discussioni

UNA CITTÀ n. 229 / 2016 marzo

Intervista a Mario Isnenghi
realizzata da Barbara Bertoncin

LUOGHI DELLA MEMORIA
Predappio, un luogo della memoria per nostalgici e devoti del fascismo; la scelta di farne un museo del fascismo si carica di un di più di difficoltà e vien da chiedersi perché proprio lì; la vicenda dei musei del Risorgimento; per quanto sia, un museo è anche un punto sul nostro presente, su chi siamo, quanto può essere rigoroso? Nel volerlo fare a Predappio il rischio di tornare al mussolinismo e quello di contrapposizione da “Arditi del popolo”. Intervista a Mario Isnenghi.

Mario Isnenghi ha insegnato Storia contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Studioso dei conflitti fra le memorie nella storia dell’Italia otto-novecentesca, ha pubblicato fra l’altro: Il mito della Grande guerra, L’Italia in piazza, I luoghi della memoria, La tragedia necessaria. Da Caporetto all’8 settembre, Garibaldi fu ferito, Ritorni di fiamma, Convertirsi alla guerra. Recentemente ha curato Il mio diario di guerra (1915-1917), di Benito Mussolini, Il Mulino, 2015. È presidente dell’Iveser, l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea.

L’idea di far nascere un museo del fascismo nella ex casa del Fascio di Predappio ha suscitato un acceso dibattito che ha visto coinvolti anche gli storici.
Questa discussione mi interessa molto in quanto studioso dei luoghi della memoria, ma anche come storico dell’Italia fascista, e come storico di Mussolini, anche se il mio campo sono gli intellettuali, i libri, i giornali dell’Italia fascista, di ciò che la precede e di ciò che la segue.
Già nella prima metà degli anni Novanta, mentre lavoravo a quelli che poi diventeranno i tre volumi Laterza sui luoghi della memoria, si era posto il problema di Predappio: è un particolarissimo luogo della memoria, ancora attivo e conteso? Lo dobbiamo mettere? E chi lo fa? Non era così semplice. L’ho proposto a Massimo Baioni, storico dei processi generativi dei musei di storia contemporanea, che erano all’inizio i musei del risorgimento: una scelta opportuna trattandosi, anche, di uno storico legato ai luoghi. Naturalmente, data la circostanza, mi sono recato anch’io a Predappio. Appena arrivato mi è capitato quel che sarà capitato a moltissimi altri, cioè di vedersi offrire il sangiovese Mussolini (nel nome del pluralismo e dell’opportunismo nei bar vedevi comunque anche il sangiovese Stalin). Mi sono avviato al cimitero. Una volta entrato, ho visto che un’antica camicia nera, stinta, resa grigia dal tempo, mi puntava per capire "cosa” fossi. Facile intuire che non ero un parente di morti predappiesi. Nella cripta c’era gente. Eravamo nella prima metà degli anni Novanta. Le tombe non potevano non ricordarmi la tomba di Giuseppe Garibaldi, per la verità anche la tomba di Luigi Russo, che probabilmente aveva pensato appunto alla tomba di Garibaldi quando si era fatto fare quel tombone gigantesco e pietroso. Ho cercato una fonte che avevo già utilizzato per l’allora beato Leopoldo, il frate confessore nel frattempo diventato santo: i registri con le firme e i pensieri dei visitatori. In quel caso ero andato al convento che sta proprio qui a Padova e avevo scoperto che ce n’erano circa duecento di registri riempiti con le frasi dei pellegrini. Nella cripta di Mussolini ho visto che c’era un bel librone. Appena c’è stato un momento di requie nell’afflusso, ho guardato le date e mi sono reso conto che c’era voluto appena un mese per riempirne uno. Quindi ci andava un sacco di gente. Non c’è dunque dubbio: Predappio è un luogo della memoria, un luogo della memoria fascista, un luogo della memoria italiana, visto che fa parte dei miei studi il reinserimento del fascismo nella storia dell’Italia. Pertanto non l’ho vista come una cosa altrui, l’ho vista come una cosa mia, nostra, dialetticamente dal punto di vista politico, ma non relegabile verso un altro da me, un altro da noi. Me ne dovevo fare carico. Criticamente, da storico. E così è stato. Punto, a capo.
Ma chi abita a Predappio? Ma chi abita a Forlì? È chiaro che ha dei problemi in più rispetto al fatto che almeno tre volte l’anno, ma in passato di più, accorrono migliaia di italiani che hanno interesse a visitare la tomba di un "santo politico” e della sua famiglia. Verosimilmente fra i pellegrini ci saranno anche dei semplici curiosi, ma è probabile che almeno nelle tre date canoniche più che dei curiosi ci siano nostalgici e devoti. D’altronde il pellegrinaggio politico fa parte integrante della storia dell’Italia fascista: c’erano i pellegrinaggi a Redipuglia, al Vittoriale, ai luoghi della Grande guerra, o al "covo” di via Paolo da Cannobio, la redazione del Popolo d’Italia, e altri.
L’amministrazione comunale di Predappio è sempre stata in mano alle sinistre, nel lungo dopoguerra. Problema: come hanno potuto, come possono oggi, e come potranno domani, gli amministratori di Predappio e dintorni, e gli abitanti, a correlarsi a un luogo della memoria che sta a casa loro? È chiaro che hanno problemi diversi da me o da tutti gli altri nostri concittadini. Questo non si può non capirlo. Ora, se si tratta di restaurare la locale casa del fascio, questo non fa problema, perché spesso sono opere dignitosissime dal punto di vista della storia dell’architettura. Nel ’45 molte di queste case del fascio sono diventate case del popolo, come a suo tempo le case del popolo erano diventate case del fascio; questo fa parte della guerriglia politica. Nelle nostre città, che lo sappiamo o no, ci aggiriamo continuamente fra le macerie di antiche guerriglie politiche, guerre semiologiche in cui gli ex conventi sono stati espropriati dal benemerito Napoleone e sono diventate caserme o scuole, magari intitolandosi a Giordano Bruno o a Paolo Sarpi o a Galileo Galilei, all’interno cioè di una lotta dello stato laico contro la tradizione clericale. Questo è fisiologico.
Naturalmente spetta poi agli storici contribuire alla costruzione di una coscienza pubblica diffusa di questo processo dentro cui molti nostri concittadini si possono aggirare senza averne piena coscienza, così come ci aggiriamo in una nomenclatura viaria che via via perde di significato. Un mucchio di gente certamente si aggira nelle vie Battisti senza sapere chi fosse, confondendolo col cantante o peggio. Questo però non è ancora avvenuto per Mussolini, e mi pare siamo abbastanza lontani. Quindi bisogna fare qualche cosa. E cosa? Su questo è nata la discussione.
Uno dei punti attorno a cui si è mossa la discussione è se si tratterà di un museo o di un centro studi.
Non è lo stesso. Nel corso del dibattito ho avuto l’impressione che la parola "museo” fosse dosata, sostituita o evitata preferendo utilizzare qualche cosa che appaia meno impegnativo, come centro studi o simili. Ora, visto che a Predappio da settant’anni continuano ad arrivare i pellegrini della parte sconfitta dalla storia, mi sembra naturale che gli abitanti del posto che si sono sentiti tendenzialmente dall’altra parte, gli antifascisti rispetto ai fascisti, vogliano fare qualche cosa. Capisco bene che non bastasse e non basti chiudersi in casa e lasciare che passi il 28 ottobre o la data di nascita o di morte di Mussolini. Quindi capisco che si voglia far nascere un centro studi in cui si stimoli la riflessione sul fenomeno fascismo in generale e su Mussolini in particolare, magari collocandolo nell’ex casa del fascio. Qui si tratta di vedere come. Questo vale per qualunque esposizione, ma a maggior ragione quando entrano in questione punti nevralgici della storia collettiva.
La discussione ha riguardato anche l’ipotesi che questo centro studi impiantato nell’ex casa del fascio a Predappio, il luogo di nascita di Mussolini, finisca per diventare un museo del fascismo, dell’Italia fascista. Qui sono giustamente nati una serie di altolà di diversa natura. Veniamo a esplorarne qualcuno. Andare a impiantare il museo nazionale proprio a Predappio significa caricarsi di una serie di retrogusti e di implicazioni di non facile gestione. Perché o tu mescoli e confondi attese ed esigenze diverse, le attese della memoria e le attese della contromemoria, e le attese della Storia e della riflessione scientifica... è una parola! Insomma, proprio nel luogo più difficile, più intriso di memoria di un certo tipo devi andare a porre la riflessione sistematica sulla nostra storia collettiva?
Seconda questione. I soldi. Se i soldi arrivano per fare il museo a Predappio, è legittimo, è realistico pensare che arrivino in parallelo, insieme (o prima, come sarebbe stato logico), per un museo nazionale dell’Italia fascista da collocare a Roma, Milano o altrove? I dubbi sono leciti. È plausibile che vengano collocati a Predappio sì, e altrove invece no? Evidentemente non avrebbe senso dal punto di vista civile, prima che storiografico.
Insomma, avrebbe un senso che ci fosse un centro di riflessione a Predappio, luogo della memoria promiscuo che continua a parlarci in diverse maniere, e però è ben strano che non si sia fatto finora un grande museo sull’Italia fascista e che la questione si ponga ora, difensivamente, in seconda battuta.
Terza considerazione, se il museo finisse proprio a Predappio assisteremmo a un pauroso retrocedere del criterio storiografico che ci ha portato a pensare che il fascismo non fosse solo Mussolini. Eh perbacco! Sarebbe una scelta fuorviante per molti versi. Perché limitativo da un certo punto di vista: è lui che ci ha portato in guerra, è lui che ha fatto le leggi razziste... Ma va là! Bisogna prendere sul serio il fascismo -è curioso che lo debbano dire gli storici antifascisti. Prendere sul serio il fascismo significa reinserirlo nella storia d’Italia: non nasce dal nulla. Solo un antifascismo da ora zero della storiografia può immaginare che nasca dal nulla per volontà, fortuna, abilità di uno o di quattro gatti.
Quindi la storia dell’Italia fascista è la storia di un pezzo d’Italia con le sue matrici, le sue radici, i suoi antagonismi, le sue dialettiche, le sue debolezze, i suoi opportunismi, chi ci crede, chi non ci crede ma finge e fa la parte, con tutte le complessità di un regime autoritario di massa. Mentre invece qui torneremmo al mussolinismo. Eh, no!
Qui le cose si fanno più sottili, complicate, e si rischia di piacere agli uni e dispiacere fortemente agli altri. Individualizzare il potere potrebbe non valere soltanto rispetto a un’interpretazione del passato fascista. Questa individualizzazione del potere -diciamo "l’uomo solo al comando”- potrebbe lisciare il pelo del gatto o di diversi gatti rispetto alla politica di oggi. Ecco un’altra delle ragioni per cui non è bene che sia collocato a Predappio questo "museo dell’Italia novecentesca”. Potremmo infatti definirlo così dal momento che non possiamo sezionare la storia d’Italia e dire che il fascismo incomincia il 28 ottobre del ’22. Naturalmente non è mai finita, le origini le puoi sempre far retrocedere un altro po’.
Lei ha studiato i musei del Risorgimento....
Se pensiamo a quando sono nati i musei del Risorgimento, mi viene naturale pensare che siamo in ritardo rispetto a una tabella di marcia ideale. Come proprio Massimo Baioni ci ha spiegato, in qualche modo i musei del Risorgimento hanno cominciato a nascere con l’esposizione di Torino negli anni Ottanta dell’Ottocento. In quel momento vengono richiesti a tutti i comuni d’Italia documenti, ma anche cimeli, per cui arrivano le camicie rosse, i capelli e la barba di Garibaldi, un po’ di tutto. Finita l’esposizione, che era andata bene, gli organizzatori dicono: "Dobbiamo proprio restituirli? Lasciateceli! Così faremo il museo”. Dopodiché parte la lotta fra i musei di Torino e quello di Milano. Possiamo dire che la stagione dei musei del Risorgimento si apre all’inizio del Novecento. Anche in quel caso si trattava di districare la storia delle memorie, la storia del conflitto delle memorie. Non è che non ci fosse conflitto delle memorie. Il fatto è che un museo non è un libro. Quale che sia il comitato scientifico che può stare dietro, nel pensatoio, un museo comunque è frutto di mediazioni. Un’opera può rimandare a chi la scrive e dentro di lui si attuano tutte le influenze possibili e necessarie, ma poi l’autore firma quel libro e ne assume la responsabilità. Ci saranno altri libri, ci sarà una dialettica di libri. Ma un museo è assai più un’operazione collettiva che avrà accanto a sé un Comune, forse lo Stato, oggi ci sarebbe anche la Regione, la Provincia, nella misura in cui c’è ancora, associazioni culturali, società di storia patria... Allora c’erano patrioti monarchici, patrioti repubblicani, cavouriani, garibaldini e mazziniani, cattaneani, in una geografia diversa da territorio a territorio e che purtroppo ha condotto a scoprire che nel Mezzogiorno non c’erano musei del Risorgimento, perché i complessi rapporti tra liberazione e occupazione si esprimevano anche con il silenzio. O, appunto, con il ritardo nella nascita dei musei del Risorgimento.
Nel recente centocinquantenario abbiamo visto riaffiorare voci borboniche, scarsamente elaborate dal punto di vista storiografico, e tuttavia neanche oggi spente. Fa parte del conflitto delle memorie anche il riemergere di memorie che si consideravano superate: come più a nord ci possono essere gli austriacanti, più a sud ci possono essere i neoborbonici, o comunque gli antipiemontesi, gli antiunitari; antiunitari si può essere anche nel nome dei municipi, delle municipalità, dei neoleghismi. Il 2011 ha fatto vedere che c’è tutto questo, sottopelle.
Quando nasce un museo cosa può fare? Può scandagliare in quel luogo lì, in quel tempo lì, ma quanto in profondità può andare lo scandaglio? Quanto vorranno o sapranno farlo andare quelli che lo pensano, quelli che lo fanno. Dopodiché i documenti verranno scelti in funzione dello scandaglio, ma anche della ricezione del tipo di pubblico che si suppone proprio di un museo, che non è quello di un libro: ci saranno le scolaresche, le maestre, i professori, ci sarà l’educazione del popolo.
I musei del Risorgimento quando nascono devono educare il popolo; i fruitori dei musei storici sono stati prima di tutti gli scolari delle scuole elementari e superiori, coi loro maestri, ai quali bisognava comunicare cosa? Qualcosa che si colloca tra memoria, educazione civica, un senso comune d’epoca e una storiografia che però fa sempre fatica a essere aggiornatissima. Possiamo dire che i compiti e gli obiettivi di un museo hanno a che fare con la storia, ma anche con il conflitto delle memorie e molto con l’educazione civica.
Ora siamo in pieno anniversario da Grande guerra; quando vado in giro, mi accorgo che molti miei ascoltatori vorrebbero che io cantassi le lodi della pace. Io mi sottraggo: "Qui non facciamo educazione civica, tutti preferiamo la pace alla guerra, ma non posso raccontarvi che fossero tutti neutralisti, obiettori di coscienza, o apocalittici, o rivoluzionari. Le cose non sono andate così”.
Ma un museo può proporsi di essere così rigoroso? Ecco le complicazioni del museo. Che ci sarebbero anche a Milano, a Roma. E noi andiamo a mettere il museo proprio a Predappio? Cioè ci andiamo a cercare complicazioni ulteriori rispetto a quelle intrinseche nella costruzione di un museo, che è infine una indiretta messa a punto di quel che siamo noi oggi, quale che sia l’oggi, rispetto a un passato.
Anche i sentimenti e le emozioni fanno parte del rapporto con il passato. La somma di milioni di sentimenti privati non fanno però ancora emozione collettiva e tantomeno rapporto razionale collettivo con il passato.
Perciò è così difficile mettere a fuoco il passato, perché non puoi rinunciare alla memoria -e scopri presto che sono memorie plurali. Ma non puoi neanche rinunziare alla messa a fuoco critica delle memorie e questa è un’operazione di natura storiografica perché si dà anche una storia e una gerarchia delle memorie.
I musei del Risorgimento cos’hanno fatto? In ogni grande stagione del Novecento, questi grandi musei nati per raccontare l’Ottocento risorgimentale hanno aggiunto una o più sale per ospitare un nuovo capitolo della storia. Così, dopo la Prima guerra mondiale hanno aggiunto una o più sale per raccontare la Grande guerra. E subito i fascisti hanno detto: no, ci siamo anche noi, i caduti della rivoluzione sono una naturale prosecuzione dei caduti della Grande guerra. Non era vero, ma molti italiani lo sentivano vero. Per gli antifascisti non era vero, e una volta che il fascismo perde, meno ancora può essere sentito come un criterio storiograficamente adeguato. Ma dal punto di vista invece della messa in mostra dei sentimenti diffusi, quelle sale grandeguerresche prima, nazionalfasciste poi, avevano un senso. Non era un senso rigoroso dal punto di vista storico, ma era un senso plausibile dal punto di vista delle memorie.
Nel 1961, centenario dell’Unità, preparando i riti espositivi, le mostre, riaggiornando il museo di Torino in particolare, salta fuori che ci sono delle casse dell’archivio centrale dello stato che forse si potrebbero aprire. E cosa ci hanno trovato dentro? Le bandiere rosse, le bandiere nere, socialiste, comuniste e anarchiche, le "bandiere predate”, la fiera e cruda parola di guerra era questa. Nel 1932, in occasione del decennale della marcia su Roma, in via Nazionale a Roma era stata allestita una grande mostra mettendo al lavoro i grandi architetti razionalisti dell’epoca, i pittori futuristi, ecc. Ebbene, tra i documenti della storia d’Italia vista dal fascismo al potere c’erano le bandiere portate via alle sinistre negli anni del primo dopoguerra. Una volta che la mostra aveva girato, le bandiere non erano state distrutte ma archiviate, come succede talvolta nei depositi degli archivi, tipo "armadio della vergogna”: ci sono e non ci sono, verrà il momento che potranno venir fuori. Infatti vengono fuori nel 1961. E allora cos’ha fatto l’antifascismo al potere? Ha aggiunto una sala, resistente e partigiana. In coda. È il come va a finire, è la morale della favola, solo che la morale cambia.
Tutto questo va bene dal punto di vista dell’autocoscienza, dell’autonarrazione dei popoli, basta che lo prendiamo per quello che è, memoria e messa in scena della memoria. Non storia.
Ripeto: riuscire a fare storia in un’esposizione pubblica che va al grande pubblico e in particolare ai giovanissimi è difficile perché devi aspettare di farlo a bocce ferme, ma a bocce ferme non lo fai più perché non te ne importa più nulla. Sì, fai il museo degli assiro-babilonesi, ma è un’altra cosa.
Si è detto che l’armistizio ha esonerato l’Italia dal fare pienamente i conti con le proprie responsabilità.
L’armistizio è stato trattato, comunicato e gestito nel modo più grottesco e negativo possibile dalla classe dirigente monarchica e militare. Questo lo sappiamo bene. Le cose avrebbero potuto essere gestite diversamente, ma non è colpa della resistenza antifascista se i generali della monarchia hanno gridato il "tutti a casa”, complicando assai la vita a chi sapeva che quel tutti a casa poteva risolvere i propri problemi individuali e familiari, ma non risolveva certo i problemi collettivi, e anzi, viceversa, gettava la vergogna e il disdoro. Per il cittadino Mario Isnenghi è chiaro che l’Italia dell’8 settembre perde la faccia e la ritrova nella Resistenza. Lo storico Mario Isnenghi aggiunge che la faccia la ritrova anche per il fatto che non tutti i fascisti mollano semplicemente perché il re ha tolto il potere al loro capo. Non si esce da vent’anni di dittatura solo in chiave di farsa. Questo, in larga parte avviene, basti pensare a come si comporta la milizia, grottescamente: l’esercito di partito si squaglia nell’ora del pericolo. Ma uscire dalla dittatura fascista in chiave di farsa non andava bene. È chiaro che uscirne in chiave di tragedia è meno indecente, però è appunto tragico, e sanguinoso. Quindi che la guerra civile ci sia fa parte di uno stato di necessità in cui chi ha voluto o permesso il fascismo ha messo se stesso e gli altri. C’è modo di uscire anche dall’aver creduto nel fascismo, e molti fascisti cambiano idea. Quelli che cambiano idea per davvero si danno da fare nel ’43-’45. Sono gli esami di settembre di un popolo. Molti altri stanno a guardare. È la cosiddetta zona grigia che per decenni la mia generazione era stata abituata a guardare criticamente. Invece da alcuni anni è stata rivalutata. Io non partecipo a questo riflusso e continuo a pensare male della zona grigia. Penso che costituisca un problema reale, a cui guardare con tutto il rispetto e la comprensione del caso perché c’erano milioni di persone, di famiglie il cui problema era sopravvivere; sopravvivere nei bombardamenti, sopravvivere in un regime di doppia occupazione, sopravvivere quando mancava da mangiare. Non ripropongo una visione eroicizzante della storia e della storiografia. Quel che pretendo è che la storia sociale non voglia surclassare e dimenticare la storia politica. La zona grigia resta quello che è; tutta la comprensione e il rispetto umano per chi doveva trovare da mangiare ai propri bambini ma intanto qualcheduno sparava, e doveva sparare. Perché? Perché sì; perché l’8 settembre non poteva chiudere la storia di un popolo; sarebbe stato, diciamolo, indecoroso.
Da alcuni è stata posta la condizione che l’eventuale museo fascista dovrebbe essere antifascista.
Da molti anni negli stadi, quando l’arbitro non concede il rigore, i tifosi non gli gridano più "fascista”. A lungo fascista e antifascista sono stati parte di una terminologia reciproca di carattere esecratorio, che naturalmente corrispondeva a temperature surriscaldate. Non c’entra con la storia, la storiografia, c’entra con la lunga durata delle contrapposizioni politiche. I fatti di luglio del 1960, ma anche vicende del Sessantotto e degli anni Settanta e Ottanta hanno risvegliato, nel campo antifascista, il repertorio e il linguaggio dell’antifascismo dal momento che il Movimento sociale c’era ed era anche un partito in grado di accogliere un bel po’ di voti. Teoricamente la Costituzione non avrebbe permesso l’esistenza di un simile partito; di fatto era così grosso che sarebbe stato un bel problema politico concretizzare il discorso giuridico costituzionale e metterlo fuorilegge. Tant’è vero che nel secondo dopoguerra non mancavano le forze (oltreoceano ma anche all’interno del paese) che casomai avrebbero preferito mettere fuorilegge il Pci e non il Msi. Così stavano realisticamente le cose.
Stando così le cose, si capisce che anche le sinistre antifasciste abbiano infine accettato questo tran tran parlamentare, purché il Msi se ne stesse nelle sue ridotte. Un po’ come a Predappio si accettava che il 28 ottobre e nelle altre due date canoniche arrivassero i pellegrini in camicia nera. Tanto poi se ne andavano e l’amministrazione stava a sinistra. D’altra parte l’Italia aveva inventato il fascismo e il fascismo aveva governato l’Italia per un ventennio. Non è che il 25 aprile avesse spazzato via tutto questo. I giudici, i giornalisti, i militari quelli erano,  per non dire dei capitalisti. Non è che l’epurazione li avesse tolti di mezzo, se non in minima parte, tranne quelli che erano stati fucilati nell’ora della guerra civile.
Detto questo, rispetto all’oggi ciascuno di noi in quanto cittadino può sentire o meno il bisogno di utilizzare il repertorio o il linguaggio dell’antifascismo nei confronti di qualcosa che sente come fascista. Diversi degli studiosi e degli storici coinvolti nel dibattito in corso hanno a che fare con l’Istituto nazionale di storia del movimento di liberazione d’Italia, o con i sessanta e più istituti provinciali, io stesso sono presidente di uno di questi. Il farne parte non ha impedito ad alcuni di loro di pensare che sia possibile concepire un centro studi o anche discorrere delle condizioni di un museo da collocare a Predappio. La discussione,mentre parlo, è aperta e troviamo fior di studiosi da una parte e dall’altra. Questo ci dice che la materia è opinabile e che entrano in gioco criteri di valutazione che hanno a che fare con la storiografia, ma anche con la temperatura mentale, con fatti d’ordine generazionale e anche di ordine personale.
Dal punto di vista di una rappresentazione storiograficamente corretta, per quanto possibile in un museo, io torno a dire che mi sembra assolutamente improprio andarlo a collocare proprio a Predappio. Si caricherebbe indebitamente di una serie di difficoltà aggiuntive che possiamo evitare. Siamo comunque tutti noi, l’Italia, il paese che ha dato la nascita al fascismo e se ne è fatto governare per oltre vent’anni. Tutti siamo comunque parte in causa, non è che Milano o Roma siano anti-Predappio o anti-Forlì, e tuttavia un criterio di opportunità ci porterebbe a scegliere un luogo che certo non sarà mai neutro e però... Milano è la capitale della Resistenza, Roma è la capitale del paese. È abbastanza naturale che quel luogo della memoria organizzata e messa in scena che è un museo venga collocato in un luogo significativo. Mi pare che scegliere Predappio, per le ragioni che abbiamo detto prima, sia proprio andare in cerca di rogne, se posso dir così.
Quindi si faccia a Predappio, con tutti i crismi, quel centro di documentazione che ha motivo di esservi, lo si collochi nella casa del fascio restaurata. Ma andare a porre il museo dell’Italia fascista proprio lì... Diventerebbe il museo degli antifascisti che hanno voluto collocare il museo dell’Italia novecentesca proprio nel luogo dove nacque il capo del fascismo. È una concezione da lotta politica che va ad affermare le proprie scelte politiche con atteggiamento assertivo e rivendicativo proprio in un luogo dove si sa in partenza che risulterà più efficace, ma più efficace perché più in contrasto rispetto a una parte della popolazione e più rivendicativo rispetto a un’altra parte.
Sarebbe un po’ un atteggiamento da Arditi, naturalmente da Arditi del popolo. Neppure gli arditi sono leggibili in forma univoca, perché la violenza non era tutta solo dalla parte del fascismo; abbiamo a lungo regalato gli arditi al fascismo (così come gli abbiamo regalato tutti gli ex combattenti) e invece si erano divisi. Ecco, è di queste divisioni che dobbiamo rendere conto. Si parla tanto di riconciliazione. Bene, riconciliamoci con la verità delle cose, cioè riconciliamoci col conflitto; si aggiunge "mai divisivo”, ma invece è divisivo perché divisa fu la nostra storia.
I musei del Risorgimento che non riescono a fare memoria del Mezzogiorno se non in chiave di briganti sono un’operazione di carattere scolastico-elementare che sarebbe opportuno non ripetere.
A questa distanza di tempo dall’Italia fascista non credo proprio che ci disponiamo a quel tipo di errori, perché siamo ben oltre una visione antifascista così unilaterale. Il rischio è piuttosto quello di annacquare tutto, non riuscendo a cogliere e rappresentare le divisioni.
Io sono arrivato a occuparmi dell’Italia fascista partendo dai miei studi sulla Grande guerra, quindi dall’inizio, ma ancora di più partendo dalla fine, cioè dalla Repubblica Sociale, dal massimo di divisione che si esprime in forma di guerra civile, di spaccatura della popolazione, sul giusto e l’ingiusto, il vero e il non vero, il rosso e il nero, il tricolore interpretato diversamente, con Pisacane sempre lui, con Mazzini sempre lui, ma tutte e due le parti li volevano come antenati e bandiera. Evidentemente li interpretavano diversamente, ma di questo intreccio di riùsi dobbiamo render conto. Certo, render conto di questo con un museo pone problemi di non facile soluzione. Anche perché non si possono fare in parallelo tanti musei, giustapporre ironicamente al museo degli uni il museo degli altri. Per quanto la deontologia museografica inviti a una visione quanto possibile equilibrata, è innegabile che ciò che prende nome di "museo” rechi dentro di sé meccanismi selettivi, scelte interpretative e realizzi alla fin fine una forma di egemonia sui nessi presente-passato. Si può pensare che un museo del Novecento abbia tardato a esserci anche perché una visione egemonica nel secondo dopoguerra, tutto sommato, stentava ad affermarsi?
(a cura di Barbara Bertoncin)