cosa sta succedendo

UNA CITTÀ n. 247 / 2018 marzo

Intervista a Paolo Feltrin
realizzata da Barbara Bertoncin

FRATTURA DI CLASSE
Il crollo delle schede bianche, come solo nel ’48 e nel ’76 era successo, segno che questa volta tutti hanno voluto dire la propria, e poi un paese spaccato, dove dal Lazio in giù si vota M5s e dalle Marche in su la Lega, che nelle regioni rosse vede moltiplicati per dieci o addirittura per venti i risultati dell’ultima tornata elettorale. Una sinistra smarrita che dovrebbe tornare a far proprio quell’invito di papa Bergoglio ai pastori: “mantenete l’odore di pecora”. Intervista a Paolo Feltrin.

Paolo Feltrin, politologo, docente di Analisi delle politiche pubbliche all’Università di Trieste, ha insegnato presso le Università di Firenze e Catania e presso la Scuola superiore di pubblica amministrazione di Roma. È coordinatore dell’Osservatorio elettorale della Regione Veneto.

I risultati elettorali ci restituiscono un paese spaccato, se non due Italie...
Vorrei affrontare l’analisi del voto del 4 marzo partendo da alcuni elementi meno evidenti, il più delle volte giudicati irrilevanti, ma che tuttavia meritano attenzione perché costituiscono delle "spie” per l’interpretazione complessiva dei comportamenti. Una premessa per me necessaria è che il voto, specialmente nel caso di "elezioni critiche” (crucial elections, come vengono chiamate in gergo), svela lo stato d’animo di un Paese e ne riflette le sue reali condizioni sociali molto meglio di qualsiasi ricerca sociologica o di qualsiasi indagine demoscopica: la Brexit ha restituito il volto vero dell’Inghilterra, l’elezione di Trump il volto vero dell’America. Una tendenza come quella degli ultimi due-tre anni in Occidente racconta i caratteri del cambiamento sociale in corso più e meglio di quanto abbiano saputo fare anche gli analisti più acuti. Basta guardare a ciò che è successo nelle votazioni recenti in Olanda, Austria, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, per non parlare di Grecia, Spagna, Portogallo, e così via; senza dimenticare le elezioni prossime venture, come quelle programmate per il 9 settembre in Svezia, dove potrebbe esplodere il partito anti-immigrazione e anti-Europa guidato da Jimmie Akesson.
Prima di analizzare il voto ai partiti, vorrei dunque sottolineare tre dati secondari ma interessanti. Il primo è l’altissima partecipazione elettorale. La percentuale di votanti è del 73%, che è sì praticamente identica a cinque anni fa, ma con mezza giornata in meno per votare, e soprattutto senza due miliardi e mezzo di euro di finanziamento pubblico alla campagna elettorale. In questa campagna non si sono quasi visti spot alla tv, nei giornali, e neppure nessuno si è sognato di spedire in modo massivo lettere elettorali a casa degli italiani. Però la gente è andata a votare lo stesso, tanto che a parità di condizioni (due giorni di voto e una campagna elettorale "ricca”) si può stimare che sarebbero andati a votare almeno un 6-8% di elettori in più. Il secondo dato sorprendente è che, rispetto alle elezioni del 2013, comparativamente, il Sud ha votato più del Nord, un dato straordinario, mai capitato nella storia elettorale del nostro paese. Infine un alto dato, passato sotto silenzio, è il crollo delle schede bianche e nulle. Un crollo analogo l’abbiamo avuto nel 1976, quando il tema era l’eventuale sorpasso del Pci sulla Dc, poi non avvenuto, e nel 1948 quando il leit motiv era lo scontro comunismo-anticomunismo. Oggi, siamo nuovamente davanti ad un minimo storico di schede bianche e nulle: un altro "segnale debole” del sommovimento in corso, come se gli elettori avessero deciso, contro tutto e tutti, di andare a votare e di esprimere questo voto senza alcun tentennamento, nonostante gli arzigogoli burocratici inventati in questa occasione, le file ai seggi e una campagna elettorale povera di spunti e priva di entusiasmo.
Insomma, ciò che balza agli occhi immediatamente è che dieci anni di crisi non passano senza conseguenze: appena possono, attraverso il voto, gli elettori manifestano la loro protesta. Chiamare tutto questo populismo serve solo a chiudere la discussione ancora prima di iniziarla, etichettando un fenomeno senza descriverlo con attenzione. Per certi versi, quando si parla di populismo si usa un vocabolo troppo connotato di accenti valoriali per essere di qualche utilità nel cercare di capire cosa sta capitando, come del resto era accaduto nei decenni trascorsi con il termine "totalitarismo”. Occorre invece rinunciare alle stigmatizzazioni e fare uno sforzo per capire il messaggio che gli elettori hanno mandato… "forte e chiaro”.
Ce l’aveva già spiegato Albert O. Hirschman quarant’anni fa, studiando le crisi latino americane: le persone non si lamentano quando sanno di essere tutte insieme in mezzo ai guai, ma appena vedono che l’economia riparte, ti presentano il conto: abbiamo tirato la cinghia per dieci anni, voi ci dite che adesso la crisi è finita, ma noi non vediamo i benefici di cui parlate; al contrario, siamo arrabbiati perché qualcuno se ne sta approfittando (Hirschman portava l’esempio di una coda in autostrada che riparte dopo un incidente, ma solo nella corsia di emergenza e solo per alcuni privilegiati). In questo senso possiamo parlare di un voto "popolar-sindacale”, molto più sindacale e molto più economico di quanto appaia focalizzando troppo l’attenzione sull’argomento relativo agli immigrati. Non a caso gli elementi di fondo attorno ai quali si è articolato il dibattito pubblico di questi mesi sono molto pochi e tipicamente economico-sociali: l’abolizione della legge Fornero, il lavoro per i giovani, la flat tax come strumento per dare più soldi a chi lavora (questo è il messaggio sotterraneo della Lega), e infine il reddito di cittadinanza a tutela di chi non lavora (Cinquestelle). Messaggi che echeggiano, in qualche misura, due distinte grida di dolore, una che viene dal Nord e una dal Sud, ma entrambe di uguale segno: la crisi è finita, ce lo ripetete ad ogni piè sospinto, allora dateci qualcosa.
Va a questo proposito ricordato come i nostri sistemi politici, quelli che vengono denominati come "liberal-democrazie”, devono il loro successo secolare al mantenimento di un difficile equilibrio tra libertà e benessere. Quando il welfare state è presente, allora i cittadini concentrano le loro aspettative sulle diverse dimensioni della libertà, ma nel momento in cui il benessere viene messo in discussione, la libertà diviene meno importante per lasciare il posto ad una fortissima rivendicazione di mantenimento degli standard economici raggiunti in precedenza.
Quarantacinque anni fa, nel 1973, davanti alla prima grande crisi che metteva in discussione l’ordine economico postbellico, uscirono quasi in contemporanea tre volumi che posero all’ordine del giorno questa questione, uno di James O’Connor (La crisi fiscale dello stato), l’altro di Junger Habermas (La crisi della razionalità nel capitalismo maturo) e infine quello di Claus Offe (Lo stato nel capitalismo maturo).
Allora sembrarono dei marziani, degli inveterati pessimisti, tuttavia va a loro merito l’aver messo in evidenza come il consenso sia la diretta conseguenza del benessere, e che tale benessere nelle società contemporanee possa essere garantito solo dallo stato attraverso la spesa pubblica (e il relativo deficit spending). Già in quegli anni ci si interrogò a lungo sulla sostenibilità (economica) dei debiti pubblici e sulla sostenibilità (politica) di eventuali scelte di rientro dai debiti pubblici. Oggi come allora, per qualunque forza politica popolare, questo dilemma appare non eludibile, come da ultimo ha messo in luce Wolfgang Streeck nel suo Tempo Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (2013), che non a caso riprende le discussioni dei primi anni Settanta.
Ricordo questo capitolo di storia delle idee perché il nesso crisi-consenso sembra essere completamente sfuggito alle classi dirigenti dei partiti di sinistra in Occidente, non solo qui da noi.
Ecco, le elezioni hanno sancito una crisi epocale delle forze di sinistra.
Prendiamo due esempi: il primo nella circoscrizione Lombardia 1, che è costituita di quindici collegi uninominali. Lì il centro-sinistra vince nei collegi 11, 12 e 13, che sono i collegi del "centro” del centro della città, in tutti gli altri, incluso il centro storico allargato, perde e malamente. Questo è un segnale chiarissimo della diversa constituency, della diversa base sociale che ormai vota Pd, spesso composta da ceti medio-alti, in molti casi "parassitari”, nel senso che devono il loro benessere a rendite di posizione lontane dal mercato, conquistate attraverso provvedimenti di protezione di posizioni di vantaggio, come l’impiego pubblico di alto livello (università, magistratura, sanità, ecc.), oppure alla fortuna di trovarsi nel "posto giusto al momento giusto”, oppure ancora a redditi guadagnati attraverso la retorica del "merito” ma privi di qualsiasi reale connessione al lavoro concretamente svolto (Ceo, Cfo, e avanti così...), per non parlare del vero e proprio capitalismo di rapina tipico del "multiverso” digitale (su cui ha attirato l’attenzione Piketty quando ha ironizzato sulla richiesta di abolizione del monopolio dei taxi da parte di élite liberali che accettano i monopoli mondiali dei colossi di internet). Sulla base del rapporto tra consenso, libertà e benessere prima citato, appare ovvio che questi ceti medi ricchi e intellettualizzati siano prima di tutto interessati ai diritti di libertà (a cominciare dai diritti delle minoranze sessuali), ma questi stessi diritti di libertà, in questi anni di crisi, vengono visti dal resto dell’elettorato popolare come delle guarentigie, dei lussi, per l’appunto, destinati al consumo elitario dei ceti medio-alti.
Un partito che guarda a sinistra non può avere nei centri storici più del doppio dei voti rispetto alle periferie senza perdere la sua ragione sociale. Dire, come spesso si fa, che la soluzione consiste nel rivendicare più diritti e più benessere, a me pare un modo per nascondere la testa sotto la sabbia.
Il secondo esempio lo troviamo nelle regioni rosse. Com’è possibile che nessuno tra i dirigenti della sinistra, di Liberi e Uguali, del Partito Democratico, o anche di Potere al popolo, non si sia reso conto di che cosa stava capitando in Emilia Romagna, Umbria, Toscana e Marche? Qui il dato è francamente clamoroso: assistiamo alla tracimazione della Lega, che dal Veneto oltrepassa il Po e invade tutte le regioni rosse. In Umbria, si passa dallo 0,6% al 20,2%, in una tornata elettorale! In Emilia Romagna la Lega è passata dal 2,6% al 19,2%. In cinque anni la Lega in Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, ha compiuto lo stesso tracciato percorso dal Veneto dagli anni Ottanta ai Duemila. Contemporaneamente i Cinquestelle al Nord calano o rimangono fermi rispetto al 2013.
Questi stravolgimenti sottendono un punto delicato, con declinazioni distinte per la Lega al Nord, per i Cinquestelle al Sud. Vale a dire che nelle elezioni critiche vengono messe in discussione le vecchie tradizioni politiche attraverso l’affermazione di nuove egemonie, sì, proprio quelle di cui parlava Gramsci, attraverso le quali vengono unificati larga parte dei segmenti sociali della società locale intorno ad un diverso concetto di "popolo”: la Lega intorno alla parola d’ordine "soldi a chi lavora” al Nord; i pentastellati attorno alla parola d’ordine "soldi a chi non lavora” al Sud. Due egemonie a base territoriale in grado di sconfiggere qualsiasi proposta politica nazionale, fosse il Pd, Forza Italia, Più Europa o Liberi e Uguali.
Anche la Lega si è presentata come partito nazionale, hanno pure tolto la parola "Nord”...
Formalmente è così ma se si guarda ai fatti la fotografia è diversa. Questo discorso vale anche per i Cinquestelle. I numeri parlano da soli: il 75% dei voti ai Cinquestelle sono concentrati dal Lazio in giù, mentre il 67% dei voti alla Lega si distribuiscono dalle Marche in su.
Quanto pesa il tema della sicurezza e degli immigrati nel voto alla Lega?
L’insicurezza legata al fenomeno migratorio è sempre figlia di un’insicurezza economica; se fossero stati risolti i problemi economici, a mio parere si registrerebbe molta meno tensione sugli immigrati. Mi chiedo: quid prius, cosa viene prima? Se ci fosse più gente che lavora, più reddito alle famiglie, sarebbe così drammatica la sensazione di insicurezza? Non dimentichiamo poi che l’immigrazione è sempre un problema per i ceti popolari, per chi li ha come vicini di casa o di pianerottolo, non per chi li vede da lontano dal superattico nel centro storico.
Insomma, io sospetto che questo tema abbia costituito da velo e da schermo per altre questioni sottostanti.
Al Nord la domanda unificante è stata grossomodo questa: "C’è la ripresa, lasciateci i soldi. O almeno lasciateci andare in pensione, così io non lavoro e mio figlio prende il mio posto. E finiamola di complicare la vita di chi lavora con tutta questa burocrazia e con questa soffocante pressione fiscale”; per non parlare delle decine di migliaia di imprenditori che dicono: "Vediamo un barlume, adesso basta pagare tutte queste tasse” e delle decine di migliaia di operai che pensano: "Finalmente si lavora, dateci un po’ di soldi in nero”. Come mai non è stata percepita questa domanda economica di tirare il fiato che attraversava e unificava i mondi operai, impiegatizi, di artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, liberi professionisti?
In fin dei conti il cosiddetto "modello emiliano” del Pci realizzava anch’esso un’egemonia territoriale unificando tutti i segmenti sociali intorno a un’idea di "socialismo e mortadella”. Di nuovo: perché la sinistra non è stata capace di avvertire e di prendere le misure del terremoto che la stava travolgendo? Questa unificazione di tutto il Nord intorno a una bandiera ben precisa è stata sottolineata troppo poco.
Va anche tenuto presente che i redditi sono ancora del 15% sotto i livelli pre-crisi, e che anche se il numero di posti di lavoro è tornato ai livelli del 2007, il numero di ore lavorate è molto più basso, per non parlare del vero e proprio ricatto dei contratti a tempo determinato e degli stage (altro che articolo 18, vera e propria bandiera di retroguardia di chi è asserragliato nel fortino dei "garantiti”).
La stessa cecità si è vista al Sud: nessuno ha compreso fino in fondo quanto drammatica fosse la condizione meridionale.Tradizionalmente, quello del Sud è un voto denso, cioè controllato da una rete di intermediari, di mediatori.
Proprio questa vischiosità del voto al Sud rende i risultati ancora più strabilianti: in Campania i Cinquestelle passano dal 22% al 49%, in Sicilia dal 33% al 48%, in Puglia dal 25% al 44%. Come è stato possibile? Si può avanzare qualche ipotesi di lavoro, un po’ estremizzata, ma utile all’analisi e al necessario approfondimento futuro.
Un’idea che si potrebbe proporre è che anche i soggetti intermediari sono coinvolti dalla stessa esasperazione di una base sociale rimasta senza alcuna possibilità di lavorare, perché non arriva più nulla, o molto meno del passato, della spesa pubblica.
La redistribuzione del reddito al Sud avviene principalmente attraverso cooperative più o meno fittizie, in una rete a pioggia che passa attraverso i comuni, le province, le regioni, le aziende sanitarie locali, le società pubbliche. I tagli non coinvolgono solo le famiglie, ma anche tutti i livelli medio-bassi della filiera dei trasferimenti pubblici. Questo potrebbe essere un primo tentativo di spiegazione di un risultato del genere, senza tirare in ballo la mafia o la camorra. Mafia, camorra e tutta l’illegalità, per definizione, si mimetizzano: se vince la Dc votano Dc; se vince il Psi votano il Psi; se vince Forza Italia votano Forza Italia, e così per i Cinquestelle. Cercare di spiegare un voto così vasto e omogeneo con la forza di orientamento della malavita mi sembra ridicolo.
Anzi, sotto questo profilo, prima di parlare di populismo, bisogna riconoscere che il voto ai Cinquestelle è servito come argine, ha mantenuto in un certo alveo di legalità un malessere che poteva esprimersi in altre maniere; il malessere meridionale sembra essere talmente acuto -ce l’ha rivelato il voto- che basta un cerino per avere una nuova Reggio Calabria.
Il punto è che questo malessere, a Nord e a Sud, non si risolve da sinistra, specie da parte di una sinistra da salotto. Le tradizionali ricette di sinistra non sono credibili verso chi si esprime in questo modo. Il risultato da debacle di Liberi e uguali ne è l’evidente dimostrazione anche per chi pensa ad un’ennesima scissione del Pd.
Un’altra grave colpa è non aver capito che questo voto è figlio diretto del 4 dicembre 2016. Il 70% degli elettori, la percentuale più alta degli ultimi trent’anni, va a votare su una questione relativa alle province, al Senato, all’abolizione del Cnel. E vota per il loro mantenimento!? Era evidente che ben altro bolliva in pentola, a partire da un malessere economico-sociale che non trovava altro modo di sfogarsi se non attraverso un no alla retorica governativa più che alla proposta di riforma costituzionale. Rifiutarsi di analizzarlo ha impedito di prendere delle contromisure.
Un tempo Dc e Pci passavano mesi ad analizzare gli esiti elettorali per cercare di interpretare ogni più piccola increspatura negli umori dell’opinione pubblica. Dopo il referendum è bastato un generico auto da fé di cinque minuti per chiudere ogni ulteriore dibattito. Come stupirsi se l’elettorato ha cercato di mandare un secondo messaggio "al quadrato” per farsi capire?
Resta il fatto che i partiti di una volta non ci sono più…
Ciò non significa buttare tutto a mare. Ad esempio, sia la Lega che i Cinquestelle mostrano che l’attivismo premia. La loro presenza, ognuno con le sue modalità, gazebo, tavolini ai mercati, ecc., era dieci volte superiore a quella degli altri partiti. Tutti a inseguire internet senza ricordarsi quanto sia importante ancora oggi il contatto faccia a faccia nelle campagne elettorali.
Un altro tema che si fatica a comprendere è l’esistenza di un problema europeo. In Italia oggi più del 50% del voto è antieuropeo. La questione non può essere sottaciuta, in qualche modo va affrontata.
Infine un appunto sugli errori. Le elezioni si vincono sempre per quel che dici che farai, mai per quel che dici che hai fatto. Ci sono ricerche ormai consolidate sul voto retrospettivo: l’elettore non guarda mai a quello che hai fatto perché pensa di averti già votato la volta precedente proprio per fare (o non fare) quello che dicevi di fare, l’elettore che va in cabina elettorale chiede cosa farai, chiede una speranza, al limite irrealizzabile. In fondo meglio un obiettivo non raggiungibile ma che dimostra una reale preoccupazione per le mie condizioni di vita che una prospettiva di ulteriori sacrifici senza alcuna "com-passione” per le mie difficoltà. Niente da fare invece: guai a solidarizzare con chi era in difficoltà; si è arrivati a plaudire alla legge Fornero come la legge sulle pensioni più bella al mondo, a dichiarare con entusiasmo la fine della crisi, a ringraziare il governo dei successi ottenuti e a dichiarare incompetenti i molti che non ne vedevano i benefici.
Dicevi che se c’è un soggetto che non esce travolto da questo voto è il sindacato.
Curiosamente è così; pur snobbate da tutti, le tre confederazioni da alcuni anni hanno dimostrato di avere antenne più accurate dei partiti: erano abbastanza vicine ai temi delle pensioni, della riduzione delle tasse, dell’aumento degli stipendi. La controprova è che in queste ultime settimane nessuno dei vincitori si è permesso di dire qualcosa contro i sindacati, che avevano il polso della situazione, anche se paradossalmente più attraverso i servizi che con la presenza nei luoghi di lavoro.
Riguardo le caratteristiche socio-economiche, quanto contano?
Qui troviamo livelli di forza della correlazione incredibili. In pratica è come se il 90% della preferenza di voto fosse prevedibile semplicemente analizzando il reddito disponibile (o il tasso di disoccupazione). È il sogno di ogni statistico trovare correlazioni così nette: redditi bassi, Cinquestelle forti; redditi alti, Cinquestelle deboli. Per la Lega esattamente l’opposto.
Quanto pesa invece la demografia? Ci si lamenta che i giovani non votano...
Diciamolo, sebbene senza fanfare: i giovani e soprattutto la coorte 18-24 sono ormai irrilevanti nel corpo elettorale. Semmai i veri perdenti sono gli appartenenti alla fascia 25-50 anni che si sono trovati a dover far fronte a dieci anni di crisi, sono nelle coorti centrali di età, padri e madri di bimbi piccoli, con il mutuo da pagare, e magari hanno i genitori che non riescono ad andare in pensione. Il vero cuore del malessere sono queste età centrali, che rappresentano sempre il baricentro sociale di ogni società.
Come se ne esce?
Innanzitutto accettando questo voto come dato da studiare ed evitando di cadere nel vecchio equivoco di dire che la gente ha sbagliato a votare. Molti analisti dopo la Brexit hanno affermato che, se si fosse votato la settimana o il mese dopo, avrebbero vinto i pro Remain. In realtà qualunque indagine demoscopica ci restituisce ancora oggi una solida maggioranza pro Brexit. Pare sia così negli Usa, lo vedremo presto nelle elezioni di mid-term, ma sembra che se gli americani oggi tornassero a votare, rivoterebbero Trump.
Alcuni elementi per la riflessione. Il primo, evidentemente, è lo scollamento tra sinistra e ceti popolari. Serve una riflessione seria su questo nodo. Il secondo è che la sinistra ha spesso esaltato come innovatori una fetta sociale di alti dirigenti di finanza o di imprenditori fortunati, come quelli di internet, che semplicemente approfittano del fatto di trovarsi, a volte per caso, a controllare posizioni di monopolio naturale. Aver glorificato queste figure come se fossero i benefattori dell’umanità, quando pensano solo ai loro affari, e tra l’altro non vogliono saperne di pagare le tasse, appare oggi un tragico errore.
Il paradosso reale è che questo è un voto di sinistra che si esprime attraverso forze politiche non di sinistra. È un voto che dice: "Così non va bene”, e affido le mie preferenze elettorali a vantaggio di partiti che hanno fatto propri molti degli argomenti un tempo di sinistra: pensioni, bassi salari, precarietà, ecc. Alcuni anni fa avevo scritto un saggio su "Quaderni di rassegna sindacale” (n.4, 2010) cercando di far vedere questo ritorno del voto di classe, ma a parti invertite, con i ricchi che votano a sinistra e i poveri che votano a destra.
Una qualche ricentratura delle strategie dei partiti pro-labour attorno alle politiche di promozione dei ceti medio-bassi dovrebbe essere studiata con molta attenzione, altrimenti è inevitabile che l’egemonia passi a qualcun altro. Un famoso lavoro di uno studioso americano pubblicato nel 1983 (T. Childers, The Nazi voter. The social foundation of fascism in Germany) ha analizzato in dettaglio, a livello di sezioni elettorali, il voto a Hitler nel 1933 sfatando la vulgata storica consolatoria per cui l’egemonia del partito nazista sarebbe stata solo appannaggio della piccola borghesia e dei ceti medi. No, vi fu anche un massiccio voto operaio e popolare. Non bisogna nascondersi la verità. Se le elezioni hanno un significato, è proprio quello di cui parlavamo all’inizio, di tirare giù il velo. A chi tende a sottovalutare il voto per le assemblee rappresentative (la cosiddetta democrazia delegata) va ricordato quanto il fenomeno elettorale sia, appunto, rappresentativo della società che lo esprime.
Davanti alla preoccupazione di un’"onda nera”, hanno colpito i risultati di Casa Pound e Forza Nuova.
Di nuovo: un eccesso di allarme non permette di percepire esattamente come stanno le cose. Inoltre mi viene da pensare che Cinquestelle e Lega abbiano prosciugato tutti gli altri canali di protesta, proprio perché, come si diceva prima, hanno esercitato un’egemonia politico-culturale trasversale sui diversi segmenti della società. I Cinquestelle non solo hanno prosciugato qualsiasi rivolo di sinistra, ma perfino la protesta che si esprimeva con le schede nulle! Dall’altra parte la Lega ha bloccato Fratelli d’Italia, non solo Casa Pound. Teniamo poi presente che Cinquestelle e Lega avevano programmi chiari, che potevano ridursi in poche formule. Qual era il programma del Pd? O di Forza Italia o di Liberi e uguali? Se non hai idee chiare, parole convincenti, non puoi sperare di esercitare un’egemonia.
In questo voto si ripresenta prepotentemente la questione meridionale.
Una questione irrisolta da centocinquant’anni e che non può essere lasciata alla classe dirigente meridionale, come spesso si è cercato di fare attraverso una sorta di scaricabarile, seguendo ideologie che ipotizzavano un’autonoma capacità delle società locali meridionali di promuovere un loro sviluppo autocentrato. È bene dirlo: il problema del sud ricade interamente nella responsabilità delle classi dirigenti settentrionali ma da decenni al Nord manca una qualsiasi idea positiva di come si possa risolvere la questione meridionale. Le differenze di Pil per abitante nel 1989 tra le due Germanie erano superiori a quelle tra Nord e Sud Italia. In venti-venticinque anni loro le hanno drasticamente ridotte (certo non tutto è risolto); nel frattempo in Italia la forbice si è ulteriormente allargata.
Luciano Cafagna, uno dei grandi storici economici dell’industrializzazione italiana, già all’inizio degli anni Novanta scriveva come non ci fosse dubbio alcuno che dal punto di vista del Meridione le cose sarebbero andate meglio se non ci fosse stata l’Unità d’Italia. Ma la domanda politica di oggi è: se vuoi tenere assieme questa nazione, come affronti la questione meridionale? Se non rispondi, se non hai una strategia convincente, cosa rimane? La secessione del Nord ? La ribellione del Sud?
Se si intende affrontare realmente la questione meridionale, occorre dire alcune cose: innanzitutto in questi dieci anni, le infrastrutture sono andate a nord (la regione che ha guadagnato di più è l’Emilia-Romagna con quarta corsia, alta velocità, stazioni avveniristiche, ecc.); ma anche le politiche sociali sono andate a Nord perché quando eroghi la cassa integrazione a gogò, come negli anni di crisi, al 90% la eroghi al Nord; quando eroghi l’indennità di disoccupazione avvantaggi di nuovo il Nord...
C’è un altro discorso da fare. Negli anni Novanta si è creduto in uno sviluppo autonomo del Sud. L’evidenza di questi anni è che solo uno sviluppo dall’alto può tirar fuori il Meridione dal buco nero in cui è finito. Ma questo lo fai se hai un progetto; se lo fai solo come misura di polizia, non funziona. Per queste ragioni trovo le due piattaforme, Cinquestelle e Lega, tra loro reciprocamente collidenti; la Lega non ha un progetto per il Sud e i Cinquestelle immaginano ancora le vecchie politiche assistenzialistiche come risposta tampone al dramma del Meridione.
Certo si può dire che il problema è più generale, però c’è qualcosa che mi lascia freddo. Ad esempio si dice che è finita la vecchia frattura di classe. Può essere, nei termini di frattura operai-padroni, ma in termini classi subalterne e gruppi privilegiati è più viva che mai.
Un aneddoto ci aiuta. In Veneto, per scelta del gruppo dirigente Pd, due ex sindacalisti della Cisl, considerati molto bravi nel lavoro parlamentare, sono stati mandati al macello in due collegi uninominali, senza il minimo recupero proporzionale; intanto il portavoce nazionale del movimento Lgbt è stato messo a capolista proporzionale del Partito Democratico a Padova. Ossia, ti preoccupi di avere il portavoce nazionale di Lgbt (candidandolo a Padova e non a Milano!?) e non ti preoccupi di tenere con te persone capaci e in contatto con il territorio? Ecco, abbiamo un intero mondo che va in questa direzione, in nome non si sa bene di cosa.
Mi ha colpito un episodio. Bergoglio nel 2013, in una delle sue prime uscite in occasione del Giovedì pre-pasquale a Santa Maria Maggiore, ha lavato i piedi ai preti facendo un discorso loro dedicato, che a mio avviso, ceteris paribus, potrebbe valere per i sindacalisti, i politici, chiunque voglia esercitare il mestiere della rappresentanza. Il papa ha detto più o meno questo: se a un prete non piace questo mestiere vada a fare qualcos’altro, se però lo fa non si preoccupi di inseguire le mode, siano esse quelle dei "novissimi” o degli "antichissimi”. Il prete deve guidare il suo popolo, non a caso lo si definisce un pastore di pecore tra le pecore. Attenzione, non è una pecora, il prete è e rimane un pastore, ma se vuole essere riconosciuto dal suo gregge deve sapere di pecora. Questo, non altro, è il significato profondo del legame di rappresentanza: essere di più e di meglio del tuo popolo, guidarlo, "mantenendo l’odore di pecora”.
Il che significa, tradotto nel nostro discorso, che le classi dirigenti, se vogliono fare politica, devono vivere modestamente e con sobrietà. I rappresentanti devono tenere nei comportamenti -prima ancora che nei discorsi- un legame con la gente che dicono di rappresentare. Questa mi pare un’idea abbastanza vera sotto tutti i cieli, e piantiamola di rifiutare questo genere di argomenti con l’epiteto di populismo. La sobrietà della Merkel, col suo solito vestito di taglio modesto, in fondo è un modo per dire: da politici non occorre cambiare vestito mattina, mezzogiorno e sera come i reali d’Inghilterra. Se invece pretendi di considerare un atto dovuto le scarpe da duemila euro, la barca a vela, la masseria, e allo stesso tempo vuoi essere credibile come leader… beh, sei tu che hai un problema di "vocazione” da risolvere, non il tuo popolo.
(a cura di Barbara Bertoncin)