Dan è seduto nella poltrona con braccioli di legno di finto lusso, nell’albergo di Tel Aviv dove ho trovato una camera per trascorrere la mia ultima notte in Israele. È venuto a salutarmi prima della partenza. Legge un giornale. Io sto dando le valigie al facchino. L’albergo non è molto comodo. Per esempio nella mia camera manca la doccia e l’aria entra dalla finestra. Ho intravisto, salendo le scale, una grassa ragazza che lavava gli scalini; evidentemente un’ebrea yemenita o marocchina. Ho ripensato al nuovo problema di questo paese nuovo: l’integrazione e l’educazione degli ebrei provenienti dai paesi arretrati dell’Africa e dell’Asia che potrebbero abbassare il livello della maggioranza. Possono diventare cittadini di seconda classe, i nuovi arabi.
Sono desideroso di partire. Non mi hanno stancato le migliaia di chilometri che ho percorso in automobile o in aereo, ma mi hanno stancato, quasi ubriacato, tutti i problemi che ho dovuto discutere. Mi ha colpito soprattutto la necessità che hanno gli israeliani di riaffermare continuamente la validità delle loro esperienze. È come se cercassero, convincendo l’interlocutore straniero, di allontanare ogni dubbio dalla loro mente e dalla loro anima: è giusto lottare qui, in condizioni di difficoltà e di sacrificio, contro natura e contro gli arabi, è giusto insomma creare uno Stato ebraico.
Quando sono arrivato ho capito che il rapporto fra Israele e gli arabi non m’importava tanto quanto avevo pensato; m’importava, invece, conoscere gli israeliani, la loro umanità, le loro esperienze; ma, ora che stavo per ritornare in Italia, mi sembrava di non essere riuscito a coordinare le mie impressioni e di non aver colto l’essenza di questo viaggio. Pensavo che sarebbe stato facile accusarmi di aver ubbidito alle ragioni della propaganda, di aver «creduto» facilmente alle interpretazioni ufficiali degli israeliani (che ne sanno fare buon uso) e questo pensiero mi infastidiva. Ero lì, nella sala dell’albergo, e guardavo Dan che, quindici giorni fa, ancora non conoscevo. Impeccabile nel suo vestito tagliato all’inglese, gentile. Quante volte, parlando con questi israeliani di origine europea, mi sono accorto che, nonostante la maschera che essi si sono imposti, covano il dubbio; e benché abbiano tentato di soffocarlo nel più chiuso di se stessi, non hanno potuto uccidere quel nucleo di dolore, di inquietudine eterna. [...]

Davanti al grande teatro romano che si inconca nella spiaggia di fronte al vallo della Fortezza Crociata, col mare che s’insinua nelle piccole baie, si staglia la figura di questo vecchio turco che parla spagnolo («Siamo trentamila venuti qui») e che mi mostra una lettera dell’architetto italiano che ha contribuito alla scoperta di Cesarea. La sua figura si sovrappone sulla poltrona a quella di Dan. «Israele non è per me (risento le sue parole castigliane fra il rumore delle onde) che ho 68 anni, ma per i miei sette figli. In Turchia si sa com’è. Difesi quel paese in guerra dal 1912 al 1918 e, quando la guerra finì, mi dissero: "Porco ebreo”».
Le sue parole mi fanno guizzare, per un attimo, nella sfaccettatura turca della universale realtà ebraica: il commercio nei bazar, le prepotenze della polizia (un ebreo aveva torto), le vessazioni, le estorsioni e lo spettro, dietro, dell’odio. Dan mi vede assorto: «Stai pensando a quello che scriverai?». «Mi sembra di non ricordare più nulla -rispondo- mi pare come se l’essenziale mi sia sfuggito».

Che cos’è Israele? È ancora per noi un’entità così astratta, metafisica; un pensiero e una volontà di essere come nazione così lontani dalla nostra vecchia storia di europei, legati alla terra, sgorgati e ingorgati nei nostri paesi e nelle nostre città, tra monumenti e miserie, sangue e guerre e ora tutti, con l’apparenza allegra, nel cemento armato, nelle automobili del Mec, nel lungo week end. «Anche voi il sabato fate il week end» . Dan non sembra ascoltarmi. «Voi siete tanto più antichi e vi trovo tanto più nuovi e incomprensibili. Con i vecchi e con gli adulti, ho potuto parlare. Ho intuito la verità sotto la propaganda. Siete stati troppo abituati a scrutare le intenzioni nascoste degli "altri”, nei secoli, per non distinguere chi vi crederà subito in tutto o chi potrà penetrare, anche solo per poco, più in fondo, un millimetro sotto la superficie della vostra anima. Ma allora siete a bloccarlo perché non vada tanto avanti. Tutto sommato, vi preferisco ai giovani. Questi un po’ li compiango, forse perché li invidio. Son ...[continua]

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