Roberto Fasoli, 50 anni, è segretario generale della Cgil di Verona.

Oggi sulla formazione il sindacato gioca forse una partita decisiva. Puoi parlarne?
I cambiamenti che si sono determinati nel mercato del lavoro impongono a questo paese di assumere la formazione come punto di partenza per la ridefinizione degli stessi diritti di cittadinanza, dei diritti civili, non solo del lavoro. Qui infatti parliamo della possibilità di essere cittadino consapevole a tutto tondo e quindi anche lavoratore serio, responsabile, autonomo, capace di cautelarsi di fronte alle insidie di una società complessa. Del resto è dimostrato che la stessa possibilità di usufruire del sistema di welfare è assolutamente legata, e direttamente proporzionale, ai livelli d’istruzione e di formazione delle persone. Il dato sconfortante è che a distanza di oltre trent’anni da quella famosa Lettera a una professoressa le variabili della formazione continuano ad essere la condizione sociale delle famiglie, i titoli di studio dei genitori (conta molto in particolare quello della madre), e l’area geografica nella quale si vive.
Purtroppo la faticosa operazione fatta dal governo di centro-sinistra, da noi condivisa, per ridare alla formazione un valore in cui cultura e lavoro fossero due aspetti dello stesso problema, cioè con l’idea che non ci potesse essere una cultura che non facesse i conti con il lavoro, che non ci potesse essere il lavoro senza cultura, viene smantellata da un impianto che non solo precocizza la scelta, ma rilegittima i percorsi separati tra il canale liceale per le classi destinate alla “direzione” e il canale della scuola professionale, o degli istituti tecnici.
Questa scelta è drammatica perché non solo intacca l’asse centrale, quindi il riordino dei cicli, ma pregiudica tutto il sistema dell’obbligo formativo che per il quattordicenne viene snaturato semplicemente in un “diritto” di uscire dalla scuola per andare a lavorare, tra l’altro riassegnando un ruolo centrale all’impresa, che è certamente importante ma non può essere esclusiva nei processi formativi. Insomma, di nuovo una formazione vista in funzione di un’idea della cultura o tutta astratta o assolutamente subordinata all’esigenza dell’impresa, che è una vecchia e disperata impostazione.
In realtà infatti ormai tutti gli imprenditori più avvertiti riconoscono come sia preferibile innestare le conoscenze che servono di volta in volta su un plafone di base costruito e consolidato attraverso percorsi di formazione professionali gestiti magari attraverso la bilateralità. Quindi questa operazione è disperante dal punto di vista della rozzezza dell’impianto e, ripeto, della scelta di far tornare indietro un percorso che invece tendeva a dare a tutti gli studenti l’opportunità di “assaggiare” le diverse opzioni per poi perseguire al meglio i propri desideri e aspirazioni.
Va anche detto che questo sistema è stato incoraggiato da un’impostazione presente anche in una parte della sinistra, che ha la tendenza a coltivare una mistica della cultura come fosse avulsa dal rapporto con la realtà fattuale, col lavoro, soprattutto manuale, una specie di cultura “disinteressata”.
Ecco, a mio avviso, è ora di abbandonare quest’ottica paralizzante che non fa i conti con la realtà, e che se da una parte vede la scuola al servizio dell’esigenza dell’impresa, dall’altra si incaponisce in una cultura “astratta” che, non si sa bene come, dovrebbe servire come supporto per la vita delle persone. In realtà la scuola migliore è quella che si adatta alle diverse esigenze dei ragazzi; il protagonista della scuola è lo studente: è lui il punto centrale al quale bisogna offrire delle opportunità, incoraggiandone la capacità di ricerca, assecondandone le attitudini nella costruzione di un percorso che serva a sviluppare pienamente la propria personalità oppure, per i più adulti, un progetto di lavoro e di vita.
Quest’impianto poi fa tornare indietro tutto il ragionamento sul life-long learning, che più che formazione vuol dire apprendimento lungo tutto l’arco della vita. E che, come dicevo, diventa la condizione per esercitare una cittadinanza consapevole, oltre che per sviluppare un’idea di occupabilità che non sia genericamente una vuota disponibilità a trovarsi nel mercato in balia di se stessi.
In Veneto, com’è noto, i livelli di benessere sono alti, così abbiamo fenomeni di abbandono scolastico indotti da esigenze di lavoro. Molti ragazzi infatti vengono attrat ...[continua]

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