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UNA CITTÀ n. 41 / 1995 MaggioIntervista a Claudia M. Tresso
realizzata da Gianni Saporetti
LINGUE D’ALGERIA
Un paese crogiuolo fecondo di lingue e culture. Premesse alla barbarie integralista di oggi furono l’arabizzazione forzata e la lotta a tutto ciò che sapeva di francese seguite al ’62. La necessità di sostenere quegli intellettuali che, a rischio della vita, credono ancora in un Mediterraneo culla di culture che si mescolano. Intervista a Claudia M. Tresso.
Claudia M. Tresso, torinese, è studiosa del mondo arabo-islamico.
Tu vedi i prodromi dell’attuale catastrofe algerina già ai tempi dell’indipendenza e vedi quasi una consequenzialità fra le scelte fatte dall’Fln dopo la rivoluzione e l’attuale integralismo fanatico islamico. Puoi spiegarci?
Il punto chiave è capire la situazione nel 1962, anno dell’indipendenza. La colonizzazione in Algeria era stata molto capillare, con una percentuale di presenze europee fortissima: ad Algeri tre quarti della popolazione erano di origine occidentale. La popolazione locale era in parte cristiana, in parte ebrea ed in parte mussulmana, meno frequentemente atea perché il rapporto con il religioso era molto forte; comunque molto variegata. Inoltre non era solo araba, perché oltre agli arabi c’erano, e ci sono, i berberi che sono sì una minoranza, ma che è pari a un quinto della popolazione algerina.
Non c’era un’identità nazionale algerina. Prima del colonialismo, durante l’impero ottomano, se chiedevi ad un algerino “cosa sei?”, lui rispondeva “sono mussulmano”, o “sono cristiano”: l’identità era data dall’appartenenza al gruppo linguistico o religioso o, nelle campagne, al clan o alla tribù, non certo da una identità nazionale.
Dal punto di vista della lingua -e quanto sia importante la lingua per la connotazione nazionale ce lo dice il ruolo che essa ha avuto nella definizione di nazione in Europa- possiamo dire che non esiste una lingua nazionale algerina, ma che ne esistono diverse.
L’arabo ha la caratteristica di non essere una lingua unica: da una parte c’è una lingua scritta, che viene definita tra l’8° e il 10° secolo, durante l’impero abbaside, e viene imposta in tutti i territori conquistati in quanto lingua islamica, divenendo la lingua ufficiale della cultura e dell’amministrazione, ma che la gente non parla. Dall’altra parte ci sono vari dialetti arabi parlati che si diffondono all’epoca della conquista e che, mischiandosi alle lingue delle popolazioni locali, danno origine a lingue estremamente aperte, dinamiche e vitali che cambiano continuamente, a maggior ragione perché non scritte. Tra l’altro le donne, che sono escluse dal sistema pubblico e non possono scrivere, parlano, e parlano questa lingua corrente, che cambia, usandola sia per trasmettere la tradizione più legata alla gente, alla vita delle persone, sia per mantenere la fortissima tradizione orale delle tribù nomadi dell’ante-islam.
I berberi, poi, parlano la lingua berbera, che è una lingua vera e propria, per molto tempo anche scritta, comunque mantenutasi come lingua parlata nonostante le forti pressioni dell’arabo e la marginalizzazione subìta dalla cultura berbera una volta che i berberi si allontanarono dalle zone costiere ricche di commercio per rifugiarsi nelle zone montagnose dell’Atlante.
Come lingua dell’amministrazione, dopo la conquista ottomana, cioè dal 16° al 19° secolo, i turchi, proprio come mezzo di coercizione, imposero il turco, che verrà poi soppiantato dal francese, imposto dal colonialismo. Ma attenzione, il francese si diffonde anche come lingua di cultura perché i francesi, malgrado non facciano nulla per combattere l’analfabetismo e, anzi, cerchino di non invogliare le popolazioni locali ad andare a scuola, francesizzano anche il sistema scolastico e a quel punto i missionari formano una serie di scuole che diffondono l’istruzione, soprattutto in ambito femminile. Le prime donne che vanno a scuola nei paesi arabi vanno nelle scuole di suore perché le suore danno affidamento, hanno il velo anche loro e non vengono vissute né come rivali né come rappresentanti dell’Occidente che viene a imporsi, ma come donne che hanno gli stessi valori. Quindi questo francese che si impone, anche se marginalmente, nell’istruzione, comincia a veicolare dei valori molto forti dell’Occidente, non quelli imposti dal colonialismo soffocante, ma quelli accomunanti, primo fra tutti il valore dell’istruzione, quelli dell’illuminismo, della ragione, della scientificità, della emancipazione femminile, dei diritti delle minoranze.
Sono valori in parte anche trasportati da gente di buona volontà, da occidentali che vivevano con onestà quello in cui credevano, qualsiasi fosse la loro appartenenza, di sinistra o cristiana.
Questi valori vengono assunti da intellettuali algerini, mussulmani, cristiani, berberi, arabi, e producono un grande fermento intellettuale, di modernizzazione delle idee; un dibattito per cercare di capire come sintetizzarli con la propria cultura. E’ la rinascita del mondo arabo dopo il periodo buio dell’ottomanesimo, quella che gli arabi chiamano la nahda: una feconda sintesi di culture diverse senza alcun assolutismo ideologico e senza incancrenimento nella propria unica verità.
In questo confronto con la cultura europea gli arabi iniziano anche a interrogarsi sul nazionalismo. Tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo tutto il mondo arabo è fecondo di sintesi culturali molto forti sul senso del nazionalismo: ci si interroga in base a cosa l’arabo possa definirsi, se in base alla lingua o in base all’Islam, inteso però nel senso più ampio di cultura, come esperienza islamica vissuta in terra araba. C’è tutta una ricerca per definire il ruolo dell’Islam all’interno del nazionalismo, in termini estremamente modernizzanti, non della modernità imposta quale modello, ma come un processo che implica anche sofferenza nel costruirlo.
Solo per citare alcuni di questi grandi intellettuali possiamo ricordare Qãsim Amin che, alla fine dell’800, in Egitto, parla di liberazione femminile in una maniera talmente radicale da essere espulso dalla università di Al-Azhar, che rappresenta il centro del pensiero islamico; sempre dalla stessa Al-Azhar provengono i grandi riformisti Muhammad ’Abduh e Rashid Ridã e, ancora, ’Abd Al-Rãziq, un altro grande pensatore pressoché sconosciuto in Italia, che sostiene che l’Islam non è mai stato un potere politico, e questo è quanto di più diverso da quello che oggi sentiamo dire.
Ma tutto questo viene bloccato dalla decolonizzazione?
Purtroppo sì. Tutto questo fermento viene bloccato dalla chiusura mentale, intellettuale, dei nuovi dirigenti. La guerra di indipendenza che ha visto la partecipazione di tutta la popolazione, comprese le donne, i bambini, i berberi, i cristiani, i mussulmani e diventa perciò un momento di coesione fortissima per questa società variamente composta a livello di lingua, di religione e quindi di usi e costumi sociali, è stata guidata da un Fronte di Liberazione Nazionale rappresentativo di tutte quelle realtà, ma dopo la vittoria sale al potere solo un piccolo gruppo dell’Fln, che molto presto si sbarazza di quasi tutti i membri della opposizione interna, o eliminandoli fisicamente -e sono parecchi- oppure emarginandoli e cancellandoli dalla memoria storica del paese. Da un certo punto in poi, nei manuali di storia algerina, per esempio, una figura chiave come Ferhat Abbas non compare neanche più.
E cosa fa questo gruppo al potere? Dando inizio alla lotta contro tutto ciò che è francese e a un’arabizzazione forzata, impianta ex-novo un’idea di nazione algerina che non corrisponde affatto alla variegata realtà culturale e linguistica della regione. Quel crogiuolo di lingue che poteva, a parer mio, dare una fecondità culturale enorme, illimitata, viene assolutamente cancellato dall’imposizione, quale lingua nazionale, della lingua araba scritta che pochissimi conoscono. L’Fln impone l’arabizzazione, graduale ma molto veloce, di tutto il sistema scolastico, e dal ’62 al ’91 è un continuo crescere dell’arabizzazione, che viene imposta sempre più pesantemente: si arriva a vietare la diffusione dei giornali in lingua francese. Si scatena la lotta contro il cosiddetto “partito della Francia”. E’ del ’91 l’ultima legge che prevede, entro il ’97, l’arabizzazione totale di tutte le amministrazioni, di tutte le istituzioni, non solo nei rapporti tra loro, ma anche nei rapporti con l’estero. Quello che poteva essere inteso come riscoperta della propria identità da parte delle popolazioni locali, in realtà è lo smembramento di quella identità locale: si taglia via, si amputa il francese, la connotazione reale che il francese aveva nella gente.
Moltissimi intellettuali algerini usciti dalle scuole francesi, che hanno preso dalla Francia, e dall’Occidente in genere, una serie di valori, rielaborandoli fecondamente nella propria cultura e proponendoli come alternativa al rigido totalitarismo dell’Fln, vengono sempre più marginalizzati, anche linguisticamente, perché non sono in grado di scrivere in arabo classico.
Malika Mokeddem, il cui "Gente in cammino" è stato recentemente tradotto in Italia da Giunti, dirà: “il francese è la lingua della mia libertà”, proprio perché non è legata ai dogmi della religione, perché è la lingua con la quale lei è entrata in contatto con i grandi valori dell’Occidente, quelli di cui esiste una lunga tradizione in Occidente anche se in questo momento sembra un po’ spenta: i valori dell’emancipazione, della libertà individuale, della persona in quanto singola portatrice di una propria tradizione e non considerata solo quale membro di un gruppo.
L’Fln doveva anche elaborare una propria ideologia, doveva ricercare delle proprie radici e dove trovarle se non nella guerra di liberazione? La guerra di liberazione, e i virilissimi miti che questa tra l’altro comporta, diventano la base ideologica che legittima il governo e il potere stesso. Anche nei manuali di storia il riferimento storico al passato coincide con la guerra di liberazione e non rimane traccia del passato reale dell’Algeria, costituito fin dal 2° secolo d.C. da un miscuglio di culture. Apuleio, poi Agostino, vescovo cristiano, poi gli arabi, i berberi, la tradizione nomade, la tradizione sedentaria: era un passato veramente da rivalutare nella sua mediterraneità. Invece viene completamente dimenticato. La stessa rivoluzione algerina perde la sua caratteristica propria, quella, cioè, di aver unito elementi diversi, donne, uomini, berberi, cristiani, arabi, mussulmani, per diventare rappresentativa solamente del piccolo gruppo che detiene il potere.
C’è un fatto -per altro molto importante, ma anche molto emblematico della vicenda algerina- che succede all’indomani della rivoluzione. All’epoca dell’indipendenza, nel ’62, mancavano completamente gli insegnanti perché il colonialismo aveva favorito molto poco l’istruzione degli indigeni. Con un livello di analfabetismo intorno al 95% il numero di insegnanti rimasti in Algeria, dopo che i 25000 insegnanti francesi se ne erano andati, era di 2.000 e nessuno di questi sapeva scrivere e parlare l’arabo scritto. Allora cosa fa l’Fln? Chiede insegnanti ad altri paesi arabi. In Egitto, all’epoca, i Fratelli Mussulmani, nati nel ’28 e divenuti forza di opposizione nel ’54, due anni dopo l’ascesa di Nasser, hanno già dato vita a grosse sommosse. Così l’Egitto sarà ben contento di liberarsi di tanti islamisti, che andranno a costituire la maggioranza del corpo insegnante algerino: saranno veri e propri missionari islamisti che, attraverso l’insegnamento della lingua araba, porteranno in Algeria una lettura integralista e totalitaria dell’Islam.
Hai parlato dei “virilissimi miti della rivoluzione algerina”. Dal punto di vista della partecipazione femminile, l’immagine che noi abbiamo della rivoluzione algerina è molto bella...
Anche qui si è un po’ mitizzato: le donne nella rivoluzione algerina facevano, come spesso accade, le infermiere, le maestre, portavano anche le armi sotto i propri vestiti, ma già allora c’era la tendenza a marginalizzarle. Hanno avuto un grande ruolo nella rivoluzione, perché, comunque, di infermiere e di maestre c’era grande bisogno; purtroppo, però, quando finisce una guerra i miti che in genere restano sono quelli dello scontro armato, dell’eroe che perde la propria vita e non quello dell’infermiera che invece ha salvato la vita a tanti uomini, che, forse, l’avevano messa un po’ troppo a repentaglio.
Tendono ad affermarsi miti che io definisco virili, non maschili, ma virili in senso positivo, perché non si può non rispettare chi addirittura sacrifica la propria vita nel nome delle idee in cui crede.
Però credo che per permettere a qualcuno di sacrificare la vita in nome delle proprie idee, ci sia bisogno anche di tante altre persone, in genere donne, che sacrificano anch’esse la propria vita in nome delle idee in cui credono, ma dietro le linee, in un modo meno virile di cui non si tiene mai conto. In questo senso la guerra è totalitaria, non vede le differenze.
E tutto questo, tu dici, trova una continuità con l’integralismo islamico.
I gruppi islamisti emergono un po’ ovunque nel mondo arabo dopo la guerra dei sei giorni nel ’67, con il crollo del progetto panarabista di Nasser, il conseguente crollo del prezzo del petrolio e infine la crisi del modello di sviluppo desunto dal socialismo reale, basato sull’industrializzazione pesante.
Negli anni ’80, in Algeria, si contano a decine le industrie che chiudono e i progetti che vengono interrotti; c’è un totale crollo dell’economia locale, si crea un forte disagio economico e, di conseguenza, un forte disagio sociale. E’ questa serie di fattori politici-economici, non religiosi, che portano l’islamismo radicale a diventare punto di riferimento del malcontento sociale. L’islamismo, con i suoi riferimenti ai testi base dell’Islam, non ha in realtà un progetto politico ed economico da proporre in alternativa a quello, fallito, dell’Fln. Ha però un progetto sociale che ha molto impatto sulla vita della gente. E infatti quali sono le cose che propone? Il velo alle donne, il fatto, per esempio, di risolvere la crisi degli alloggi creando delle microcomunità nelle periferie urbane, che, nella condivisione dei beni, permettano un’economia autonoma di sussistenza e consentano di trovare alloggio ai membri della comunità.
La presenza nelle moschee, nelle scuole, nei punti di ritrovo riesce a far breccia nella gioventù, algerina e non solo algerina, delle campagne e delle periferie urbane che non ha lavoro, che esce da sistemi di istruzione male organizzati, con diplomi dequalificati, che si trova davanti un apparato burocratico fagocitante, che non vede speranza nel futuro e si vede continuamente riversare addosso i miti dell’Occidente “cattivo” e consumista, un Occidente che impone la mondializzazione della propria identità.
A quel punto sono ricomparsi i valori già affermati da anni dall’Fln: l’opposizione alla Francia diventa opposizione alla cristianità-Occidente, e la differenza non è poi molto grande; si recupera di nuovo l’arabo come lingua per eccellenza dell’Islam.
In un paradosso storico terribile il totalitarismo dell’Fln, estremamente discriminante nei confronti delle minoranze locali e delle donne, è andato a nutrire un totalitarismo ben peggiore.
Dopo aver appoggiato, spesso acriticamente, regimi che potremmo definire fascisti in nome dell’anti-occidentalismo o di un terzomondismo malinteso, cosa dovrebbe fare oggi la sinistra europea?
Secondo me la sinistra ha una forte responsabilità per non aver saputo imporre, prima dell’ideologia, i valori di cui era portatrice.
Io mi sono sentita tradita quando, attraverso lo studio, ho scoperto chi era Nasser. Ma anche se Nasser e l’Fln algerino sono stati punti di riferimento molto importanti per una certa area della sinistra, questo non fa venir meno i valori della sinistra europea, i valori di una democrazia reale, della capacità degli individui di esprimere se stessi, le proprie aspettative, i propri bisogni. Io continuo a crederci, anche se Nasser ha torturato e ucciso. Francamente credo che sia ora di smettere di piangersi addosso: la critica radicale dei modelli in cui si credeva non mette in discussione il patrimonio dei valori.
Credo che in questo gli intellettuali arabi, anche quelli mussulmani, possano essere un sano stimolo per l’Occidente, perché nei loro pensieri, nei loro modi di essere, nel loro modo di porsi, stanno operando una sintesi fra quello che sia l’Occidente che la loro cultura e la loro variegata società avevano e hanno di buono. E’ un tentativo, che spesso pagano con la vita, dovendo opporsi sia ai regimi totalitari al potere che alla tragedia dell’islamismo crescente; ma è da chi sostiene una cultura mista che possono venire i cambiamenti. Qualsiasi cultura, da qualsiasi parte provenga, è fallimentare se non apre i suoi confini, se resta rigidamente chiusa in se stessa: solo l’incontro e, a volte, anche lo scontro con altre culture può generare qualcosa di nuovo, che tenga conto della pluralità e complessità che ogni persona si porta dentro.
Quindi vi è certamente un Islam che è una minaccia, un pericolo, un fanatismo, ma ce n’è un altro che può essere di sfida alla sinistra e alla cristianità europee addormentate, che stanno dimenticando i loro stessi valori fondamentali e positivi, quelli che, oserei dire, hanno permesso, in qualche campo almeno, il miglioramento della vita umana.
Abbiamo dimenticato quella cultura mediterranea che è la base da cui noi stessi siamo venuti: Agostino era algerino prima di tutto, ma poi andava e veniva di continuo, era un vescovo cristiano che aveva una forte conoscenza dei testi semitici cristiani e li ha riconsiderati alla luce di Plotino, della classicità greco-romana. Il Cristianesimo stesso è una sintesi di valori orientali e occidentali da cui trarranno origine tanti aspetti positivi della cultura occidentale. Ora si tratta di imparare di nuovo a comprendere, nel senso originario di comprehendere, cioè unire insieme. La logica manichea che vede Occidente e Cristianità da una parte e mondo arabo e Islam dall’altra è la soluzione per morire tutti. La soluzione per vivere tutti è quella di comprendersi, di essere permeabili alla cultura, agli odori, ai modi di vita degli altri. Sembra utopico detto così, ma gli intellettuali arabi a un certo punto della loro storia sono stati capaci di farlo e nella vita quotidiana della gente è molto meno utopico di quanto non si immagini.
La scorsa settimana è uscito in Francia un libro di Khalida Messaoudi, una professoressa di fisica o di matematica, che ha messo su un’associazione che si chiama, niente meno, Associazione per il trionfo dei diritti delle donne.
Devo dire che essendomi formata alla scuola degli islamisti europei e della sinistra europea, quando ho fatto la mia tesi di laurea sulle donne arabe persone come Khalida Messaoudi non le ho considerate, perché dicevo: “questa è una francesizzata e quindi non ha niente a che fare con la popolazione locale”. Ed ho fatto male. Oggi mi sembra che da persone come Khalida Messaoudi, che sono tante, possa venire veramente la possibile via di soluzione. Khalida Messaoudi chiede all’Occidente da anni, a rischio della propria vita, di non schierarsi né con il governo dell’Fln, come fa per esempio il Fondo monetario internazionale che ha concesso il mese scorso un miliardo e mezzo di dollari al governo attualmente al potere in Algeria, né, ovviamente, con gli islamisti, che lei definisce fascisti, ma con quelli come lei che molto spesso sono costretti all’esilio.
Vorrei ricordare Assia Djebar, che è una storica che ha scritto un libro sulle donne nei primi tempi dell’Islam, Lontano da Medina, anche questo pubblicato in Italia da Giunti. Vorrei ricordare Mohammed Arkoun, un signore che da vent’anni insegna alla Sorbona, che ha pubbblicato decine e decine di libri tra i quali una bellissima Per una critica della ragione islamica, dove propone una lettura dell’Islam decisamente diversa dallo stereotipo che abbiamo in testa, quello di un Islam politico e totalitario.
Secondo me è vergognoso che in Italia non sia ancora stato tradotto nulla di Arkoun. Penso che dovremmo cercare di ascoltare queste voci che oggi sembrano gridare nel deserto.
Per concludere vorrei ricordare Muhammad M. Tãha, un grande pensatore della religiosità islamica la cui vicenda è emblematica di tutto quello che finora abbiamo detto. Partendo dalla distinzione fra capitoli meccani, quelli cioè rivelati alla Mecca, e capitoli medinesi, quelli invece rivelati a Medina, Tãha, senza mettere in discussione il dogma per cui il Corano è considerato parola di Dio discesa sulla terra senza mediazione dell’uomo, -e dunque applicabile alla lettera per realizzare una società islamica-, propone di applicare alla lettera solo i capitoli della Mecca perché sono i soli universalmente validi, mentre i capitoli di Medina sono rivelati da Dio per la sola comunità di Medina. Ora, i capitoli della Mecca trattano della bontà di Dio, dell’unicità di Dio, del bisogno di giustizia sociale che la religiosità può esprimere, dell’elevazione dell’individuo attraverso la preghiera. I capitoli di Medina, invece, poiché la comunità islamica di Medina non è più solo la comunità di credenti stretta intorno a Muhammad, profeta di Dio, ma è una comunità sociale e politica che, dopo l’emigrazione e l’abbandono del clan, deve imporsi a un livello non più solamente religioso, parlano di inferiorità della donna e di guerra da condurre contro gli infedeli. Tãha, quindi, senza corrompere il dogma di fede islamico per cui il Corano è la volontà di Dio scesa direttamente sulla terra, proponeva una lettura decisamente modernizzante dell’Islam.
Purtroppo Tãha è morto nell’84, impiccato dal governo sudanese di Nemeiry. Un governo che non era affatto composto da islamisti radicali.
Tu vedi i prodromi dell’attuale catastrofe algerina già ai tempi dell’indipendenza e vedi quasi una consequenzialità fra le scelte fatte dall’Fln dopo la rivoluzione e l’attuale integralismo fanatico islamico. Puoi spiegarci?
Il punto chiave è capire la situazione nel 1962, anno dell’indipendenza. La colonizzazione in Algeria era stata molto capillare, con una percentuale di presenze europee fortissima: ad Algeri tre quarti della popolazione erano di origine occidentale. La popolazione locale era in parte cristiana, in parte ebrea ed in parte mussulmana, meno frequentemente atea perché il rapporto con il religioso era molto forte; comunque molto variegata. Inoltre non era solo araba, perché oltre agli arabi c’erano, e ci sono, i berberi che sono sì una minoranza, ma che è pari a un quinto della popolazione algerina.
Non c’era un’identità nazionale algerina. Prima del colonialismo, durante l’impero ottomano, se chiedevi ad un algerino “cosa sei?”, lui rispondeva “sono mussulmano”, o “sono cristiano”: l’identità era data dall’appartenenza al gruppo linguistico o religioso o, nelle campagne, al clan o alla tribù, non certo da una identità nazionale.
Dal punto di vista della lingua -e quanto sia importante la lingua per la connotazione nazionale ce lo dice il ruolo che essa ha avuto nella definizione di nazione in Europa- possiamo dire che non esiste una lingua nazionale algerina, ma che ne esistono diverse.
L’arabo ha la caratteristica di non essere una lingua unica: da una parte c’è una lingua scritta, che viene definita tra l’8° e il 10° secolo, durante l’impero abbaside, e viene imposta in tutti i territori conquistati in quanto lingua islamica, divenendo la lingua ufficiale della cultura e dell’amministrazione, ma che la gente non parla. Dall’altra parte ci sono vari dialetti arabi parlati che si diffondono all’epoca della conquista e che, mischiandosi alle lingue delle popolazioni locali, danno origine a lingue estremamente aperte, dinamiche e vitali che cambiano continuamente, a maggior ragione perché non scritte. Tra l’altro le donne, che sono escluse dal sistema pubblico e non possono scrivere, parlano, e parlano questa lingua corrente, che cambia, usandola sia per trasmettere la tradizione più legata alla gente, alla vita delle persone, sia per mantenere la fortissima tradizione orale delle tribù nomadi dell’ante-islam.
I berberi, poi, parlano la lingua berbera, che è una lingua vera e propria, per molto tempo anche scritta, comunque mantenutasi come lingua parlata nonostante le forti pressioni dell’arabo e la marginalizzazione subìta dalla cultura berbera una volta che i berberi si allontanarono dalle zone costiere ricche di commercio per rifugiarsi nelle zone montagnose dell’Atlante.
Come lingua dell’amministrazione, dopo la conquista ottomana, cioè dal 16° al 19° secolo, i turchi, proprio come mezzo di coercizione, imposero il turco, che verrà poi soppiantato dal francese, imposto dal colonialismo. Ma attenzione, il francese si diffonde anche come lingua di cultura perché i francesi, malgrado non facciano nulla per combattere l’analfabetismo e, anzi, cerchino di non invogliare le popolazioni locali ad andare a scuola, francesizzano anche il sistema scolastico e a quel punto i missionari formano una serie di scuole che diffondono l’istruzione, soprattutto in ambito femminile. Le prime donne che vanno a scuola nei paesi arabi vanno nelle scuole di suore perché le suore danno affidamento, hanno il velo anche loro e non vengono vissute né come rivali né come rappresentanti dell’Occidente che viene a imporsi, ma come donne che hanno gli stessi valori. Quindi questo francese che si impone, anche se marginalmente, nell’istruzione, comincia a veicolare dei valori molto forti dell’Occidente, non quelli imposti dal colonialismo soffocante, ma quelli accomunanti, primo fra tutti il valore dell’istruzione, quelli dell’illuminismo, della ragione, della scientificità, della emancipazione femminile, dei diritti delle minoranze.
Sono valori in parte anche trasportati da gente di buona volontà, da occidentali che vivevano con onestà quello in cui credevano, qualsiasi fosse la loro appartenenza, di sinistra o cristiana.
Questi valori vengono assunti da intellettuali algerini, mussulmani, cristiani, berberi, arabi, e producono un grande fermento intellettuale, di modernizzazione delle idee; un dibattito per cercare di capire come sintetizzarli con la propria cultura. E’ la rinascita del mondo arabo dopo il periodo buio dell’ottomanesimo, quella che gli arabi chiamano la nahda: una feconda sintesi di culture diverse senza alcun assolutismo ideologico e senza incancrenimento nella propria unica verità.
In questo confronto con la cultura europea gli arabi iniziano anche a interrogarsi sul nazionalismo. Tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo tutto il mondo arabo è fecondo di sintesi culturali molto forti sul senso del nazionalismo: ci si interroga in base a cosa l’arabo possa definirsi, se in base alla lingua o in base all’Islam, inteso però nel senso più ampio di cultura, come esperienza islamica vissuta in terra araba. C’è tutta una ricerca per definire il ruolo dell’Islam all’interno del nazionalismo, in termini estremamente modernizzanti, non della modernità imposta quale modello, ma come un processo che implica anche sofferenza nel costruirlo.
Solo per citare alcuni di questi grandi intellettuali possiamo ricordare Qãsim Amin che, alla fine dell’800, in Egitto, parla di liberazione femminile in una maniera talmente radicale da essere espulso dalla università di Al-Azhar, che rappresenta il centro del pensiero islamico; sempre dalla stessa Al-Azhar provengono i grandi riformisti Muhammad ’Abduh e Rashid Ridã e, ancora, ’Abd Al-Rãziq, un altro grande pensatore pressoché sconosciuto in Italia, che sostiene che l’Islam non è mai stato un potere politico, e questo è quanto di più diverso da quello che oggi sentiamo dire.
Ma tutto questo viene bloccato dalla decolonizzazione?
Purtroppo sì. Tutto questo fermento viene bloccato dalla chiusura mentale, intellettuale, dei nuovi dirigenti. La guerra di indipendenza che ha visto la partecipazione di tutta la popolazione, comprese le donne, i bambini, i berberi, i cristiani, i mussulmani e diventa perciò un momento di coesione fortissima per questa società variamente composta a livello di lingua, di religione e quindi di usi e costumi sociali, è stata guidata da un Fronte di Liberazione Nazionale rappresentativo di tutte quelle realtà, ma dopo la vittoria sale al potere solo un piccolo gruppo dell’Fln, che molto presto si sbarazza di quasi tutti i membri della opposizione interna, o eliminandoli fisicamente -e sono parecchi- oppure emarginandoli e cancellandoli dalla memoria storica del paese. Da un certo punto in poi, nei manuali di storia algerina, per esempio, una figura chiave come Ferhat Abbas non compare neanche più.
E cosa fa questo gruppo al potere? Dando inizio alla lotta contro tutto ciò che è francese e a un’arabizzazione forzata, impianta ex-novo un’idea di nazione algerina che non corrisponde affatto alla variegata realtà culturale e linguistica della regione. Quel crogiuolo di lingue che poteva, a parer mio, dare una fecondità culturale enorme, illimitata, viene assolutamente cancellato dall’imposizione, quale lingua nazionale, della lingua araba scritta che pochissimi conoscono. L’Fln impone l’arabizzazione, graduale ma molto veloce, di tutto il sistema scolastico, e dal ’62 al ’91 è un continuo crescere dell’arabizzazione, che viene imposta sempre più pesantemente: si arriva a vietare la diffusione dei giornali in lingua francese. Si scatena la lotta contro il cosiddetto “partito della Francia”. E’ del ’91 l’ultima legge che prevede, entro il ’97, l’arabizzazione totale di tutte le amministrazioni, di tutte le istituzioni, non solo nei rapporti tra loro, ma anche nei rapporti con l’estero. Quello che poteva essere inteso come riscoperta della propria identità da parte delle popolazioni locali, in realtà è lo smembramento di quella identità locale: si taglia via, si amputa il francese, la connotazione reale che il francese aveva nella gente.
Moltissimi intellettuali algerini usciti dalle scuole francesi, che hanno preso dalla Francia, e dall’Occidente in genere, una serie di valori, rielaborandoli fecondamente nella propria cultura e proponendoli come alternativa al rigido totalitarismo dell’Fln, vengono sempre più marginalizzati, anche linguisticamente, perché non sono in grado di scrivere in arabo classico.
Malika Mokeddem, il cui "Gente in cammino" è stato recentemente tradotto in Italia da Giunti, dirà: “il francese è la lingua della mia libertà”, proprio perché non è legata ai dogmi della religione, perché è la lingua con la quale lei è entrata in contatto con i grandi valori dell’Occidente, quelli di cui esiste una lunga tradizione in Occidente anche se in questo momento sembra un po’ spenta: i valori dell’emancipazione, della libertà individuale, della persona in quanto singola portatrice di una propria tradizione e non considerata solo quale membro di un gruppo.
L’Fln doveva anche elaborare una propria ideologia, doveva ricercare delle proprie radici e dove trovarle se non nella guerra di liberazione? La guerra di liberazione, e i virilissimi miti che questa tra l’altro comporta, diventano la base ideologica che legittima il governo e il potere stesso. Anche nei manuali di storia il riferimento storico al passato coincide con la guerra di liberazione e non rimane traccia del passato reale dell’Algeria, costituito fin dal 2° secolo d.C. da un miscuglio di culture. Apuleio, poi Agostino, vescovo cristiano, poi gli arabi, i berberi, la tradizione nomade, la tradizione sedentaria: era un passato veramente da rivalutare nella sua mediterraneità. Invece viene completamente dimenticato. La stessa rivoluzione algerina perde la sua caratteristica propria, quella, cioè, di aver unito elementi diversi, donne, uomini, berberi, cristiani, arabi, mussulmani, per diventare rappresentativa solamente del piccolo gruppo che detiene il potere.
C’è un fatto -per altro molto importante, ma anche molto emblematico della vicenda algerina- che succede all’indomani della rivoluzione. All’epoca dell’indipendenza, nel ’62, mancavano completamente gli insegnanti perché il colonialismo aveva favorito molto poco l’istruzione degli indigeni. Con un livello di analfabetismo intorno al 95% il numero di insegnanti rimasti in Algeria, dopo che i 25000 insegnanti francesi se ne erano andati, era di 2.000 e nessuno di questi sapeva scrivere e parlare l’arabo scritto. Allora cosa fa l’Fln? Chiede insegnanti ad altri paesi arabi. In Egitto, all’epoca, i Fratelli Mussulmani, nati nel ’28 e divenuti forza di opposizione nel ’54, due anni dopo l’ascesa di Nasser, hanno già dato vita a grosse sommosse. Così l’Egitto sarà ben contento di liberarsi di tanti islamisti, che andranno a costituire la maggioranza del corpo insegnante algerino: saranno veri e propri missionari islamisti che, attraverso l’insegnamento della lingua araba, porteranno in Algeria una lettura integralista e totalitaria dell’Islam.
Hai parlato dei “virilissimi miti della rivoluzione algerina”. Dal punto di vista della partecipazione femminile, l’immagine che noi abbiamo della rivoluzione algerina è molto bella...
Anche qui si è un po’ mitizzato: le donne nella rivoluzione algerina facevano, come spesso accade, le infermiere, le maestre, portavano anche le armi sotto i propri vestiti, ma già allora c’era la tendenza a marginalizzarle. Hanno avuto un grande ruolo nella rivoluzione, perché, comunque, di infermiere e di maestre c’era grande bisogno; purtroppo, però, quando finisce una guerra i miti che in genere restano sono quelli dello scontro armato, dell’eroe che perde la propria vita e non quello dell’infermiera che invece ha salvato la vita a tanti uomini, che, forse, l’avevano messa un po’ troppo a repentaglio.
Tendono ad affermarsi miti che io definisco virili, non maschili, ma virili in senso positivo, perché non si può non rispettare chi addirittura sacrifica la propria vita nel nome delle idee in cui crede.
Però credo che per permettere a qualcuno di sacrificare la vita in nome delle proprie idee, ci sia bisogno anche di tante altre persone, in genere donne, che sacrificano anch’esse la propria vita in nome delle idee in cui credono, ma dietro le linee, in un modo meno virile di cui non si tiene mai conto. In questo senso la guerra è totalitaria, non vede le differenze.
E tutto questo, tu dici, trova una continuità con l’integralismo islamico.
I gruppi islamisti emergono un po’ ovunque nel mondo arabo dopo la guerra dei sei giorni nel ’67, con il crollo del progetto panarabista di Nasser, il conseguente crollo del prezzo del petrolio e infine la crisi del modello di sviluppo desunto dal socialismo reale, basato sull’industrializzazione pesante.
Negli anni ’80, in Algeria, si contano a decine le industrie che chiudono e i progetti che vengono interrotti; c’è un totale crollo dell’economia locale, si crea un forte disagio economico e, di conseguenza, un forte disagio sociale. E’ questa serie di fattori politici-economici, non religiosi, che portano l’islamismo radicale a diventare punto di riferimento del malcontento sociale. L’islamismo, con i suoi riferimenti ai testi base dell’Islam, non ha in realtà un progetto politico ed economico da proporre in alternativa a quello, fallito, dell’Fln. Ha però un progetto sociale che ha molto impatto sulla vita della gente. E infatti quali sono le cose che propone? Il velo alle donne, il fatto, per esempio, di risolvere la crisi degli alloggi creando delle microcomunità nelle periferie urbane, che, nella condivisione dei beni, permettano un’economia autonoma di sussistenza e consentano di trovare alloggio ai membri della comunità.
La presenza nelle moschee, nelle scuole, nei punti di ritrovo riesce a far breccia nella gioventù, algerina e non solo algerina, delle campagne e delle periferie urbane che non ha lavoro, che esce da sistemi di istruzione male organizzati, con diplomi dequalificati, che si trova davanti un apparato burocratico fagocitante, che non vede speranza nel futuro e si vede continuamente riversare addosso i miti dell’Occidente “cattivo” e consumista, un Occidente che impone la mondializzazione della propria identità.
A quel punto sono ricomparsi i valori già affermati da anni dall’Fln: l’opposizione alla Francia diventa opposizione alla cristianità-Occidente, e la differenza non è poi molto grande; si recupera di nuovo l’arabo come lingua per eccellenza dell’Islam.
In un paradosso storico terribile il totalitarismo dell’Fln, estremamente discriminante nei confronti delle minoranze locali e delle donne, è andato a nutrire un totalitarismo ben peggiore.
Dopo aver appoggiato, spesso acriticamente, regimi che potremmo definire fascisti in nome dell’anti-occidentalismo o di un terzomondismo malinteso, cosa dovrebbe fare oggi la sinistra europea?
Secondo me la sinistra ha una forte responsabilità per non aver saputo imporre, prima dell’ideologia, i valori di cui era portatrice.
Io mi sono sentita tradita quando, attraverso lo studio, ho scoperto chi era Nasser. Ma anche se Nasser e l’Fln algerino sono stati punti di riferimento molto importanti per una certa area della sinistra, questo non fa venir meno i valori della sinistra europea, i valori di una democrazia reale, della capacità degli individui di esprimere se stessi, le proprie aspettative, i propri bisogni. Io continuo a crederci, anche se Nasser ha torturato e ucciso. Francamente credo che sia ora di smettere di piangersi addosso: la critica radicale dei modelli in cui si credeva non mette in discussione il patrimonio dei valori.
Credo che in questo gli intellettuali arabi, anche quelli mussulmani, possano essere un sano stimolo per l’Occidente, perché nei loro pensieri, nei loro modi di essere, nel loro modo di porsi, stanno operando una sintesi fra quello che sia l’Occidente che la loro cultura e la loro variegata società avevano e hanno di buono. E’ un tentativo, che spesso pagano con la vita, dovendo opporsi sia ai regimi totalitari al potere che alla tragedia dell’islamismo crescente; ma è da chi sostiene una cultura mista che possono venire i cambiamenti. Qualsiasi cultura, da qualsiasi parte provenga, è fallimentare se non apre i suoi confini, se resta rigidamente chiusa in se stessa: solo l’incontro e, a volte, anche lo scontro con altre culture può generare qualcosa di nuovo, che tenga conto della pluralità e complessità che ogni persona si porta dentro.
Quindi vi è certamente un Islam che è una minaccia, un pericolo, un fanatismo, ma ce n’è un altro che può essere di sfida alla sinistra e alla cristianità europee addormentate, che stanno dimenticando i loro stessi valori fondamentali e positivi, quelli che, oserei dire, hanno permesso, in qualche campo almeno, il miglioramento della vita umana.
Abbiamo dimenticato quella cultura mediterranea che è la base da cui noi stessi siamo venuti: Agostino era algerino prima di tutto, ma poi andava e veniva di continuo, era un vescovo cristiano che aveva una forte conoscenza dei testi semitici cristiani e li ha riconsiderati alla luce di Plotino, della classicità greco-romana. Il Cristianesimo stesso è una sintesi di valori orientali e occidentali da cui trarranno origine tanti aspetti positivi della cultura occidentale. Ora si tratta di imparare di nuovo a comprendere, nel senso originario di comprehendere, cioè unire insieme. La logica manichea che vede Occidente e Cristianità da una parte e mondo arabo e Islam dall’altra è la soluzione per morire tutti. La soluzione per vivere tutti è quella di comprendersi, di essere permeabili alla cultura, agli odori, ai modi di vita degli altri. Sembra utopico detto così, ma gli intellettuali arabi a un certo punto della loro storia sono stati capaci di farlo e nella vita quotidiana della gente è molto meno utopico di quanto non si immagini.
La scorsa settimana è uscito in Francia un libro di Khalida Messaoudi, una professoressa di fisica o di matematica, che ha messo su un’associazione che si chiama, niente meno, Associazione per il trionfo dei diritti delle donne.
Devo dire che essendomi formata alla scuola degli islamisti europei e della sinistra europea, quando ho fatto la mia tesi di laurea sulle donne arabe persone come Khalida Messaoudi non le ho considerate, perché dicevo: “questa è una francesizzata e quindi non ha niente a che fare con la popolazione locale”. Ed ho fatto male. Oggi mi sembra che da persone come Khalida Messaoudi, che sono tante, possa venire veramente la possibile via di soluzione. Khalida Messaoudi chiede all’Occidente da anni, a rischio della propria vita, di non schierarsi né con il governo dell’Fln, come fa per esempio il Fondo monetario internazionale che ha concesso il mese scorso un miliardo e mezzo di dollari al governo attualmente al potere in Algeria, né, ovviamente, con gli islamisti, che lei definisce fascisti, ma con quelli come lei che molto spesso sono costretti all’esilio.
Vorrei ricordare Assia Djebar, che è una storica che ha scritto un libro sulle donne nei primi tempi dell’Islam, Lontano da Medina, anche questo pubblicato in Italia da Giunti. Vorrei ricordare Mohammed Arkoun, un signore che da vent’anni insegna alla Sorbona, che ha pubbblicato decine e decine di libri tra i quali una bellissima Per una critica della ragione islamica, dove propone una lettura dell’Islam decisamente diversa dallo stereotipo che abbiamo in testa, quello di un Islam politico e totalitario.
Secondo me è vergognoso che in Italia non sia ancora stato tradotto nulla di Arkoun. Penso che dovremmo cercare di ascoltare queste voci che oggi sembrano gridare nel deserto.
Per concludere vorrei ricordare Muhammad M. Tãha, un grande pensatore della religiosità islamica la cui vicenda è emblematica di tutto quello che finora abbiamo detto. Partendo dalla distinzione fra capitoli meccani, quelli cioè rivelati alla Mecca, e capitoli medinesi, quelli invece rivelati a Medina, Tãha, senza mettere in discussione il dogma per cui il Corano è considerato parola di Dio discesa sulla terra senza mediazione dell’uomo, -e dunque applicabile alla lettera per realizzare una società islamica-, propone di applicare alla lettera solo i capitoli della Mecca perché sono i soli universalmente validi, mentre i capitoli di Medina sono rivelati da Dio per la sola comunità di Medina. Ora, i capitoli della Mecca trattano della bontà di Dio, dell’unicità di Dio, del bisogno di giustizia sociale che la religiosità può esprimere, dell’elevazione dell’individuo attraverso la preghiera. I capitoli di Medina, invece, poiché la comunità islamica di Medina non è più solo la comunità di credenti stretta intorno a Muhammad, profeta di Dio, ma è una comunità sociale e politica che, dopo l’emigrazione e l’abbandono del clan, deve imporsi a un livello non più solamente religioso, parlano di inferiorità della donna e di guerra da condurre contro gli infedeli. Tãha, quindi, senza corrompere il dogma di fede islamico per cui il Corano è la volontà di Dio scesa direttamente sulla terra, proponeva una lettura decisamente modernizzante dell’Islam.
Purtroppo Tãha è morto nell’84, impiccato dal governo sudanese di Nemeiry. Un governo che non era affatto composto da islamisti radicali.
