libertarismo, cooperativismo, cosmopolitismo
internazionalismo
UNA CITTA' mensile di interviste
Vjosa Dobruna e Natasa Kandic premio Langer 2000
La presentazione di Irfanka Pasagic
e la motivazione del premio
letta da Anna Bravo
Ci auguriamo che le esperienze di Natasa Kandic e di Vjosa Dobruna non siano viste solo come una felice eccezione da celebrare, ma come la prefigurazione di una convivenza da costruire elaborando le ferite della pressione della guerra che non si possono cancellare o tacere o rimuovere e dando il valore a quei ponti non solo simbolici che Alex Langer considerava essenziali per il futuro del mondo...
L’intervento di Natasa
... Quest’anno ho ricevuto molti premi, ma quello che ricevo qui oggi è per me un onore grandissimo e devo ringraziarne Irfanka Pasagic. Irfanka è una donna bosniaca di Srebrenica. E Srebrenica, voi lo sapete, è stato l’orrore più atroce tra quelli compiuti durante la guerra in Bosnia. Anche lei ne è stata colpita assieme ad alcuni suoi familiari. Ecco, che sia stata proprio una donna bosniaca a proporre l’assegnazione di questo premio ad una donna di Belgrado, ad una serba, anche se una serba che lotta per i diritti umani, è per me un grandissimo onore e, devo dire, una vera illuminazione per continuare a sperare...
l’intervento di Vjosa

... Durante i dieci anni della lotta e della resistenza non-violenta in Kossovo, abbiamo avuto il tempo di riflettere veramente sul nostro lavoro. Ascoltavamo le notizie che venivano dall’esterno, e anche l’incoraggiamento degli amici che credevano nella nostra stessa causa. Specialmente di persone come Natasa, che ha sempre rappresentato l’esempio migliore per mostrare ai kossovari che non tutti i serbi sono uguali. Dopo dieci anni di disobbedienza civile, di dimostrazioni, dopo che 800.000 albanesi sono passati per le mani dei poliziotti, abbiamo perso ogni diritto, anche quello di scegliere dove vivere e siamo stati deportati. Non mi piace usare questa parola, perché non è una parola pulita, e mi dispiace che sia entrata a far parte del nostro linguaggio. Ma il punto è che i mesi in cui venivamo deportati non sono stati nemmeno i mesi peggiori. Nella mia vita finalmente stava succedendo qualcosa. Gli anni vissuti aspettando di venire arrestati e o di subire una esecuzione sono stati più duri...
L’impegno di Natasa
L'impegno di una donna serba per i diritti umani e civili dei kosovari e a fianco del tribunale internazionale. Quando, nel 98, le milizie e l'esercito serbo hanno dichiarato guerra ai civili. L'attuale situazione di illegalità. Intervista a Natasa Kandic.
L’incomprensione da parte dell’opposizione serba delle sofferenze dei kossovari. La responsabilità dell’intervento Nato ricade su Milosevic, il che non cancella i dubbi sulle sue modalità. Il grande risultato del ritorno a casa di una popolazione perseguitata e costretta all’esodo. L’odiosa pulizia etnica, fomentata da estremisti nazionalisti, che colpisce i serbi kossovari.
Un dialogo fra
Natasa Kandic
e Vjosa Dobruna.
quando a Belgrado Natasa
era in pericolo...
EVVIVA! Quando finalmente Milosevic è caduto...
Quando Vjosa fu deportata...
Per nove anni i nostri bambini hanno dovuto subire ogni forma di sopruso a scuola, le donne hanno dovuto partorire fuori dagli ospedali, abbiamo assistito alla sparizione, uno dopo l'altro, di conoscenti e amici. Per nove anni abbiamo portato avanti una resistenza nonviolenta, per nove anni abbiamo vissuto con la paura che qualcuno fosse alla porta, Il tutto perun cognome diverso. Per nove lunghi anni nessuno ci ha aiutato. Intervista a Vjosa Dobruna.

... dal 1990 in Kosovo c’era un regime di assoluto apartheid: non c’erano relazioni tra kosovari e serbi, eccetto quelle tra la polizia e i cittadini; c’erano poi relazioni amicali tra i criminali o tra i trafficanti di armi, ma non tra i cittadini normali e i loro vicini. Eravamo completamente separati. Era l’apartheid totale. Cominciava fin dall’asilo: i nostri bambini non potevano andare all’asilo perché parlano albanese. Poi alle scuole elementari i nostri ragazzini potevano frequentare, ma i serbi dovevano andare alla mattina, mentre gli albanesi nel pomeriggio. Così non c’era alcuna possibilità di incontrarsi. Se invece frequentavano la scuola negli stessi orari, erano separati da muri o da piani diversi, e non si incontravano mai. Gli insegnanti serbi venivano pagati dal governo, mentre quelli albanesi no. I bambini serbi potevano guardare la tv nella loro lingua, come pure ascoltare la radio, leggere i giornali, i libri... I bambini albanesi non avevano nulla di tutto questo, non potevano andare in piscina, usare i laboratori... Non potevano usare i bagni, che erano riservati ai serbi.
Posso fare l’esempio di una scuola elementare nel centro di Pristina. I nostri bambini usavano quell’edificio, ma c’erano entrate diverse: il primo piano era per 7000 bambini albanesi, il secondo e terzo piano per 700 bambini serbi! Secondo la convenzione per i diritti dei bambini, ogni bambino avrebbe il diritto di essere educato nella sua lingua madre, non è vero?
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