libertarismo, cooperativismo, cosmopolitismo
ricordarsi
UNA CITTA' mensile di interviste
ragazzi di Srebrenica
Tuzla, maggio 2001.
Elmina, originaria di Tuzla, ha 20 anni e sta per iscriversi all’università. Mirela, 18 anni, fa le magistrali, dopo le superiori vorrebbe studiare Lingua e Letteratura Bosniaca. Mirsada, 18 anni, originaria di Srebrenica, frequenta la scuola per tecnico di laboratorio chimico. Edin, 21 anni, di Bijelina, finita la scuola di chimica, vorrebbe andare a Sarajevo e diventare professore di lingua bosniaca, all’università musulmana. Semsa e Mensura, 18 anni, sono sorelle.

Elmina
. L’orfanotrofio è organizzato in sette "famiglie", ossia in sette gruppi di ragazzi di età diverse che vivono assieme. All’interno dell’edificio, infatti, lo spazio è strutturato in moduli autonomi. Nella mia famiglia siamo in 18; il più grande ha la funzione di "presidente", ossia di organizzare le attività nella famiglia, il lavoro. E poi ci sono due educatori che ci seguono. Tutti noi ogni giorno abbiamo degli obblighi, intanto tenere in ordine lo spazio dove viviamo. E poi dobbiamo tutti prenderci cura dei piccoli. Il membro più piccolo della mia famiglia ha due anni, il più grande venti. Io ne ho venti, sono la più vecchia e quindi faccio la presidente.
Di solito, prima di andare a scuola (faccio il turno di mezzo) studio. Al ritorno, siccome le lezioni finiscono alle 19, mi riposo un po’, guardo qualche serial in tv e poi studio di nuovo. Abbiamo i computer però senza internet.
Edin. Io mi alzo molto presto, alle 6 del mattino, perché faccio il primo turno a scuola. Faccio colazione e poi si parte. Alla fine delle lezioni ritorniamo in orfanotrofio, a meno che non ci sia bisogno di comprare qualcosa allora ci si può fermare fuori. Dopo pranzo, abbiamo sempre delle attività, degli obblighi, in orfanotrofio, tra cui lo studio e poi, come diceva Elmina, noi più grandi ci occupiamo dei bambini più piccoli. Nella nostra famiglia siamo in 17 e abbiamo un solo educatore. Il membro più piccolo ha 2 anni, il più grande 24. I rapporti tra di noi sono buoni, direi che grossi problemi non ce ne sono, in genere riusciamo a metterci d’accordo su tutto. Se poi succede qualcosa che non riusciamo a risolvere da soli chiamiamo in aiuto l’educatore.
Mirela. Il rapporto tra gli educatori e i ragazzi è abbastanza stretto. Del resto, loro sono qui per aiutarci e noi sappiamo che ogniqualvolta abbiamo bisogno possiamo rivolgerci a loro. Io mi occupo abbastanza dei bambini più piccoli, poi mi piace molto scrivere poesie. Mi piace leggere i libri. La maggior parte del tempo la trascorriamo nell’orfanotrofio, ci occupiamo della famiglia e delle faccende domestiche; qualche volta guardiamo la tv, ogni tanto usciamo, io poi ho l’inglese, la pallavolo.
Edin. Sì, tutti vorremmo continuare a studiare, anche se nessuno di noi sa se riusciremo a realizzare questo desiderio, se si avvererà; il desiderio è una cosa, le possibilità un’altra. Io avrei voluto finire il ginnasio musulmano. Ma durante la guerra ho avuto una pausa dalla scuola abbastanza lunga. E alla fine, quando è stato il momento, c’erano molti altri ragazzi per cui non sono riuscito a rientrare. Questo è un desiderio che non sono riuscito a realizzare, comunque una volta finite le superiori mi piacerebbe iscrivermi a quell’istituto a un livello più alto. Solo che vorrebbe dire andare a Sarajevo…
Se invece riesco a iscrivermi a Lettere e Filosofia qui a Tuzla, potrei anche rimanere nell’orfanotrofio. Il fatto è che ci sono molte domande di iscrizione a Filosofia, quindi non sono sicuro di riuscirci. E’ questo il problema.
Oltre al fatto che mi trovo ancora in uno stato di sospensione, non so che cosa fare, quale decisione prendere. Non sono ancora arrivato a una scelta conclusiva, definitiva. Non so ancora se andare a Sarajevo o rimanere qui. Sono molto indeciso.
Besima Catic, (Direttrice della Casa per i bambini senza genitori di Tuzla).
Il destino dei ragazzi dell’orfanotrofio dopo la scuola in realtà è un problema che riguarda l’intera Bosnia: non c’è futuro per la gioventù; neanche l’università ti garantisce un lavoro.
Io lavoro qui dall’83 e allora in orfanotrofio c’erano circa 120 bambini. Poi, subito prima della guerra, il numero era sceso a 90. Questa zona non aveva nemmeno bisogno di un orfanotrofio per i neonati.
Oggi ci sono circa 140-145 bambini; è difficile fornire un numero preciso perché c’è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno che arriva.
E’ stato durante la guerra che la situazione è precipitata: arrivavano tutti questi bambini, da soli, spaventati, senza i genitori, senza qualcuno che li avesse accompagnati… e noi li prendevamo tutti. Che potevamo fare? Dopo l’arrivo del primo convoglio, nel ’93, c’erano bambini che dormivano dappertutto, c’erano circa 600 bambini, che però man mano se ne andavano.
Infatti, siccome i nomi dei bambini venivano annunciati attraverso Radio Tuzla, molti familiari sono venuti a prenderli, si sono fatti vivi, così gran parte dei bambini è andata dai parenti.
E’ vero che molti dei ragazzi che vivono qui nell’orfanotrofio hanno dei parenti nelle vicinanze con cui però oggi casomai non mantengono alcun rapporto. Il problema del contatto è sempre quello, perché anche i parenti sono profughi e quindi non hanno nulla da offrire a questi ragazzi e di conseguenza si perdono anche i contatti, nonostante la tradizione bosniaca sia quella di famiglie molto unite. Il fatto è che in una situazione di disagio… La mancanza di rapporti e contatti è proprio legata a questo problema del non poter aiutare. Che allora procura una tale sofferenza che si preferisce tagliare, forse…
Le famiglie provenienti da Podrinje erano note per la loro accoglienza e ospitalità. Prima della guerra noi in orfanotrofio non avevamo quasi nessun bambino da quelle zone. Erano sempre i parenti che crescevano i bambini che rimanevano senza genitori.
Oggi molte famiglie non prendono questi ragazzi anche perché casomai le loro abitazioni sono lontane dai centri dove ci sono le scuole e non hanno i soldi per pagare il biglietto dell’autobus, quindi non li possono far studiare.
E’ un problema molto serio. E poi non hanno nemmeno i mezzi per pagare i libri e tutto quello che serve al bambino per andare a scuola.
Così, quando le famiglie si rendono conto di non poter più prendersi cura del bambino si rivolgono ai centri di assistenza sociale che poi ci contattano.

Elmina. Tutti noi ogni tanto abbiamo dei momenti di crisi. Io quando ho dei problemi preferisco rivolgermi al mio educatore, mi piace discuterne con lui; non mi piace rimuovere il problema, ma parlarne e cercare di uscirne, e lui mi consola oltre ad aiutarmi. Sapete, vivere qui non è semplice. Tutti noi stiamo bene fino a che stiamo nell’orfanotrofio. Il problema si pone quando dobbiamo uscire, e tutti noi prima o poi lo dovremo fare. La domanda è: cosa fare poi, una volta che dovremo abbandonare l’orfanotrofio? E’ un problema a cui sto pensando già ora; è un problema di tutti.
Mirela. Io comunque non ho mai pensato di andarmene. Io sono per rimanere qui.
Elmina. Io ho molti parenti a Tuzla, però non ho alcun beneficio da questo, alcun aiuto. Non sono riuscita nemmeno a comunicare con loro.
Mirsada. Sono nell’orfanotrofio da 16 anni. Anche le mie sorelle sono state in orfanotrofio e come me hanno finito le scuola. Loro sono uscite due o tre anni fa. Io sono la più piccola. Loro oggi sono a Sarajevo. Noi abbiamo intenzione di andare tutte insieme all’estero, fuori. Spero proprio che riusciremo ad andare in Australia. Non so come faremo. Comunque, prima ci andranno loro due e poi prenderanno anche me. Io vorrei fare l’università, studiare qualcosa che mi permetterà di vivere… Il fatto è che c’è il problema del lavoro, perché le mie sorelle più grandi non l’hanno trovato, quindi non so neanch’io. Non so se saranno prima loro a trovare un lavoro o io.
Mensura. Io avrei voluto lavorare come parrucchiera perché mi piace molto tagliare i capelli, pettinare; avrei voluto iscrivermi alla scuola per parrucchieri, però siccome non ero molto brava non ci sono riuscita. Così adesso faccio la prima classe di una scuola tecnico-professionale, per perito chimico.
Elmina. E’ il tema quotidiano. Si sente sempre tutti dire: oh, come vorrei andarmene, qui non c’è futuro. Per quanto mi riguarda non penso che qui non ci sia un futuro. Però se mi si presentasse l’occasione di andare a studiare all’estero, naturalmente con tutte le garanzie, non andando così allo sbaraglio, certamente accetterei, perché no?
Edin. Io credo che invece noi possiamo e dobbiamo rimanere in Bosnia. La mia opinione è che si deve rimanere nel proprio paese, e lottare per un domani migliore. Molti mi dicono che ho torto, però c’è anche qualcuno che la pensa come me. Ecco, per me sarebbe bellissimo, se ci fossero le condizioni, andare a studiare all’estero, però per poi ritornare nel proprio paese col diploma. Quali cambiamenti auspico per la Bosnia? Tante cose. Vorrei cambiare tante cose. Innanzitutto, mi piacerebbe che tutti noi potessimo studiare e istruirci nel nostro paese, poi certamente rimettere in piedi l’economia… È che se tutti noi decidiamo di andar via, alla fine non rimarrà nessuno in Bosnia. E questo paese scomparirà. Pian piano non rimarrà più nessuno, non resterà neanche il paese… Insomma, sarebbe proprio brutto se abbandonassimo tutti la Bosnia, la nostra patria, perché potremmo perderci anche noi, potremmo perdere la nostra lingua, la nostra religione…
Elmina. Se stiamo parlando del futuro, io però dico che in realtà il nostro futuro dipende solo da noi. Siamo noi quelli che costruiamo il nostro futuro. Detto questo è anche evidente che comunque non è che possiamo cambiare chissà cosa. L’unica cosa che possiamo fare è studiare il più possibile. E allora dobbiamo studiare, lavorare, per assicurare a noi stessi come individui, un futuro migliore.
Semsa. Io sono arrivata nell’orfanotrofio 5 anni fa. Prima della guerra vivevo a Srebrenica; dopo la caduta di Srebrenica mi sono trovata a Kladanj e da Kladanj sono andata a Zenica, sempre in una specie di orfanotrofio e poi sono venuta qui.
Mi piacerebbe restare; qui mi piace. Se non avrò la possibilità di rimanere, non so cosa farò, comunque preferirei rimanere in Bosnia. Ho parecchi parenti qui…
Mirsada. Io invece vorrei solo andarmene via. Io con anche le mie sorelle. Non voglio tornare là, dove vivevo prima. Non voglio tornare a Srebrenica...