Stephen Eric Bronner è professore di Scienze Politiche alla Rutgers University, direttore delle Relazioni Internazionali del Centro di Studi sui genocidi e i diritti umani e fa parte del Comitato Esecutivo della Presidenza Unesco per la prevenzione dei genocidi. Il suo ultimo libro è The Bigot: Why Prejudice Persists (Yale University Press, 2014). Questo articolo si basa sulla lezione inaugurale in onore di Paul Robeson tenuta alla Rutgers University il 9 aprile 2015.

È un grande onore per me essere qui, e un’occasione speciale, dato che qualche anno fa ho vissuto a Princeton, in Witherspoon Street, vicino a dove, un tempo, sorgeva la chiesa in cui il padre di Paul Robeson lavorava come pastore e dove lo stesso Paul nacque nel 1898. Ho anche conosciuto suo figlio, Paul Robeson Jr., per gli amici Robby. Con lui, ho partecipato a un programma radiofonico molti anni fa. Ormai vivo a Rutgers da quasi quarant’anni e ho sempre avuto l’impressione che Paul non stesse ricevendo il riconoscimento che merita, persino tra gli studenti di colore.
Avrà anche ottenuto la laurea in legge nel 1923 alla Columbia University, ma il suo nome è legato a Rutgers in maniera indissolubile. Infatti, era uno studente della classe del 1919 e dovrebbe essere considerato il fiore all’occhiello di questa università, se non lo è già. Probabilmente, non esiste nessun altro studente universitario che abbia espresso una tale varietà di talenti. È proprio qua a Rutgers, infatti, che ha ricevuto premi per la pallacanestro, la corsa su pista e il football americano; è diventato un All-American (menzione onorifica sportiva assegnata ad atleti dilettanti statunitensi), ha approfondito le sue conoscenze in letteratura e teatro, ha cantato e ha presentato il discorso di commiato della sua classe. E, sempre qui, è dove ha letto le notizie riguardanti i linciaggi, i processi farsa per incastrare i neri del sud, le discriminazioni razziali, la rivoluzione russa del 1917 e le successive rivolte in Europa, la "paura rossa” del 1919, l’ascesa del fascismo e una serie di rivolte anti-imperialiste. Negli anni a venire, si sarebbe schierato dalla parte dell’Unione Sovietica, sarebbe diventato uno dei più eminenti difensori della causa antifascista durante la guerra civile in Spagna, un fermo sostenitore del Fronte Popolare, una voce di pace durante la guerra fredda e di invito all’azione negli anni del movimento per i diritti civili. Robeson fu sia testimone sia protagonista dei grandi eventi politici che caratterizzarono la prima metà del Ventesimo secolo.
Inutile nascondersi dietro un dito: molti si trovano a disagio quando si tratta di parlare della sua simpatia verso il comunismo. Preferiscono evidenziare le sue doti di cantante, attore, atleta, avvocato, scrittore o intellettuale in generale.
La verità è che, a prescindere che fosse ufficialmente iscritto al partito, Robeson era comunista e sicuramente ricevette volentieri il premio Stalin nel 1953, soprattutto se si considera la situazione familiare travagliata in cui è cresciuto. Robeson si era lasciato illudere dall’utopico tentativo del dittatore di collettivizzare le campagne e industrializzare l’Unione Sovietica e prese un abbaglio riguardo al ruolo, corrosivo, che l’Unione Sovietica giocò durante la guerra civile spagnola e il Fronte Popolare francese. Gli anni Trenta furono caratterizzati dal clima di terrore di stampo comunista, dalle purghe, dai processi farsa e dall’espansione dei gulag. Robeson non si è mai impegnato contro nulla di tutto ciò ed è indubbio che abbia provato a giustificare l’ingiustificabile. Altri come Dorothy Parker, Lillian Hellman, Dashiell Hammett e tanti altri intellettuali bianchi hanno commesso gli stessi errori ma, in un certo senso, era diverso. Nel bene o nel male, ci si aspettava di più da Paul Robeson. Eppure, ci dev’essere stata una ragione per cui il partito comunista era così affascinante per tanti grandi intellettuali di colore come W.E.B. Dubois, Ralph Ellison e Richard Wright.
Nessuno mi ha mai accusato di essere un sostenitore del comunismo internazionale, ma è pur vero che nessun altro partito politico negli Stati Uniti ha sostenuto con la stessa determinazione le lotte dei neri del Sud contro il razzismo politico e istituzionale, dai tempi del processo di Scottsboro fino ai primi giorni del movimento per i diritti civili. Quando venne il momento di combattere il razzismo, ci fu un vuoto organizzativo: che piaccia o no, furono i comunisti a rie ...[continua]

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