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UNA CITTÀ n. 257 / 2019 Maggio



Al centro della retorica utilizzata dalla sinistra ufficiale stava una concezione binaria della fedeltà politica: noi siamo ciò che loro non sono. Loro (fascisti, nazisti, franchisti, nazionalisti) sono la destra, noi siamo la sinistra. Loro sono reazionari, noi siamo progressisti. Loro vogliono la guerra, noi la pace. Loro sono le forze del male, noi stiamo dalla parte del bene. Per dirla con le parole di Klaus Mann a Parigi nel 1935: qualsiasi cosa siano i fascisti, noi non lo siamo e siamo contro. Poiché quasi tutti gli avversari insistevano particolarmente nel definire la propria politica innanzitutto come anticomunista..., questa perfetta simmetria giocava a tutto vantaggio dei comunisti. Il filocomunismo -o almeno l’anti-anticomunismo- era la logica naturale dell’antifascismo.
(Tony Judt)

Federalismo cooperativo
Su autonomia e differenziazione
Intervista a Francesco Palermo

Un euro lordo a consegna
Sui nuovi lavori
Interviste ad alcuni rider

Una delle partite della nostra
traballante democrazia

Sulla logistica
Di Sergio Bologna

Da campo a villaggio
Su un campo per rifugiati in Mozambico
Intervista a Luca Ventura

Benvenuti in Pridnestrovie
Le elezioni in Moldavia
Di Paolo Bergamaschi

Primo maggio a Mensano 1963-1975
Foto di Ferruccio Malandrini

Ansia e risentimento
La sinistra e l’ascesa del populismo
Intervista a Michael Rustin

Sfiancheremo il ronzino della storia
Ricordiamo Karol Modzelewski
Intervista a Marta Petrusewicz

Fine 1941, l’orfanotrofio "Terme del Bosco”
Dall’autobiografia di Karol Modzelewski

Anni Ottanta: lo stile tardo di Caproni e Bertolucci
Alfonso Berardinelli

L’onda nera. La resistenza delle città
Bruno Giorgini

I giovani fuggono, i commercianti pure
Emanuele Maspoli

Cambiare l’Europa per salvarla. Ma come?
Francesco Ciafaloni

La politica dei muri
Massimo Livi Bacci

L’elefante nella stanza
Belona Greenwood

In ricordo di Renzo Foa
Bettina Foa (p. 45)

Il mio nome in vietnamita è Ren Cho Pho A
Una lettera e un articolo di Renzo Foa

La copertina è dedicata ad Antonio Stano, il cittadino di Manduria angariato per anni da una banda di giovinastri fino al punto da chiudersi in casa e lasciarsi morire; i video in cui invoca aiuto mentre lo bastonano non si possono guardare. Ma la dedichiamo anche a tutti i cittadini di Manduria che sapevano e sono rimasti indifferenti. La miscela chimica fra prepotenza e indifferenza sta inquinando le nostre scuole, i nostri quartieri, l’intera società. Il pericolo è lì, altro che Salvini (per ora). Decenni di "fatti i fatti tuoi” hanno formato generazioni di ragazzi; l’idea che l’onore è "darle, non prenderle” è diventata dominante, il nobile ideale della non-violenza ha nobilitato il "non-intervento”. Se vogliamo far qualcosa è da qui che dobbiamo ripartire; come ci disse Vittorio Foa in un ultimo brevissimo incontro: "Il problema è il pacifismo”, e crediamo che volesse metterci in guardia proprio dalla passività verso le vittime della prepotenza. La dedichiamo infine anche ai manduriani che non sapevano e, in un certo senso, a tutti noi, perché, al rendiconto, tutti siamo responsabili di tutto.

Le richieste di autonomia differenziata avanzate da Veneto, Lombardia e, in forme diverse, Emilia Romagna hanno riaperto un dibattito sul federalismo, segnato da una parte da allarmismi forse eccessivi, dall'altra da rivendicazioni pseudo-identitarie che tradiscono il vero spirito federalista, il cui primo movente è responsabilizzare i cittadini portandoli più vicini ai luoghi in cui si prendono le decisioni; Francesco Palermo ci ricorda infine che cooperazione e solidarietà sono condizioni imprescindibili per la riuscita di qualsiasi processo di decentramento.

Di fronte all’ascesa di un populismo venato di nazionalismo e xenofobia, la debolezza di una sinistra che non è riuscita a capire l’onda che montava né ad offrire risposte credibili all’ansia e al risentimento dei cosiddetti "lasciati indietro”; il dramma della Brexit, su cui lo stesso Labour si è diviso, il problema dell’immigrazione e il paradosso di una destra che conquista i voti dei poveri per poi fare politiche a favore dei ricchi. L’intervista è a Michael Rustin.

"Che la prima Solidarnosc sia rimasta fino alla fine un movimento indipendente e praticamente indomabile è il risultato non tanto della bravura dei suoi capi o della saggezza dei suoi consiglieri, quanto della fermezza dei suoi veri animatori. Intendo coloro i quali, nelle fabbriche, nelle scuole, nei municipi, dove casomai lavoravano da anni, assunsero all’improvviso un ruolo nuovo: iniziarono a organizzare i loro vicini di casa e i compagni di lavoro convincendoli a scioperare e a formare il sindacato”. Se n’è andato Karol Modzelewski, uno dei capi storici dell’opposizione polacca e co-fondatore e portavoce di Solidarnosc. Lo ricordiamo con un’intervista a Marta Petrusewicz e con alcuni brani tratti dalla sua autobiografia. Faceva parte di quel gruppo di precursori che, entrando e uscendo dalla galera, riuscirono a "muovere le montagne”, malgrado l’isolamento che li circondò, cui contribuì anche una gran parte della sinistra europea. La citazione in testa a questa pagina ci spiega il perché: quando vennero in Europa cercavano gli anticomunisti di sinistra, come erano loro, e ne trovarono ben pochi, l’anticomunismo non poteva che essere di destra. Fra i pochi che li accolsero, e li sostennero, ci piace ricordare Gino Bianco, Nicola Chiaromonte, e poi i socialisti italiani, e poi Lisa Foa e Adriano Sofri e prima di tutti, Andrea Caffi, di cui si racconta che in punto di morte abbia detto: "Se ho fatto qualcosa per la Polonia sono contento”.


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