Lo scorso 26 ottobre, nell’ambito di 900fest, presso il Salone comunale di Forlì si è tenuto un incontro dal titolo: "Siamo razzisti?”, a cui hanno partecipato Ernesto Galli della Loggia e Alessandro Cavalli, moderati da Wlodek Goldkorn.

Goldkorn. Vorrei partire da una domanda. Noi stiamo assistendo al diffondersi in Italia, ma non solo in Italia, di un discorso definito populista, sovranista, nazionalista, che vede male la convivenza di più identità nelle persone e nei gruppi sociali. Questo discorso è spesso inteso, anche da noi giornalisti, come il sintomo di un’ondata razzista che sta montando. Poi ci sono gli episodi quotidianamente descritti dagli stessi giornali a partire da quello successo a Macerata che in qualche modo, l’ha sostenuto Ezio Mauro, ha aperto le porte italiane al razzismo. E però c’è molta confusione rispetto alla definizione del razzismo. Noi abbiamo un grande sociologo come Alessandro Cavalli, e un importante storico come Ernesto Galli della Loggia che conosce bene la storia del Novecento. Allora, la prima domanda per ambedue è: che cos’è il razzismo? 

Cavalli. Evidentemente dal­la risposta che si dà a questa domanda la latitudine del concetto varia molto. Per esempio, se si detta una definizione ampia di razzismo, sono razzisti tutti coloro che pensano che le razze esistano dal punto di vista genetico. Credo che se facessimo un’indagine nella popolazione italiana chiedendo: "Ma secondo voi le razze esistono?”, ci sarebbe una grande maggioranza che direbbe di sì. Oggi i genetisti più accreditati sostengono che in realtà, dal punto di vista genetico, le razze non esistono perché esiste una sola razza, che è la razza umana. Ma se si fa la stessa domanda a un sociologo dirà che le razze esistono nella testa della gente, e quindi esistono. Il razzismo, cioè, è qualcosa che esiste nell’ambito delle mentalità. Quindi se mi chiedete se in Italia c’è il razzismo io rispondo: sì, c’è il razzismo come probabilmente in quasi tutte le popolazioni umane. 
Una breve notazione, come dire, etologica: la specie umana è una specie animale e gli animali hanno tutti un senso della territorialità che dipende molto dalla loro capacità di muoversi nello spazio. Rimanendo nell’ambito del mondo volatile, la territorialità degli uccelli migratori è diversa dalla territorialità dei polli. Quindi, essendo gli esseri umani una razza animale, hanno un senso della territorialità che però nel tempo è cambiato: le società che negli ultimi 20.000 anni, grosso modo, sono state fondate sull’agricoltura, hanno un senso della territorialità molto più forte delle società nomadi precedenti; così, probabilmente, il senso della territorialità diminuirà nell’arco dei prossimi secoli per il fatto che oramai ci muoviamo con molta più facilità nello spazio. Ecco, in questo senso, chiunque entra in un territorio definito da confini è considerato, in qualche modo, una minaccia per la tua terra e le tue proprietà, e per le donne, quindi suscita una certa reazione. 
Io definirei così il razzismo e in questo senso ci possono essere delle popolazioni in cui è più elevato e delle popolazioni in cui è più ridotto, delle persone in cui i sentimenti di tipo razzista sono più forti e delle altre in cui il senso è molto debole, ma, al fondo, credo che anche chi ritiene di non essere razzista un poco lo possa essere pure lui, dipende dalle circostanze nelle quali si trova a operare.

Galli della Loggia. Io sono abbastanza d’accordo con quello che adesso ci ha detto Alessandro Cavalli. Pensiamo soltanto a una cosa: in tutte le costituzioni dei paesi democratici successive al 1945, tra cui anche quella italiana, si legge il termine "razza”. Proprio nell’articolo in cui si stabilisce l’uguaglianza di tutti gli esseri umani si dice "senza distinzione di razza”. Quindi per quelli che erano la crème de la crème del pensiero democratico europeo nel 1945-’46 le razze esistevano. Figuriamoci se oggi qualunque uomo della strada non può avere quest’idea anche lui. Poi, certo, bisogna vedere quali contenuti ci si mette in questa parola maledetta. Io penso che noi faremmo bene a limitare l’uso del termine razzismo soltanto ai casi in cui si auspica, si favorisce, addirittura si stabilisce, un trattamento disuguale, una diseguaglianza sulla base della propria, presunta o vera appartenenza etnica culturale. Per il resto siamo di fronte a un sentimento di forte appartenenza connaturato alla mentalità dei grup ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!