discussioni

UNA CITTÀ n. 230 / 2016 aprile

Intervista a Giovanni Gozzini
realizzata da Barbara Bertoncin

COM'E' STATO POSSIBILE...
Un museo che non nasce dall’idea di un gruppo di storici, ma dall’iniziativa di un sindaco che vorrebbe trasformare un luogo della memoria fascista in un’occasione per ripensare il ventennio; come spiegare a un ragazzo il fenomeno del diffuso consenso senza però giustificarlo? La chiave delle biografie, per far capire come si è compiuto lo scambio tra sicurezza e libertà; l’ambizione di far cambiare idea anche al ragazzino neofascista per ignoranza. Intervista a Giovanni Gozzini.

Giovanni Gozzini insegna Storia contemporanea e Storia del giornalismo alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Siena.

Il dibattito sorto attorno alla nascita di un Museo del fascismo a Predappio ha aperto una discussione anche su come raccontare il fascismo, in particolare ai più giovani.
A mio avviso il dibattito è nato da un equivoco. L’equivoco è quello di pensare che un gruppo di storici si sia messo in testa di voler fare il museo nazionale del fascismo -del fascismo, sottolineo la preposizione-, a Predappio. Non è così. In realtà, all’origine c’è l’iniziativa di un sindaco che vuole trasformare quello che negli anni è stato un luogo del pellegrinaggio, della memorialistica neofascista in qualcosa di diverso, utilizzando tra l’altro un bel manufatto architettonico che è la Casa del fascio locale. Quindi il percorso è stato esattamente l’inverso, dal particolare, dal locale a un progetto che però può assumere una rilevanza e un interesse nazionali, trattandosi della prima esperienza in Italia. Possiamo pensare a questo museo anche come a un’apertura, un battistrada, un rompighiaccio per favorire altre esperienze del genere.
Alcuni hanno avanzato perplessità proprio sul termine museo. Qui secondo me c’è un’idea vecchia, che vede il museo come commemorazione, come luogo in cui si sacramentalizza una memoria, più o meno pubblica, più o meno condivisa. Non è così, già da diversi decenni oramai i musei sono luoghi di documentazione e al contempo luoghi di educazione -uso proprio questo termine- della cittadinanza. Parliamo quindi di luoghi attivi, interattivi, apparentati da un lato con la ricerca scientifica e dall’altro con l’esigenza di divulgazione di quella stessa ricerca.
In questo senso il museo contemporaneo è uno snodo, un luogo che fa da interfaccia con mondi che purtroppo spesso in Italia non riescono a collegarsi. Non abbiamo una tradizione di divulgazione scientifica alta come c’è invece in Francia, in Gran Bretagna.
Va anche chiarito che non è un museo del fascismo, bensì sul fascismo.
Allora qui mi sembra che l’elemento più importante sia la domanda su come si fa a trasmettere, comunicare, raccontare a un ragazzo di oggi l’esperienza di come piano piano, gradualmente, quasi senza accorgersene si scivola dentro una dittatura.
Questa domanda ne contiene un’altra, che sta a monte: che cos’è una dittatura?
Attorno a questo museo sarà importante aprire una discussione collettiva, di tutti gli interessati, che non sono solo gli storici di professione: ci sono gli insegnanti, i semplici cittadini, i testimoni e sopravvissuti del periodo; penso a una comunità che non è propriamente scientifica perché è molto più ampia, ma che è ugualmente interessata a dare un contributo a questa doppia domanda: che cos’è una dittatura e come ci si scivola dentro.
La nostra idea è che per rendere questo itinerario storico, la cosa migliore siano delle biografie, cioè delle storie di persone, individui in carne e ossa, che siano in qualche modo esemplari di come si scivola dentro una dittatura.
Allora, la prima biografia che mi viene in mente è quella di un reduce della Grande guerra, un ex combattente che diventa fascista. Io qui delineo una tipologia, poi bisognerà trovare una persona, un nome, un cognome.
La Grande guerra è la prima esperienza nazionale in cui lo stato ti chiama e ti strappa dal tuo campo in Sicilia, dalla tua officina in Lombardia, e ti porta in questo inferno dove si rischia la vita ogni giorno e dove si apprende la violenza. È anche la prima esperienza di massa. Ora, chi apprende la violenza, nel dopoguerra diventa un disadattato, di qui la genesi di un movimento politico che riproduce la violenza del tempo di guerra anche nel tempo della pace.
Qui c’è tutto un percorso di studi che approda alle ricerche di Emilio Gentile. Gentile è il più deciso nel dire che il fascismo non è un totalitarismo imperfetto, è stato fin dall’inizio un totalitarismo vero, autentico, profondo, proprio per questo nesso con la violenza nella Prima guerra mondiale.
Ci sono alcuni dati poco noti: i morti per violenza politica fatti dai fascisti nel biennio ’20-’21, prima della marcia su Roma, sono quasi quattro volte quelli che fanno le SS, le SA, in Germania nel ’31-’32, cioè nel biennio che precede la nomina di Hitler a cancelliere nel ’33. È chiaro che c’è più di una spiegazione per questo surplus di violenza politica del fascismo rispetto al nazismo: la vicinanza al conflitto, prima di tutto; in secondo luogo, il fatto che il lavoro sporco di riduzione all’impotenza dell’avversario politico i nazisti lo fanno dopo, con l’invenzione dei campi di concentramento, che non ha sostanzialmente riscontro in Italia; il confino fu oggettivamente qualcosa di diverso rispetto ai campi di concentramento.
Questa prima biografia dovrebbe aiutarci a capire l’origine del fascismo attraverso un individuo in carne e ossa. Io sottolineo molto il tema dell’esperienza vissuta. Nel corso dei viaggi che organizziamo ogni due anni col treno della Memoria, ho avuto la dimostrazione che l’esperienza di vita, l’ascolto del testimone, è una chiave fondamentale. Che non può essere assolutamente sostituita dal lavoro di mediazione intellettuale dell’insegnante, dello storico, del ricercatore, che resta indispensabile, ma per i ragazzi l’incontro col testimone è un’altra cosa.
Io immagino un museo che, grazie a tecniche moderne, anche in 3d, riesca a riprodurre la figura di questo reduce della guerra, o comunque a portarne la testimonianza, anche con le immagini dell’epoca, quindi con tutto il corredo poi di uniforme, moschetto, bastone, manganello, il culto dei martiri; tutti questi elementi della coreografia fascista, che poi saranno copiati fedelmente da Hitler, stanno dentro questo percorso di vita.
La seconda biografia esemplare potrebbe essere quella di una casalinga: una donna che ha vissuto di riflesso, o come moglie o come madre, il trauma della guerra, e che poi vive la dittatura rimanendo all’interno della sfera privata, venendo inserita nelle organizzazioni che il regime le costruisce addosso, cucendogliele come un vestito: le figlie della lupa, l’Onmi, l’Opera nazionale maternità e infanzia, le colonie estive.
Ecco come si diventa consensuali passivamente rispetto a un regime che in fondo ti conferma in questo tuo ruolo. Parliamo di donne che perlopiù non hanno una cultura internazionale, non conoscono le suffragette inglesi, che non pensano possa esistere una sfera pubblica nella loro vita. Il fascismo conferma il ruolo di queste madri e casalinghe dicendo: continua a non occuparti di politica, continua a essere un soggetto passivo, noi ti diamo tutti i servizi, per cui i figlioli te li portiamo alle colonie, al mare... In questo secondo percorso l’adesione al fascismo non è un fatto protagonistico, come per il reduce, l’ex combattente, ma è un fatto passivo.
Concentrato però sull’interesse personale, perché da un certo punto di vista queste donne non rinunciano a niente (non avendo appunto avuto mai accesso a una dimensione pubblica, politica) e il fascismo dà dei servizi. Le donne infatti garantiscono una delle basi di consenso del regime. Ed è emblematico che questo consenso vada in crisi, come ci dicono tutte le fonti di polizia, al momento dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, quando cioè si accorgono che quel regime che aveva fornito questa sorta di gabbia d’oro, tra virgolette, non è in grado di proteggere la loro sicurezza. Ecco allora che quando le bombe piovono dal cielo, e la sfera domestica viene messa in pericolo, queste donne accusano Mussolini.
Non avviene come in Germania in cui i bombardamenti rinsaldano l’alleanza tra il popolo tedesco e Hitler, e lo stringono ancora più insieme perché sanno di essere imbarcati sullo stesso naviglio, di dover fare la stessa fine. In Italia avviene esattamente il contrario, e in questo distacco nei confronti del regime, le donne sono in quel momento protagoniste, poi ci sarà la resistenza...
Anni fa organizzammo un seminario di studi nel Mugello, andando proprio a intervistare le donne, le quali iniziavano tutte queste interviste dicendo: "Ma io non ho fatto nulla”, perché la loro idea era che la storia la facessero gli uomini, gli eroi, quindi i partigiani, i tedeschi, ecc., invece poi, facendole parlare, veniva fuori che avevano nascosto i soldati inglesi, che avevano aiutato i partigiani, che gli avevano portato da mangiare in montagna, insomma, che avevano compiuto tanti piccoli e grandi gesti che non segnavano solo un distacco dal regime, ma anche un inedito protagonismo politico.
Una terza biografia che potremmo ipotizzare è quella di un operaio. Non parlo qui degli ordinovisti, ma dell’operaio normale, che non ha una chiara coscienza politica o di classe; un operaio assolutamente qualunque, che vive sotto il regime, che stringe la cinghia, che vede cambiare la vita di fabbrica, perché ad esempio vengono meno i sindacati. Ecco un elemento di una dittatura: non ci sono più i sindacati, c’è una contrazione dei diritti, e anche del tenore di vita. Ci sono i dati sui salari reali e anche sulla disoccupazione. Anche se dai media non traspare, all’epoca c’è una forte disoccupazione e sottoccupazione di massa; già allora esiste un’economia sommersa, al nero, non protetta, non assicurata per la quale è difficile fare delle stime, una tara che ancora oggi ci portiamo dietro. Tieni anche conto che in queste fabbriche c’è un turnover elevatissimo. Il libro di Duccio Bigazzi sull’Alfa Romeo di Milano ci dice che negli anni Venti tre quarti dei lavoratori stanno in fabbrica meno di un anno; ci sono licenziamenti ma anche decisioni autonome degli operai; le vite lavorative sono molto frammentate; la figura del Cipputi, dell’operaio a vita, riguarda una ristretta minoranza. La classe operaia esiste, però non è quel blocco monolitico a cui talvolta si è pensato, è un autobus in cui le persone salgono e scendono. C’è un nucleo duro e tra questi ci sono anche gli operai antifascisti, quelli che sotto il regime si piegano ma mantengono una struttura clandestina. Questo è vero per il Centro Italia e in parte per il Sud, non per il Nord.
Questa tenuta degli antifascisti ritornerà tutta con gli interessi al momento della caduta di Mussolini. La gente riconoscerà l’influenza del Partito Comunista, non tanto per le svolte, Stalin, i fronti popolari, di cui si ha un’eco lontanissima. La gente riconoscerà invece la dignità, l’orgoglio, l’onore di chi non ha mai abdicato alle idee, anche se sono persone umili del popolo. A Firenze uno di questi è Luigino Tagliaferri, un biciclettaio, che perse un occhio a causa delle aggressioni dei fascisti, che lo picchiarono ripetutamente, ma lui non prese mai la tessera del fascio. Secondo me è chiarissimo che il consenso del Pci in queste nostre regioni è dovuto anche a uomini come lui, perché la gente ha visto: "Quell’uomo non si è mai piegato, io voto per lui”, e quindi per il partito che ha rappresentato.
Una quarta biografia dovrebbe avere come protagonista una persona del ceto medio, magari un dipendente pubblico. Parliamo delle categorie che dal fascismo sono state più favorite. Anche qui sarebbe importante far vedere lo scambio tra interessi personali, persone che con il loro stipendio si fanno l’appartamento, il tinello (c’è un bellissimo libro di Mariuccia Salvati sugli status symbol del ceto medio italiano), in cambio della mancanza di libertà. Cosa vuol dire mancanza di libertà? Vuol dire che non puoi leggere i libri che vuoi, che non puoi ascoltare la musica jazz, che non puoi dare il tuo voto, in politica.
Il fascismo si fonda sull’eliminazione di tutte le forme intermedie di vita sociale del popolo, quindi questo ceto medio scambia il proprio benessere con la rinuncia a esercitare diritti politici attivi e passivi. Abbiamo la cancellazione dei partiti, ma anche una contrazione della libertà nelle sfere del consumo, della vita quotidiana. Se si parla di musica, di libri, degli aspetti anche materiali, se si dice a un ragazzo, abituato a girare sempre col suo telefonino e a viaggiare, che tutto questo sotto la dittatura non si fa, credo sia una cosa che lo colpisce, che lo fa pensare.
Infine ci vorrebbe la biografia di un ragazzo, meglio una ragazza, studentessa ebrea che patisce sulla propria pelle questo regime.
E ci dovrà essere almeno un cittadino libico e un cittadino etiope, cioè persone, famiglie, che di nuovo hanno vissuto sulla propria pelle il primo laboratorio di un universo concentrazionario. Noi ce lo siamo dimenticati, ma nel 1930 il maresciallo Graziani, in Libia, deporta centomila persone della Tripolitania, della Cirenaica soprattutto, dall’interno verso la costa; ne muoiono diecimila durante queste marce, famiglie intere; quelli che sopravvivono vengono concentrati in diciannove grandi tendopoli; avvengono esecuzioni capitali, i tassi di mortalità sono elevati. Noi l’abbiamo dimenticato perché c’è un doppio standard: nelle colonie si poteva fare ciò che si voleva.
Ecco, nel museo sul fascismo non può mancare quello che il regime ha fatto in Etiopia, l’uso del gas, ecc.
Ovviamente si possono trovare, pensare ulteriori biografie emblematiche di come, per calcolo, per interesse, per quieto vivere, per tornaconto, si scivola dentro una dittatura.
Ho in mente un bel libro di tanti anni fa di Daniel Goleman, psicologo americano, che si chiamava "Emotional Intelligence”, intelligenza emotiva, quasi un ossimoro. Ecco, io il museo sul fascismo lo vedo come un laboratorio di intelligenza emotiva, dove si possa comprendere attraverso le emozioni.
Il ricorso a queste biografie mi sembra ci possa preservare anche dal pericolo di alimentare un certo mito del fascismo: le colonie, faccetta nera, il cinema dei telefoni bianchi, la stazione di Firenze, i littoriali, il Guf, come dire: in fondo non era poi male questa dittatura. Ecco, mi sembra che se usi la chiave delle biografie esemplari, con la rappresentazione di che cos’era la vita quotidiana sotto una dittatura, viene meno il pericolo di fare un’esaltazione del fascismo.
Come si fa a far capire cos’è stato il consenso, la zona grigia, senza giustificarli? Come si porta un ragazzo a capire che le persone si sono trovate davanti a una scelta, a chiedersi lui stesso: "Cosa avrei fatto io?”.
Secondo me questo museo dovrebbe avere scolpita all’ingresso, diciamo così, la domanda "Cos’avrei fatto io?”. Il fatto è che questa domanda il ragazzo se la pone, non facendogli vedere il luminoso esempio dell’antifascista che va al confino e poi diventa partigiano, perché quello se no diventa un po’ come le vite dei santi. Dovrai fargli vedere, e questo è molto più difficile, i meccanismi di assuefazione alla violenza, alla prepotenza, alla paura che ti fa arretrare e che ti porta a rinchiuderti nella tua sfera privata. "Non si parla di politica”, questo era uno degli slogan del fascismo. Si viveva un’illusione di partecipazione facendo il sabato fascista. E qui va fatto vedere in concreto a uno studente di oggi cosa voleva dire: il sabato non c’era lezione, al ragazzino davi l’uniforme nera dei balilla, un fuciletto di legno e quello faceva le parate come i soldati. Il regime fa leva sugli istinti e però li veicola in una direzione politica molto precisa: quella poi sarà carne da cannone in Etiopia, in Russia, in Grecia...
Da questo punto di vista, il pericolo del giustificazionismo io lo vedo più nel quadro tradizionale. Nell’idea di una minoranza di violenti che prende l’Italia, gli Ixos, come diceva Benedetto Croce, e poi finalmente la maggioranza si rivolta. Non è andata così.
La grande massa della popolazione, per paura prima e poi per vantaggi economici e di altro tipo, per mancanza di un’alternativa organizzata, ha espresso un consenso al fascismo, si è piegata, dando via libera al duce e al suo entourage. È questo il meccanismo che devi far capire. Devi anche far capire che quei meccanismi psicologici sono universali, sono presenti ancora oggi. Per questo è importante vigilare e costruire degli anticorpi.
Perché quella violenza non è stata una cosa di un momento, ha generato poi un regime che su quella violenza ha fatto leva: "Noi abbiamo rischiato la vita in guerra, quindi possiamo parlare. Voi socialisti, pacifisti, neutralisti che in guerra non ci siete andati, la vita non l’avete rischiata e non potete parlare”. Il meccanismo iniziale della guerra e della violenza genera un regime politico che si fonda sull’esclusione. Questo è un altro messaggio che devi trasmettere.
Una dittatura è un regime che esclude delle persone. I regimi politici buoni si vedono per la loro capacità di includere. Ogni riferimento alle vicende di attualità non è casuale, ma volontario. La qualità di un regime si vede dalla sua capacità di accogliere, integrare.
I ragazzi di oggi hanno viaggiato molto più di noi, sono abituati a non conoscere le frontiere, quindi per loro istintivamente ogni chiusura nazionalistica è qualcosa di innaturale. Un museo sul fascismo deve far vedere che quel regime preclude ogni possibilità di apertura al resto del mondo e, anche all’interno della comunità nazionale, esclude, decidendo chi è dentro e chi è fuori.
La sinistra ha perso un’occasione negli anni Sessanta. Quando De Felice ha sviluppato il tema del consenso, c’è stata una reazione d’ordine da parte della storiografia resistenziale. Bobbio ha detto: "Non esiste cultura fascista”, che è una posizione etico-politica, alla Benedetto Croce, ma non è la verità storica. Gli italiani sono stati tutti fascisti a un certo momento, quasi tutti, e poi sono stati quasi tutti antifascisti. Negando, rimuovendo quella memoria. Il concetto di "arco costituzionale” ha come messo tra parentesi l’esperienza fascista e l’esperienza neofascista. Poi i neofascisti ce li siamo ritrovati al governo nel ’94. Com’è stato possibile? Perché avevamo una memoria pubblica nazionale in cui il consenso al fascismo era stato rimosso e il neofascismo era un fenomeno folkloristico di pochi.
In realtà quel neofascismo incarnava dei meccanismi psicologici che sono appunto universali e che secondo me si ritrovano descritti perfettamente nella "personalità autoritaria” di Adorno. Parliamo di un classico della sociologia: 1950, 2000 cittadini californiani intervistati; ebbene, i quattro marker della personalità autoritaria sono il conformismo (le villette a schiera dei sobborghi di Los Angeles, con la bottiglia del latte, il giornale, la cassetta della posta, il barbecue la domenica mattina), per cui tutti sono uguali e se arriva uno diverso scatta una reazione di paura e diffidenza. Quindi la xenofobia, per cui lo straniero, l’outsider, viene guardato con sospetto e diffidenza. Il terzo marker è la proiettività, cioè l’idea che nel mondo esterno (che io non conosco e che non voglio conoscere) c’è un grande complotto organizzato ai miei danni. Il quarto marker è particolarmente significativo perché in California non ci sono ebrei ed è l’antisemitismo.
Su queste paure fanno leva le dittature, ma anche i movimenti populisti, xenofobi. Per questo dicevo che la qualità di un regime politico va giudicata anche sull’inclusività. Con tutte le critiche che si possono fare, gli Usa hanno rappresentato un modello positivo nel ventesimo secolo, sono nazione leader e sono una nazione di immigrati.
È stata posta la questione se il museo sarà antifascista o no.
Io sono molto restio all’uso della categoria "antifascismo”. Secondo me è una categoria politica abbastanza fragile. Nel senso che, come si dimostrò, l’arco costituzionale (che voleva dire l’arco antifascista, cioè la coalizione di tutti i partiti della prima repubblica escluso il Msi), è stato una costruzione politica e culturale artificiosa, perché non esisteva, perché in realtà dentro l’antifascismo c’è tutto e il contrario di tutto.
Io preferisco che ogni movimento politico si definisca per quello che è, per quello che vuole, piuttosto che indossare questa etichetta passepartout. Un museo deve avere, se ci riesce, un prodotto antifascista. Cioè dovrebbe proporre un percorso senza dire "qui entriamo nel luogo dell’antifascismo”, perché il mio scopo è anche di convertire i ragazzi con simpatie fasciste per ignoranza. Anzi, direi che un target dovrebbe essere proprio un ragazzo neofascista. Io voglio convincere lui, perché se acchiappo lui acchiappo tutti.
Insomma, vorrei evitare il meccanismo dell’appartenenza, lo schieramento pregiudiziale. L’obiettivo è che ogni ragazzo ragioni con la propria testa. Allora più lo spiazzo e più gli chiudo la strada, facile, comoda, rassicurante del conformismo e dell’appartenenza al gruppo. Questo lo dico per il neofascista ma lo dico anche per l’antifascista.
Allora io voglio un museo in cui ci vengano tutti e che nessuno si senta respinto dalla richiesta di un’appartenenza pregiudiziale. Io avrò fatto bene il mio mestiere se un ragazzo esce dal museo e dice: "Certo, il fascismo era proprio un regime di merda”. Ma ci deve arrivare. Se lo dico fin dall’inizio, didatticamente sono una schiappa. Perché gli ho richiesto di schierarsi pregiudizialmente invece di fargli fare un percorso con la sua testa.
Un museo dei puri e duri non serve a nessuno, perché loro sono già convinti, il problema è andare a prendere quegli altri. I ragazzi sentono immediatamente quando l’ideologia si sovrappone alla ricostruzione storica, avvertono la richiesta di uno schieramento pregiudiziale e giustamente si ritraggono.
(a cura di Barbara Bertoncin)