pagine di storia

UNA CITTÀ n. 88 / 2000 Settembre

Intervista a Fresia Cea
realizzata da Massimo Tesei

SCESE DAL TAXI LI’, DAVANTI ALL’UNIVERSITA’...
Svegliarsi un giorno con la radio che trasmette marce militari, continuare a sperare che non sia arrivato il peggio, poi il precipitare degli eventi. Il dramma di un padre benpensante, che “conosceva un generale”. Intervista a Fresia Cea.

Fresia Cea aveva 23 anni nel 1973, viveva e insegnava a Temuco, una città 600 km a sud di Santiago. Era sposata con Omar Venturelli, col quale ha avuto una figlia, Maria Paz. Fresia riuscì a fuggire dal Cile in modo avventuroso: dalla caserma in cui era detenuta riuscendo a mischiarsi a quelli che venivano rilasciati; da Temuco grazie alle indicazioni di un carabiniere che conosceva la sua famiglia; da Santiago, rifugiandosi nell’ambasciata italiana, grazie all’aiuto, per Fresia “veramente straordinario”, di una suora, alcuni preti e dello stesso cardinale di Santiago. Furono loro a organizzare, così come per tanti altri, l’entrata nelle ambasciate. Nel caso di Fresia, poi, le circostanze vollero che il prelato dovette aiutarla proprio materialmente a scavalcare il muro che lei, essendo piccolina, non riusciva a scalare. Dopo mesi, un accordo permise che i circa 400 rifugiati dell’Ambasciata italiana in Cile potessero raggiungere l’Italia. Dopo essere vissuta per anni in Italia, Fresia si è risposata, ha avuto altri due bambini, è rientrata in Cile, a Temuco, dove tiene un centro di assistenza per le donne maltrattate. Il centro si regge grazie all’aiuto internazionale, in Italia del Centro di Documentazione delle donne di Bologna. Da sempre impegnata nella ricerca della verità sulla sorte degli scomparsi, è stata una delle prime, in Cile, a promuovere l’apertura dell’inchiesta, e del processo quindi, contro i responsabili della morte del proprio congiunto.

Mio marito lavora nell’università cattolica, nella stessa facoltà dove lavorava Omar. E’ molto bravo, di una generosità incredibile perché ha dovuto condividere me con un altro marito, tutta la vita. Sì, mi hanno costretto a vivere con due mariti, perché è vero che Omar è scomparso, ma vive sempre con noi, tutti i giorni. Mio figlio più piccolo ha avuto dei problemi, ha dovuto cambiare di classe, perché una volta la maestra gli disse che era figlio unico. Mio figlio reagì: “No, non sono figlio unico, ho altre due sorelle, mia madre aveva un altro marito e l’hanno ammazzato durante la guerra che c’è stata qui nel Cile. Alle volte io l’accompagno a mettere i fiori sopra una tomba che ha il nome del padre di mia sorella più grande, però è una tomba finta, lei finge che sia lì, ma lì non c’è, perché non sa dove lo hanno lasciato quelli che hanno ammazzato tutta la gente, durante la guerra”. Allora i bambini: “Ma che guerra c’è stata in Cile?”. Loro infatti non ne sanno niente. La maestra allora non ha fornito alcuna spiegazione e da quel momento nessun bambino è più venuto a casa nostra.

La mia stanza era al secondo piano, quel giorno era la festa degli insegnanti e svegliandomi la prima cosa che avevo chiesto era di accendere la radio per sentire il discorso che il ministro dell’Educazione doveva fare a tutti gli insegnanti del Cile. Ricorderò sempre quando la tata gridò dal pianoterra che non lo trovava perché c’erano soltanto marce militari.Tutte le stazioni trasmettevano marce militari. Allora mi buttai giù dal letto perché avevo capito che era arrivato il “colpo”.

Le indicazioni che avevamo erano di andare ognuno al suo posto di lavoro: così aveva chiesto il Presidente anche attraverso la radio. Allora io sono andata al mio liceo, il numero due, di Temuco, un liceo pubblico, e mio marito all’università cattolica. Quel giorno sono stata per tutto il tempo a scuola, con dei ragazzi e anche con alcuni colleghi. Sempre ascoltando la radio. Pensando che a Santiago potevano fermare il golpe. E invece niente. Allora siamo tornati a casa e abbiamo cominciato ad ascoltare il famoso bando, ossia gli ordini che lanciava la giunta militare a livello nazionale. Poi cominciarono a uscire anche quelli a livello locale.
Cercavamo di contattare i compagni, il sindacato. Omar era dirigente del sindacato unico dei lavoratori dell’Educazione, uno dei sindacati più grandi del Cile, molto forte, l’unico sindacato che non aveva fatto sciopero contro Salvador Allende. Quindi sapevamo che la repressione contro i professori sarebbe stata molto dura. Difatti a Temuco dopo i primi giorni diedero la responsabilità di ripulire il settore educazione alla Forza Aerea del paese.
Sentivamo i bandi. Nel bando numero sedici c’erano i nomi di diversi professori. C’era quello di mio marito e c’era il mio. Diceva che dovevamo presentarci entro otto ore alla caserma più vicina, perché in caso contrario saremmo stati fucilati. Mio marito non si presentò. Nessuno voleva che lui si presentasse, perché dalle prime ore avevamo capito che la situazione era più drammatica di quanto avessimo immaginato. Da noi le forze armate avevano fama di essere democratiche rispetto alle forze armate degli altri paesi del continente, per cui non ci saremmo mai immaginati che sarebbero state così dure e così efficienti.
Quella notte dell’11 settembre, ricordo che lui dormì vicino alla porta. Sapevamo che la casa dove avremmo dovuto rifugiarci era controllata. In realtà tutta la rete del Mir era già caduta. Tutta l’organizzazione era stata controllata dalla dittatura fin dal primo momento. Come, non si è mai capito. Dicono che avevamo dentro un ufficiale dell’esercito, già da tempo, nel comitato regionale...
Omar portò giù un materasso dal secondo piano e lo mise vicino alla porta: “Così, se vengono, prendono subito me e a voi non fanno niente”. Ma i militari, quella notte, non vennero. Allora la mattina uscii per vedere dove potevo farlo nascondere e devo dire che non ho trovato nessuno che mi potesse aiutare. Ricordo che incontrai un collega di mio marito, al mercato, e gli chiesi se mi poteva prestare la macchina per tirar fuori mio marito dalla casa, ma lui mi disse che non poteva, che era occupato. Poi mi diressi in parrocchia, ma non c’era nessuno perché i preti erano ricercati: due canadesi avevano ricevuto l’intimazione di lasciare il paese in 24 ore, li accusavano di essere militanti del Mir. Il terzo prete, un cileno di origine italiana, era ricercato come responsabile militare del Mir! E il giornale cittadino scrisse poi, con lettere grandi così in rosso, “si cerca per cura rivoluzionaria”. Per strada incrociai un sacerdote, ma andava di corsa, era appena uscito dalla caserma e non mi volle aiutare, non mi guardò neanche. Alla fine ero così disperata! Dovevo portarlo in una casa sicura. Presi un taxi, passai a prendere mio marito e ci mettemmo a girare per la città ma non sapevamo dove andare. Restammo in taxi, a girare per la città, per molto tempo... A un certo punto mio marito fece fermare il taxi di fronte all’università e mi disse: “Non ti preoccupare, adesso proteggiti tu; io scendo qui e ti farò avere mie notizie”. Gli stavo dicendo: “Ma come?”, quando lui già era sceso lì, di fronte all’università... Non l’ho visto mai più.

In seguito ho ricostruito i suoi movimenti. So che rimase nella casa di altri compagni, ma quando seppe che ero detenuta nella caserma di Temuco, allora uscì per vedere il modo di tirarmi fuori. Andò in giro a chiedere aiuto, non trovò nessuno e alla fine se ne andò a casa dei suoi genitori, in campagna. Lì i genitori l’hanno preso, l’hanno messo nella cameretta e sono stati loro a spingerlo, a convincerlo a consegnarsi in caserma. Mi fa troppa pena, però è stato suo padre a portarlo a morire. Gli disse che era bene che lui mettesse un po’ la testa a posto e che alcuni giorni in caserma gli avrebbero fatto solo bene. Il papà lo convinse, gli disse che era amico del generale della caserma e che il generale gli aveva detto che non gli sarebbe successo niente, che bisognava interrogarlo, chiedergli alcune cose e che poi lo avrebbero mandato a casa. E lui credette al padre.
Lo tennero nella caserma cinque giorni.
Hanno cominciato lì a torturarlo. Ho i nomi di quelli che l’hanno torturato. Ma mio marito non aveva nessun incarico, nessuna responsabilità dentro il Mir, lui era un dirigente diciamo pubblico, aveva sì responsabilità nell’ambiente accademico, però dentro il Mir era un semplice militante. Quindi non poteva dire niente perché la struttura era tutta compartimentata. Lo torturarono, ma lui rimase zitto. Quando videro che non era in grado di fornire informazioni lo trasferirono in carcere e lo lasciarono lì, ridotto malissimo. Dicono i compagni che impiegarono un po’ di tempo per rimetterlo in piedi. Aveva un’emorragia interna, era completamente disidratato, perché non gli avevano dato acqua e aveva i segni dei colpi.
Come ho saputo queste cose? Qualcosa da lui, ma non questi particolari. Perché lui mi scriveva tutti i giorni dal carcere, le lettere uscivano grazie all’organizzazione dei compagni. E anch’io gli scrivevo. I particolari li ho saputi adesso che abbiamo iniziato il processo contro i responsabili della sua scomparsa. Perché ho sentito le testimonianze di tutti i compagni sopravvissuti che erano stati con lui nel carcere. A volte si mettono insieme e parlano e vanno ricostruendo i particolari più incredibili, fanno il disegnino di come vivevano dentro. Ti nominano tutti i compagni che formavano ogni carretta, così chiamavano i gruppi organizzati di compagni dentro al carcere, esattamente come fanno i detenuti comuni. Quando uno nuovo entra lo accolgono in una “carretta”. E così hanno cominciato a dire: nella mia carretta c’era questo, quest’altro, quello; hanno fatto una specie di appello e poi: allora bisogna contattare questo perché è stato lui a sentire l’altro, è stato quest’altro ad essere torturato quel giorno, è stato quello a vedere chi era il torturatore perché gli è caduta la benda...
Mi chiedi dei giovani. Quelli che oggi hanno vent’anni e sono nati nel mezzo o alla fine della dittatura vogliono sapere, ti chiedono tante cose, la prima è: perché non ci raccontano niente? Quest’anno hanno incorporato nei libri di storia le due posizioni rispetto alle ragioni del colpo di stato, ma c’è stata una discussione durante la quale il ministro dell’educazione stava per dimettersi. Questi giovani incominciano a fare delle ricerche. Per esempio in tutte le università ci sono dei giovani che studiano educazione, giornalismo, sociologia e si fanno domande, cominciano a cercare documenti, vengono a intervistarci per sapere che cosa è successo. Invece per quelli che erano giovani quando è venuta la dittatura non c’è niente da fare, non ne vogliono sapere assolutamente; del periodo della dittatura è stata fatta tabula rasa.

La verità e la riconciliazione? Il governo ha nominato una serie di giuristi, di psicologi, di professionisti, ha formato un’équipe e ha organizzato questa commissione che opera in tutto il Cile, per raccogliere informazioni su quello che è successo durante la dittatura militare. La commissione Rettin, dal nome del presidente, ha raccolto tutte le informazioni che la gente andava a comunicare. E la grande maggioranza delle persone i cui parenti risultano scomparsi o sono stati ammazzati o torturati o incarcerati o esiliati sono andati a raccontare, ma non tutti. Non sappiamo quanti sono i prigionieri politici scomparsi. Quando il giudice Gùzman, l’uomo nominato per seguire i processi, si reca nei cimiteri delle città per gli scavi, si fanno avanti sempre nuovi parenti di scomparsi. Quando, ad esempio, al cimitero della Conceptiòn hanno trovato otto fosse comuni e hanno estratto moltissimi corpi è venuta della gente a spiegargli di non aver detto niente in precedenza per paura e che però anche i loro figli e mariti risultavano scomparsi e quindi chiedevano che venissero raccolti anche i loro i dati. Allora hanno dovuto aprire di nuovo un registro.
Loro però hanno raccolto solo i nomi delle vittime. Nomi dei responsabili: nessuno. I militari sapevano cosa succedeva agli scomparsi e chi erano i responsabili, ma se vai ad aprire gli archivi (come ora si comincia a fare), trovi regolarmente delle pagine cancellate. La verità emersa è stata una mezza verità e quindi non ci poteva essere alcuna riconciliazione. Ci sono stati 3.000 scomparsi, 2.500 fucilati, 30.000 torturati; delle torture poi ancora non si dice chi è stato, chi sono i responsabili.
Ho avuto addirittura l’impressione che, dopo la commissione, siamo stati noi ad essere colpevolizzati. Per tanti, te lo meritavi. La famosa frase “qualcosa di brutto avrai fatto” perché ti hanno imprigionato, torturato, ti hanno fatto quello che ti hanno fatto. I pinochettisti, poi, quando Pinochet o i militari vanno in tribunale, si mettono fuori a sostenerli e dicono: “Comunisti coglioni, vi hanno ammazzato i vostri parenti perché anche loro erano dei coglioni come voi”. Passano tutta la mattina fuori del tribunale gridando questo e nessuno dice niente. E questa scena passa alla televisione, in tutti i canali. Poi quando arrivano gli avvocati difensori delle vittime gli buttano le uova, gridano di tutto. I militari vogliono morire senza essere toccati, e non dico condannati, non vogliono proprio essere chiamati in tribunale. Se vengono chiamati, non vanno e se il giudice gli manda l’ordine per iscritto rimandano indietro il foglio in bianco.
Adesso i militari hanno sei mesi per dire tutta la verità sugli scomparsi, per cui si arriverà a dicembre. E tu credi che io avrò il regalo di Natale? Verranno a dirmi: “Ecco cosa è successo a suo marito: l’hanno preso dal carcere e l’hanno portato alla Forza Aerea e lì l’hanno messo sull’elicottero e l’hanno buttato in mare”. Ma non lo faranno. Perché allora io chiederei: “E chi era il responsabile della Forza Aerea? Chi guidava l’elicottero?”. Quindi non lo diranno mai. Passeranno i sei mesi e diranno che non sono stati in grado di ricostruire l’accaduto.

L’ultima lettera che Omar ha scritto è indirizzata a sua figlia Pacita. Una lettera affettuosa, con i disegnini. Era il trenta settembre del 1973.