pagine di storia

UNA CITTÀ n. 37 / 1994 Dicembre

Intervista a Walburga von Absburg
realizzata da Clemente Manenti

IL PICNIC E IL MURO
La storia, poco conosciuta, del picnic che contribuì a cambiare la faccia dell’Europa e certamente evitò una Tien An Men europea. Una volta aggirato, il muro cadde da solo. Intervista a Walburga von Absburg.

Come le venne l’idea?
L’idea del pic-nic è nata una sera di giugno del 1989 in un ristorante di Debrecen. C’erano state le elezioni europee e subito dopo mio padre è partito con me per l’Ungheria, dove non eravamo più “persone non gradite”. Lo scopo era quello di raccontare agli ungheresi cosa potevano significare per loro quelle elezioni, quali deputati del nuovo Parlamento Europeo potevano adoperarsi per l’Ungheria, e così via.
Questo, suo padre voleva farlo nella sua qualità di deputato europeo?
Sì, ma anche come ispiratore dell’Unione Paneuropea, perché le manifestazioni alle quali era stato invitato erano organizzate dall’Unione Paneuropea di Ungheria e dal Forum Democratico. Così è stato anche per la manifestazione all’Università di Debrecen, nell’Ungheria Orientale. Mio padre ha parlato di Europa agli studenti e agli altri convenuti, poi siamo andati a cena in un locale di Debrecen. Si è discusso di cosa fosse possibile fare per rendere manifesto il desiderio dell’Ungheria di entrare in Europa, ed è venuta fuori l’idea di un pic-nic sul confine austro-ungherese, che è sembrata a tutti una buona idea. I partecipanti sarebbero stati soprattutto gli aderenti all’Unione Paneuropea dell’Austria e dell’Ungheria, e quelli del Forum Democratico di Sopron, dove si sarebbe tenuto il pic-nic, e di Debrecen, dove l’idea era nata.
E lei sarebbe stata la madrina?
Io mi sarei fermata per qualche mese a Budapest per fare un corso di lingua, potevo quindi seguire da vicino i preparativi.
Chi altri venne informato?
Prima di tutto fu informato il governo ungherese, che allora era ancora comunista, ed in particolare il Ministro senza portafoglio Imre Pozsgay, il quale si dichiarò senz’altro pronto ad assumere il patrocinio del picnic, ma disse subito che non avrebbe potuto partecipare di persona il 19 agosto...
La data era già stata fissata fin dall’inizio?
Fin dal primo momento, perché il 19 è la vigilia della Festa Nazionale ungherese, quindi era più facile organizzare la partecipazione, ma soprattutto era una data di significato simbolico. A Imre Pozsgay chiedemmo anche consiglio circa il nostro proposito di tagliare un pezzo della cortina di ferro con delle cesoie, e lui ci disse sì, tagliatene pure un po’, però non troppo... del resto questa idea non era poi così inaudita, perché proprio in quei giorni Alois Mock e Gyula Horn, ministri degli esteri austriaco e ungherese dell’epoca, avevano tagliato simbolicamente la cortina di ferro, anche se in un altro punto del confine. Così noi pensammo di ripetere il loro gesto, e fu scelto per questo un punto dove in passato c’era stato un normale passaggio di frontiera, chiuso ormai da molti anni. L’idea, che fu discussa con alcuni funzionari della polizia di frontiera, era che in quel punto noi avremmo tagliato la rete e loro sarebbero stati presenti per porgere agli austriaci dei visti già preparati... allora infatti noi pensavamo che molti austriaci sarebbero entrati a piedi per prendere parte al picnic che si teneva in territorio ungherese... Questo era il programma del mese di giugno.
Poi la situazione è cambiata.
Completamente cambiata, perché già in luglio è cominciato l’afflusso di turisti della Rdt verso l’Ungheria e la Cecoslovacchia, e allora ci siamo detti che forse loro potevano essere interessati a partecipare al nostro pic-nic e abbiamo cominciato a distribuire inviti in forma di piccoli volantini e autoadesivi (Picnic a Sopron, 19 agosto, ecc.) soprattutto a Budapest, dove io mi ero fermata per il corso di lingua. Abbiamo attaccato gli adesivi su tutti i ponti, ma anche a Zugliget, nella zona dell’ambasciata tedesco-occidentale dove un prete cattolico aveva organizzato una specie di campo profughi, e nei campeggi sul Plattensee. Nei punti dove si concentravano i tedesco-orientali poi abbiamo distribuito anche delle carte della zona di Sopron, perché la gente sapesse esattamente dove andare. E siamo andati avanti fino a fine luglio-inizio agosto.
Ma a quel punto si poteva parlare ancora di azione simbolica? Non ha temuto che il vostro pic-nic potesse finire in un bagno di sangue?
Quando ci siamo resi conto della dimensione che la cosa stava prendendo, ci siamo detti mio Dio, possiamo assumerci un rischio simile? E quattro o cinque giorni prima del pic-nic abbiamo detto no, dobbiamo annullare l’appuntamento, non possiamo rischiare di mettere a repentaglio la gente... Ma ormai era troppo tardi, perché non avremmo potuto in alcun modo raggiungere tutti quelli che nel frattempo erano venuti a sapere della cosa, e alla fine abbiamo deciso: lo facciamo lo stesso! A quel punto naturalmente sapevamo che tagliare il reticolato e aprire il confine non sarebbe più stato un gesto simbolico. Per fortuna due giorni prima della data fissata gli ufficiali dell’Armata Rossa e la truppa sovietica che stazionava al confine furono ritirati da tutta la frontiera occidentale, che quindi era rimasta affidata ai soli ungheresi. Questa era una notizia incoraggiante.
Pensa che si sia trattato di una coincidenza?
Non credo, i sovietici erano certo al corrente del picnic, ed è probabile che abbiano voluto sottrarsi a una posizione imbarazzante. Così la mattina del 19 prima dell’alba sono partita da Budapest verso Sopron, dove c’è stata una conferenza stampa, con pochissimi giornalisti presenti, e poi da lì siamo andati al confine. Siamo arrivati in macchina fino a un centinaio di metri, poi sono scesa e mi sono messa a correre seguita da tutti gli altri, a quel punto non ho più pensato assolutamente a niente, non avevo un’idea neanche di quanta gente mi seguisse. Sono arrivata al reticolato e lì insieme al capo del Forum Democratico di Debrecen abbiamo tagliato la rete a destra della cancellata, dove una volta era il punto di controllo. Da quel varco sono passati i primi, che poi hanno aperto la cancellata dall’interno, nella fascia di terra di nessuno, che è ancora in territorio ungherese, e oltre al quale c’è un altro reticolato e un’altra cancellata. La polizia di confine ungherese era in questa zona di nessuno tra i due reticolati; gli agenti si sono voltati dall’altra parte. Appena passato il grosso che di corsa si è lanciato nella terra di nessuno, una massa impressionante che non sapevo valutare, io sono andata dalle guardie per ringraziare e complimentarmi. Uno di loro, il comandante, mi ha detto: «guardi, avevamo tre possibilità. La prima era sparare sulla folla e questo non lo volevamo. La seconda era cercare di fermarli, ma noi siamo in sei e loro più di cento. La terza possibilità era voltarsi dall’altra parte, ed è quello che abbiamo fatto». Poi mi ha chiesto un autografo per ricordare quella giornata storica, e io ho dato il mio autografo a tutti e sei con tanto di luogo e data sui formulari che loro avevano preparato per i visti.
Così si è conclusa la giornata...
No, non ancora. Passati i tedesco-orientali, sono tornata indietro con gli altri organizzatori fino al luogo stabilito, nel punto dov’è una torretta di avvistamento, e abbiamo cominciato i preparativi per il pic-nic, con le tovaglie, i cestini, le salsicce, la birra, il vino, la musica, coi motociclisti che facevano la staffetta, gli austriaci con un gruppo di cavalieri che sono arrivati al confine a cavallo, la banda degli ottoni, insomma tutto quello che era stato previsto. Ancora non si aveva un’idea di quanta gente fosse passata. Solo alla sera, tornata a Budapest, ho ricevuto una telefonata dall’Ambasciata tedesco-occidentale e ho appreso che erano 661 i tedesco-orientali arrivati in Austria. L’indomani, giorno di Santo Stefano e festa nazionale in Ungheria, sono andata con mio cugino alla messa solenne celebrata dal Primate di Ungheria nel Duomo di Santo Stefano. La prima fila era interamente occupata dal Governo comunista al gran completo. Dopo la messa c’è stato un pranzo e mi sono incontrata col Presidente della Repubblica, Bruno Straub, con Imre Pozsgay e con altri ministri, compreso Gyula Horn. Invece del gelo che mi aspettavo, ho ricevuto i complimenti di tutti per la magnifica riuscita del picnic.