costruisce la sua rappresentazione della mafia, deriva da verbalizzazioni con nomi e cognomi. I boss del tempo fanno la stessa cosa che ha fatto in anni più recenti Tommaso Buscetta, il mafioso "pentito” più noto. Trovandosi in difficoltà, e non essendo in grado di rispondere a mano armata ai loro avversari, si presentano in questura e dicono le stesse cose che ha detto Buscetta: che lui era un uomo di pace mentre i suoi avversari, i "corleonesi”, erano dei sanguinari, che non rispettavano le regole tradizionali e avevano alterato la stessa fisionomia dell’organizzazione, impo ...[continua]

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