storie

UNA CITTÀ n. 29 / 1994 Gennaio-Febbraio

Intervista a Mirella Karpati
realizzata da Ana Gomez

CHE DIO TI DIA SALUTE E FORTUNA
Intervista a Mirella Karpati.

Certo, il loro primo impatto con l’estraneo è quello di vedere se riescono a giocarlo, a mungerlo in un certo senso, e allora giocano sull’aspetto del poveretto che ha bisogno di questo e di quell’altro. E se uno ci casca è finito, perché sarà sempre un gagio stupido che c’è cascato, quindi tanto vale imbrogliarlo e sfruttarlo, invece bisogna sempre prendere l’atteggiamento di attesa.

Per me non è stato difficile vivere con loro. Ho scoperto che certe mie azioni urtavano la loro sensibilità o le loro regole morali, ma basta accorgersene in tempo e riparare e diventa tutto molto semplice. Io mi sono trovata sempre molto bene. Ero diventata la "maestra" che per loro è una figura importantissima , anche perché, contrariamente ad altri che sono vissuti con loro come ricercatori o studiosi, oppure religiosi che però mantenevano la loro vita a sé, ho sempre avuto un ruolo nell’accampamento: cucinare. Normalmente la vita dell’accampamento si svolge con la partenza delle donne al mattino che vanno in giro o a vendere o a fare la chiromanzia, gli uomini vanno fuori per cercare lavoro, i vecchi e i bambini restano lì. Poi le donne ritornano nel tardo pomeriggio portando il necessario per la cena. Ma per il pranzo rimanevo io e così cucinavo. Ed era anche molto dispendioso perché una cosa è cucinare per se stessi, un’altra cucinare per tutte queste persone. Facevo il gulash o la pasta, davo da mangiare ai vecchi e ai bambini e quindi sono entrata con un ruolo all’interno del gruppo. Poi la sera ero sempre invitata dall’uno e dall’altro, c’è sempre questa disponibilità, nessuno fa mai da mangiare solo per sé, c’è da mangiare per qualsiasi persona arrivi, c’è un continuo scambio. Tanti pensano ad una vita triste, invece non è così. E’ stato buffissimo una volta, vicino a Padova, sono arrivati i Carabinieri per cacciarli e poi mi hanno visto, mi hanno chiesto i documenti e hanno visto che ero assistente all’Università di Padova, mi avevano visto in televisione pochi giorni prima. Sono rimasti allibiti e se ne sono andati senza cacciarli. Ci siamo fatti tante risate, è stata proprio una festa quel giorno. Poi, certo, ci sono i momenti tragici e tristi come succede a tutti, però hanno una grande filosofia nel saper superare anche il disprezzo, contraccambiano con altrettanto disprezzo o con l’inganno: "ti prendo in giro o anche ti derubo visto che tu tieni tanto ai tuoi beni...". Ma più che altro è una gara di astuzia dal loro punto di vista, riuscire a farcela. Ti mettono alla prova diverse volte e allora bisogna prima di tutto prendere un atteggiamento di sospensione. Poi siccome io, ad esempio, sono portata ad ascoltare molto, ad un certo momento si erano persuasi addirittura che leggessi nel pensiero. Ma io ricordavo quello che avevano detto prima...

Adesso non ci vivo più perché vivere in roulotte è troppo faticoso e poi perché quasi tutti i miei amici sono morti. Vado da quelli che ancora ci sono. E’ con la convivenza, con l’esperienza che si cambia tantissimo e si imparano tante cose: per esempio, la loro saggezza, acquisita nell’allenamento a vivere, a sopravvivere in situazioni spesso difficilissime.

Ho conosciuto donne eccezionali, donne con un coraggio incredibile nel riuscire a sopportare tanto, senza perdere mai la dignità. Credo che il loro senso dell’onore sia la cosa più importante. E se vedono che questo onore gli viene reso sarete sempre amici. La Francesca. Tutti gli uomini della sua famiglia erano in carcere per un assassinio per vendetta, fatto da uno dei suoi figli verso un altro che gli aveva portato via la moglie. Il tribunale, però, aveva condannato indiscriminatamente tutti gli uomini maggiorenni a 30 anni di carcere: il marito e 4 figli. Erano rimasti due figli piccoli e le figlie, ma lei è riuscita a mantenere unita la famiglia. Dopo 20 anni sono stati rilasciati, ma per 20 anni lei ha raccolto tutti i nipoti, i figli dei carcerati, li ha allevati tutti. Era come una regina, rispettata da tutti.

Oppure la Mizzi, che andava in giro a vendere pizzi. Li comprava da un grossista in Toscana e poi andava a venderli anche nelle case dei contadini nell’Alto Adige. Una volta mi raccontò che una contadina non voleva aprirle la porta perché era una zingara allora lei le aveva detto: "va bene, io sono ladra perché sono zingara e allora tu che sei tirolese sei una dinamitarda". Questa donna ha allevato figli non suoi perché suo fratello e sua cognata sono stati uccisi dagli ustascia in Istria in modo orrendo. La donna era incinta e l’hanno sventrata, e poi dopo averli appesi entrambi ai ganci di una teleferica, gli hanno sparato e gettato i corpi in una foiba. Il parroco del paese era riuscito a salvare i figli e a darli in affidamento. Lei non ha avuto pace finché non li ha ritrovati. Diceva "questi bambini sono sangue mio e non li lascio ad altri". Così li ha allevati lei, poi quando suo marito è morto ha speso tutto per fargli la tomba, il funerale, ha venduto la campina, è rimasta senza niente ed è morta anche lei. Aveva molto garbo, tutti la conoscevano e l’accoglievano in casa e le offrivano il caffè. Era una donna talmente gentile... Ricordo ancora la prima volta che l’incontrai in mezzo ad un bosco. Venne lì con un vassoio col pizzo sopra e una tazzina di caffè: "permette che mi presenti?".

Poi la Pasqualina, che sta ad Avezzano. Ha 160 nipoti, ha compiuto 80 anni l’anno scorso ed è una donna ancora piena di spirito. Vengono da lei perfino da Roma a farsi predire il futuro o a farsi interpretare i sogni. "Che vuoi? Racconto quattro barzellette tanto per campare...".

Sono donne veramente incredibili, con tutto il peso della famiglia, perché, anche se l’uomo lavora, i soldi che guadagna vanno per le grosse cose, mentre alle spese quotidiane deve sempre pensare la donna. E’ lei che deve andare in giro a chiedere l’elemosina o a vendere o a trafficare in vario modo perché al cibo, al vestiario per i figli e a tutte le cose quotidiane deve pensarci lei. Quindi a parte tutte queste gravidanze, a parte tutto il lavoro, la donna è veramente il perno. Infatti i rom lo dicono: "senza una donna il rom è morto". Anche se la donna ha un ruolo inferiore rispetto all’uomo nella società zingara però è lei il pilastro della famiglia. E adesso che purtroppo gli uomini sono spesso senza lavoro, sempre più il peso cade sulle donne, a meno che gli uomini non si diano alla malavita, che è un rischio sempre più crescente. Le donne hanno l’oro ma dicono: "sì, noi abbiamo molto oro perché tutto il guadagno del marito va investito in oro e perché una donna ornata molto bene dà dignità al marito, ma al momento del bisogno questo oro viene subito venduto. Noi lo portiamo ma è come se non fosse nostro. E’ di tutta la famiglia".

Certo, la donna deve servire, questo è il suo ruolo. Lei non si siede a tavola, mangia dopo quello che avanza, I’uomo è il padrone incontrastato. Poi vengono i figli. Solo quando diventa suocera acquista un certo prestigio perché allora ha al suo servizio le nuore, ma altrimenti no. Io ho conosciuto il nonno di un giovane rom, oggi molto impegnato per i suoi, si chiamava Mulco, veniva dalla Slovenia, e diceva sempre di sua moglie: "io non cambierei la mia Cheda con la donna più bella del mondo perché una che sa parlare ai carabinieri come lei non esiste...". Era orgogliosissimo di questa sua Cheda... Sono fatterelli, ma penso che siano significativi dello spirito di un popolo.

Stando con loro poi si imparano a conoscere le loro regole di comportamento. Le prime volte ad esempio che sono andata con la roulotte ero sola, e questa è una cosa inconcepibile in una società zingara. E allora mi hanno messo in un angolo, fuori dall’accampamento. E alla sera tutti gli uomini sono venuti a farmi le loro offerte perché pensavano che una donna che veniva lì da sola fosse senz’altro una prostituta. Anche se mi conoscevano già, avevano pensato che potessi avere altre intenzioni. Quindi ho imparato che dovevo abitare con qualcuno, un’amica, mio nipote. Dopo per un periodo ho avuto due ragazze zingare che mi erano state affidate dal tribunale perché i loro genitori erano in carcere... L’importante era comunque essere con altre persone. Ho imparato il rispetto dello spazio perché uno ha la propria carovana o roulotte però lo spazio davanti è ancora spazio privato e non si può invaderlo senza rompere le regole del buon comportamento. La prima mattina che sono uscita ho salutato la gente che vedevo in giro e nessuno mi rispondeva e rimasi esterrefatta. E poi, dopo un po’, sono venuti a salutarmi, ma prima uno si faceva la barba, I’altro si lavava... per loro era come se ci fossero state delle pareti, non dovevo vederli mentre svolgevano queste funzioni.

Così una donna non può sedersi accanto agli uomini a meno che non sia vecchia, che non abbia più il rischio delle mestruazioni, quindi di impurità. La donna rende impuro il luogo dove si siede quindi anche I’uomo può diventare impuro e allora viene bandito dal gruppo... Su questo ci sono moltissime regole, soprattutto fra i Kalderash questa mentalità è molto forte. Per esempio ti tocca usare recipienti diversi, per lavare i piatti non puoi mai usare quello in cui ci si lava le mani o quello in cui si lavano i panni... Una volta è venuto un ospite estraneo da me, si è lavato le mani e subito dopo è venuta una donna a dire "guarda che ho visto, quello si è lavato le mani dove lavi i piatti" e allora dovetti buttare via il recipiente, altrimenti nessuno sarebbe più venuto a mangiare da me...

Il primo incontro avvenne a Bolzano nel ’59 ed è stato casuale, con alcune famiglie di rom croati. Mi avevano chiesto se c’era qualcuno per fare un’iniezione e sono andata. E subito sono rimasta colpita dalla grande dignità di queste persone e dalla situazione drammatica in cui vivevano, rifiutati da tutti e soggetti ad ogni sopruso perché non c’era nessuno che prendesse la parola in loro difesa. Il mio primo impulso fu di intervenire, e mi sono battuta molto. Con alcuni amici, fra cui don Bruno Nicolini, mettemmo su un gruppo. Allora tutti i comuni rifiutavano di iscriverli nei registri anagrafici per non dover dare loro il domicilio di soccorso che per i più bisognosi equivaleva all’assistenza sanitaria. Ma essendo a carico dei comuni, questi rifiutavano sistematicamente di iscriverli. E non essere iscritto all’anagrafe significava non avere carta d’identità, patente di guida, non avere nessun documento. Per cui prendevano le multe per guida senza patente, anche se poi, allora, molti avevano ancora i carretti con i cavalli. Così abbiamo cominciato a metterli a posto con la nascita, facendo ricerche soprattutto per quelli che erano dell’ex Venezia Giulia dove, essendo diventata jugoslava, era difficile reperire i certificati. Bisognava scrivere a tutti i parroci per trovare i certificati di battesimo...

Questo è stato il primo impatto e la prima azione. Il secondo fu la scuola. Furono i genitori stessi che mi hanno chiesto di insegnare a leggere e a scrivere ai loro bambini per cui sono andata nelle carovane a insegnare qualcosa. Poi da questo è nata, a Bolzano, un’esperienza di scuola riconosciuta dallo Stato, nel ’63, che poi nel ’65 si è estesa a tutta l’Italia. Io allora lavoravo a Padova, all’Istituto di Pedagogia dell’Università come assistente e fui incaricata della formazione dei maestri, creando una rete di scuole speciali per alunni zingari che dappertutto venivano rifiutati a scuola. Erano tutte pluriclassi con bambini dai 5 ai 16 anni insieme, si trattava di una popolazione mai scolarizzata che prendeva contatto con la scuola. E un po’ alla volta la situazione si è abbastanza normalizzata. Negli anni ’70 le scuole speciali sono andate man mano scomparendo con l’integrazione e il passaggio dei bambini nelle scuole comuni.

Negli anni, da questa idea di agire per loro sono passata alla convinzione che invece bisogna agire con loro, e poi a quella che bisogna lasciare agire loro e restare alle loro spalle, eventualmente per un’azione di supporto, senza mai intervenire al loro posto.

Il trovarsi soli, isolati in mezzo a stranieri è impossibile per uno zingaro perché loro hanno bisogno di un rapporto sociale più vasto. Per esempio a Reggio Calabria quando hanno assegnato loro le case popolari risanando una grande baraccopoli, tanto hanno fatto, scambiando i loro appartamenti con altri assegnatari, che alla fine si sono radunati tutti in tre palazzi, abitati ora esclusivamente da loro. Perché loro hanno altri ritmi di vita, vivono molto la notte, la mattina invece si alzano tardi, di qui anche la difficoltà di portare i bambini a scuola. Poi viene gente a trovarli a tutte le ore del giorno e della notte e naturalmente fanno chiasso e gli altri protesterebbero. Quindi trovarsi isolati in mezzo a stranieri diventa un motivo sia di rottura di un rapporto vitale con la propria società e di isolamento in un ambiente ostile. Ciò che caratterizza le case che gli zingari si costruiscono per sé è un enorme salone dove possono accogliere moltissimi ospiti, non vogliono venir meno al rispetto per tutti i rapporti familiari fino ai più lontani, cui poi si aggiungono, oltre al legame di sangue, i rapporti di padrinato. Il padrino è sacro e bisogna rispettarlo come un parente stretto... Per loro per esempio il telefono è importantissimo, devono essere sempre in comunicazione con tutti, anche fra continenti.

C’è questo bisogno di socializzare sempre, di mantenere i rapporti. L’avvento dell’automobile per esempio ha ridotto moltissimo il nomadismo, perché prima per andare a trovare i parenti, gli amici, per andare ad un funerale, ad un matrimonio, si muovevano le roulotte. Ora si lasciano lì, si parte in auto, poi si torna. Anche perché oggi sono così pochi i posti dove possono fermarsi, che conviene tenerlo occupato...

In 35 anni ho visto tanti cambiamenti. Una volta gli zingari erano molto poveri, vivevano spesso con carri tirati da cavalli ed erano soggetti a tutte le angherie possibili e immaginabili finché non si è cominciato a protestare contro questi soprusi. Poi man mano si sono evoluti ed hanno acquisito questo modello consumistico per cui oggi quello che importa è l’apparire più dell’essere. Mentre una volta per lo zingaro l’importante era quello che si era, oggi è molto importante I’apparire, per cui macchine lussuose, roulotte lussuose, case lussuose; se noi vediamo certe ville dei rom abruzzesi nei dintorni di Roma sono ville incredibili. E’ che loro si guadagnano la vita con l’usura, per esempio. Questa immagine proiettata della società che ormai penetra capillarmente, l’immagine di una società molto ricca, molto potente e forte, la vediamo tutti i giorni alla televisione. Ognuno anche nella più povera roulotte ha la televisione, e i giovani sono sempre più tentati dai guadagni facili, la stessa famiglia si disgrega. Infatti i vecchi sono molto preoccupati, non c’è più il rispetto per gli anziani, i giovani fanno quello che vogliono...

Non è vero che non possano fare lavori fissi. Certo è che lo zingaro ama il lavoro autonomo, perché non gli piace essere agli ordini di qualcuno, perché gli piace organizzare il suo tempo. Questo è vero. Quando ha un lavoro, io posso parlare per i calderai, lavora giorno e notte tutta la famiglia per finirlo, poi finché durano i soldi non si lavora più. Conosco, tuttavia, molti giovani rom abruzzesi che lavorano alla Fiat di Cassino, un po’ alla volta entrano. Però poi c’è la festa di famiglia, c’è il funerale che è la cosa a cui non si può assolutamente mancare perché altrimenti il morto verrà a perseguitarti, ci sono i matrimoni, allora bisogna partire, bisogna andare, a prescindere dal lavoro. Questo è molto forte ed è un concetto che forse avremmo bisogno di recuperare anche noi: che l’uomo è più importante del lavoro. L’attività cui loro tendono oggi è il commercio. I vecchi mercanti di cavalli abruzzesi oggi fanno commercio di automobili. Ma per loro il commercio non è lavoro, è un non lavoro, è l’attività che vorrebbero sempre fare. Perché il commercio è sempre il rapporto con l’altro, è quel gioco d’astuzia che per loro dà il sale alla vita.

Anche per noi ci sono tante maschere, a giocare nei rapporti, è difficile avere rapporti sinceri, ci sono sempre delle remore, immaginiamo che l’altro immagini... Il loro gioco è quello di indovinare... Ricordo che quando insegnavo nelle roulotte, facevo la solita routine di far vedere gli alberi, le foglie, descriverle e così via. Una bimba si è meravigliata che le foglie avessero forme e colori diversi. Ma come, le dico, quando vai per la strada non vedi che cascano, che spuntano. "ah no". "E cosa guardi?". "lo guardo solo la gente, perché guardo se questo è buono quello non è buono, questo mi darebbe qualcosa quello no". Fin da bambini abituati a incontrare e a valutare la gente. E anche l’abilità nella chiromanzia è questo. Loro non sanno niente di linee della mano e altro, studiano le reazioni della gente, ti guardano gli occhi, non la mano. Cominciano a dire "tu hai un pericolo" e vedono se tu reagisci, sta tutto nell’intuizione di come reagisci a quello che loro accennano. E poi viene sempre la risposta consolatoria. La Pasqualina mi diceva: "che vuoi, è una povera figlia, il fidanzato l’ha lasciata, vuoi che le dica che non tornerà più? No..." E’ questa grande capacità di osservazione psicologica dell’altro. Per sapere fino a che punto ci si può spingere...

E’ un mondo affascinante se vi si entra. Molto ricco di rapporti umani. Mentre da noi ci sono tante paratie, riserve mentali, lì no. E poi c’è un fondamentale ottimismo. Diceva Slato: "più di una gallina al giorno non la puoi mangiare, più di un letto non adoperi per dormire, e allora che ti serve avere di più?". Nei loro auguri prima viene la salute, poi la fortuna. E la fortuna è quella di riuscire a farcela nella vita. "Che Dio ti dia salute e fortuna".

Ricordo sempre un padre gesuita, padre Fleury, che durante la guerra, per soccorrere gli ebrei, entrò volontariamente in un campo di concentramento, a Poitiers, in Francia. Era un campo di transito da cui poi venivano deportati nei campi di sterminio. Lì scoprì che c’erano anche zingari con cui non aveva mai avuto rapporti. E fu anche con il loro aiuto che riuscì a salvare molti bambini ebrei, infatti a Gerusalemme, sulla collina degli eroi, c’è anche il suo nome. E raccontava sempre che nascondeva questi bambini nelle baracche degli zingari perché le SS avevano paura, entrandoci, di prendersi qualche morbo, qualche contagio, qualche malattia.

E diceva: "effettivamente quando si entra a contatto con gli zingari si prende una malattia incurabile. La zinganite"...