problemi d'ambiente

UNA CITTÀ n. 139 / 2006 Maggio

Intervista a Renzo Tomatis
realizzata da Maria Mazzoli

BRUCIARE I RIFIUTI?
Ogni combustione produce effetti tossici, in particolare diossine che, non essendo degradabili, restano nel terreno ed entrano nella catena alimentare. La riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti, che ha un costo, è osteggiata dall’impresa. La possibilità di ridurre drasticamente la necessità di bruciare i rifiuti. Un consumismo spesso indotto e irrazionale che diventa costume. Intervista a Renzo Tomatis.

Renzo Tomatis, oncologo, dal 1982 al 1993 ha guidato lo Iarc, l’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro di Lione.

Partiamo da una valutazione medica. I fumi degli inceneritori contengono delle sostanze dannose per la salute?
Tutti i prodotti di combustione sono in gran parte tossici. Uno dei più tossici è l’insieme di composti che va sotto il nome di diossine, cioè dei composti clorurati prodotti dalla combustione della plastica, della carta e del cartone. Queste sostanze producono sull’organismo umano un insieme di effetti tali da essere considerate tra le più tossiche che si conoscano. Anche a piccole dosi le diossine sono elementi mutageni (che inducono, cioè, delle mutazioni dannose al materiale genetico) e cancerogeni, ma oltre a questo hanno un effetto dannoso sul sistema endocrino, quello che governa le ghiandole come la tiroide o il pancreas, un sistema molto importante per l’organismo. Oltre alle diossine, ci sono altri elementi prodotti o liberati dalla combustione, come i metalli pesanti, ad esempio il cadmio, il nichel, il mercurio. Infine ci sono le ceneri e i fumi che sono costituiti da polveri di diverse grandezze, tra cui le polveri molto fini, che penetrano nell’organismo e vanno in circolo molto facilmente con effetti dannosi.
E’ possibile che alcune sostanze si depositino nell’organismo e trasmettano il danno di generazione in generazione?
No, qui bisogna distinguere tra due fenomeni molto diversi tra loro. Le diossine si depositano nell’organismo e vi perdurano per parecchi anni. Ma oltre che nell’organismo umano si depositano nel terreno, negli organismi vegetali, animali, ecc. Sono difficilmente degradabili e rimangono tali per molti anni. In questo modo penetrano nella catena alimentare e il rischio per noi è appunto di assumerle tramite l’alimentazione (oltre che respirarle). Per capirci: le mucche mangiano l’erba, noi mangiamo le mucche e così via. Invece il passaggio da una generazione all’altra è una questione un po’ più complessa. Può avvenire durante la gravidanza per trasmissione transplacentare dalla madre al feto, oppure attraverso le cellule germinali, quelle della riproduzione, gli ovociti per le donne e gli spermatozoi per l’uomo. Questa modificazione indotta può manifestarsi nella prole sia con un difetto congenito visibile, fisico, sia con un indebolimento di alcuni sistemi, o di alcuni organi, o con un aumento della suscettibilità dell’individuo a sviluppare una malattia.
Tuttavia rimane da dimostrare se la presenza di inceneritori costituisca effettivamente un pericolo per la popolazione delle aree circostanti. Lei fa parte del Consiglio scientifico che sta conducendo un’indagine epidemiologica sulla popolazione di Coriano, una frazione del comune di Forlì. Può spiegarci?
A Coriano è in progetto la costruzione di un nuovo inceneritore, oltre a quello che già c’è. Insieme ad altri 370 medici forlivesi ho aderito alla petizione che chiede di fermarne la costruzione, perché condivido quella richiesta. Ritengo che i medici in questi casi abbiano una responsabilità maggiore rispetto al resto della società perché sono i più competenti, per definizione, in materia di salute. Inoltre è in corso un’indagine epidemiologica e cioè uno studio approfondito sullo stato di salute della popolazione. Usiamo diversi parametri. La prima cosa che si cerca è la mortalità perché è il dato più sicuro e facile da controllare, e poi la morbilità, cioè l’incidenza delle malattie, che si misura sulla frequenza dei ricoveri ospedalieri. Sulla base di questi controlli si deve determinare se, nella popolazione che si sta studiando, questi due parametri fondamentali, mortalità e ricoveri, sono più frequenti in rapporto a una popolazione di controllo non esposta ai fumi. Se c’è questa differenza (ma anche se non c’è, per fugare questo dubbio) si va a vedere nello specifico: che tipo di ricoveri ospedalieri ci sono stati, per quali malattie, e se c’è un aumento di alcune malattie rispetto ad altre. Quello che può capitare infatti è che, anche se nel complesso non c’è una grande differenza tra popolazione in analisi e popolazione di controllo, per alcune malattie particolari invece si registra un aumento molto notevole, che fa pensare che sia entrato in circolo qualche cosa che ha modificato lo stato di salute di quel gruppo.
Concretamente poi si fanno dei prelievi d’aria e si vanno a vedere le concentrazioni di sostanze pericolose a diverse distanze dal sito inquinante. Diciamo che al centro mettiamo l’inceneritore, intorno stabiliamo delle aree circolari a diverse distanze, un chilometro, due, tre, quattro e con dei rilevatori misuriamo l’entità dell’inquinamento. In genere questi sono studi che durano per molto tempo: la latenza dei tumori può essere molto lunga, varia da cinque a trent’anni e più, e per poter escludere che ci sia un effetto a lunga scadenza sull’uomo bisogna che lo studio stesso sia a lunga scadenza, bisogna “seguire” una popolazione.
Nell’indagine infatti una componente molto importante è quella retrospettiva, per cui si va a vedere se ci sono state una mortalità e una morbilità elevate anche in precedenza. Insomma, uno studio che inizi oggi deve anche coprire tutto il periodo che l’ha preceduto. Un punto nell’indagine che necessita di una particolare attenzione è la sorveglianza approfondita dei soggetti in età infantile: un aumento delle malattie infantili non soltanto sarebbe molto preoccupante, ma è anche la prima cosa che può capitare, dato che i bambini sono quelli che si ammalano più frequentemente e più rapidamente. Insomma, ci sono diverse fasi e diversi campi di studio all’interno di un’analisi epidemiologica, ma l’idea di fondo è quella di monitorare parallelamente lo stato di salute di un gruppo e i livelli di esposizione ad alcune sostanze. E’ uno studio complesso come tutti quelli che vogliono chiarire una possibile relazione causa-effetto tra l’esposizione e la malattia che viene rilevata.
Ricordo il caso dei pesticidi: anni fa si fecero degli studi per scoprire se erano la causa del tumore allo stomaco della popolazione rurale in Romagna ma la risposta fu negativa, le cause della malattia dovevano essere altre. I pesticidi, però, erano pericolosi lo stesso. Può succedere la stessa cosa anche nel caso dell’inceneritore? Questa ambiguità esiste ed è stata discussa nel Consiglio scientifico dell’indagine su Coriano: in realtà questo studio non porterà mai a una certezza definitiva, inutile illudersi che tracci decisamente dei contorni, dei confini, che separi il bianco dal nero, il sì dal no. Emergeranno casomai dei forti sospetti e ulteriori incertezze, ma non ci sarà mai una certezza definitiva di assenza di rischio. Quello che si può dire è che il rischio non è enorme nel caso dell’inceneritore, altrimenti sarebbe emerso prima. Quella dei tumori allo stomaco e dei pesticidi è una questione a parte: non credo sia mai stato stabilito cosa esattamente ci fosse alla base dell’incidenza particolarmente alta dei tumori allo stomaco in Romagna, molto probabilmente si trattava dell’alimentazione errata, o potrebbe essere una caratteristica del terreno. Il fatto che non sia emerso con evidenza che i pesticidi fossero collegati a quel tipo di tumore non significa però che non facciano male: tra i tanti danni che fanno non ci sarà il tumore allo stomaco, tutto qui… Quello che salta agli occhi e che fa pensare è che la popolazione che vive oggi attorno all’inceneritore di Coriano non è più una popolazione contadina e tuttavia ha un’incidenza di tumori allo stomaco che è abbastanza alta: evidentemente, venuto a mancare il rischio legato alla vita contadina, si è inserito un altro fattore compromettente, che potrebbe chiarirsi in diversi modi. Potrebbero essere gli stili di vita o altro, ma potrebbe essere anche un fattore da inquinamento. Questo è ancora tutto da vedere.
Le conoscenze scientifiche poi mutano, cambiano col tempo, si imparano delle cose nuove e quindi si modifica anche il modo in cui si erano visti gli eventi fino ad allora. Questa consapevolezza ha una grande portata: ad esempio fino a cinquant’anni fa si rilevava la presenza di sostanze chimico-ambientali con metodi che misuravano delle quantità che parevano piccole, ma che oggi sono ridicolmente grandi. Siamo arrivati progressivamente a misurare delle concentrazioni molto più piccole rispetto a qualche decina di anni fa: dai grammi siamo passati ai milligrammi per arrivare ai microgrammi, eccetera. Da poco abbiamo capito che alcuni eventi sono causati dalla presenza di queste sostanze anche in piccolissime quantità (che non erano misurabili un tempo ma oggi lo sono). Tra questi elementi prima relativamente sconosciuti c’è anche la famiglia dei composti clorurati che alterano le funzioni del sistema endocrino, quello delle ghiandole a secrezione interna, con conseguenze negative sullo sviluppo dell’organismo e in particolare degli organi della riproduzione. Ad esempio influiscono sulla frequenza delle nascite maschili, riducendole, rispetto a quelle femminili, che invece crescono. Ecco, questo ad esempio non è accaduto a Coriano, dove non si è registrata alcuna diminuzione nel numero delle nascite maschili, anzi, e questo è un buon segno. Un altro risultato di questa famiglia di effetti dannosi è la diminuzione della fertilità del maschio, che attualmente si registra in molti paesi.
I limiti di legge rispetto alle emissioni inquinanti sono limiti artificiosi, artificiali, non certo basati su criteri scientifici accettabili, ma piuttosto su cosa si decide essere politicamente accettabile. Un ricercatore molto impegnato come Giulio Maccacaro, oggi poco ricordato ma famoso negli anni’60-’70, sosteneva che l’unica concentrazione accettabile di sostanze inquinanti è zero. A questa posizione si opposero tutti, soprattutto gli industriali che si difendevano sostenendo che una “concentrazione zero” avrebbe significato costi di produzione insostenibili. Ora, l’espressione “costi di produzione” sembra indicare una spesa, ma in realtà si tratta solo di una diminuzione dei profitti. Con una diminuzione degli introiti quindi si potrebbe arrivare, se non proprio allo zero, molto vicini a livelli di emissione nulli, ma certo bisogna rinunciare a del denaro e per la mentalità dominante questa sarebbe una perdita inaccettabile: chi beneficia di tali profitti si disinteressa totalmente della salute degli altri. Il guadagno delle corporations che governano le grandi produzioni è enorme, ed è enorme proprio perché non si assoggettano a questo bisogno di prudenza che limiterebbe in un certo modo la produzione per renderla più pulita.
Tornando alla questione dei rifiuti e degli impianti di smaltimento, come possiamo tutelare la nostra salute?
Se si ragiona sul come tutelarsi credo che la discussione interessi due livelli. Il primo riguarda cosa si può fare immediatamente: dare per assodato che il bruciatore esiste e tentare di renderlo il meno pericoloso possibile. L’altro livello invece va un po’ più a fondo, e qui ci si deve chiedere: abbiamo bisogno di un inceneritore? Se oggi costruiamo un nuovo inceneritore non possiamo pretendere che tra tre o quattro anni non ne avremo più bisogno; un’opera come questa presuppone una precisa linea politica per il futuro. I rifiuti non diminuiranno da soli, da un giorno all’altro, per liberarci dall’esigenza di un inceneritore che inquina. Invece di farne un altro o ingrandirlo, a mio parere bisogna garantire che quello esistente funzioni bene e parallelamente avviarci tutti verso uno stile di vita mirato a diminuire progressivamente la quantità dei rifiuti. Le due cose vanno in parallelo, il monitoraggio e il cambiamento di rotta, e ci vorrà anche un bel po’ di tempo, bisogna essere realisti. Intanto quello che si può fare immediatamente è una seria raccolta differenziata dei rifiuti per evitare di bruciare sostanze che si sa, a priori, essere pericolose. Diminuire il rischio subito; questo può e deve essere fatto se vogliamo arrivare a una situazione in cui non si avrà più bisogno del bruciatore. Io credo che ci si possa davvero arrivare. Certo, magari rimarrà sempre qualcosa di “speciale”, che si dovrà comunque bruciare… non so, può darsi che siano dei rifiuti ospedalieri, ma andrà fatto il meno possibile e nel modo più sicuro possibile. Insomma, già in questo modo si può calare piuttosto facilmente dalle 100.000 tonnellate di rifiuti alle centinaia. Almeno di due ordini di grandezza si deve calare. Per quanto riguarda la diminuzione nella produzione stessa di rifiuti credo sarà più complicato: sciogliere il nodo di interessi che si è venuto a costruire nella società in cui viviamo per costringerci a consumare sempre di più è un’impresa colossale. C’è una rete di interessi fitta e difficile da districare quanto l’origine multifattoriale delle malattie. Sarebbe bene, o sarebbe comodo, che a un effetto corrispondesse un’unica causa; scoprirla sarebbe allora come premere l’interruttore che accende la luce e ti fa vedere tutto. Purtroppo non è così. In genere gli eventi sono il risultato di una somma di fattori più o meno importanti; alcune di queste concause poi sono talmente predominanti e prevalenti da risultare le cause principali, e sono quelle su cui si può agire efficacemente. Ma non si tratta certo di un’operazione semplice. Ed è per questo che sostengo che bisogna cominciare da qualcosa di concreto: la questione dell’inceneritore può essere l’inizio di una svolta, è come mettere il piede nella porta, per poi cercare di aprirla. Naturalmente bisognerà arrivare a produrre e consumare di meno, a sprecare di meno.
Comunque è chiaro che la rete di interessi che ci sono dietro è molto salda e si basa su un circuito di produzione inutile. Proprio perché produciamo cose inutili consumiamo in fretta e buttiamo via tutto. E poi c’è la pubblicità che è martellante: ogni giorno, non so quante volte al giorno, ci si sente dire che si deve comprare la macchina nuova, la lavapiatti, il mobile nuovo, il vestito nuovo, la salsina nuova… la pubblicità è un imbonimento che ci costringe ad agire in quel senso. Se uno non ha un’autonomia di pensiero forte, ne è succube. Da dieci anni passo le estati negli Stati Uniti, in quella zona del North Carolina che è una delle aree a più forte espansione industriale e abitativa dell’America perché c’è una concentrazione di multinazionali enorme: ogni estate che ho passato lì sono stati aperti uno o due centri commerciali nuovi. E quello che mi stupiva era che anche molti tra i miei colleghi americani passavano il weekend a “visitare” questi “nuovi” centri commerciali. Che quando ci vai invece vedi che non c’è nulla di nuovo, nulla… è tutto fasullo, tutto costruito sullo spendere un dollaro in meno per comprare cose che poi si buttano. Non so cosa potrà smuoverci da questa forma mentale così radicata. Forse solo una catastrofe. Mettiamo per ipotesi che venga un forte terremoto che distrugga tutte le centrali elettriche e di produzione dell’energia: improvvisamente rimarremmo senza nulla perché l’umanità ha perso la civiltà della sussistenza minima. Adesso tutta l’alimentazione, o quasi, avviene attraverso i supermarket e se la distribuzione per qualsiasi motivo si fermasse saremmo ridotti a zero, saremmo scaraventati in una situazione molto più arretrata di quella del Terzo Mondo. Abituati come siamo ad avere tutto a disposizione, se ci tolgono il bottone e la chiavetta non sappiamo più cosa fare e lo si è visto bene nella recente tragedia in Louisiana. Questa catastrofe è incombente, nel senso che è un’ipotesi lontana ma niente affatto assurda. Che faremo allora?