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UNA CITTÀ n. 248 / 2018 Aprile



Chi ha qualche occasione di assistere a un diverbio di strada sa che, nel nostro paese, l’ingiuria più atroce, quella che viene dopo gli epiteti poco rispettosi verso gli antenati, la madre e le sorelle dell’avversario, l’ingiuria dopo la quale non restano che le vie di fatto, da qualche tempo a questa parte è: "morto di fame”. è un’accusa imperdonabile, la denunzia all’opinione pubblica che l’altro è povero. Questo non impedisce, naturalmente, che in tutto il paese continui a esser oggetto di generale venerazione San Francesco d’Assisi.
Ignazio Silone, "Tempo Presente”, dicembre 1960
Un’esistenza degna
Su reddito di cittadinanza e reddito minimo
Intervista a Giuseppe Bronzini

Le rovine e le macerie
Sul presente e il futuro della sinistra
Intervista ad Andrea Ranieri

Una casa per un po’
Sul disagio psichico dei più piccoli
Intervista a Lucia Micheli e Debora Ambrosini

Al Suq
Un festival multiculturale a Genova
Intervista a Carla Peirolero

I sapienti contadini
Fare politica camminando sui Colli euganei
Intervista a Toni Mazzetti

Nelle centrali: New York, Primo maggio 1909

Tempi nuovi per il femminismo?
Sulla libertà femminile
Intervista a Marianna Esposito

Universalismo più differenza
Cosa vuole dire essere cosmopoliti?
Intervista a Kwame Anthony Appiah

Novecento poetico italiano 27 / Giudici
Di Alfonso Berardinelli

La storia di Hanna Lévy-Hass e di sua figlia Anna
Di Francesco Ciafaloni

Una politica da gangster
Di Stephen E. Bronner

La condanna morale del fascismo
non ha bisogno di "patenti

Di Walter Galbusera

Il lavoro non basta a proteggere dalla povertà
Di Chiara Saraceno

La crescente distanza tra Makhzen e Blad
Di Emanuele Maspoli

"Invidio la tua giovinezza”...
Di Belona Greenwood

Il triangolo di bacheche
Di Ilaria Maria Sala

L’esperienza straordinaria delle 150 ore
Di Caterina Guerra (p. 43)

In ricordo di Rino Casadei, un amico
Di Roberto Balzani

Un nuovo antisemitismo?
Di Redazione

Lettera aperta sui 70 anni dello Stato d'Israele
Di AA.VV.


Dedichiamo la copertina a tutti quei ragazzi "difficili”, spesso vittime di sevizie e di violenze, e a quegli operatori che con passione e abnegazione, tentano di "riportarli a casa”, alla possibilità, cioè di una vita normale; nelle pagine interne l’intervista a Lucia Micheli e Debora Ambrosini, che parlano dei percorsi riabilitativi in una casa comunità, dove le figure sanitarie, neuropsichiatri, educatori professionali, infermieri, sono affiancate da maestri d’arte, allenatori, guide naturalistiche, e di un lavoro difficile e molto stressante ma che può dare grandi soddisfazioni.

L’idea di un reddito di cittadinanza, cioè di un reddito attribuito su base universale e incondizionata, nasce all’interno di un dibattito filosofico che, prima che con la povertà, ha a che fare con la libertà, l’uguaglianza e il tipo di società in cui ci auguriamo di vivere. Giuseppe Bronzini, tra i fondatori dell’Associazione Basic income network Italia, ci parla delle esperienze in corso di reddito minimo, dove un primo dato interessante è che la gente non smette affatto di lavorare, anzi; e delle proposte, forse utopiche, di Van Parijs, che però permetterebbero di dare all’Unione europea un volto finalmente solidale.

Andrea Ranieri, ex sindacalista, impegnato prima nel Pd e poi in Sinistra italiana, ci parla di una sinistra incapace di capire il cambiamento della società e finita nell’autoreferenzialità di gruppi dirigenti preoccupati solo di riprodursi, del fallimento dell’esperimento del Brancaccio e dell’illusione che bastasse "richiamare” i delusi della sinistra per ricostruirne una; le parole da rimettere in discussione: progresso, governabilità, riformismo e l’idea che i ricchi risolveranno i problemi dei poveri; la rivoluzione di capacità e la microfisica della speranza.

Cosa significa oggi essere cosmopoliti? Per Kwame Anthony Appiah il cosmopolitismo è "universalismo più differenza", che vuol dire che tutti contiamo e che però non siamo tutti uguali e che va bene così. Appiah ci parla inoltre della sfida posta dalla convivenza con persone di culture, abitudini, e perfino valori diversi; della metafora del cosmopolitismo come incessante conversazione e dell’errore di credere che il relativismo culturale porti alla tolleranza, quando è invece il miglior modo per far scendere il silenzio.

A proposito di 68 e anni a seguire, il reprint è dedicato all’esperienza quasi leggendaria delle 150 ore, con il verbale di una lezione pubblicato su "L’erba voglio” nel 1975.
"Prof: I tuoi avevano terra?
Operaio: Sì, ma mio papa ha fatto fuori tutto, bere casinò, donne...
Prof: Cerchiamo di vedere le cause dell’analfabetismo in meridione.
Gianni: Meridione, meridione, io lo odio, non mi interessa, non ci voglio più tornare. [...]
Francesca: Oggi sono andata a un centro di educazione sessuale, mi ha mandato l’Udi c’era lo psicologo, neurologo...
Operaio: A farti sterilizzare? (tutti ridono)
Francesca: Sono già sterilizzata io! e dicevano faccia faccia l’amore. Ma che amore ma che amore, e chi ne ha più voglia. È finito l’amore.
Operaio: Ma se mi togliete anche quello, sparatemi un colpo!
Un altro: Io faccio una proposta per le donne, per imparare a parlare di politica. Per esempio, una ricerca sui prezzi...”




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