storie di progetti

UNA CITTÀ n. 193 / 2012 Aprile

Intervista a Tommaso Speroni
realizzata da Joan Haim

CREDITI DI CARBONIO
La delusione per gli studi universitari, un tirocinio entusiasmante e quindi l’idea di aprire, con un amico, una società che pianta alberi in Africa e grazie al Gps... Intervista a Tommaso Speroni.

Tommaso Speroni, 26 anni, laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali, insieme ad alcuni amici ha fondato "Treedom”, società che finanzia progetti di riforestazione in giro per il mondo.

Dopo il liceo mi ero iscritto all’università. Il nonno premeva perché facessi giurisprudenza, mio padre invece voleva studiassi economia, così scelsi scienze politiche, una facoltà che mi dava la possibilità di studiare un po’ di tutto.
In generale non mi sentivo soddisfatto della mia scelta e, mosso dalla passione per progetti di sviluppo agricolo, a metà del mio percorso di studi avevo anche pensato di abbandonare la facoltà che avevo scelto per iscrivermi ad agraria. L’insoddisfazione era mossa dal fatto che l’università italiana dà molto spazio alla teoria senza formarti sulla pratica: esci dall’università che in teoria sai tutto ma in pratica… non sai fare niente! In realtà il problema non era tanto nella facoltà ma nel sistema in generale; avevo voglia di iniziare a fare qualcosa di reale e mi ero stufato di restare sui libri. Ancora prima di finire il corso triennale -nel settembre 2009- mi sono trasferito da Roma a Firenze per cominciare un tirocinio in una società che si occupava di produzione di energia rinnovabile da biocarburanti; sono entrato così nel mondo del lavoro, mosso dalla passione di fare progetti connessi all’agricoltura in paesi emergenti.
Sono anche stato fortunato perché si trattava di una società giovane e dinamica dove il tirocinio non consisteva, come succede spesso nelle grandi imprese, nel fare fotocopie e fax, ma nello svolgere incarichi anche importanti.
Inizialmente mi sono occupato di un portale web che promuoveva la sostenibilità di filiere di idrocarburi in paesi emergenti. Ho così cominciato a partecipare a conferenze del settore e a crearmi dei contatti. Mi sentivo valorizzato per quello che facevo: ero anche contento di fare straordinari o di lavorare più del dovuto, sentivo che stavo investendo del tempo su di me.
Spesso si generalizza dicendo che i biocarburanti affamano il mondo o, al contrario, che sono una panacea in grado di sostituire il petrolio. La realtà sta nel mezzo: vanno analizzate le ricadute ambientali, sociali ed economiche di ogni progetto in un contesto specifico. Questo era il mio compito quando mi occupavo del portale durante il mio stage.
Allo stesso tempo stavo iniziando a comprendere la potenzialità di internet e dei social network nella promozione della tracciabilità e quindi della trasparenza di un settore.

Dopo un viaggio di lavoro in Burkina Faso e Benin avevo deciso di sviluppare come tesi di laurea un modello innovativo di elettrificazione per gli ospedali in zone rurali dell’Africa: spesso queste strutture sono lontane dalla rete elettrica; hanno gruppi elettrogeni che girano a gasolio, ma l’approvvigionamento non è garantito perché il diesel arriva da lontano con costi logistici molto elevati. Il progetto prevedeva l’elettrificazione dell’ospedale di Tanguetà in Benin coinvolgendo i contadini locali nella coltivazione della jatropha, una pianta che cresce su terreni marginali: il seme sarebbe stato poi acquistato dall’ospedale, spremuto e bruciato in appositi generatori al posto del diesel.
Il modello era sostenibile perché offriva lavoro alle popolazioni adiacenti, assicurava un accesso all’energia per l’ospedale e promuoveva l’elettrificazione rurale grazie alla produzione di olio extra con cui venivano alimentati generatori nei villaggi limitrofi. Il modello è stato preso in considerazione e apprezzato anche da Emergency, che poi non ha potuto adottarlo per mancanza di finanziamenti.

Nella società in cui lavoravamo, eravamo un ­team molto affiatato; poi la crisi si è fatta sentire e la società ha cominciato ad avere problemi finanziari. Con un altro collega nonché amico, Federico Garcea, abbiamo capito che tirava una brutta aria. Finito l’orario di lavoro restavamo insieme e, tra una birra e l’altra, ci dilungavamo a fantasticare su una nostra possibile attività.
Ci eravamo affacciati al settore del carbonio. Questo settore, nato con il protocollo di Kyoto, aveva stabilito un mercato di compravendita di crediti di emissione per tutti quei soggetti vincolati per legge a ridurre le proprie emissioni. Accanto a questo settore si stava sviluppando un mercato (detto "volontario”) per tutti quei soggetti che, pur non vincolati per legge a ridurre le emissioni, erano interessati a farlo per responsabilità sociale d’impresa o per motivi di marketing (per mostrare una facciata più "verde” dell’azienda). In questo mercato dei clienti potenziali ci sono anche gli individui che possono essere interessati a compensare le proprie emissioni personali.
Rispetto a questo mercato "volontario” abbiamo notato che veniva offerto un prodotto che spesso non era proprio alla luce del sole: è un mercato che in fin dei conti ha come merce di scambio l’aria, un prodotto difficilmente verificabile. L’idea che stavamo maturando era di rendere quest’aria tracciabile e allo stesso tempo proporre un prodotto che fosse tangibile per gli individui. Come creare un legame tra chi compensa le emissioni e degli alberi piantati? Con internet!
Fino a quel momento le società che operavano nel mercato volontario ti dicevano: per compensare le tue emissioni devi piantare alberi, pagami e lo faccio io per te, ti svuoto il portafoglio in cambio di una bella ripulita alla tua coscienza ambientalista!
Poi se questi alberi venivano piantati o no, non lo sapevi; ricevevi a casa un bel certificato (in carta non sempre riciclata!) che finiva nel cassetto della scrivania.
Ecco, il nostro obiettivo era di proporre un prodotto che, oltre ad essere più trasparente, coinvolgesse anche dal punto di vista emotivo le persone interessate a finanziare questo tipo di progetti di riforestazione.
Così, nel maggio del 2010, è nato Treedom, un gioco di parole tra tree (albero) e freedom (libertà). Da un punto di vista operativo eravamo in due, Federico e io.
Per rispondere al primo problema (la mancanza di trasparenza del settore) abbiamo pensato di concepire una relazione diretta tra ogni albero piantato e il credito di emissione che veniva da noi emesso e venduto.
Il sistema prevedeva la registrazione di ogni albero piantato con uno speciale Gps e una macchina fotografica. Questo permetteva di rispondere a una seconda problematica: come creare una relazione tra il credito e i suoi potenziali clienti; grazie a foto e immagini satellitari il cliente poteva vedere il proprio albero ed essere aggiornato sullo stato di sviluppo del progetto di riforestazione da lui finanziato.
A quel punto l’idea c’era, però mancavano gli alberi! La divisione dei lavori con Federico è sempre stata molto chiara: lui vende, io pianto. Così nel giugno 2010 mi sono ritrovato in Camerun per iniziare le attività di riforestazione, testare la fattibilità del modello e comprendere i costi di implementazione. Individuato il luogo di progetto, Mankim, otto ore di strada sterrata dalla capitale (ore che possono diventare anche trenta per le cause più disparate), sono iniziate le attività forestali: creazione di un vivaio, raccolta delle sementi, preparazione dei terreni, trapianti. In pochi mesi sono iniziati ad arrivare gli alberi sulla piattaforma web, pronti ad essere adottati da clienti sotto forma di crediti di carbonio.

L’esperienza in Camerun è andata bene ed eravamo pronti a replicarlo in altre realtà.
Il software per Gps con fotocamera integrata per la registrazione degli alberi piantati poteva essere offerto a Ong e cooperative locali, per creargli un accesso ad un mercato nuovo.
A quel punto, da "piantatori di alberi”, potevamo diventare un soggetto che da un lato finanziava piccole Ong nei vari continenti e, dall’altro, certificava l’avvenuta piantumazione di questi alberi. Bisogna infatti sapere che i tanti progetti di riforestazione portati avanti da cooperative rurali o Ong non hanno accesso ai finanziamenti previsti dal protocollo di Kyoto: la fase di registrazione e certificazione ha dei costi molto elevati (da 50.000 a 100.000 euro). I piccoli sono tagliati fuori da questo mercato. Spesso iniziano le attività di riforestazione grazie ad un bando internazionale o un finanziamento regionale, ma finiti questi soldi muore tutto lì.
Con il nostro sistema, l’operatore dimostra da solo l’avvenuta piantumazione degli alberi. Basta un Gps e, una volta registrati gli alberi, connettendo questo strumento al computer entra in contatto diretto con possibili acquirenti dei crediti generati dagli alberi piantati.
Nell’ottobre 2011 abbiamo iniziato un nuovo progetto in Senegal in collaborazione con il Cospe. Nel giro di pochi mesi, nel 2012, apriremo in altri sei paesi, tra cui Argentina, Mozambico, Niger e Brasile.
Ogni progetto ha la sua specificità: può riguardare la lotta alla desertificazione, la promozione della biodiversità, la ricostruzione di foreste depredate da anni di deforestazione illegali.
Nei nostri progetti, poi, promuoviamo l’utilizzo di specie in via di estinzione o alberi da frutto che, oltre a stoccare il carbonio, possono dare un’opportunità di reddito aggiuntivo e stimolare la micro imprenditorialità locale attraverso la trasformazione di frutti. Con il Cospe dopo il Senegal andremo in Niger e in Angola; stiamo iniziando a collaborare anche con l’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale con la quale abbiamo iniziato un progetto in Argentina e tra poco ne partirà uno ad Haiti.
Treedom è nata a seguito della presentazione di un bando (Bersani) che sosteneva la creazione di nuove società in zone disagiate nella città di Firenze. Era un finanziamento di 30.000 euro, 50% a fondo perduto e 50% da restituire a tasso zero in cinque anni. Poiché dovevamo trovare una sede in una zona disagiata, abbiamo partecipato ad un altro bando per entrare nell’incubatore tecnologico della città che si trovava appunto in zona disagiata. Questa struttura accoglie nuove imprese o idee di business a canoni mensili molto vantaggiosi: con 300-400 euro al mese hai ufficio, internet, telefono e accedi ad altri servizi tra cui la formazione. In realtà non abbiamo usufruito molto dei corsi perché, quando si è solo in due, si hanno talmente tante cose da fare che non si riesce a seguire tutte le opportunità che vengono offerte. Però è stato l’incubatore a metterci in contatto con possibili investitori e a farci partecipare a iniziative che ci permettessero di conoscere potenziali clienti. Abbiamo poi avuto accesso ad un’altra linea di finanziamento che ci ha consentito di rifare il nostro sito internet e la piattaforma attraverso la quale mettere in contatto acquirenti e venditori di alberi!
Ora stiamo iniziando a strutturarci; abbiamo intenzione quest’anno di allargare il nostro team a sei persone.
Purtroppo non è facile trovare le persone adatte, abbiamo fatto tutta una serie di colloqui che sarebbe stato anche divertente registrare, un teatro dell’assurdo: ci siamo trovati davanti persone magari laureate con 110 ma che non avevano grinta, non avevano un sogno, non avevano particolari aspirazioni, aspettavano che il lavoro gli cadesse dal cielo. Un quadro abbastanza triste. "Conosci l’inglese?”. "No, ma ho trovato un sito Internet che fa delle traduzioni spettacolari”, "Grazie, ti facciamo sapere”.
Eravamo entrati in un circolo vizioso: lavoravamo troppo, ma non trovavamo il tempo per formare altre persone in grado di levarci del lavoro. Ci siamo fermati.
Tra i nostri primi clienti abbiamo avuto Enel e Jovanotti per la neutralizzazione delle emissioni prodotte dal suo tour. Si trattava di calcolare quanta CO2 produce un tour in giro per l’Italia di 75 tappe. Non siamo ingegneri ma, in base ai dati raccolti sugli stadi e la struttura dove si sarebbe svolto il concerto, all’analisi sui chilometri di strada percorsi dallo staff, abbiamo stilato un’analisi per la quale esperti del settore si sono complimentati. Questo primo lavoro per Jovanotti è stato molto grosso: 6.000 tonnellate di CO2 da compensare con 12.000 nuovi alberi da piantare in Camerun.
Attualmente è ancora in corso il progetto Camerun, ma non siamo più noi a gestirlo direttamente. Grazie a un percorso formativo, le attività vengono ora portate avanti direttamente dalla cooperativa locale. Sono loro in autonomia a gestire le parcelle agro-forestali: ogni persona del villaggio coltiva alberi da frutta come cacao, manghi o banani, che portano un reddito a queste persone. Il Camerun è stata una bella sfida: dal niente dovevi creare un team coinvolgendo le comunità locali vicino al villaggio, spiegare, sensibilizzare, creare il vivaio, organizzare tutta la parte di preparazione dei terreni. Piano piano scopri come vanno fatti questi lavori, scopri gli sbagli che fai, li correggi e impari tantissimo! Sicuramente sto imparando più di quanto avrei fatto con cinque anni di università. Poi ci sono i contatti con le autorità locali: è brutto da dire, ma in Camerun, come in molti di questi paesi, se sei un "Nasara” (un bianco) ti aprono tutte le porte perché capiscono che stai portando dei soldi da investire. Con un ministro è facile andarci a cena. Sono paesi dove la corruzione è ovunque. Contemporaneamente devi anche stare molto attento a fare le mosse giuste per evitare che dopo ti mettano i bastoni tra le ruote.

Fino ad ora l’utente poteva scegliere solamente il paese e la tipologia di albero da piantare. Il nostro obiettivo è quello di arrivare, attraverso la nostra piattaforma, a creare una connessione diretta tra il piantatore virtuale e il piantatore reale, associando ad ogni albero un beneficiario. Stiamo poi sviluppando un drone (una specie di elicottero telecomandato) con il quale sarà possibile fare foto navigabili delle zone di progetto. In questo modo sarà possibile seguire l’evoluzione delle proprie piante.
Questo è quello che abbiamo messo in cantiere nei primi mesi del 2012. Abbiamo anche in programma l’automatizzazione dell’analisi della quantità di carbonio che viene stoccato da ogni albero. Ogni tipologia può dare dei crediti differenti a seconda del luogo dove viene piantato: un mango in Senegal cresce meno di un mango in Camerun e il carbonio dipende dalle dimensioni dell’albero. In questa fase di crisi economica i primi tagli che vengono operati sui budget delle grosse società sono spesso per campagne di questo genere. Ma questo non mi preoccupa molto perché il nostro obiettivo a lungo termine sono gli individui, soggetti a cui il mercato del carbonio non ha ancora proposto un prodotto appetibile perché mancava l’interazione con il progetto reale. Stiamo quindi progettando applicazioni per iPhone e Facebook per fare campagne mirate. Attraverso uno smart-phone potrai calcolare quante emissioni di CO2 produce un viaggio in aereo o uno spostamento in macchina, scegliere il progetto da finanziare e la specie da piantare e condividere l’azione sui principali social network.

Oggi abbiamo una community di quasi 5000 utenti privati e la quantità di alberi da piantare continua ad aumentare in maniera esponenziale. Da un punto di vista personale, la prima esperienza in Camerun è stata molto faticosa: ho passato quasi un anno in questo paese per creare tutto da zero. Adesso è tutto in discesa, ci appoggiamo a strutture già consolidate che lavorano da anni con le comunità locali. Il lavoro è più divertente e vario perché nel giro di pochi mesi devo girare tre continenti… due settimane in Argentina, due settimane a Haiti, due in Mozambico. È la realizzazione del mio sogno: vengo pagato -anzi mi pago!- per viaggiare e vedere contesti differenti, tecniche nuove...
(a cura di Joan Haim)