Gina Gatti, cilena, laureata in Filosofia (due volte), è fuggita dal suo paese ne1976. Oggi vive a Modena. Attualmente è testimonial della Campagna contro la Tortura di Amnesty International.

Quegli anni sono stati il periodo più bello della mia vita: si avviava il governo di Salvador Allende, e cominciavo l’università che per me ha rappresentato proprio il momento dell’apertura al mondo, dell’incontro con tante persone e della scoperta della politica, che è una delle mie passioni. Insomma, il mondo che mi si apriva davanti era bellissimo, colorato, pieno di stimoli e di cose da fare. Avevamo le giornate impegnatissime dalla mattina alla sera. Io poi ho sempre frequentato, per cui andavo a lezione, andavo alle manifestazioni, andavo alle riunioni, cioè erano giornate frenetiche. Gli anni ‘70 sono stati un periodo di fioritura culturale, di crescita politica; avevamo sempre da fare e il mondo ci guardava; 3 anni di governo popolare con un programma di democratizzazione, per cui nazionalizzazione delle ricchezze e poi politiche sociali importanti, come il mezzo litro di latte al giorno per ogni bambino, che in un paese dove ancora in tanti vivevano in miseria non era una cosa da poco. E poi si pensava al futuro: i bambini cresciuti bene sarebbero stati degli adulti perlomeno sani.
Noi non abbiamo mai preso in mano un’arma, abbiamo sempre combattuto con gli strumenti dell’intelligenza, del dialogo; anche se verso la fine del governo popolare c’era un’alta conflittualità.
Questo per dire che non avevamo fatto veramente niente per meritare il dopo. Eravamo solo dei ragazzi… invece ancora oggi le persone ti chiedono: “Ma cosa avete fatto per meritare la tortura?”, perché c’è sempre questa idea: se qualcuno viene punito è perché ha fatto qualcosa; questo mi è stato detto in diverse sedi. Invece non avevamo fatto niente…

La situazione è precipitata l’11 settembre, col colpo di stato di Augusto Pinochet con l’appoggio delle forze della destra, dell’esercito e di tutte le forze armate. E anche con il contributo degli Usa; ora queste informazioni sono state confermate: sono stati resi pubblici i documenti del periodo, che parlano molto chiaro.
Ecco, quell’11 settembre la nostra vita, una vita normale, di persone che si alzano la mattina, vanno a lavorare o a studiare, è stata spezzata: il giorno dopo ci siamo trovati a vivere da delinquenti, da persone che scappano. E’ stato molto duro. Il colpo di stato ha interrotto la mia carriera universitaria e tutto quello che dovevo fare nella vita. Intendiamoci, a tanta gente è stata proprio tolta la vita, però il discorso è appunto questo: con quell’11 settembre la vita di tanti o è finita o è cambiata completamente. Io ero una ragazza normale e il giorno dopo ero diventata una sovversiva, una delinquente.
Mi sono laureata nel ’74 a 24 anni. Tra l’altro a 21-22 anni avevo vinto un concorso per allievo-assistente e quindi avevo la possibilità di avviarmi alla carriera universitaria; certo, a distanza di anni non posso dire come sarebbe andata, ma c’era questa possibilità.
Avevo anche ipotizzato di prendere un’altra laurea…
Invece sono stata esonerata per motivi politici, che per me, se vuoi, è un onore, però la mia vita è stata spezzata. Io credo che Augusto Pinochet abbia delle responsabilità enormi, non soltanto per le persone scomparse, per i morti, ma anche per i vivi, perché tante persone oggi sono vive, ma sono anche un po’ morte.

I primi giorni sono stati difficili anche perché bisognava trovare i luoghi sicuri. Io sono quasi sempre rimasta a casa, però ho dormito anche fuori, da amici dei miei genitori, per evitare certe situazioni. Perché giravano con gli elenchi delle persone.
All’inizio anche loro erano un po’ disorientati, ti cercavano un po’ tutti, quindi ti vedevi arrivare sulla porta di casa i carabinieri, i vari servizi di sicurezza, ognuno con il suo elenco. Poi si sarebbero organizzati molto bene.
Anche con l’aiuto dei nostri compagni di facoltà, è ovvio, altrimenti non era possibile che sapessero tante cose. Sembra incredibile, ma c’erano proprio i nostri compagni, gli altri studenti che dicevano “questa fa questo, l’altro…”. Intanto era nata anche la polizia politica di Augusto Pinochet, quella che gli permetteva di avere un controllo assoluto, di essere un uomo onnipotente, di dire che niente succedeva senza che lui ne fosse a conoscenza, la famosa frase, per cui non si muoveva foglia che lui non sapesse.
Insomma, giorni terr ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!