in memoria

UNA CITTÀ n. 194 / 2012 Maggio

Intervista a Pierangelo Schiera
realizzata da Gianni Saporetti

L'UOMO GIUSTO
Il 16 aprile del 1988 viene assassinato dalle Brigate rosse, a Forlì, Roberto Ruffilli, sconosciuto ai più, anche nella sua città, ma quanto mai importante consigliere costituzionale della Dc; il suo progetto per coniugare stabilità di governo e pluralismo sociale all’insegna del cittadino-arbitro. Intervista a Pierangelo Schiera.

Pierangelo Schiera, docente di storia delle dottrine politiche, ha insegnato presso la Facoltà di Scienze politiche di Bologna e di Sociologia a Trento. è professore emerito dell’Università di Trento e professore onorario alla Humboldt-Universität di Berlino. è presidente della Fondazione Roberto Ruffilli. L’intervista, realizzata nella sede della Fondazione Ruffilli, che è l’appartamento in cui Ruffilli visse e morì, è stata pubblicata, in forma ridotta, nel mensile "Questa città”, edizione locale, di Forlì, di "Una città”.

Lei è stato amico fraterno di Roberto Ruffilli...
Lo conoscevo fin da quando avevo iniziato a lavorare in Università. Sia io che lui, infatti, e pure mia moglie, allora amica di entrambi, eravamo stati allievi di Gianfranco Miglio alla Cattolica di Milano. Roberto era più vecchio di me di cinque o sei anni, io sono arrivato lì dopo di lui, appena laureato in Giurisprudenza. Roberto invece si era laureato in Scienze politiche proprio con Miglio. Io conoscevo il professore da prima, ed era stato lui a consigliarmi Giurisprudenza invece di Scienze politiche, per poi "prelevarmi”. Allora era più facile, per i giovani bravi: mi sono laureato a settembre e a ottobre lavoravo già, con una bella borsa di studio, nella Fisa, la "Fondazione italiana per la storia amministrativa” fondata da Miglio. Devo dire che era tutto fantastico...
Quando sono arrivato, giovane e prepotente, Roberto lavorava già da qualche tempo in un altro istituto che si chiamava, e si chiama ancora, Isap, "Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica”, fondato anch’esso da Miglio qualche anno prima insieme con Feliciano Benvenuti, che era un grandissimo professore di diritto amministrativo; un veneto, di formazione cattolica; certamente si può dire che lui e Massimo Severo Giannini, che era invece laico, siano stati i due più grandi amministrativisti italiani. Ora, teniamo presente che il diritto amministrativo è importantissimo, anche in Italia: fondato da Vittorio Emanuele Orlando alla fine dell’Ottocento, con una serie di scuole dà vita a una genealogia molto ricca e interessante, anche perché, all’interno di questo sviluppo, c’è pure il fascismo.
Ecco, qual è l’importanza di Benvenuti? è quella di aver sempre cercato di trasformare la concezione del diritto amministrativo vigente in Italia, quello di impronta francese, autoritaria e centralistica, che regola l’azione dell’autorità secondo il principio della puissance publique, con i soggetti che non possono fare altro che subirla. Benvenuti credeva nella necessità, e nella possibilità, di concepire l’attività amministrativa come proveniente anche dal basso, in modo che gli stessi soggetti, i cittadini, potessero essere attori dell’azione amministrativa e concorrere alla formazione dell’atto amministrativo, cessando di esserne solo i destinatari mediante concessione. Si chiama non a caso "concessione”, "si concede”, le antiche costituzioni che venivano "concesse”: parola tremenda...
Prima, a proposito di Benvenuti, non ho detto a caso "di formazione cattolica”: come accade spesso nel campo del diritto i riformatori sono i cattolici, perché non essendo laicisti e non credendo nella puissance dell’Etat (poi, all’occorrenza credono in un’altra puissance, d’accordo) sono più liberi nel pensare il cambiamento.
Ora, attenzione, anche Miglio, pur nella sua caparbia intolleranza e cattiveria umana che sia io che Roberto, e lui molto più di me, abbiamo avuto modo di sperimentare, era intriso di questi temi. Miglio passa per essere un fascista, un leghista, ma quando parlava di federalismo, di autonomie, credeva fortemente in una politica che partisse dal basso, concetto sul quale innestava un realismo satanico, però intelligente. Secondo Miglio era inutile parlare di federalismo in astratto. Lui diceva: "Da Cuneo a Trieste c’è un’enorme megalopoli, un’unità produttivo-culturale, che chiamo Padania perché in mezzo c’è il Po; io vi dico che questa è una cosa seria”. Di qui, secondo lui, bisognava partire per andare a cercare altre zone altrettanto omogenee e metter su delle regioni che fossero dotate di senso e capaci di convivere in un quadro internazionale. Ricordo che stavo già a Bologna a insegnare, quando Miglio venne a trovarmi perché aveva un appuntamento con Fanti, all’epoca presidente della Regione. Era il ‘74, l’epoca in cui l’Emilia Romagna faceva pubblicità su Le Monde al "modello emiliano”. Fanti fu il primo da cui Miglio andò a proporre le sue idee, ma il Pci non le accettò.
Miglio, dopo, ci provò anche coi socialisti: Craxi mise il federalismo nell’ordine del giorno del famoso congresso di Rimini, dopo però successe non ricordo quale pasticcio e non se ne parlò più. Nel ‘76, quand’ero professore di Sociologia a Trento, Miglio, di nuovo, mi contattò per dirmi che veniva in città e che voleva parlare con un grande politico locale, Kessler, già fondatore dell’Università, che ammiravo molto: a Trento ci ero andato perché c’erano sia lui che Paolo Prodi. Kessler, poi, era molto amico di Beniamino Andreatta e di De Mita, due che venivano dalla Cattolica, conoscevano bene Miglio e non lo amavano per niente, al punto che appena Kessler spiegò ad Andreatta l’idea di Miglio, questi lo mandò subito a quel paese: "Non starmi a rompere l’anima con Miglio, non ci si può fidare”. Insomma, questa fu la trafila di Miglio, che finì per trovare Bossi, a cui propose la stessa cosa. Miglio pensava di usarlo per il suo progetto, facendosi nominare Ministro delle riforme istituzionali, ma Bossi non volle minimamente, perché capiva che Miglio non era un politico. Quindi, fatto fuori Miglio, a fare il ministro andò il segretario della Lega e spuntarono le stupidaggini come il federalismo fiscale, roba di quart’ordine, dal punto di vista della teoria costituzionale. In seguito litigarono e Miglio uscì dalla Lega.
È difficile immaginare Ruffilli insieme a Miglio. Come carattere non era all’opposto?
Nella storia di Miglio, Roberto c’è perché si era laureato con lui con una tesi, guarda caso, sulle regioni. E doveva farne un libro, che però non riusciva mai a finire. Roberto era un uomo complicato, ma dolcissimo, troppo mite per fare quel mestiere lì, da poco di buono, che è il professore universitario. Si fidava troppo, poi era un po’ sconclusionato, scriveva male, a mano, non sapeva neanche battere a macchina. E questo libro non riusciva a uscire. Giuliana, che assisteva Miglio per questioni editoriali, era diventata grande amica di Roberto e lo aiutava a "tradurre” questi fogli, li metteva insieme... Allora si faceva copia e incolla sul serio, con lo scotch.
Io, che in Fondazione ero l’ultimo arrivato, molte volte mi mettevo lì, Giuliana dettava e io battevo a macchina le cose di Roberto. Roberto era già malvisto da Miglio, che non lo amava perché non era elegante... Roberto era povero, si presentava male, in più balbettava un po’. Miglio, uomo di una certa intolleranza, non lo sopportava. Quindi nonostante l’avesse messo lì, non l’aveva più curato. Infatti il mio arrivo non era stato indolore: ero "il giovane”, bello, elegante, mi occupavo di pensatori tedeschi, i prediletti da Miglio... Insomma, appena entrato lì, Roberto mi aveva detestato. La cosa sarà durata un mese, poi siamo diventati molto amici, grazie anche a Giuliana che poi ho sposato.
Ci fermavamo sempre a casa sua, a Forlì (dove ora ha sede la Fondazione Ruffilli) quando io e Giuliana partivamo da Milano per andare a Pesaro (lei è di lì). Ricordo bene la mamma di Roberto che, mentre preparava i cappelletti, chiedeva sempre a Giuliana: "Ma Roberto lo sta finendo, il libro?”. Quel libro era diventata una specie di tela di Penelope. Poi il libro è uscito, un bel libro sulla storia delle regioni in Italia.
Quindi lui e Miglio non si amavano..
C’era antipatia in entrambi i sensi. Roberto sottolineava alcuni aspetti della mentalità di Miglio che non gli piacevano. Mi ricordo che, scherzando, mi diceva: "La scuola di Miglio ha due anime: quella democratica che sono io e quella nazista, che sei tu!”. Questo anche perché mi occupavo molto di Germania e poi, nel ‘72, avevo tradotto, insieme a Miglio, "Le categorie del politico” di Schmitt...
A Milano Ruffilli aveva studiato al collegio Augustinianum, che poi fu chiamato a dirigere...
Sì, a Milano c’era un collegio famoso della Cattolica che si chiamava Augustinianum, che rastrellava i migliori studenti in tutt’Italia. Lì, oltre a Roberto, avevano studiato anche Paolo Prodi e Ciriaco De Mita. La storia del collegio è straordinaria, fa pensare a come si formava la classe politica e dirigente di allora: c’era un’operazione di censimento che partiva dalle parrocchie e passava per le diocesi; noi universitari, ricordo, andavamo per le chiese col tocco in testa a reclutare e raccogliere fondi...
Insomma, c’era questa rete incredibile la cui mobilitazione si concludeva con l’invio da parte dei vescovi dei migliori al collegio Augustinianum, dove c’erano borse di studio anche per i poveri come Roberto. Anche Romano Prodi venne selezionato così, ma non solo, anche tantissimi altri. Un collegio meraviglioso, la cui storia non so se sia stata studiata, ma lo dovrebbe.
Ecco, nel ‘68 Lazzati, che era allora rettore della Cattolica, -uomo simile a Roberto, un santo, anche un mistico- gli chiese di fare il direttore dell’Augustinianum, dove era arrivata la contestazione e questo non era molto tollerabile da parte dell’autorità accademica cattolica. Ne discutemmo molto, io gli dicevo: "Dove vai? Devi studiare”.
Ma lui era così: "Devo rendere all’Augustinianum quello che ho avuto”. Parliamo di una struttura povera, mica una roba da ricchi. Io, che ero di Como e dal secondo anno avevo deciso di non fare più il pendolare, dovendo comunque pagare, andai in un altro collegio, un po’ più moderno, più pulito; anche perché avevo una specie di senso di inferiorità nei confronti di questi cervelloni dell’Augustinianum. Dopo sono diventato un cervellone anch’io...
Insomma, questa la storia: Roberto diventa direttore del collegio, ma ancora non è niente dal punto di vista accademico. Sì, sta a Milano, lavora all’Isap, ma prende uno stipendio da poveretto, non si veste bene... Lì comincia a venir fuori anche la sua attitudine politica. Ricordo che entrando nel suo studiolo, piccolissimo e poverissimo, notai, sulla scrivania, la foto ritagliata di Aldo Moro...
A un certo punto Roberto si dimette dalla direzione dell’Augustinianum, che poi verrà chiuso, perché la dirigenza cattolica capisce che col Sessantotto erano cambiate le cose e quella selezione lì, così "aristocratica”, seppur popolare, non poteva funzionare più, con l’avvento dell’università di massa.
Dopo cosa fa?
Roberto finisce il libro e si prepara a dare l’esame, credo fosse l’ultimo anno che ancora si faceva, la libera docenza, che serviva per la carriera universitaria.
Difficilmente potevi avere un incarico e poi fare i concorsi per diventare professore, se non avevi superato questo esame nazionale molto difficile. Lo passiamo entrambi. Da lì comincia per tutti e due, ma soprattutto per lui, una vita nuova: esce dall’Isap ed entra nel mondo accademico, lo chiamano per il primo insegnamento a Sassari, università nuova dove andavano professori giovani, anche dalle grandi università, a farsi le ossa. In Sardegna incontra Zagrebelsky e Melis, e siccome era di una simpatia straordinaria, di una grandissima intelligenza e di una passione politica notevole, diventa presto il principiotto dell’Ateneo. Si carica finalmente anche di amor proprio, prende coraggio. Io, nel frattempo, mi sono trasferito a Bologna, chiamato da Matteucci: un liberale che chiama un allievo di Miglio, una cosa straordinaria!
Per passare a trovarmi, sulla via del ritorno a Forlì, Roberto comincia a fare l’asse Sassari-Bologna. In Università aveva anche ricevuto da Paolo Prodi un incarico a Lettere. Ricordo che mi portava sempre la grappa, il "Fil di ferro” sardo. Ma bottiglioni, di grappa! In questa casa di Bologna avevo un quadro di Lenin di Spadari, un pittore pop, proprio sopra un bel divano di pelle rossa, regalatomi per il matrimonio, sul quale ci sedevamo a bere la grappa. Si stava benissimo, lui era contento.
Nel frattempo aveva preso a guadagnare meglio e a comprarsi quelli che lui chiamava "i capetti”, una giacca di cashmere, un golfino rosa, le scarpe belle... Insomma, era diventato elegante, conscio di sé, maturato.
Ecco, è in quel periodo, più o meno, che De Mita da segretario della Dc mette insieme un proprio comitato di esperti che comprendeva Romano Prodi, Leopoldo Elia e Roberto Ruffilli. Non so di preciso come De Mita sia arrivato a Roberto, probabilmente tramite Paolo Prodi.
Ma qual era il progetto?
Roberto era un professore di Storia delle istituzioni politiche, io di Storia delle dottrine politiche. Nomi diversi, ma è la stessa cosa: dottrine e istituzioni insieme fanno la polpettona che è la politica. La nostra formazione, la mia più sulle dottrine, la sua più sulle istituzioni, venendo da Miglio, era di tipo scientifico, quindi non escludeva mai di mettere le cose in pratica; anzi, se lo poneva come obiettivo dichiarato. Lui era democratico, quindi studiava la partecipazione, la democrazia, mentre io mi interessavo dell’opposto, cioè della forma dello Stato e della pesantezza della copertura statale attraverso le politiche.
Adesso che sono diventato vecchio capisco che questa copertura, se pur indispensabile, è pesante e bisogna cercare la misura per alleggerirla. Anche se resto convinto che per arrivarci la via giusta non sia quella tradizionale liberale, cioè parlamentare, legislativa, perché ha fallito. La palla della volontà generale, della sovranità popolare e del parlamento finisce in Grillo, la qual cosa, con tutto il rispetto, non mi sembra molto pulita. Ecco che allora torna fuori il discorso di Benvenuti, da cui proviene anche quello di Roberto, convinto e speranzoso, com’era, che invece si potesse democratizzare l’amministrazione.
Questo è il discorso. Allora, Roberto vede che c’è questa possibilità e si applica fortemente, trovando in De Mita una sponda molto buona. Diventa consulente per le riforme istituzionali della Dc.
Lì Roberto si era già fatto un nome, concentrandosi molto sugli aspetti partecipativi che volevano il cittadino come arbitro, giocando molto sul tema del sistema elettorale e di come superare il grosso problema del coinvolgimento dei comunisti nell’azione politica di governo.
In quel periodo, insomma, si contraddistingue come il più avanzato in questa direzione, con questo suo metodo dialogico sempre libero da pregiudizi, argomentativo, molto comprensivo. Era l’uomo giusto, tutti sapevano che non era mai stato legato a interessi né personali né di partito, addirittura non è mai stato iscritto alla Dc...
Soprattutto credeva fortemente nella possibilità che la sua tecnica, quello che aveva imparato, potesse servire concretamente per fare delle cose. Incarnava una sintesi molto buona di sapere e contemporaneamente di amore, del darsi agli altri ma con efficacia pratica. Insieme avevamo anche fondato una rivista che ora esce online e si chiama "Scienza e Politica per una storia delle dottrine”. Scienza e politica è il cuore della questione. L’abbiamo fondata che Roberto era vivo, è morto prima che uscisse il primo numero. Con lui avevamo discusso tante volte del nesso tra scienza e politica.
Io sono convinto, ci ho scritto sopra anche dei libri, che la scienza sia l’elemento fondamentale della politica. Roberto questo lo interpretava in prima persona, ed è per questo che credo l’abbiano colpito.
Quindi con De Mita Roberto Ruffilli ci rimase un po’ male...
Era al mare con me, a Roncosambaccio, quando lo chiamò il capogruppo democristiano di allora per offrirgli un posto in Commissione istruzione: lo sentii con le mie orecchie rispondere che o lo mandavano alla Prima commissione, quella degli Affari costituzionali, o se ne stava a casa, perché all’Università ci stava già da anni e ci stava benissimo. Fu accontentato, in modo coerente col ruolo che aveva assunto anche a Piazza del Gesù, come responsabile del dipartimento Stato e istituzioni, in base al quale, ovviamente, partecipò in prima persona e con grande senso di responsabilità sia alla Commissione Bozzi che alla Commissione sulla P2, presieduta da Tina Anselmi. Queste commissioni sono un fenomeno molto interessante: luoghi di intervento politico emanati dal parlamento ma in qualche modo separati... I commissari sono sempre delle cose strane...
Comunque, sono tutte tappe su cui occorrerebbe soffermarsi, perché, come stiamo vedendo, Roberto non era di quelli che facevano voli pindarici sui picchi eccelsi del pensiero politico, era un grande uomo di dettagli, di convinzioni concrete, di mediazioni applicative.
Il suo punto era la riforma elettorale...
Sì, sulla questione elettorale Roberto, partendo proprio dal lavoro tenace di relazione con gli esponenti degli altri partiti all’interno della Commissione Bozzi, provò a trovare la via concreta per porre in atto l’obbiettivo della sua vita, che era di contribuire, col suo sapere tecnico, all’ammodernamento del sistema politico italiano, favorendo la trasformazione del vecchio macchinario burocraticamente centralizzato e dal punto di vista rappresentativo sclerotizzato, in un apparato più agile e mobile, in cui potessero avere posto riconosciuto tutti i soggetti desiderosi e capaci di svolgere rappresentanza politica. Una visione pluralistica, come si è visto, e basata sulla normalità dell’alternanza, a cominciare da quella fra i due grandi partiti che avevano fino allora praticato solo la forza dell’alternativa, ma per comprendere tutti gli altri soggetti collettivi, a partire dai sindacati, che una società moderna e espansiva poneva sempre più in gioco. Tutto era orientato a un soggetto piccolissimo, vera e propria cruna dell’ago della democrazia moderna, cioè "il cittadino”. Solo partendo da lì, secondo Roberto, il dibattito sulle riforme istituzionali e sulla modernizzazione del paese poteva uscire dalle sabbie mobili e dal moto perpetuo dell’ingegneria costituzionale per tradursi in una vera e propria "rivoluzione”, capace di rimettere sui piedi quel che finora, nel gran parlare di democrazia che durava da almeno un secolo, era sempre rimasto a gambe all’aria. Il cittadino come arbitro, dunque, in una visione non individualistica e privatistica, ma assolutamente pubblica e direi quasi collettiva, se non suonassero meglio, con riguardo a Ruffilli, aggettivi d’ispirazione più associativa e autonomistica.
Ma come arrivarci? Io allora non lo capii bene, pressato com’ero da quella specie di ottusa ragione un po’ cinica di realismo che Roberto mi rimproverava sempre. Pensavo infatti che ogni discorso sul sistema elettorale fosse intriso e foriero di compromessi fra interessi, appunto elettoralistici, che nulla avevano a che vedere con le specificità proprie del dibattito politico, coi valori in esso espressi e combattuti, insomma con la politica vera che doveva occuparsi dei bisogni della gente e non delle alchimie elettorali. Ora ho cambiato opinione, perché nei tanti anni ormai che ci separano dalla proposta di Roberto Ruffilli ne abbiamo sentite e viste talmente tante a proposito di leggi elettorali, che credo davvero sia il caso di dedicare all’argomento un impegno molto serio, anche di tipo ideologico oltre che tecnico-scientifico, attribuendogli cioè contenuto pieno di carattere politico, in termini di valori di fondo, di scelte di campo, di moralità alla fine, perché anche questa c’entra con la politica.
Uno dei suoi punti era dare stabilità all’esecutivo.
Certo, il problema del "governo”. Non inteso semplicemente come programma di maggioranza o di opposizione, ma come funzione essenziale di risposta ai bisogni dei cittadini, mediante proposte e interventi anche diversificati perché plurali, ma soprattutto, e qui sta il punto, sempre vidimati dal voto dei cittadini e continuamente controllati da questi ultimi.
È il sogno di una politica ridotta (o elevata, direi io, che sono diventato appassionato studioso di queste cose) ad amministrazione; è l’utopia del "buon” governo e del "ben comune”; è il principio di applicazione della fraternità e della solidarietà, accanto alla giustizia e alla libertà. Sono certo ideali politici "anche” cristiani, ma nel senso più laico e responsabile del termine: cioè per una politica della responsabilità che non coinvolga però solo i delegati, il che sarebbe già moltissimo, ma, in modo diretto e istituzionalmente partecipante, anche i deleganti, cioè noi, in quanto cittadini (nei nostri rapporti con gli altri) e come arbitri (del corretto andamento del gioco e delle marcature dei goal che di volta in volta ogni "gruppo” si pone).
Solo belle parole? Ma Roberto è riuscito a srotolare la matassa ben oltre. Egli ha capito che, al di là di una visione bloccata e ormai scipita e superata del mito della divisione dei poteri, il vero problema stava nel dare in mano ai cittadini, simultaneamente all’atto del voto di ciascuno e di tutti, una scelta sia nel campo del legislativo che in quello dell’esecutivo. Gli pareva insomma necessario spezzare la catena della delega che da sempre -in chiave elitario-liberale- tiene in moto il meccanismo attraverso i tre gradi, veri o presunti, della volontà popolare, della delega parlamentare e della nomina del governo.
Occorreva trovare gli strumenti tecnici, sul piano elettorale, perché il cittadino potesse designare tanto i propri delegati in Parlamento, quanto le sue aspirazioni riguardo al Governo. E perché ciò fosse realmente praticabile, Roberto propose di ricorrere al criterio proporzionale per la parte di voto che ciascun elettore doveva dare al legislativo e al criterio maggioritario per la seconda parte di voto, relativa invece all’indicazione sull’esecutivo.
Non so se mi sono spiegato, perché continuo a restare un po’ ottuso in materia di tecnica politica. Stabilità dell’esecutivo quindi, ma salvaguardia del pluralismo sociale. Un po’ come salvare la capra e i cavoli, insomma: ma perché no? È difficile immaginare che una società complessa si possa regolare con metodi e strumenti troppo semplici. E allora i casi sono due: o si semplifica la società riducendola a poltiglia sociale, o si elaborano strumenti più sofisticati, sfruttando l’immensa tecnologia che ha ormai invaso e sta sempre più invadendo il mondo dei rapporti sociali e politici.
Quando Roberto è stato ucciso quasi non c’era il computer, certo non c’era Internet e tanto meno Facebook o Twitter. Possibile che con tutta questa strumentazione non sia possibile, al giorno d’oggi, "complicare” la vita dei cittadini in modo che essi possano essere un po’ più "arbitri” del gioco politico? Come ho detto, Roberto sapeva a mala pena scrivere a macchina e certo avrebbe trovato difficoltà ad affrontare l’algido cervello di un pc. Ma è paradossale che la sua "visione” politica -io preferisco dire la sua "ideologia”- si muovesse in sintonia con l’evoluzione tecnologica che dopo tanti anni stiamo vivendo.
Arriviamo all’88...
Qui a Forlì non lo conosceva nessuno. Lo conoscevano i disgraziati che, avendo bisogno di compiere un’azione di terrore, hanno pensato bene di rivolgerla verso un movimento riformatore in atto, che si identificava in De Mita e nel suo tentativo di allargamento del quadro politico attraverso il dialogo col Pci. Certo, avrà contato il fatto che fosse un obiettivo più facile di De Mita, ma con Roberto si è inaugurata la strategia di colpire i tecnici.
Una filosofia impressionante. Che cosa hanno colpito? Quello che dicevo prima, che per me è un’ossessione: il momento in cui la dottrina tenta di diventare pratica. Dietro all’assassinio di Roberto c’è evidentemente un’intelligenza molto precisa, bisogna riconoscerlo. Anche il documento di rivendicazione delle Brigate rosse era inquietante. Intendo la prima pagina, quella "personalizzata”, perché dopo diventa routine, con il solito "bla bla”: lì c’è una analisi secondo me pulita, esatta, del progetto che si vuol colpire. Poi c’è la precisione nella descrizione di particolari di Roberto che nessuno sapeva: per esempio, a un certo punto, senza che c’entri un tubo, dicono: "Frequentava luoghi di ricerca come l’Istituto storico italo-germanico di Trento”. Era quello che aveva fondato Paolo Prodi, uno dei motivi per cui anch’io ero andato a Trento. Roberto era venuto su parecchie volte invitato da noi... Insomma, c’è stata una serie di coincidenze: nessuno lo conosceva, non era protetto, né si proteggeva da solo, perché non immaginava di essere un obiettivo, invece qualcuno ha capito che lo sconosciuto senatore era uno snodo che bastava far saltare perché deragliasse tutto. Infatti: dopo è venuto il Caf (l’allean­za Craxi-Andreotti-Forlani), in antitesi a quello a cui lavoravano De Mita e Ruffilli. Sarà una coincidenza, ma certamente dopo cambia la storia della nostra democrazia. Quindi Roberto è una piccola pietra miliare.
Roberto era molto credente?
Sì, credeva molto in Dio ma, come cristiano, anche molto negli uomini.
(a cura di Gianni Saporetti)