Cari amici,
il 4 giugno è mancato a Marrakech lo scrittore Juan Goytisolo. Viveva in Marocco da almeno vent’anni ed era un profondo conoscitore della cultura araba (parlando tra l’altro arabo e marocchino). Dall’estero (visse in Francia, Stati Uniti, Turchia e Marocco) fu acuto osservatore e critico della Spagna, sempre convinto delle influenze reciproche tra le differenti culture e dell’impossibilità di rifarsi a un’identità unica e pura. In un dialogo-intervista pubblicato sette anni fa da "Lo straniero”, si chiedeva: "Mi è stato rimproverato e mi si rimprovera ancora il mio interesse per la cultura araba. Alla domanda proverbiale: da dove viene questo interesse per la cultura araba?, mi viene di rispondere: da dove viene questa mancanza di interesse per la cultura araba?, tenendo conto che è uno degli elementi integranti della cultura spagnola, come lo è pure la cultura ebraica”.1
Il risveglio di un’identità culturale berbera del nord, in un’area tradizionalmente trascurata dagli interessi del potere centrale, sembrerebbe rimettere in gioco scontri identitari anche in Marocco, un Paese vocato all’incontro delle culture, in cui però quella araba ha spadroneggiato per secoli e solo da pochi anni permette l’emergere della tradizione amazigh. Non accenna infatti a diminuire il fermento popolare nel Rif, in particolare ad Al Hoceima, con eco in tante altre città marocchine e scontri anche violenti in alcuni villaggi intorno al capoluogo del Rif.
La protesta è scoppiata dopo il tragico episodio della morte a fine ottobre di Mouchine Fikri, un commerciante di pesce schiacciato da un camion mentre cercava di recuperare la merce sequestrata dalle autorità. In realtà la tensione era latente almeno dal febbraio 2011 e aspettava solo di manifestarsi dato il forte senso di ingiustizia che gli abitanti della regione nord orientale patiscono da sempre per l’abbandono sostanziale da parte delle autorità centrali del Makhzen. L’astio verso i partiti politici e i rappresentanti del potere è arrivato ormai a un livello insostenibile.
I cinque mesi di vuoto governativo e di assenza del re (in viaggio in diversi Paesi africani) hanno certamente facilitato lo sviluppo incontrollato della protesta, che per fortuna viene guidata al grido di Silmyia Silmyia (marcia pacifica) ed è per lo più gestita con grande capacità e autocontrollo, avendo una leadership diffusa. El Hirak (il movimento) avrebbe in realtà un leader, il prestante Nasser Zefzafi, 39 anni e un passato tra disoccupazione e vari lavori, con una grande venerazione per il padre storico del Rif, Abdelkrim El Khattabi, a capo della straordinaria esperienza della Repubblica del Rif tra il 1920 e il 1926. Alla fine fu un’armata franco-spagnola di cinquecentomila soldati a reprimere nel sangue la resistenza dei rifi e a imporre anche per il Rif il Protettorato; ma le angherie continuarono e fu lo stesso principe ereditario Hassan a guidare un’atroce repressione dei moti a fine Anni Cinquanta, e successivamente, da sovrano, negli Anni Ottanta.
Nasser, nipote di Mohammed Zafzafi, stretto collaboratore di El Khattabi, guidava la rivolta di Al Hoceima con tre dita (indice, medio e anulare) levate in segno di vittoria, aveva la capacità d’infiammare gli animi, risvegliando il mai sopito orgoglio del Rif, parlando abilmente in darija e tarifit, la lingua berbera del nord del Marocco, per farsi intendere dalla gente più semplice, la stessa che lo segue con determinazione. È stato ridotto al silenzio dall’incarcerazione a inizio Ramadan, avendo interrotto la preghiera di un imam. Il movimento è indignato per la strumentalizzazione della religione da parte del potere, consapevole che questa viene usata dal capo dei credenti, il re, per meglio governare il Paese. L’aver più volte attaccato direttamente lo stesso sovrano e tutta la sua cerchia del Makhzen, ha forse indebolito Zafzafi e facilitato l’opera repressiva delle forze dell’ordine. Ma la società civile chiede un’attenzione affatto diversa per il Rif, vorrebbe dialogo e mette il governo in imbarazzo, in una situazione in cui tra l’altro tutti i partiti sono coinvolti in scandali e corruzione e lo scontento del popolo non risparmia nessuno. Il primo ministro El Othmani ha ripreso in mano l’impegno anti-corruzione del predecessore Benkirane, dando finalmente vita a una commissione, ma senza farvi partecipare la società civile e dunque con poca credibilità. Le parole del capo del governo sulla protesta del Rif, così come quelle del suo opposi ...[continua]

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