libertarismo, cooperativismo, cosmopolitismo
internazionalismo
UNA CITTA' mensile di interviste
Bosnia
l'assedio
di Sarajevo
la ricostruzione
La cospirazione
del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
I giovani vogliono andar via...
La Bosnia del dopo Dayton resta lacerata da mille problemi. La necessità di far ripartire il dialogo si scontra con le difficoltà a ricostruire la verità, a far luce sulla sorte degli scomparsi, a impedire che i responsabili restino impuniti.

Post traumatic
desorder stress
La delicata situazione dei profughi bosniaci in un’Europa che dopo cinque anni li vuole rimandare indietro. L’eccezione della Svezia che per un anno offre ai rifugiati che tornano in Bosnia la possibilità di rientrare. La perdita della casa, una sorta di "bancarotta morale" nella cultura musulmana.
Alcuni degli interventi tenutisi al 10° Congresso delle Nazioni Unite a Vienna.
quale futuro
per i giovani bosniaci?
La caduta
di Milosevic
TUZLANSKA AMICA
... in queste zone, la famiglia-tipo è composta da nonni e nipotini, perché la generazione di mezzo è stata decimata dalla guerra.
Tuzlanska Amica ha però presto avuto la felice intuizione che i casi più difficili non si sarebbero presentati all’associazione per chiedere aiuto. Bisognava quindi andare a cercarli.
Nelle guerre tutti i bambini sono uguali. Anello debole e particolarmente vulnerabile di ogni comunità umana subiscono maggiormente l'impatto della violenza. Questa è stata ed è ancora, a guerra finita la condizione dei bambini in Bosnia.
Kosovo
Tutto quello che temevamo...
Marzo, aprile, maggio, giugno 1998, quattro mesi di vita quotidiana nel Kosovo, quattro mesi di pace. E il peggio dovrà ancora venire. Una lotta strenua, del tutto impari, eroica per resistere agli attacchi terroristici di uno stato nazional-comunista. Una ferocia fascista che si pensava di non rivedere più in Europa. Una lotta non-violenta, purtroppo inascoltata, gli appelli disperati alla Nato, i nomi e i cognomi dei caduti. Diario di Sevdije Ahmeti.
I colori in bianco e nero
Una situazione sempre più difficile per gli albanesi del Kosovo, sia dal punto vista dei diritti civili che da quello sociale, lasciava presagire il precipitare della crisi. La repressione poliziesca e la pulizia etnica strisciante potevano solo spingere tanti albanesi ad abbandonare quella via pacifista portata avanti finora con grande abnegazione e rigore, ma che, forse, a livello internazionale, non è stata sufficientemente sostenuta.
Intervista a Kadri Metaj.

A scuola in casa
Grazie alla straordinaria auto-organizzazione degli albanesi del Kosovo la chiusura delle scuole è stata vana. Ben 20000 studenti universitari su 50000 hanno potuto continuare gli studi. La tassa che tutti, all’interno e all’estero, pagano. Una caccia, quella all’albanese, sempre aperta. Il baratro che ormai si è creato con i serbi.
Intervista a Edi Shukriu.

Per obiettivo la normalità’
Gli albanesi non sono andati via e i serbi non sono arrivati. Di fronte all’epurazione etnica negli uffici, nelle scuole, nelle miniere, gli albanesi hanno scelto la resistenza non-violenta, organizzando nelle case scuole e ospedali. Una scelta forse obbligata in un Kosovo ad altissimo rischio e isolato internazionalmente.
Intervista a Muhameddin Kullashi.

La lingua, sì,
è importante,
la religione pochissimo...
Tutti i partiti sono indipendentisti, c’è chi ha fretta e chi no. La penalizzazione dei piccoli partiti democratici. Il problema delle enclaves serbe, grave laddove c’è stato un forte collaborazionismo. La grande presenza di minoranze in Kosovo e il rischio, in Occidente, di vedere solo "il musulmano". Il grande ruolo delle donne nella resistenza, in urto con una società ancora patriarcale. Intervista a Vjosa Dobruna.
Natasa e Vjosa
L’incomprensione da parte dell’opposizione serba delle sofferenze dei kossovari. La responsabilità dell’intervento Nato ricade su Milosevic, il che non cancella i dubbi sulle sue modalità. Il grande risultato del ritorno a casa di una popolazione perseguitata e costretta all’esodo. L’odiosa pulizia etnica, fomentata da estremisti nazionalisti, che colpisce i serbi kossovari. Un dialogo fra Natasa Kandic e Vjosa Dobruna.
il premio Langer (2000)
Vjosa Dobruna
e Natasa Kandic