Con Claudio Treves non avevo mai avuto rapporti personali di alcun genere: mi era nota naturalmente la sua attività politica che aveva fatto di lui il secondo personaggio del socialismo italiano, tenendo immediatamente dietro all’incontestato primato di Filippo Turati. Avvocato insigne nel foro milanese, giornalista dallo stile vigoroso e brillante, oratore efficace, era stato a fianco di Turati nel tentativo di far abbandonare al partito socialista italiano il carattere sovversivo delle origini; ambedue erano stati duramente sconfitti appena due anni prima dello scoppio della grande guerra, dall’intransigenza rivoluzionaria di Mussolini, ben lontano allora dal subitaneo voltafaccia del settembre del 1914, il quale era riuscito a strappare a Treves la direzione dell’"Avanti!”; ne era risultata tra i due, già profondamente divisi nell’ideologia, una reciproca invincibile antipatia e avversione personale, e la divisione e l’avversione erano state poi esasperate dalle posizioni antagonistiche che avevano assunte dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Il famoso epifonema lanciato da Treves alla Camera, "un altro inverno non più in trincea!”, era stato interpretato da molti come un appello alla diserzione; e si volle addirittura riconoscere in esso la causa prima della sconfitta di Caporetto (il che non è vero): nessun’altra personalità del socialismo era più odiata di lui da coloro che rifiutavano ogni eventualità di una pace negoziata e volevano che la lotta fosse continuata fino alla vittoria completa. E quando questa era avvenuta, e così schiacciante come nessuno avrebbe osato sperare, la critica serrata di Treves alla condotta della guerra, la sua segnalazione dei danni gravissimi che si facevano sentire tra i vincitori non meno che tra i vinti, l’appoggio alle rivendicazioni delle masse operaie e l’opposizione risoluta al fascismo nascente avevano esacerbato quell’odio. Anche dopo la frattura dell’unità socialista che aveva spianato la strada all’avanzata del fascismo, dopo la vittoria travolgente di questo, Treves rimaneva una delle figure più eminenti dell’opposizione, e la sua lunga esperienza parlamentare conferiva particolare valore al suo giudizio sulla situazione che era venuta a formarsi dopo il delitto Matteotti e la secessione aventiniana.
Accolse subito la mia richiesta di un colloquio e mi diede appuntamento nell’albergo del Genio in via Zanardelli dove era uso risiedere durante i suoi soggiorni romani, albergo non di prima classe e di per se stesso indizio di una semplicità del costume della quale qualche laudator temporis acti potrebbe lamentare la scomparsa negli uomini politici contemporanei. Mi ricevette senza cerimonie, in camera sua, e si dispose ad ascoltarmi e a rispondermi, con cordialità spontanea. […]
Gli dissi che la situazione mi appariva confusa e carica d’incognite. Era ormai svanito il primo sbigottimento prodotto dalla notizia improvvisa dell’atroce delitto, che superava tutto quello che il fascismo aveva osato fino allora; ma, mentre l’opposizione sembrava tuttora indecisa sulla linea da seguire, il fascismo andava riprendendosi dallo smarrimento della prima ora. Mussolini, che in un primo momento era stato vinto dal panico e avrebbe facilmente ceduto a un attacco deciso (pare che gli scoraggiamenti subitanei siano frequenti nelle indoli volitive proprie dei dittatori: ne era colpito spesso Napoleone, il che si rammenta non già per innalzare Mussolini bensì per abbassare il Bonaparte al livello dei comuni mortali), si era ripreso alquanto, e la sua volontà di non precipitare nella voragine spalancata dalla "questione morale” era rafforzata dal rincalzo di alcuni dei più spericolati tra i suoi vecchi camerati, pronti a gettarsi allo sbaraglio. Alla Camera disponeva di una maggioranza sicura; il Senato, che dandogli voto contrario avrebbe potuto offrire al Re quel pretesto costituzionale che il suo gretto formalismo esigeva per intervenire, sembrava difficile che avesse, nonché il coraggio, nemmeno la volontà di disfarsi di un regime che garantiva agli abbienti il godimento tranquillo dei loro averi. D’altra parte la tensione era ormai troppo forte perché non fosse imminente una soluzione, o per allentamento o per rottura. Quali, secondo lui, gli sviluppi più probabili?
Mi stupì l’immediatezza e la sicurezza della sua risposta, quasi l’avesse già bell’e formulata in mente e non avesse che da recitarla. "Stia bene attento. Siamo alla soglia dell’estate, e in Italia d’estate non succede mai niente ...[continua]

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