Come ci son capitata non lo so. Cioè lo so benissimo come ci son capitata. L’avevo detto anche con la zia Ersilia: «Vedrai che uno di questi giorni ci ficcano dentro: la nostra casa è diventata un dormitorio pubblico». E così una mattina, ancora con gli occhi offuscati dal sonno e con la bocca dello stomaco chiusa per l’angoscia, mi son trovata in una cella. Era bassa e mi pareva di soffocare. Faceva freddo, sebbene fosse già marzo. Le altre dormivano ancora. Si sentiva però già un brusio indi­stinto uscire dalle celle, si udivano quei rumori che precedono il levarsi in massa di una comunità. Venne la suora, mi condusse al piano terreno a prendere gavetta, gavettino e forse anche il bicchiere, poi la roba per il letto. Pietosa, mi diede una coperta in più del permesso.
Appena entrata avevo chiesto di Elena e Elena era corsa sorridente e curiosa, tuttavia con il cuore in ansia: questo «nuovo arrivo» poteva portare notizie importanti, poteva si­gnificare una direzione nuova nelle piste che la polizia stava battendo senza tregua, con tante conseguenze gravi, con tanti fatti nuovi, poteva significare in una parola «morte» come poi ha significato per taluno. Ma allora non lo sapevamo ancora, allora dopo il primo saluto non reticente (quel dubbio orribile di «spia» che aleggiava intorno a ogni nuovo arrivo!) ma perplesso, siamo scoppiate a ridere di questa avventura occorsaci, come se fossimo due scolarette e fossimo fiere di aver meritato una punizione esemplare per la nostra indisciplina. E così è cominciato quel periodo, breve invero, che per me è stato il più bello della mia vita. Nei sogni il ricordo del collegio rappresenta sempre un incubo, il ricordo del carcere mai.
Eravamo tutte unite, tutte concordi, tutte solidali. Se una faceva una proposta la si discuteva approvando o disapprovando, ma con urbanità, con amore direi: l’idea di una poteva divenire l’idea di tutte. E se una riceveva, per certi raccordi misteriosi, biscotti, o té o tavolette commestibili, tutte ne beneficiavamo, perché là veramente quello che era di una era di tutte. Chi eravamo? Di alcune, quelle che conoscevo prima, so il cognome, di altre so soltanto il nome e anche la fisionomia si è annebbiata nella mia mente, perché sebbene da allora non siano passati molti mesi, tuttavia l’intensità della vita è stata tale, che mi son ritrovata con un numero d’anni sulle spalle quasi indicibile.
C’era Nide. Un’operaia. Una ragazzona grande e grossa, sempre affamata. L’avevano trovata per strada con una bottiglia dì dinamite in mano. «Che cos’è quella roba?». «Non lo so». «Che cosa ne volevi fare?». «Non lo so». «Dove l’hai presa?»  Mah! passava uno per strada e me l’ha cacciata in mano». «Lo conoscevi?» «No». Non sono stati capaci di cavarle altro di bocca. Due, tre, quattro interrogatori, sempre lo stesso risultato. Essere scemi non è difficile, volerlo parere invece lo è. Credo che Nide ci fosse riuscita.
E poi c’era Libera. Libera era incinta. Proprio in carcere una notte il figlio s’era mosso nel ventre per la prima volta e Libera s’era tanto spaventata. Aveva la faccia piena di brufoli e anche sotto la vestaglia delle carcerate la prominenza del grembo si delineava già commovente. Libera con la sorella e la madre erano «ostaggi» di un cognato, marito di una terza sorella. Fuori i giornali affermavano che nessuno era in carcere quale ostaggio. Noi ripensavamo a queste cose con una infinita amarezza e più ancora con un senso di violenta ribellione. Il figlio di Libera è nato vigoroso, perché la natura è tanto provvida ma il padre lo hanno fucilato contro un muro e Libera lo ha saputo molti mesi dopo.
Poi c’era Gianna. L’avevano presa con il suo uomo mentre sbrigavano una certa faccenda di collegamento (lui stava al sesto raggio e lo potevamo vedere dalla finestra dell’androne nell’ora di aria). Gianna era in cella con Augusta. Augusta era molto malata e doveva stare sempre tesa sul paglione e non camminare mai. Gianna la curava. Dai più umili mestieri ai più elevati, Gianna prodigava tutta se stessa. Augusta era vio­lenta e bisognava tenerla calma. Era dentro perché non aveva voluto dire dove si trovava suo marito e forse se la sarebbe passata meglio se durante un interrogatorio non avesse fatto il gesto di mollare un ceffone al tedesco. Così era tornata in cella e v’era rimasta. Poi c’era Lucia, poi c’era Cesarina, poi c’era Marù, poi c’era Maria. Lucia e Cesarina erano state prese con i loro principali e li avevano difesi con le unghie e coi denti, negando tut ...[continua]

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