UNA CITTÀ n. 81 / 1999 Novembre

Intervista a Bruno Luverà
realizzata da Gianni Saporetti

IL RAZZISMO DEL RISPETTO
La diffusione, a partire dalle regioni più ricche, di un etnofederalismo che sogna piccole patrie etnicamente pure e odia la società multietnica. Il razzismo differenzialista fondato sull’incomunicabilità delle culture. L’impegno della Baviera per un’Europa delle regioni raccolta attorno alla Germania e ai suoi confini storici. Intervista a Bruno Luverà.

Bruno Luverà, giornalista, ha pubblicato Oltre il confine. Regionalismo europeo e nuovi nazionalismi in Trentino Alto Adige, Il Mulino 1996 e, recentemente, per gli Editori riuniti, I confini dell’odio.

La vittoria di Haider può essere considerata un fenomeno isolato?
Io ritengo che Haider non sia un fenomeno isolato perché oggi in Europa è in corso di formazione una nuova famiglia politica, i cui tratti comuni sono un forte populismo, che significa leaderismo, richiamo diretto al popolo e antipartitocrazia, una fede liberista in economia, e soprattutto l’etnonazionalismo. Di questa famiglia politica fanno parte l’austriaco Haider, Bossi, il bavarese Stoiber, e Dillen, il leader del Blocco Fiammingo in Belgio.
L’etnonazionalismo, che ha avuto la sua espressione massima nei Balcani, non è però un fenomeno circoscritto a quell’area geografica, quasi fosse connaturato con la storia di quei popoli. All’interno dell’Unione Europea esso assume la forma di un nuovo regionalismo, sviluppatosi negli ultimi dieci anni, dopo il crollo del Muro di Berlino. Nel nuovo regionalismo europeo ci sono due correnti: il regionalismo autonomista della Svp in Alto Adige o di Pujol in Catalogna, che hanno come idea-guida quella dell’autonomia dinamica, con l’acquisizione di sempre maggiori competenze per arrivare a forme forti di autogoverno, senza però che si arrivi a mettere in discussione la lealtà rispetto allo Stato nazionale, se non in una prospettiva lontana (per esempio, il diritto di autodeterminazione viene posto come valore, ma non se ne chiede l’esercizio immediato). L’altra corrente è quella, invece, micronazionalista, secondo la quale la regione diventa sinonimo di nazione, di piccola nazione, di piccola patria, e il richiamo alla regione serve per creare dei meccanismi di esclusione, serve per innalzare dei muri attorno a un luogo molto facile da controllare, potenzialmente più sicuro, in cui il criterio fondante la cittadinanza è quello dell’omogeneità etnica. Si rifiuta quindi lo Stato nazionale etnicamente eterogeneo, a favore di un’Europa delle Regioni, che frammenta gli Stati nazionali e rimette in discussione i confini e le frontiere. La filosofia degli etnofederalisti, a livello istituzionale, prevede infatti la nascita di una federazione europea, in cui al posto delle nazioni ci siano Stati regionali fondati sull’omogeneità etnica. Il grande nemico degli etnofederalisti è allora la società multiculturale perché, secondo loro, è la fonte primaria dei conflitti interetnici. Altro nemico è lo Stato nazionale, soprattutto perché lo Stato nazionale liberale, nella forma storica in cui si è sviluppato nel mondo, è sostanzialmente eterogeneo, nel senso che vi convivono cittadini che possono appartenere anche a nazionalità diverse. Infatti, la priorità viene data al diritto dell’individuo e non al diritto del gruppo. Il federalismo etnico invece assegna la priorità ai diritti dei gruppi, per cui l’individuo si realizza pienamente solo all’interno della propria comunità.
La questione dell’immigrazione è al centro della propaganda di tali partiti...
La questione dell’immigrazione è assolutamente enfatizzata perché consente, da una parte, di ricollocare al centro del dibattito politico tutta una serie di termini come etnia, popolo, identità, minoranze, e dall’altra, di etnicizzare anche le questioni sociali, le questioni del lavoro, dell’occupazione, della sicurezza. A quel punto, la soluzione di questioni sociali passa attraverso la questione nazionale declinata in chiave regionale. Il messaggio etnico diventa diretto e fa presa soprattutto sui ceti medi, che in questa fase storica hanno paura del diverso che arriva, perché lo vedono come una minaccia, non solo fisica, ma anche al benessere economico raggiunto. Una delle differenze tra il regionalismo micronazionalista degli anni ’90 e il revival regionalista degli anni ’70 è che mentre vent’anni fa il regionalismo interessava zone periferiche dell’Europa, povere e depresse, in cui il divario fra centro e periferia era soprattutto un divario economico, la Scozia, la Corsica, i Paesi Baschi, oggi il regionalismo micronazionalista interessa zone ricche dell’Europa, in alcuni casi di una ricchezza recente, come il Veneto, dove, però, è ben presente la memoria per un passato prossimo di povertà e di emigrazione.
Si era pensato che l’esito delle elezioni europee, che aveva visto la sconfitta di pressoché tutti questi movimenti micronazionalisti e populisti, assieme alla conclusione della guerra in Kosovo, che aveva visto Haider e Bossi schierati contro l’intervento della Nato, da posizioni filoserbe, segnassero un punto di crisi di questi movimenti. E invece siamo costretti a riconoscere che le grandi questioni da cui questi movimenti attingono il loro consenso ritornano a galla: la frattura tra effetti della globalizzazione e rischio di perdita dell’identità e ulteriore periferizzazione delle periferie, impatto dei grandi fenomeni immigratori e difficoltà a governarli. Infine, la paura rispetto anche al futuro dell’Europa, in particolare all’interrogativo "quale Europa?".
Da qui la vittoria, per alcuni inaspettata, per altri, invece, prevedibile, di Haider in Austria.
Sulla storia di Haider cosa puoi dirci?
Haider viene da alcuni considerato pericoloso quasi come un moderno epilogo di Hitler. Però questa è un’interpretazione semplicistica e trova una qualche ragion d’essere nel fatto che negli anni ’90 Haider ha utilizzato alcune frasi ad effetto con cui, in una certa misura, legittimava pezzi di storia del nazismo. In quel periodo infatti parlò dell’efficiente politica economica del nazismo, esaltò la coerenza delle SS. Queste uscite pubbliche in realtà servivano soprattutto per rompere un tabù rispetto al passato. Ma non bisogna credere che il consenso e l’adesione al suo progetto politico derivino da questo. Anche perché ciò significherebbe che un terzo degli austriaci è ancora legato al passato, cosa che non è. In realtà, questo serviva a lui soprattutto per conservare una certa parte del suo elettorato, in particolare quella originaria del partito nazional liberale, rappresentante di quella parte di austriaci che era stata marginalizzata nel dopoguerra per l’adesione diretta al nazismo. Però questa era una componente minoritaria dei Freiheitlichen.
Ciò che ha determinato il successo di Haider è che lui si è fatto interprete in modo moderno del bisogno d’identità, radici e sicurezza che pervade una parte dell’elettorato austriaco. Altrimenti non si spiegherebbe perché, malgrado le performances economiche positive del governo della Grosse Koalition -l’Austria ha un basso tasso di disoccupazione, un basso tasso d’inflazione, un alto livello medio dei redditi- una società del benessere e con relativamente pochi problemi avrebbe dovuto votare uno come Haider.
Ci dev’essere qualcosa di più profondo. Non è un caso che l’Austria si sia recentemente dotata di una legislazione restrittiva in tema d’immigrazione e di asilo. Si tratta di una paura, di un’angoscia rispetto al futuro, di un senso d’insicurezza che si traduce in paura dell’extracomunitario. Che poi da noi assume la fisionomia del lavoratore che viene dal Nord Africa, mentre in Austria è quello che viene dall’Est Europa. E infatti Haider nei suoi comizi dal palco urlava: "Vogliamo che il ceco venga da noi?", e dal pubblico gli rispondevano: "No!", "Vogliamo che lo slovacco venga da noi?", "Vogliamo che il polacco venga da noi?", "No!". Erano queste le dinamiche dei suoi comizi. E poi di fronte alle telecamere a chi gli chiedeva: "Ma lei è razzista?" lui rispondeva: "No, assolutamente, non sono razzista". Quindi è su questo livello che va ricercato il motivo del suo successo: aver dato una risposta alla paura degli austriaci verso l’immigrazione e aver ricollocato al centro dell’offerta politica la questione dell’identità, e quindi della difesa delle radici e della propria nazionalità austriaca. Una delle parole più diffuse nella campagna elettorale era infatti l’überfremdung, cioè l’eccessivo inquinamento dello straniero all’interno dell’Austria.
Il messaggio etnoculturale affonda le sue radici nell’ideologia völkisch degli anni ’20, che come un fiume carsico ritorna in Europa dopo un silenzio di quasi mezzo secolo. Il filone del federalismo etnico infatti riprende e modernizza l’ideologia völkisch etnoculturale degli anni ’20, che ha come principio guida l’omogeneità etnica e quindi l’imperativo a conservare l’identità, la sostanza identitaria di un popolo, evitando forme d’inquinamento.
E rispetto alla nuova destra?
Il secondo filone d’idee è, invece, quello rappresentato dalla nuova destra francese e tedesca che, a partire dalla fine degli anni ’60, ha rielaborato e modernizzato da una parte il nazionalismo e dall’altra il razzismo, cercando di rendere sia il nazionalismo che il razzismo concetti politici nuovamente presentabili. Il nazionalismo è stato modernizzato sostituendo al führerprinzip, l’idea-guida dello Stato come organismo forte di organizzazione politica, la regione. L’adesione da parte della nuova destra al federalismo etnico è un dato di novità per il pensiero di destra, soprattutto estrema, tradizionalmente fortemente statualista.
Il secondo processo di modernizzazione riguarda il razzismo dove al principio della gerarchia delle razze, della superiorità di una razza, viene sostituito il principio dell’etnopluralismo, che tende ad esaltare le differenze, a farsi paladino della loro tutela. E’ un rovesciamento straordinario: dal disprezzo al rispetto assoluto della differenza. La nuova destra si appropria così di un argomento tipico della sinistra, la tutela del diverso, e lo assolutizza per arrivare alla conclusione che l’unico strumento per tutelare la sostanza identitaria di una comunità e di un popolo è l’incomunicabilità fra popoli. In questa maniera l’esaltazione della differenza serve a creare dei meccanismi di separazione, di esclusione e di apartheid. Ecco allora che questo meccanismo ideologico dell’etnopluralismo è stato tradotto e recepito dai movimenti micronazionalisti attraverso lo slogan diffuso del "ciascuno a casa sua". Questi movimenti, Haider in Austria, Bossi in regioni del Nord Italia, dicono di se stessi: noi non siamo razzisti, anzi noi siamo per la tutela innanzitutto della nostra comunità, ma anche delle altre comunità. E l’unico strumento, però, per tutelare l’identità delle varie comunità è che ciascuno rimanga a casa sua; se un aiuto ci dev’essere, che sia rivolto al territorio di rispettiva competenza. Quindi tendono a segmentare in chiave etnica i territori e ad avere come grande nemico la società multiculturale.
Questa viene interpretata dalla nuova destra come il portato della globalizzazione che, a sua volta, non sarebbe altro che il frutto di un disegno di omogeneizzazione e di appiattimento dei popoli voluto dalla cultura angloamericana e quindi soprattutto dagli Stati Uniti. E questo avviene sia attraverso il modello della società multiculturale sia, a livello di principi, attraverso la tutela dei diritti universali dell’uomo. Per la nuova destra, in realtà, quali diritti universali vadano tutelati lo decidono gli Stati Uniti attraverso l’intervento armato: in Kosovo e non in Kurdistan, per esempio.
Il punto in cui la nuova destra si differenzia dagli etnofederalisti è il liberismo economico: a differenza dei movimenti microregionalisti la nuova destra è antiliberista.
Questa vittoria di Haider come è stata accolta dalle cosiddette destre nazionali, Le Pen in Francia, Fini in Italia?
In Italia Alleanza Nazionale non ha esultato, anche per rimarcare la distanza dal modello micronazionalista e di razzismo differenzialista tipico dell’offerta politica di Haider. Ovviamente, invece, la Lega Nord si è riconosciuta pienamente nella vittoria di Haider, con il quale, d’altra parte, ha stabilito da tempo un rapporto di stretta collaborazione.
In Francia, sia Le Pen che Mégret hanno esultato alla vittoria di Haider perché poi, al di là della diversità della forma in cui s’esprime il nazionalismo, con cui s’esprime questo bisogno d’identità e di ricentralizzazione del fattore identitario in politica (micronazionalista da una parte e grande nazionalista dall’altra), ci sono diversi punti in comune anche tra i due Fronti Nazionali e i nazional liberali di Haider sui temi forti dall’economia, su quale risposta dare al bisogno di sicurezza. E soprattutto, sul modo xenofobo di affrontare la questione immigrazione.
Anche sulla questione delle due velocità, s’è giocata una partita decisiva in Europa. Pensiamo solo a cosa ha voluto dire per la Lega in Italia...
Non c’è dubbio che l’etno-federalismo, questo filone di pensiero che ha ripreso l’ideologia völkisch degli anni ’20 applicandola a una forma istituzionale moderna, è stato tenuto in vita politicamente ed organizzativamente, e logisticamente, grazie all’aiuto della Baviera. Le associazioni in cui questa piccola, ma molto combattiva élite di etnofederalisti, si sono raccolti, trovano nella Baviera fin dalla fine degli anni ’70 il loro punto di riferimento.
La Baviera ha giocato fino in fondo la carta dell’Europa a due velocità perché questa poteva aprire scenari geopolitici interessanti. I quali, guarda caso, sarebbero andati nella direzione dell’Europa delle Regioni. Il punto è che la Baviera vive con grande scetticismo il processo d’integrazione europea. Questo lo disse apertamente il ministro presidente bavarese Stoiber nel ’93 in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung: "La Germania aveva bisogno dell’Europa fino all’89, perché l’Europa era un succedaneo dell’unità nazionale persa dopo la seconda guerra mondiale. Ma una volta che la Germania si è riunificata, non ha più bisogno dell’Europa e neanche la Baviera ha bisogno dell’Europa. Perché il giorno in cui l’Europa diventasse uno Stato politico federale, la Baviera diventerebbe semplicemente più periferica, perché non sarebbe solo subordinata a Berlino, sarebbe subordinata anche a Bruxelles e a Strasburgo". Stoiber rifletteva sull’Europa dopo l’89 soprattutto da un punto di vista bavarese, mosso dalla preoccupazione che la Baviera perdesse peso politico, centralità e ruolo all’interno di un grande Stato europeo.
Quindi, da una parte, una posizione di scetticismo rispetto all’Europa, dall’altra una posizione di scetticismo rispetto all’adesione di paesi come la Spagna e l’Italia, più deboli soprattutto a livello economico-monetario. E questo non solo per ragioni di populismo del marco, molto presenti nel messaggio politico bavarese della Csu (la difesa del marco come fattore identitario tedesco e il pericolo che l’adesione della lira lo indebolisse) ma anche perché l’Europa delle due velocità era uno scenario che poteva rimettere in discussione i confini.
A questo proposito era stato commissionato dalla Cancelleria austriaca, a metà degli anni ’90, uno studio all’Accademia delle Scienze di Vienna sugli effetti del regionalismo europeo sull’Austria e all’interno dell’Unione Europea. L’interrogativo era: "Il regionalismo è fattore d’integrazione o di disintegrazione, in vista dell’unione economica-monetaria europea?". E nello studio dell’Accademia delle Scienze venivano ipotizzati diversi scenari, uno dei quali era quello dell’Europa a due velocità, e degli effetti che questo avrebbe provocato su paesi come l’Italia e la Spagna.
Gli studiosi austriaci facevano vedere come la mancata adesione dell’Italia e della Spagna da subito all’Euro avrebbe prodotto degli effetti disintegrativi all’interno di questi Stati. In particolare le regioni settentrionali italiane e le regioni più ricche della Spagna, la Catalogna, avrebbero chiesto di poter aderire da subito all’Unione Europea. Contemporaneamente, sempre nello scenario austriaco, il movimento delle regioni in Europa, cioè del nucleo duro dei paesi forti che poi ruotano intorno alla Germania, quindi il movimento dei länder, di cui la Baviera è la guida, avrebbe sollecitato una riforma istituzionale dell’Unione Europea per consentire l’adesione all’unione monetaria non solo degli Stati, ma anche delle Regioni e questo avrebbe potuto portare alla possibilità di concedere l’adesione alle regioni settentrionali italiane, alla Padania nel progetto di Bossi, o alla Catalogna di Pujol in Spagna. Si sarebbe così configurata un’Unione Europea con un nucleo duro centrale tedesco, a cui avrebbero aderito anche spezzoni ricchi e forti dei paesi rimasti fuori nell’immediato. La valutazione che facevano gli economisti viennesi era che i paesi, che non avrebbero rispettato da subito i criteri di convergenza, col passare del tempo avrebbero subìto un effetto forbice. Cioè la distanza con il nucleo duro sarebbe aumentata invece che diminuita, da qui l’effetto di disintegrazione e l’aumento di attrattività dei progetti micronazionalisti.
Questo era lo scenario disegnato dall’Accademia delle Scienze di Vienna. E questo fa vedere come la partita politica del regionalismo, giocata anche dalla Baviera, potesse aprire degli scenari imprevedibili: ridisegnare la mappa del vecchio continente, dando la priorità a principi di aggregazione regionali, invece che statuali e la rottura di uno dei principii degli Stati federali e degli Stati democratici oggi in Europa. Cioè il principio di solidarietà verso le regioni più povere.
A questo proposito, c’è da dire, per esempio, che negli ultimi anni più volte, per quello che riguarda la dinamica politica interna tedesca, la Baviera ha cercato di modificare il meccanismo di riequilibrio fiscale all’interno del patto di solidarietà che è proprio del federalismo tedesco. In Germania, infatti, le regioni più ricche compensano il gettito inferiore delle regioni più povere.
Questo per produrre un meccanismo di riequilibrio che consenta poi di avere dei volani di crescita per le regioni che sono più depresse. Più volte, soprattutto nei primi anni dell’ingresso dei cinque nuovi länder dell’Est, quando si discuteva della legge di bilancio dello Stato tedesco, la Baviera ha cercato di modificare il principio di solidarietà, adducendo come motivazione che i bavaresi pagavano di più per compensare i deficit economici dei länder più poveri.
Parlavi di una specie di "internazionale" etnofederalista finanziata e coordinata dalla Baviera...
Gli etnofederalisti si sono raccolti tutti in questa associazione a Monaco di Baviera, l’Intereg, che nasce alla fine degli anni ’70 ed è espressione diretta dell’Ente centrale bavarese d’istruzione politica che, a sua volta, è espressione del governo del Land della Baviera.
Tant’è che, all’inizio, il responsabile dell’Intereg ero lo stesso responsabile dell’Ente centrale d’istruzione politica bavarese. Il compito dell’Intereg, che raccoglie i teorici dell’etnofederalismo, del regionalismo a sfondo etnico, è quello di elaborare i concetti di regionalismo, di tutela delle minoranze, di diritti dei gruppi. Ed è l’Intereg ad elaborare per primo, un anno prima della caduta del Muro di Berlino, nell’88, il progetto di una regione europea transfrontaliera, a Regio Egrensis, che inglobi la regione dei Sudeti, una delle regioni storicamente più sensibili, per i rapporti tra la Germania e l’allora Cecoslovacchia. Ora, l’Intereg nasce su iniziativa della Baviera e dell’Associazione dei profughi tedeschi che raccoglie i profughi cacciati dalle regioni dell’Est dopo la seconda guerra mondiale.
Bisogna considerare che, dei dodici milioni di profughi che raggiunsero la Germania Occidentale dopo la seconda guerra mondiale, due milioni si sono insediati in Baviera e costituiscono un fortissimo bacino elettorale della Csu. E bisogna considerare anche che l’associazione dei profughi non riconosce i confini odierni della Germania, soprattutto quello tedesco-polacco dell’Oder-Neisse. Tra l’altro, il ministro-presidente della Baviera negli anni ’80, Strauss, più volte teorizzò che i veri confini della Germania erano i confini del 1937.
Allora la Csu e l’associazione dei profughi tedeschi, hanno elaborato questo progetto di regione transfrontaliera Egrensis nell’88; nell’89 è caduto il muro; nel ’91 è stata inaugurata la regione transfrontaliera, ma a livello progettuale di collaborazione transfrontaliera. Particolare curioso: la sede centrale della Regio Egrensis è nei Sudeti in un castello, dove ha sede la l’associazione dei profughi tedeschi, associazione revanscista che non riconosce i confini odierni della Germania.
Altro particolare interessante è che, a rilanciare nel ’91 il progetto di una regione transfrontaliera interessata da un altro confine sensibile, il Brennero, in direzione di una regione europea del Tirolo, è un altro professore etnofederalista, Peter Pernthaler, professore a Innsbruck e membro del kuratorium dell’Intereg di Monaco di Baviera. Quindi il think tank etnofederalista è a Monaco di Baviera, ed è lì che nascono i progetti di regione europea della seconda generazione, che interessano tutti i confini sensibili, ancora in parte contestati.
Vale la pena ricordare che il regionalismo transfrontaliero degli anni ’50, ’60, ’70, aveva una forte connotazione economica e dovendo servire soprattutto a superare la collocazione periferica delle rispettive regioni di confine tedesche, olandesi, francesi e del Benelux. Queste regioni europee della seconda generazione sorgono invece lungo frontiere contestate.
Se uno guarda oggi una cartina geografica della Germania, la vede circondata da un cordone ombelicale fatto tutto da regioni europee transfrontaliere che, di fatto, estendono i suoi confini a Ovest verso l’Olanda, il Benelux, la Francia; a Sud verso l’Italia e poi all’Est verso la Polonia. Uno dei due co-direttori, con Caracciolo, di Limes, Korinman, parla di germanoregionalismo e si chiede: "Ma saranno ponti di dialogo o saranno un modo moderno di far correre l’egemonia tedesca verso Est?".
Ma alla fine cos’è stato decisivo per la spinta all’allargamento? Kohl o la rincorsa dell’Italia e della Spagna?
Alla fine credo sia stata determinante l’Italia, e in particolare il governo Prodi, che è riuscito a conseguire all’interno il risanamento economico e finanziario e a trovare all’esterno un accordo molto stretto con la Francia. La Francia infatti, in un’Europa a due velocità, si sarebbe trovata in un nucleo duro con la Germania e paesi come il Benelux e l’Austria che ruotano comunque intorno alla Germania.
Così, invece, la Francia può confidare in un alleato come l’Italia e in un altro alleato possibile, come la Spagna, con cui, del resto, ha in comune l’affaccio all’area del Mediterraneo che è l’altro polo, se non di espansione, comunque d’interesse dell’Unione Europea.
L’alleanza tra Italia e Francia può bilanciare la tendenza tedesca a fare della Mitteleuropa e dell’Est il polo centrale dell’Unione Europea. Prodi racconta spesso che lui si è reso conto che l’Italia ce l’avrebbe fatta dopo un incontro con Chirac in cui si è sentito dire che l’Europa non sarebbe stata pensabile senza l’Italia. In quel modo veniva riconosciuto all’Italia non solo un ruolo economico, ma anche culturale e politico.
I movimenti indipendentisti più tradizionali, i bretoni, corsi, i catalani, sembrano subire il richiamo etnicista più pericoloso. In Francia qualcuno ha accusato gli indipendentisti corsi di pulizia etnica, perché ultimamente hanno colpito un immigrato francese...
Il nazionalismo si caratterizza nell’assegnare la prevalenza alla sottolineatura di un confine tra me e l’altro, nella valorizzazione dell’idea del "noi", ma il noi è tale nel momento in cui c’è una separazione con l’altro. Quindi automaticamente si genera un meccanismo di conflittualità col diverso e allora il diverso può essere l’immigrato, il gastarbeiter, il lavoratore straniero. Può anche essere il francese in Corsica, perché diverso rispetto alla minoranza corsa o rispetto gli appartenenti alla nazione corsa.
Quando noi usiamo il termine pulizia etnica abbiamo in mente la Bosnia, le Krajne, il Kosovo. Ma la pulizia etnica, in realtà, è lo strumento. Qui è il principio ad essere lo stesso, ossia quello dell’omogeneità etnica o purezza etnica. Infatti c’è una pulizia etnica manu militari, ma ci sono anche forme legalizzate di pulizia etnica: la proposta del rimpatrio dopo tre anni di disoccupazione degli immigrati, avanzata dal Blocco Fiammingo, oppure una normativa che introduca dei principi di discriminazione affermativa, cioè dei vantaggi agli autoctoni nei concorsi, nelle attribuzioni delle prestazioni sociali. Sono forme diverse che, però, mirano allo stesso obiettivo: la preferenza a chi etnicamente è omogeneo, a chi è ascrivibile alla comunità, comunità in cui non valgono principi universalistici di cittadinanza, ma principi etnocentrici di cittadinanza.
L’approvazione della legge sulla cittadinanza in Germania può essere un passo importante in questa situazione...
E’ un segnale importante, anche al di là dei tatticismi e delle paure di Spd e Verdi per le reazioni che questa proposta ha suscitato. Le reazioni di Csu e Cdu sono state addirittura scomposte, dato che per la prima volta hanno utilizzato, fatto abbastanza inusuale nella tradizione politica tedesca dal dopoguerra, uno strumento tipicamente plebiscitario, extraparlamentare, come la raccolta delle firme, difficilmente immaginabile per un partito solido, di centro, come l’unione dei due partiti democristiani.
La raccolta di milioni di firme è stata annunziata da Stoiber, avviata dalla Csu, e ad essa ha aderito poi anche la Cdu di Schaüble. Anche lui infatti ha ricollocato al centro dell’iniziativa politica l’idea della nazione, con la conseguente riscoperta della coscienza nazionale tedesca (a differenza di un Kohl che invece aveva improntato tutta la sua politica a una visione molto più europeista e molto meno nazional-tedesca). Come reazione all’opposizione dura dei partiti dell’unione, c’è stata una sorta di passo indietro di Spd e Verdi, però, a prescindere dai tatticismi, quello resta un segnale importante nella direzione del superamento del principio di cittadinanza tedesca fondato ancora sul sangue e sul suolo. In base a questo principio infatti non sono tedeschi i figli degli immigrati italiani e spagnoli che nascono in Germania, frequentano le scuole tedesche, parlano praticamente solo il tedesco e sono perfettamente integrati nella società tedesca. Mentre sono indiscutibilmente tedeschi i lontani discendenti dei tedeschi del Volga o di Kaliningrad, Königsberg, che non conoscono una parola di tedesco. Questo in forza del principio fondamentalmente predemocratico del blut und boden, del sangue e suolo.
Da quel punto di vista, la proposta Spd-Verdi sui meccanismi di determinazione della cittadinanza opera una rottura importante a livello di concezione della cittadinanza. C’è anche da dire che molti commentatori hanno attribuito la sconfitta elettorale dell’Spd e dei Verdi nelle ultime elezioni regionali a quella proposta, perché sarebbe stata letta come una sorta di viatico verso l’apertura delle frontiere. In realtà non era affatto scontato che quella legge avrebbe comportato questo effetto. Ma ancora una volta il tema dell’altro e dell’immigrazione è una questione che consente una fortissima enfatizzazione ed emozionalizzazione del dibattito politico.
A questo punto la loro speranza è aggrappata allo sfascio del progetto europeo...
Certo. D’altronde, l’Europa delle regioni etniche è una sorta di cuneo che viene messo tra gli Stati nazionali e l’Unione Europea. Lo scopo è innanzitutto destabilizzare e disarticolare gli Stati nazionali e, quindi, indebolire il progetto di unificazione europea che su tali Stati nazionali è fondato. Il rischio è che, di fronte a un rafforzamento dei movimenti micronazionalisti come la Lega, Haider, la Csu, i fiamminghi, così come dei vari movimenti indipendentisti, gli scozzesi, i baschi, gli occitani, i bretoni, gli Stati nazionali, per sventare il pericolo d’indebolirsi al loro interno e frenare l’espansione dei movimenti indipendentisti, rallentino loro stessi il processo di unificazione europea.
Questo è anche un grande dilemma: se non si accelera verso l’Europa il micronazionalismo potrebbe mettere radici più forti. Dall’altra parte, però, l’accelerazione in una prima fase potrebbe comunque comportare una radicalizzazione di questi movimenti che fanno dell’opposizione all’Europa una delle loro bandiere.
In conclusione, l’Europa di domani si gioca sulla sfida d’identità...
Certo, in particolare su quale modello d’identità, quello pluralista o quello monoculturale dall’altra, prevarrà. Il processo d’integrazione europea dovrebbe servire ad affermare un modello pluralista d’identità, in cui mettere insieme identità nazionali e identità regionali, che vadano a formare -un po’ come la società sudtirolese- un mosaico identitario comune europeo.
Questo non sarebbe né il melting pot americano, né l’identità monoculturale micronazionalista. Per esempio, il primo a parlare di Europa delle Regioni, lo svizzero Denis de Rougement, intendeva le regioni come unità funzionali, in cui i criteri di aggregazione fossero molteplici. L’aggregazione doveva essere basata su ragioni di funzionalità, ma anche sociali, su interessi economici, ma anche su comuni radici storico-linguistiche.
L’Europa delle Regioni degli etnofederalisti, invece, ha come criterio-guida aggregante l’etnia, l’omogeneità etnica, e se prende in considerazione il dato economico, lo fa solo subordinandolo all’omogeneità etnica. Sono, quindi, due modelli assolutamente diversi e incompatibili di Europa delle Regioni. Il micronazionalismo utilizza il regionalismo come lancia contro gli Stati nazionali, perché tende a disarticolare quella che è la cornice istituzionale che garantisce i diritti dell’individuo e i diritti dell’uomo, l’universalismo dei valori, per sostituirgli, invece, un particolarismo, un’idea di comunità e una concezione etnocentrica della cittadinanza.
Il problema è che quel tipo di messaggio oggi ha un’attrattività elettorale, una capacità di espansione perché c’è un contesto politico, ma anche sociale internazionale che, purtroppo, è favorevole. Evidentemente, l’impatto della globalizzazione, dei fenomeni immigratori rende appetibili proposte politiche che fino a dieci anni fa difficilmente lo sarebbero state.