storie

UNA CITTÀ n. 114 / 2003 Luglio-Agosto

Intervista a Ciro Naturale
realizzata da Barbara Bertoncin

CIRO NON VA DA NESSUNA PARTE
Aver dimostrato che di lì si può venir fuori, e poi restare, per parlare con loro, per far vedere che c’è il linguaggio della parola, non solo quello del corpo. Quei ragazzi che ora fan la fila alle case dove si spacciano le buttiglielle sono dei bocciati, a loro la scuola non ha offerto una seconda possibilità. Il sogno di comprare una casa e metter su famiglia nel disperato Corso Sirena di Barra. Intervista a Ciro Naturale.

Ciro Naturale, laureando in Filosofia all’Università Federico II di Napoli, vive a Barra.

Mi chiamo Ciro Naturale e abito a Barra da quando sono nato. Sono figlio unico di ragazza madre, che lavora come dipendente in una ditta di pulizie.
Sono iscritto all’università, alla Federico II, e sono vicino alla laurea in filosofia. Se me lo avessero detto, non ci avrei mai creduto che uno come me, cresciuto in corso Sirena, senza stimoli culturali di alcun tipo, sarebbe riuscito a portare avanti un percorso di questo tipo; all’inizio sembrava una strada molto lontana da tutto quello che ci circonda, qua a Barra, in questi che mi va di definire luoghi dimenticati. Luoghi e persone dimenticate.
Non ci avrei mai creduto soprattutto perché all’inizio ho avuto dei seri problemi con la scuola; alle superiori mi sentivo un disadattato, ero uno di quelli che lancia sedie, che dice parole, che si fuma le canne nei bagni. Però avevo interesse per lo studio e questo mi ha sempre fatto reggere l’urto con una scuola che tende a sospenderti, a bocciarti, a metterti fuori. Io invece più venivo sospeso e più studiavo, questa era la mia reazione. Ho avuto anche una grande forza di volontà, non mi sono fatto bocciare, mandare a casa; io a scuola ci sono sempre ritornato, perché la passione in me era forte; avevo paura di essere tagliato fuori, di perdere quei pochi riferimenti significativi che avevo; temevo che quel mandarmi a casa potesse significare rimanere a casa per sempre. E poi, nel fare scattare la molla, molto ha contato il fatto di essere il figlio unico di una ragazza madre, che quindi, già di partenza, aveva meno possibilità degli altri. Però da solo non sarei mai riuscito a intraprendere un percorso universitario, e non mi riferisco tanto alla disponibilità economica, perché poi se c’è la passione i soldi per le tasse vengono fuori, i libri te li prestano gli amici o gli altri studenti, quanto agli stimoli culturali necessari, che in famiglia non avevo. Ho avuto la fortuna di incontrare delle persone che hanno creduto in me e mi hanno spinto a studiare, insegnanti che mi si sono avvicinati senza il pregiudizio del mostro, del disadattato, che mi hanno dato fiducia e mi hanno restituito un’autostima che io non credevo di avere: la maestra delle elementari, una professoressa alle superiori, magari regalandomi l’immagine della rosa profumata cresciuta nel giardino selvaggio. Io poi desideravo la fiducia di qualcuno, non volevo deludere quelli che mi avevano guardato senza pregiudizio, accettandomi così com’ero. Ricordo che rimanevo affascinato dai grandi discorsi dei professori di letteratura, sono stati quelli gli stimoli più forti: un professore che crede in quello che fa, che non si spaventa di fronte alle parolacce, che ti mette soggezione a tal punto che tu non riesci più a sputargli in faccia, è un professore che ti incoraggia a studiare.
Poi, ecco, ci sono stati anche altri professori che non mi hanno né stimolato né rispettato, insegnanti che sentivo che non erano a scuola per noi, che magari portavano i bigliettini durante la campagna elettorale, ma che non mi hanno mai dato niente, anzi, sono quelli che si sono presi le sedie in faccia.
I professori di italiano invece li ricordo tutti perché mi sono sempre appassionato alle materie umanistiche, già da bambino infatti leggevo molto. Sentivo che là c’era il calore dei sentimenti, dei valori, là c’erano le emozioni; era quella la cultura che mi interessava, la strada attraverso cui poter fare delle cose. Sentivo di avere un pensiero che poteva andare fuori…

A Barra purtroppo sono pochi quelli che continuano gli studi. Io di solito definisco questi quartieri, il mio in particolare, come quartieri bocciati dalla scuola. Mi trovo spesso ad osservare questi ragazzi che hanno interrotto gli studi: a 18-20 anni stanno tutto il giorno al bar a rompersi la testa; chiusi nel gruppo, nel quartiere, attaccati alla motocicletta o alle scarpe della Nike, e non raggiungono nemmeno la licenza media. Non si interessano al futuro e restano in uno stato di degrado culturale, dove più facilmente si sviluppano modelli sottoculturali, e mi riferisco all’influenza del sistema camorristico, che gode di rispetto e di stima, a quella mentalità che fa sì che questi ragazzi siano attratti dall’illegalità. E’ come se trovassero in questo modello l’unico modo per essere, per esprimere se stessi. E’ come se non volessero niente da nessuno perché nessuno gli ha dato mai niente, anzi, sono state loro tolte fin dall’inizio delle opportunità che non hanno più la speranza di recuperare. E la scuola, che non li segue, non li stimola, ma appunto, li “boccia” e non dà loro una seconda opportunità.
Pensando a Barra, ho spesso l’immagine di un quartiere che è un mondo intero, con un modello di vita non conforme al resto d’Italia, con una cultura a parte e regole a parte, dove si riproducono e riconfermano sempre le stesse dinamiche.
E non è un fatto di soldi. Secondo me questi ragazzi sono attratti da tutto ciò perché in questo modo affermarsi sembra molto più facile. A loro piace dimostrare di essere coraggiosi, di infrangere le leggi e le regole. Ma è la mancanza di cultura che non permette loro di fare la scelta di un mondo più largo. Del resto, anch’io a 13-14 anni pensavo che questo fosse un modo per essere, per affermarsi, per farsi considerare. Tra l’altro questi ragazzi di soldi non ne hanno tanti; ad averli sono solo i figli di Don Rodrigo, del Griso. Tutti gli altri si accontentano di rubare il motorino, di fare la rapina alla coppia. Che poi sono soldi che vengono bruciati in dieci minuti, con tutte le nuove droghe da cui siamo invasi. Ne gira moltissima e questi ragazzi si bruciano il cervello in pochissimo tempo. Li osservo sul marciapiede, farsi con queste nuove sostanze: il cobret, a’ buttigliella, si stanno diffondendo in una maniera incredibile; chi la vende, già alle nove-dieci del mattino si trova la fila davanti alla porta e comincia a fare soldi. Sì, perché tutto questo avviene alla luce del sole, i poliziotti sanno quali sono le case dove si spaccia. Va bene, ragazzi, riempitevi, è questo che vi piace, è questo che dovete avere. Ma io non credo che se lo cerchino; li hanno messi in condizione di cercarselo. Li hanno messi in condizione di consumare il cobret, di fumare hashish, di ingrossare i sistemi camorristici, di andare a fare i furti, rubare i motorini. Non è colpa loro, io non credo più che sia colpa loro. Sono ragazzi “bocciati”, a cui è stata tolta la scuola.
La mia posizione verso di loro adesso è particolare: fino a dieci anni fa ci litigavo, ora invece sento una profonda compassione, perché è stato tolto loro qualcosa che mai più gli verrà restituito. Di nuovo, penso agli insegnanti, alla scuola, che li mette fuori solo perché si esprimono con il corpo e magari lanciano una sedia.
Io comunque non sono uscito da questo mondo, ci sono ancora. E ci voglio essere. Anzi, ora il mio quartiere lo amo anche di più perché mi trovo a viverlo e ad osservarlo da un punto di vista molto diverso. Ne sono uscito in senso culturale, diciamo così, perché mi sono emancipato, attraverso un percorso che mi ha portato lontano da questa mentalità; ora affermo me stesso in altri modi, con la parola, non più con il corpo o con le mani, con il furto, con la rapina o fumandomi le canne tutte le sere al bar o magari tirando la cocaina. Affermo me stesso all’università, con il lavoro che faccio, quando parlo con loro. Ma mi sento isolato, disadattato, perché vedo molti errori, sia da parte delle istituzioni, sia da parte della Pubblica Sicurezza, sia da parte di certi personaggi in giacca e cravatta, quelli che io chiamo “dell’edilizia alta”, che si vedono in giro ogni tanto; chi milita nei Verdi, chi nei gialli, chi nei rossi, ma in realtà sono molto lontani dalla realtà del nostro quartiere. Non ci sono consiglieri circoscrizionali di Corso Sirena. Corso Sirena non ha voce, non ha gente che studia, che può dire forte su un giornale, su un foglio di quartiere i problemi che abbiamo, gli ascensori sempre rotti, l’acqua che arriva dappertutto. Qua siamo pieni di droga, di armi, ma corso Sirena, Via Mastelloni, il bronx di San Giovanni non hanno voce.
Io li conosco tutti questi ragazzi, sono miei amici, e mi fermo spesso a parlare con loro, in dialetto. Loro mi osservano: mi trovano, di sera, ad attaccare manifesti per la pace, a diffondere volantini; io li invito alle manifestazioni contro la guerra, a quelle per il quartiere e loro ascoltano, mi tengono come punto di riferimento quando vogliono parlare di questioni che sentono l’esigenza di capire: “Ma che è ’sta guerra, ma è giusta? Ma tu fai parte dei no global, tu fai questo, tu fai quello?”. Con me si aprono alla discussione e capisco che effettivamente a scuola nessuno gli ha dato la possibilità di parlare della vita. Con me sono sempre molto gentili, anzi nei loro sguardi leggo ammirazione, rispetto, e non perché io sia una testa dura, un coraggioso. Certo, conservo questi tratti, perché se si è cresciuti in questi posti, non si può abbandonare il proprio modo di essere; dimostro sempre di essere quello con cui ci non ci si può permettere di sfottere, però affermo tutto ciò con la parola, con il dialogo. D’altronde il mio esempio conta molto per loro, io sono la prova vivente che si può uscire da questo mondo.

Sono cresciuto in una classica famiglia allargata, di condizioni culturali basse. L’infanzia l’ho trascorsa nella casa dov’è cresciuta mia madre, la casa dei nonni, insieme a loro e ai miei zii. Eravamo parecchi, mia madre aveva nove fratelli e la casa era molto stretta. Ancora adesso è molto piccola e ci viviamo solo io e mia madre, che non si è mai sposata.
Mio nonno, in particolare, è stato per me un riferimento importante; era una persona molto onesta, che portava avanti la baracca e lavorava per tutti. Diceva che ero la sua consolazione, e l’immagine più bella che ho di lui è il ricordo di quando veniva a scuola a parlare con la mia maestra e davanti a lei tirava fuori le lacrime. Quelle lacrime non le potrò mai dimenticare. Quando parlava dei suoi figli -che in maggioranza erano femmine- si lamentava di tutti e poi diceva: “Ecco, lui è la mia soddisfazione, lui è l’unico che va bene a scuola, che è intelligente”. Lui mi stimolava anche a leggere. Alle cinque e mezza tornava a casa dal lavoro -lavorava in una pelletteria a Gianturco- e portava con sé una borsa di documenti, con le formule per la concia delle pelli. E per me l’appuntamento tutte le sere era fisso: prima che lui scendesse dalla macchina, dovevo pigliare la borsa e portarla in casa. E lui mi ricambiava con qualche spicciolo; cominciammo con le duecento lire, mi pare, e poi arrivammo a cinquecento. Morì per un infarto quando io avevo quasi dieci anni.
Con gli anni, la famiglia si è un po’ divisa, le sorelle e i fratelli di mia madre si sono sposati; in seguito è morta anche la nonna. Alla fine in questa casa siamo rimasti solo io e mia madre. Lei ha sempre lavorato, da che mi ricordo, e l’immagine che ho di lei è quando tornava a casa dal lavoro e mi portava i baci Perugina. Era il regalino che aspettavo ogni sera, la bella cosa si chiamava. Alla morte di mio nonno, si fece carico di me una sua sorella, cioè una zia di secondo grado, perché mia madre doveva lavorare. Abitava nella porta a fianco e mi ha cresciuto, rimanendo anch’essa un riferimento molto forte in senso materno. Lei ha sempre sostenuto che era stato il nonno ad affidarmi a lei, dicendole: “Non pensare agli altri dieci, pensa a Ciro, pensa solo a lui”.

Ho sempre desiderato iscrivermi alle superiori, forse per un’esigenza di riscatto. Avevo pensato all’istituto alberghiero di Posillipo, ma poi sorsero problemi burocratici e dovetti ripiegare sull’Itis. Non volevo comunque rimanere fuori perché nella scuola avevo trovato qualcosa che andava oltre, che portava a pensare. Ricordo che in quel periodo mi colpivano le frasi che trovano sui muri delle stazioni, “non è forte chi non cade mai, ma chi cade e riesce ad alzarsi”, “se ti impongono di morire alzati e muori correndo”, ecc. Me le scrivevo tutte e poi le trascrivevo alla lavagna. Alle superiori, comunque, ero uno di quelli che riescono ad andare avanti, a non farsi bocciare, finché al quinto anno non scoppiò un litigio con un assistente di tecnologia. Fu lì che incontrai Carla Melazzini. Lei si avvicinò e subito mi chiese perché lo avessi fatto. Io non mi fidavo e mi chiedevo: “Chi è questa che si avvicina?”. Di solito infatti gli insegnanti non si avvicinano a uno che ha picchiato qualcuno. Mi trasmise subito un senso di tranquillità, di serenità, mi fece capire che potevo dire le mie ragioni, essere ascoltato, spiegare che non ero stato io ad aggredirlo, ma che quest’uomo, questo assistente aveva fatto di tutto per provocarmi. E da quell’incontro nacque il rapporto con la professoressa Carla, che è stata molto importante per la mia vita; mi ha molto stimolato nello studio, per l’esame di maturità e in seguito, durante l’università. Ricordo che pochi mesi dopo l’avvenimento, lei mi chiese di rilasciare un’intervista a Una Città ma io non mi fidavo, pensavo: “Questa l’ha mandata il preside perché vuole sapere che faccio, se fumo le canne nel bagno…”.
Con la maturità ero riuscito a raggiungere un primo traguardo, e ne ero molto contento. Fuori dalla scuola, nel quartiere, vivevo una vita tutta fatta di droga, di polizia, di killer, di vicini di casa, persone che incontri fuori dalla porta, terribili sotto il profilo di come conducono la loro vita, di amici che si bruciano, ma poi a scuola trovavo uno spazio nuovo, dove potevo essere interrogato, usare la parola. Certo, insieme alla parola usavo ancora il corpo, le mani, però poi questa ha prevalso.
Tremavo all’esame, ricordo che il professore di letteratura mi teneva con la mano. Tremavo per esporre le cose, perché le sapevo... Poi mi capitò uno stronzo che mentre parlavo dell’aderenza delle cinghie sulle ruote, mi chiese: “Che cos’è l’interferenza?”. Io dissi: “Scusi che cosa c’entra l’interferenza? E là mi persi. E ricordo che là terminò il mio esame. Poi però un altro professore della commissione mi disse: “Questa è l’interferenza, quando uno ti interrompe”. Insomma, fu bello ugualmente.
L’esame delle medie invece era stato diverso, mi ero ritrovato davanti a sette-otto insegnanti che non volevano sentire niente da me; per loro potevo anche sostenerlo senza dire o fare assolutamente niente. Io alle medie venivo sospeso sette-otto volte ogni anno, per cui volevano sbarazzarsi di me. Mi sentivo talmente umiliato, talmente offeso… Perché un conto è il mio disadattamento, il mio comportamento, che ha comunque dei motivi, e un altro è dire che non sono intelligente, che non sono capace di sostenere esami. “Naturale può andare, Naturale può andare”. Io dissi: “No, ferma un attimo, io ho studiato, ho imparato i dialoghi di francese, ho studiato geografia -ricordo che avevo portato l’Argentina perché era il paese di Maradona- ho studiato matematica…”. E pretesi di spiegare quello che sapevo, facendoli meravigliare. Ecco, era scattata la molla, il riscatto: “Io non sono scemo, io non sono…”. Ancora adesso quando ci ripenso mi emoziono. Mi sentivo cacciato fuori: “Naturale può andare”. “Naturale non va da nessuna parte. Io ho studiato e voglio fare l’esame come gli altri”.
Ora all’università è tutto diverso, molto più bello. Non ho più litigato con nessun insegnante, non ho più un comportamento che non sia conciliabile con la classe, non c’è più il professore che mi è antipatico, che mi mette il due. Non c’è più chi non mi vuole interrogare nonostante io mi sia offerto. E poi, i primi anni, pensare di prendere il tram, raggiungere l’università, sentire i professori che parlavano di cose, io direi così grandi e così piccole insieme. E mi dicevo: “Guarda, questo professore viene dal Brasile per fare una conferenza, e io mi trovo qui ad ascoltarlo parlare delle società meticce e vengo da corso Sirena…”. Il fatto di poter ascoltare delle persone così importanti era una cosa che mi dava la sensazione di stare nella sede giusta, nel posto giusto, e di averne tutti gli strumenti. Ecco, sentivo di essere molto fortunato. Dal corso Sirena mi trovavo in un’aula universitaria, l’aula più grande, a sentire questi bei discorsi che mi affascinavano. E ancora oggi seguo dei corsi che mi interessano, mi affascinano. Che bella possibilità che ho! Com’è bello! Persone che incontri, amici che conosci…

Alle superiori c’erano i compagni con i quali ero più affiatato, che in prevalenza venivano anch’essi da Barra. Da loro sentivo di essere accettato; sentivo che condividevano il mio dolore, il mio essere un po’ più sfortunato. Perché, in fondo, con il corpo si manifesta la sofferenza, il dolore di essere più rovinato degli altri. Ma percepivano anche la mia carica, la mia forza A loro facevo leggere qualche poesia che scrivevo, qualche frase che copiavo sulle stazioni, facevo quello che sapeva bene la storia, quello che spiegava la letteratura… E con loro ancora oggi siamo amici, perché si sente la forza del legame sincero che ci unisce.
Poi c’erano altri compagni appartenenti all’ “alta edilizia”, ragazzi più seguiti, con pochi problemi materiali. Ecco, da quelli mi sentivo meno accettato. E con loro mi sforzavo, ci tenevo a dimostrare che non ero violento, cattivo, che amavo studiare, che sapevo stare bene con loro, anzi che mi piaceva stare con loro. Ma questi hanno sempre tenuto le distanze. E ancora oggi quelli dell’edilizia alta, che poi si sono incanalati nelle carriere e sono diventati professori, consiglieri circoscrizionali, continuano a tenerti fuori, a mantenere le distanze, ad avere pregiudizi.
A volte vengono nei nostri palazzi però si sente quella distanza… Ma io non faccio parte dell’edilizia alta, faccio parte di quelli che vivono nei presepi. Se avrete il piacere di venire a Barra, vi farò vedere come sono fatti i nostri presepi. Sono palazzi ottocenteschi dove a cambiare sono solo gli inquilini; si rinnovano famiglie di miseria, famiglie di povertà, famiglie di ragazzi senza scuola. Cambia la gente, cambiano i volti, ma non le storie, non i problemi.
C’è un cantante napoletano che in dialetto dice: “Andate via da ’sti quartieri, da chista scola, non trase manco ’o sole”. Ecco, io sono uno di quelli che vuole portare il sole in questi palazzi, la scuola in queste famiglie. E ho molta rabbia per questa scuola che boccia questi ragazzi, che non si apre a loro, per le istituzioni che non si occupano degli esclusi.
A volte mi chiedo se qualcuno abbia investito su di me. No, io ho sempre sentito di essermi autoinvestito da solo. Mia madre stessa non mi ha mai spinto allo studio, perché anche lei era presa dai suoi problemi. Però credo che per me questa autoinvestitura abbia significato dare voce a chi non ce l’ha, a chi non sa parlare di sé. Perché in questi luoghi si soffre e non si sa parlare della propria sofferenza. In questi luoghi si viene fottuti da chi gestisce i quartieri, e non mi riferisco solo ai sistemi camorristici. Perché, parliamoci chiaro, questi sistemi vengono legittimati ad esistere, a prendere piede. E’ con le pubbliche istituzioni che vorrei parlare dei ragazzi ai quali nessuno dà la possibilità di andare a scuola. Perché penso che solo la scuola è “la chiave dell’acqua”, solo la scuola può far emergere il Sebeto, il fiume sotterraneo di Barra. Vorrei ragionare con le pubbliche istituzioni sul perché vengono bocciati questi ragazzi che fanno le rapine, sul perché si pretende che la scuola sia solo la storia e la geografia. Questi ragazzi, prima di ragionare sulla storia e sulla geografia, hanno bisogno di ragionare su di loro, sulla loro vita. Ma per questo nella scuola non c’è spazio.
A scuola non imparano a litigare, se lo fai vieni messo fuori, invece a scuola si dovrebbe imparare anche a fare questo.
Io voglio far parte di questo movimento di idee, che si occupa di chi non ha mai avuto niente, di chi si riduce a vendere le tute o l’hashish, con quel tipo di assistenza che fa comodo a chi non ci ha mai assistito. E allora dieci anni fa me la pigliavo con i camorristi, che fungono da calamita e diffondono questa cultura del rispetto, ora invece dico: “Ma chi permette a questi di fare da calamita? Chi permette a questi di essere i benefattori del posto?”.
Resta il fatto che questi sistemi camorristici hanno una grande intelligenza e vanno a inventarsi sempre cose nuove per guadagnare, una volta è la mozzarella, una volta sono i gelati dell’Algida, una volta corrompono la Sammontana o la fabbrichetta delle buste, una volta tirano fuori la storia dei videogiochi che gli fa fare soldi a palate; fino a che vengono tutti arrestati e arriva il clan del quartiere a fianco... Cambiano i sistemi camorristici, cambia la loro sede, un clan viene distrutto nel mio palazzo e ne nasce un altro nel palazzo a cento metri, ecco quello che cambia. Perché queste famiglie hanno una durata di quattro-cinque anni, alla fine vengono arrestate, ma poi si rigenerano, come i tumori.
Da parte delle istituzioni ci sono solo invasioni di polizia, arresti, processi, ma chi permette che queste droghe invadano i nostri quartieri? Io non credo che i camorristi abbiano l’intelligenza di inventare nuove droghe.
Credo invece che un maggiore controllo sullo spaccio potrebbe essere efficace. Ma a loro invece sembra vada bene così: gonfiatevi con l’hashish, riempitevi la testa di cobret, fumatevi la bottiglina, che prima o poi sarete arrestati, prima o poi ci penserà la Corte d’Assise, prima o poi ci penserà Poggioreale, prima o poi farete del male a qualcuno, e quindi… Sono più contenti di incontrarli nel reato, alla fine, piuttosto che all’inizio. Pure io ho passato la mia adolescenza a fumarmi le canne di sera al bar; ora però non ci sono più solo le canne, c’è il cobret, cioè l’eroina fumata, c’è ’a buttigliella. I ragazzi dicono che è cocaina pura, ma non è vero, è un’altra droga inventata da chissà chi, e basta andare a San Sebastiano e già non esiste più. Esiste solo nel nostro quartiere, esiste a San Giovanni, a Ponticelli…
Da sei anni mi impegno in una struttura che si occupa di minori a rischio, e che qualche tempo fa si è costituita in associazione, Crescere Insieme. I primi anni non ho guadagnato niente; ora da tre anni sono un co.co.co e guadagno 500 euro al mese. Io li chiamo i cocomeri, perché siamo dei cocomeri dal punto di vista dell’inquadramento istituzionale; siamo senza diritti, senza malattia.
D’altronde questi 500 euro al mese mi servono per non dipendere più dalla mamma. Infatti ora finalmente posso comprarmi i libri che mi interessano o i manuali di storia o di filosofia per gli esami universitari. Ogni mese spendo qualcosa come centomila lire di libri, e poi magari le scarpe sono rotte…
Sin dall’inizio il mio compito era, la mattina, fare l’accoglienza scolastica ai bambini. E ancora adesso provo una grande gioia quando mi accerto che tutti bambini siano entrati a scuola, provo gioia nel seguirli, nel cercare di capire perché fanno delle assenze, presentarmi al terzo giorno e chiedergli: “Perché non stai venendo? Lascia stare il papà che si fa”; “Papà lascia stare tuo figlio, non farti vedere da lui: lui è a scuola, tu vai dove vuoi…”.
Perché questi ragazzi hanno genitori troppo presi dai loro guai, dalle loro sofferenze, dai loro problemi; genitori che non pensano ai figli per strada. D’altronde io stesso non ho mai avuto il piacere di vedere mia madre a scuola, anche solo per ritirare la pagella. Ricordo in particolare che quando c’erano le sospensioni di massa, dell’intera classe, tutti tornavano a scuola accompagnati da mamma e papà, preoccupati per che cosa avesse combinato il loro figlio; io invece a scuola mi presentavo da solo. E ho sudato perché un professore infine capisse: “Ciro viene da solo”; non pretendeva più di vedere i miei genitori, non guardava più la firma falsa nel libretto delle assenze: “Questo Ciro si firma da solo il libretto”.
Ora stiamo provvedendo ad allargare la nostra attività anche ad altri ambiti, ad altri contesti, stiamo facendo formazione per le mamme. E a queste mamme, a queste signore che hanno molti guai, sono disoccupate o fanno i lavori socialmente utili, oppure hanno il marito carcerato, leggo Il piccolo principe, o altre storie per aiutarle a dimenticare i problemi. Il piccolo principe dice: “E’ tutto molto piccolo dalle mie parti”; invece io dico: è tutto molto grande dalle mie parti, perché anche la cosa più piccola ti dice qualcosa di molto più grande.
Però 500 euro sono pochi per realizzare i miei sogni, i miei progetti. Sono fidanzato con Melissa da nove anni -lei faceva ancora la quarta magistrale quando mi sono innamorato- le voglio molto bene e vorrei sposarmi. Ma purtroppo vedo ben poche possibilità; guadagno troppo poco e inoltre sono anche precario. Con questi progetti non ho un futuro sicuro.
Anche lei è stata un po’ sfortunata. L’ho spinta verso l’università, perché come gli altri hanno fatto con me, così faccio io con gli altri, ma lei ha retto solo due anni poi non ce l’ha più fatta perché ha una situazione familiare difficile. Il padre è in galera; è una brava persona che non ha mai avuto rapporti loschi, ma è stato coinvolto in un conflitto d’onore tra due famiglie ed è stato latitante per diversi anni; la mamma invece gestisce un negozio di abbigliamento e Melissa viene assorbita sia dal lavoro in negozio, sia dalla cura della casa e dei fratelli -anche lei ha una famiglia numerosa, sono sette fratelli, alcuni anche piccoli. Quando ha abbandonato l’università io ho provato una profonda tristezza; ora dice che riprenderà quando ci sposeremo.
I miei sogni? Voglio sposarmi, voglio una famiglia mia. Non ho mai avuto un padre e lo voglio essere. Può darsi che sarò un padre originale, non avendolo mai avuto. E poi, dopo nove anni di fidanzamento non ho più voglia di stare a fare discussioni con la mamma di Melissa per poter uscire con lei; la madre infatti ha una mentalità un po’ all’antica, tant’è vero che i primi anni di fidanzamento quando uscivamo dovevamo portarci dietro il fratellino. Va bene, per amore di Melissa ci si porta anche il fratellino, però adesso vorrei proprio una casa mia.
Il rapporto con suo padre è molto intenso, lui ha fatto il latitante per tre o quattro anni in casa sua, e io ho condiviso i suoi dolori, le sue amarezze. Era un uomo che soffriva e gli ho fatto compagnia, ho giocato a carte con lui, gli ho procurato qualcosa come 50 lavatrici in tre anni, per tenerlo impegnato, gli ho fatto aggiustare due o tre motorini di quelli che compravo e perdevo con la Polizia perché non avevo l’assicurazione.
Ora la pazzaria è questa: mi è stata fatta la proposta di acquistare una casa dove andare ad abitare; la cosa bella è che si trova proprio nel corso Sirena, in un palazzo a fianco al mio, però a un piano superiore. Io sono innamorato di corso Sirena, non voglio andare via da Barra, non sono come i miei amici che dicono: “Qua è tutto schifoso, dobbiamo andarcene”. Ma perché? Io qua mi voglio affermare, qua voglio lavorare, per questi ragazzi. In fondo è qui che mi sono formato, dove ho avuto quelle frustrazioni che mi hanno portato a studiare. E allora è qui che vorrei -e potrei- restituire tutto quello che ho imparato. Ho il desiderio di cambiare le cose, di incidere, di restituire a questi posti qualcosa che a me nessuno ha dato.
Ma questa casa costa centodieci milioni. E come li metto assieme io questi centodieci milioni? Allora finirà che farò un mutuo o qualcosa del genere, pure non avendone la possibilità. Andrò a fare i mercati la domenica mattina, a vendere le cianfrusaglie, perché mi devo realizzare anche rispetto a questo. La cosa che desidero più di tutte, che devo realizzare a ogni costo, è andarmene dal basso; mi va stretto, troppo stretto. Ma non desidero andar via da Corso Sirena, da Barra, non aspiro ad andare a Milano, Pavia o Modena. No, è qua che voglio stare. Però desidero una casa a un piano superiore, dove poter osservare dall’alto questi luoghi, questa gente, dove poter pensare e riflettere da un punto di vista più alto. Perché poi riesco a calarmi, a stare con loro; a stare con tutti, con i peggiori, con i camorristi, perché non perderò mai più la mia posizione.
Insomma non posso più vivere in un basso: la situazione è troppo precaria, lo spazio è poco, non ho un luogo fisico dove studiare, col vicino sempre in casa, il parente che entra senza avvisarti... Non c’entrano manco più i libri, le riviste, che aumentano sempre; la mia scrivania è quasi per strada, la gente che non lo sa apre la porta e se la trova davanti, e se la porta è aperta, tutti possono vedermi mentre sto studiando.
I libri, il computer, sono praticamente in strada. Cioè, ti sposti di un metro e sei in mezzo alla via. Quindi una casa la devo avere, la pazzaria è proprio questa. Ma il mio sogno è di rimanere qua. Poco tempo fa ho visto I cento passi, il film su Peppino Impastato, e ho pianto come un bambino nel vedere l’amore per i posti dove era nato; mi dicevo: “Pure io ce l’ho questo amore, pure io ce l’ho questa passione”. Sono queste le nuove idee che mi prendono: riuscire a realizzarmi qua e a dare a chi non ha mai avuto. Perché andare altrove? Perché lasciare la mia comunità, il mio luogo i miei spazi? Ma è tutto molto difficile.