cosa sta succedendo

UNA CITTÀ n. 154 / 2008 Marzo

Intervista a Daniela Fantini, Ileana Alesso, Eleonora Cirant
realizzata da Barbara Bertoncin

UNA VITA FORSE
La 194 una legge molto equilibrata, che però tiene al primo posto la donna, la sua vita, la sua salute. Quella del feto, per tante settimane, è solo ‘possibilità di vita’. La prima gravidanza, difficile da evitare, perché legata all’istinto, alla paura dell’infertilità... Ne discutono Daniela Fantini, Ileana Alesso, Eleonora Cirant.

Daniela Fantini è ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all’interno della clinica Mangiagalli di Milano. Ileana Alesso, avvocata, Udi Milano, è impegnata nel Comitato nazionale sui temi della 194. Eleonora Cirant, Libera università delle donne di Milano, OsaDonna, rete 194 ragioni, è tra le fondatrici del coordinamento “Usciamo dal silenzio”.

L’escalation dei toni nell’attacco alla 194, fino all’episodio di Napoli, francamente più che a un intervento di salvaguardia del feto, ha fatto pensare a un incattivimento verso le donne…
Ileana. Su questo non c’è alcun dubbio. C’è stata proprio una progressione: prima la moratoria, poi il blocco a 22 settimane e la rianimazione dei feti. Tuttavia, tutti e tre questi passaggi sembravano avere ad oggetto il feto. Ecco, con l’episodio di Napoli, il bersaglio è divenuto lampante. C’è stato proprio un salto che ha svelato l’attacco diretto alle donne.
Daniela. Vorrei fare una prima considerazione: la gravidanza è l’unica situazione in cui ci sono due persone, una dentro l’altra. E non sempre i diritti di una corrispondono ai diritti dell’altra. Per quanto mi riguarda, nel momento in cui io ho deciso di non fare obiezione di coscienza, mi sono subito resa conto di chi fosse il mio “cliente”, l’assistito, di chi fosse insomma la persona a cui mi rivolgevo. E aggiungo che a me è successo tantissime volte di tirare una riga sul certificato e poi seguire quella donna per tutta la gravidanza. E ho visto i bambini crescere. Allegri delle volte, dati in affido delle altre, finiti male nel giro di poco in altri casi. Faccio questo lavoro da 30 anni e quello che succede poi, l’ho visto tante volte… Comunque per me è ben chiaro chi decide, perché io parlo con uno, non con due. Insomma, la coscienza che quella è una “vita forse” io ce l’ho chiarissima.
Voglio raccontare due episodi capitati negli ultimi giorni. Per dare l’idea di quello che succede. Una donna di 32 anni che lavora in banca, le hanno dato il premio produzione e l’hanno mandata in vacanza con altri colleghi in quei posti tipo Sharm el Sheik…
Lei mi ha detto: “Sai, ero l’unica donna, tutti maschi, e non mi sono mai sentita così corteggiata nella mia vita, tutti che mi facevano i piaceri…”, e presa, inebriata da questa cosa è andata con uno di loro. Ovviamente è rimasta subito incinta. Perché poi è così quando ci si mette l’istinto… se decidi col cervello no, ma con l’istinto rimani incinta, perché le tube si allargano, il collo dell’utero anche, insomma non c’è niente da fare…
Solo che lei appunto è rimasa incinta di uno che a malapena conosceva e quindi ha deciso di interrompere la gravidanza. E’ venuta da me, mi ha spiegato. Io non chiedo mai nulla perché il mio giudizio non deve pesare. A volte penso siano delle pazze, altre volte mi dico: “Meno male, perché questa con un figlio…”, però quello che penso me lo tengo. Bene, questa ragazza ha fatto l’interruzione di gravidanza. Successivamente ho conosciuto la sua storia. Lei è stata adottata, per cui questa interruzione di gravidanza l’ha fatta molto pensare, non solo a quello che stava facendo, ma a quello che era successo a lei. Potevano succedere due cose. Che si sentisse in colpa per aver eliminato qualcuno con cui in un certo senso si identificava. Lei però aveva passato tutta la vita pensando che la madre non l’avesse voluta. Ecco, l’interruzione di gravidanza le ha aperto gli occhi: “Sai, adesso, dopo 30 anni, ho capito che mia mamma non è che non volesse me, non voleva la situazione in cui si era trovata”.
Alla fine questa esperienza (gliel’ho anche detto) le aveva fatto fare un grande balzo in avanti, perché ha capito che un figlio e una gravidanza sono due cose diverse. Un figlio ha una realtà che la gravidanza non ha. E quindi lei ha fatto tutto questo ragionamento… Insomma, questo aborto è stata l’occasione della sua vita.
Seconda storia. Donna ex tossicodipendente, entrata e uscita da comunità di tutti i generi, marito uscito con l’indulto, si presentano qui: “Anche noi ora vogliamo ricominciare una nostra vita, rifarci una famiglia, io mi tolgo la spirale e facciamo un bambino”. Io che la conosco da secoli le ho suggerito di aspettare un attimo, giusto per verificare che la “storia cosmica” che mi stavano presentando durasse. Ovviamente io non posso imporre la mia scelta e quindi alla fine le tolgo la spirale e resta subito incinta anche lei. Bene, comunica al figlio che è incinta e questo, a cui erano capitati due genitori così, e vissuto pertanto in comunità, le ha detto: “Toglitelo dalla testa. Tu adesso interrompi la gravidanza, perché io mi sono salvato non so come, ma so con che fatica e non puoi pensare di rifarne un altro come me”.
Così lei è venuta in lacrime, dicendomi quello che le aveva detto il figlio: “Mi ha proprio aperto gli occhi. Ho capito cosa mi volevi dire tu. Ma mio marito se interrompo la gravidanza adesso mi ammazza…”. E così è andata a fare l’aborto, dopodiché l’hanno blindata dall’ospedale a una comunità, che sennò il marito l’accoppava.
Questo per dire cos’è l’interruzione di gravidanza.
Insomma, questo fatto che la donna e il figlio sono due, uno dentro l’altro, è un casino. Sai di quante donne ho il certificato con una riga sopra. Perché se dopo aver fatto richiesta cambiano idea, prendo il modulo e ci faccio una riga sopra. Non lo butto via, perché poi le tormento sulla contraccezione per un bel pezzo.
In alcuni casi, di donne adulte e con gli strumenti, in effetti, viene da chiedersi perché non abbiano usato il contraccettivo.
Daniela. Il problema è quello che dicevo prima. Noi non dobbiamo dimenticare che c’è l’istinto e l’istinto è quello che non ti fa usare la contraccezione. E’ così. Tant’è che poi, quando vengono da me, mi dicono: “Guardi, non so neanche come ho fatto”.
Poi ci sono quelle che già non ne hanno voglia, perché il marito ormai gli sta sulle palle, manca solo che debbano prendere la pillola, e così rimangono incinte… e i mariti si arrabbiano pure. Cioè io mi sento dire: “Chi glielo dice a lui che sono incinta!?!”. Come se fossero rimaste incinte per partenogenesi. Allora, sul perché non si usi la contraccezione, ci sono libri e libri, ma fondamentalmente la gente non usa la contraccezione perché c’è l’istinto.
Eleonora. La mia generazione è cresciuta nel periodo in cui c’era l’Aids, per cui per molte di noi era quasi impensabile avere rapporti senza preservativo.
Daniela. Sì, ma questo vuol dire pensare al proprio bene, e quindi aver fatto un passo in più. Invece la maggior parte delle persone, sul momento, non capiscono, non pensano che è il loro male. Arrivano incinte coi condilomi. Tu rimani sbalordita: ma perché? “Non lo so”.
Altro discorso merita il poco utilizzo della contraccezione tra i più giovani, specie i maschi. Mio figlio sa tutto su moto, motorini, tubi di scappamento, ha un garage... cacciaviti di tutte le misure, perché quella cosa lì gli interessa. Sul preservativo non sa nulla perché è come se non gli interessasse. Perché poi, sì, la sessualità a un certo punto inizia a interessare, ma non il preservativo, perché fai più fatica, devi andare a comprarlo, devi farti spiegare, è scocciante…
Comunque, tornando alla 194, io mi ricordo quando non c’era.
Io mi sono laureata nel ‘78, ma ho iniziato a girare per gli ospedali nel 1976, e tu vedevi come arrivavano le donne che avevano fatto gli aborti clandestini, allucinante, buchi nell’utero, infezioni, di tutto! Io ho anche mandato in galera un’ostetrica che lavorarava con me e faceva gli aborti clandestini alle minorenni.
Ecco, prima della 194 c’era questa roba qua. E poi le donne facevano sei, setto, otto aborti, una cosa da non credere.
Tu sostieni che il “primo” aborto resta in qualche modo ineliminabile. Puoi spiegare?
Daniela. Perché, come accennavo, c’è di mezzo l’istinto e l’inconscio e un sacco di altre cose. Infatti con il primo devi capire che rapporto ha questa donna col suo corpo, con se stessa, con la madre, con il maschio… C’è tanta di quella roba che a ciascuna, la psicologa, l’assistente sociale, la ginecologa dovrebbero dedicare almeno tre ore. Purtroppo questo evidentemente non è possibile, e probabilmente non sarebbe neanche giusto dato che comunque la gente è libera di fare quello che vuole.
Allora, il primo aborto secondo me è impossibile da eliminare, perché le motivazioni sono le più disparate, non ultima la verifica della propria fecondità. Voglio dire la donna che continua a rischiare di rimanere incinta non lo fa perché è un’imbecille, ma perché c’è qualcosa dentro di lei che le dice: “Sta a vedere che non li posso fare”. Paradossalmente qui l’interruzione di gravidanza è l’esito di una verifica della propria fecondità. Il dato più drammatico è che oggi il rischio di sterilità è bassissimo, ma una volta era mostruoso. Quindi tu verificavi la tua fecondità facendo un intervento che ti portava a diventare sterile.
A volte, io dico che la 194 funziona come le piazzole dell’autostrada. Tu non ti fermi su tutte, magari non ti fermi affatto, però se ti si buca una gomma, beh, puoi ringraziare che c’è la piazzola e vai lì. Perché l’alternativa è quella che dicevo prima. L’aborto clandestino era una cosa atroce, tra l’altro magari queste donne andavano a lavorare subito dopo, e spesso le pelavano dal punto di vista economico. E quante ne morivano.
Anche qui. Si fa tanto il discorso della vita, come se noi fossimo contro. Noi non siamo contro, anche noi siamo per la vita, ma per quella che c’è già, quella della donna, che non deve mettere a repentaglio la sua, qualsiasi sia la sua scelta. L’autodeterminazione viene semplicemente dal fatto che è la signora che ho davanti l’unica che può decidere. Nessuno lo può decidere. Perché dentro quella roba lì, già nella scelta della gravidanza, c’è tutta la sua vita, ma nella scelta dell’interruzione di gravidanza c’è ancora di più. Perché non è la scelta di fare un figlio o meno, ma tutto quello che tale scelta si porta dietro. Per cui non esiste…
Per tutte queste ragioni, in 30 anni mi sono fatta l’idea che il primo non si può eliminare… Cioè c’è chi lo fa e chi no, ma chi lo fa… L’importante è che quando si verifica il primo, si aiuti la donna, non in modo punitivo per carità, a capire cos’ha fatto. Così è più facile limitare il secondo, terzo, quarto. Ma se non ci si ragiona subito, è pericoloso, perché poi una pensa che non ricapiti più e invece…
La legge 194, anche rispetto alla specificità della situazione di cui si diceva, a distanza di tanti anni, appare ancora una buona legge, equilibrata e umana…
Ileana. La 194 prende in considerazione, contempera quello che può essere il diritto di un nascituro, diciamola tecnicamente, “un’aspettativa di diritto”, con il diritto della madre. Nell’elaborazione di questa legge è stato compiuto uno sforzo di consapevolezza. La legge poi, fino alle 12 settimane, 90 giorni, sentenzia: “Quando c’è serio pericolo per la madre, la madre può decidere”, con una casistica ampia, economica, ecc. questo entro i 90 giorni. Trovo che sia un paese civile quello che prende in considerazione quelli che sono gli interessi contrapposti. Daniela prima giustamente diceva: “Chi è il mio cliente?”. Allora, anche la legge ha preso in considerazione la mamma e il nascituro. E ha scelto. Ha scelto di riconoscere come “vita”, la vita esistente perché una vita effettiva non può essere degradata dagli effetti di una gravidanza indesiderata, ovvero da disturbi psico-fisici, povertà (perché c’è anche il tema economico) e da condizioni socio-culturali. Questo dobbiamo riconoscerlo alla 194, è una legge che non nega le aspettative di diritto, ma fa prevalere quelle della madre.
Ci sono molte sentenze sulla 194 e io le vorrei far leggere a Ferrara. Leggendole si prova infatti un’umana solidarietà nei confronti di queste donne che, ad esempio, volevano procedere a un’interruzione di gravidanza ma non hanno potuto perché quel medico o quell’Asl non ha compiuto bene il suo lavoro, o perché ci sono stati altri problemi. Beh, quelle descritte negli atti processali, sono vite disperate. Ci sono allegate le perizie psichiatriche: persone che non riescono più a dormire né a lavorare, gravi problemi con il coniuge. Vite rovinate. Questo per dare una sostanza all’ormai abusata parola “vita”. Perché quando parliamo di vita, dobbiamo allora anche andare a vedere cosa succede usciti dall’ospedale… Ci sono questi casi di donne che volevano abortire, l’interruzione non è riuscita, non sono state informate che dovevano tornare a fare il controllo e sono nati dei figli malformati, quindi azioni di risarcimento…
Daniela. Questo oggi è difficile che accada.
Ileana. Comunque per concludere questo ragionamento che è effettivamente triste, ciò che mi preme sottolineare è che qui parliamo di un’umanità spesso sofferente, parliamo di persone che già vivono e alle quali la nostra comunità, attraverso la legge, ha riconosciuto il diritto di esercitare in qualche modo una “legittima difesa” da ciò che può devastare la propria vita.
La legge è fatta da due grandi pezzi. Una prima dei 90 giorni. E una dopo i 90 giorni. Possiamo entrare nel merito?
Daniela. Allora, prima dei 90 giorni, senza mettersi d’accordo con l’uomo, né con nessuno, la donna può decidere di interrompere la gravidanza, punto. E’ necessario il certificato di un medico non obiettore in cui sia scritto che la tal signora richiede l’Ivg (non la richiede il medico).
Ileana. Servono ovviamente delle motivazioni. Però leggiamole: “Quando il parto può comportare un serio pericolo (quindi neanche grave; serio è meno di grave) per la sua salute fisica o psichica, è possibile procedere all’aborto”. Poi c’è una parentesi. Che cosa si intende per salute fisica o psichica? La Cassazione ha detto una cosa bellissima: “Si tratta di benessere”.
Eleonora. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come completo stato di benessere psico-fisico…
Ileana. Ecco, io trovo molto bello il discorso del “benessere”. Ma pure se la donna non ha risorse economiche può abortire, perché anche questo può costituire un serio pericolo alla sua salute psico-fisica. E lo spiega: “Comporterebbe un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica in relazione o al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche o sociali o familiari o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento”. Pensate a come è scritta bene.
Daniela. D’altra parte ricordiamo il lavoro che è stato fatto in quegli anni…
Ileana. Io me lo ricordo, mi ricordo le manifestazioni dai 18 anni in avanti. Però adesso la stavo apprezzando proprio come giurista. Cioè all’epoca, quando uscì la legge, eravamo contente, perché avevamo fatto il referendum sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia, io poi mi ero appena iscritta a giurisprudenza. Il discorso era quello: bastava il “serio pericolo”.
Eleonora. In fondo, questo accento sul soggetto donna piuttosto che sul nascituro è qualcosa di recente, non è sempre stato così. C’è una storia di questo mancato riconoscimento. Nadia Filippini ha scritto delle cose molto interessanti sull’epoca in cui si preferiva il feto alla donna.
Daniela. Beh, perché pensate che si chiami taglio “cesareo”? Perché hanno tagliato la mamma di Cesare per tirarlo fuori. E allora le madri morivano. D’altra parte le donne servivano per fare bambini, erano fattrici…
Poi c’è la seconda parte della legge…
Daniela. Tutta questa divisione è nata dal fatto che se c’è un aborto spontaneo (prendiamo un caso che non alimenta discussioni) e la donna elimina il prodotto del concepimento a otto settimane, esce una specie di pallina trasparente (il sacco amniotico con dentro l’embrione), e se tu la tieni rimane lì, così, cioè non è che cresce. Senza la madre non fa niente. Ci vuole la madre, che però appunto può decidere di esserci oppure no.
Col tempo, siccome la velocità di crescita è straordinaria, tu vedi bene che l’embrione assomiglia sempre di più a un omino. Intorno alle 12 settimane, comincia l’ossificazione. E’ a quel punto che anche la legge cambia, ma non perché il feto sia autonomo, ma perché non può più uscire nello stesso modo.
Prima lo puoi aspirare, perché la consistenza è morbido-elastica (spiace suonare cinici, ma è così) e quindi passa da una cannuccia, poi non ci passa più. Cioè prima si può fare l’aspirazione, poi non più. A questo punto scatta l’altro pezzo della legge. Ma questa divisione è data da una cosa che non può decidere il ginecologo, la signora, la legge. E’ così: quello cambia e diventa un’altra cosa.
A questo punto cosa succede? Che quello che fai dopo è un aborto terapeutico, in cui le modalità sono completamente diverse. Perché devi partorirlo. E lì cambia tutto.
Infatti, scaduti i 90 giorni, la legge prevede i rischi per la vita della madre (sociali, psicologici, ecc.) ma anche per la vita del figlio. Perché a quel punto anche il figlio può avere dei problemi, e magari la madre non vorrebbe abortire ma deve. C’è anche quest’altro dato che cambia. Cioè mentre l’aborto normale può essere la scelta di una persona che ha un disagio, in fondo nell’aborto terapeutico può incorrere chiunque: una donna qualsiasi che ha cercato la gravidanza e invece si trova in quel casino. Sono proprio due storie completamente diverse.
Ileana. Riassumendo, prima dei 90 giorni, è sufficiente che ci sia “forse” un serio pericolo per lo stato di benessere psico-fisico della madre -del figlio non si parla-, quello è il concetto. Invece dopo i 90 giorni, quello che viene chiamato l’aborto terapeutico, contempla due ipotesi distinte. Si può fare quando ci sia non più un serio, ma un “grave” pericolo per la salute della donna, o meglio un grave pericolo per la vita. Cioè dopo 90 giorni se c’è un “serio pericolo per il benessere psico-fisico” l’aborto non si può fare giuridicamente (diciamolo a Ferrara). Dopo tre mesi, per poter fare un aborto terapeutico occorre un grave pericolo per la vita della donna. Oppure, seconda ipotesi, dei gravi processi patologici sul feto. Ma non basta. Perché se ci fossero soltanto i gravi processi patologici sul feto, ugualmente non si potrebbe fare l’aborto, perché sarebbe quello che chiamano eugenetica. La Cassazione è stata chiarissima in merito: ci devono essere processi patologici di malformazione del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute della donna.
Ripeto, non è vero che giuridicamente è sufficiente la malformazione del feto, deve trattarsi di una malformazione che determini la sofferenza della donna.
E anche questa sofferenza va attestata. Cosa succede nella prassi? Alla donna viene comunicato che il figlio è malformato. Proviamo a immaginare. Ci sono le varie fasi, la sorpresa (parliamo di soli 90 giorni e di donne che lo vogliono, questo bambino), la disperazione… Allora l’équipe medica deve determinare la possibilità di uno squilibrio nella salute, anche psichica, della donna, che spesso non può reggere la malformazione, non può reggere l’idea di un figlio che nasce e vive così.
Questo lo sottolineo sempre, perché gente come Ferrara parla semplicemente di aborto eugenetico, che è ben altra cosa.
Nel 2006 nove società scientifiche, l’ordine dei medici della Toscana e il comitato di bioetica regionale avevano emanato un documento da cui risultava che solo il 25% dei neonati prematuri di 22, 23 o 24 settimane sopravvive e di questi il 95% riporta gravi handicap cerebrali. Tra l’altro, prima che si muovesse la Regione Lombardia, già alcuni ospedali autonomamente avevano emanato circolari interne in cui si raccomandava di anticipare l’aborto entro la 22ma settimana. Perché ora si torna a parlare di rianimazione dei feti?
Daniela. Pare che in Australia siano vissuti autonomamente da parti abortivi, il 10% dei bambini. Da qui nasce questa discussione. Allora, o si fa come faceva Umberto Nicolini, cioè fai la puntura intracardiaca all’embrione e il bambino esce morto. Ma se non fai questa cosa, nelle ultime settimane il rischio che esca vivo in effetti c’è. Motivo per cui nessuno ha mai fatto aborti terapeutici dopo le 22 settimane. Cioè anche noi ci tuteliamo. Voglio dire, nessuno vuole trovarsi in quella situazione!
Ileana. E comunque la tesi della rianimazione del feto è in contrasto con gli articoli 6 e 7 della 194. Questo bisogna dirlo. Nel 2001-2002 la Cassazione si è pronunciata su questi temi e ha chiaramente indicato che si tratta di un’interpretazione che riguarda, invece, il bambino prematuro.
Daniela. Francamente a me l’intera questione pare malposta. Perché il vero problema qual è? Che se tu decidi che non fai l’aborto terapeutico non scegli l’ostetricia. Cioè se vuoi la madre che rimane incinta e partorisce e tu, a parte gli esami del sangue, il bambino in pratica non lo guardi; insomma, se vuoi le cose “naturali” devi fare un altro mestiere. Se vuoi fare l’ostetricia non fai le cose naturali, perché l’ostetricia non è naturale. Non è naturale che nascano prima, che li intubi, che gli fai degli interventi. Ora l’aborto terapeutico è ciò che ti permette di fare l’ostetricia, perché se vedi che il feto è malformato puoi fargli un intervento dentro il corpo della madre (oggi la scienza lo permette), ma a quel punto, se le cose vanno male, cosa fai, se non puoi appellarti all’aborto? In questo senso l’aborto terapeutico è condizione dell’ostetricia.
Allora, tu non puoi fare l’ecografia a 20 settimane e dire: “Signora, suo figlio non ha la calotta cranica, è focomelico, ecc. Se lo tenga”. Perché a quel punto che cosa gliel’hai fatta a fare l’ecografia!? Infatti gli ebrei Lubavich, che sono i più oltranzisti, l’ecografia a 20 settimane non la fanno.
Nella prassi quali sono i tempi?
Daniela. L’ecografia morfologica, per vedere com’è fatto il feto, si fa a 20 settimane, ora capisci bene che da 20 a 22 settimane ci vuole un attimo. Quindi se decidi che non puoi fare l’aborto oltre le 20 settimane, a me va bene, credo vada bene anche alle donne, tu fai l’ecografia a 18 settimane e vedi come butta, la rifai a 20, sapendo però che se qualcosa non va, l’aborto lo fai il giorno dopo. Quindi potenziare l’aborto terapeutico, non ridurlo. Altrimenti non fai più la diagnosi prenatale.
Il medico, il ginecologo può fare obiezione di coscienza, ma la struttura sanitaria nel suo insieme no, ha il dovere di garantire la prestazione. Fra l’altro può succedere che il malcapitato non obiettore si trovi costretto a fare solo aborti…
Daniela. Infatti è uno scandalo, perché esiste l’obiezione di coscienza dei medici, ma assolutamente non esiste un’obiezione di coscienza degli ospedali. Cioè qui il San Raffaele, il San Giuseppe, e il San Pio X non fanno aborti, né pre, né niente. A Milano, tre ospedali che non fanno aborti. Non so…
Tra l’altro, gli ospedali che non fanno gli aborti terapeutici sai cosa fanno? Ti fanno l’ecografia e l’amniocentesi a suon di bigliettoni e poi ti dicono: “Bene, arrivederci signora, ora vada da qualcun altro”.
Ileana. La 194 è chiara anche su questo punto. Fatto salvo il diritto a obiettare, aggiunge: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenute in ogni caso ad assicurare…”.
Daniela. E’ questo che dico e voi giuristi dovreste denunciare questa cosa.
Ileana. Ci stiamo lavorando…
Daniela. Voglio raccontare un’altra storia. Io avevo un collega molto cattolico, così la moglie e pure il ginecologo che li seguiva. Ebbene alla seconda gravidanza, lei 42 anni (quindi con un rischio di 1 su 80 di partorire un figlio mongoloide) mi ha detto: “Ti devo chiedere una cosa. Io e mia moglie ne abbiamo parlato tanto. Abbiamo pensato che noi la pensiamo così, ma non ce la sentiamo di appioppare a nostra figlia un fratello mongoloide, perché è lei poi che se ne dovrà occupare. Insomma, ho bisogno di un favore: manda mia moglie a fare l’amniocentesi, perché se il bambino ha problemi, mia moglie interrompe la gravidanza”. Ovviamente non lo poteva dire al suo ginecologo perché è contrario. Ecco, per dire, queste persone hanno fatto un passo in là, perché non era più un problema di loro due, ma era un problema della figlia che già c’era. Alla prima gravidanza, non avevano fatto alcun controllo, perché a loro andava bene anche un bambino con la sindrome di Down. Alla seconda, hanno capito che non era più un problema loro.
Le cose sono tante e diverse.
Eleonora. E’ il principio dell’etica di responsabilità… Virginia Held, una femminista americana, ha scritto cose interessanti sul fatto che mentre alla morte può essere associata volontarietà, pare che la nascita sia solo un evento che accade… ecco, considerare le donne soggetto morale significa affermare che le donne sono in grado, valutando tutto questo insieme di motivazioni e complessità, di fare una scelta.
Cioè anche qui si gioca un po’ la contrapposizione tra due etiche.
L’etica dei principi, per cui esiste il principio della vita, e l’etica della responsabilità, in cui si accetta che le donne, che sono quelle che vivono questa situazione unica del due in uno, hanno la capacità di scegliere in un complesso di variabili.
Daniela. Che poi non c’è “la” scelta. Scelgono la loro scelta. Io ho seguito alcune prostitute albanesi, che rimanevano incinte senza accorgersi. Loro hanno deciso di portare avanti la gravidanza, per cui facevano le ecografie, si controllava il battito, tutto… Hanno deciso di partorire e abbandonare il figlio, certe che questi sarebbe stato meglio ovunque piuttosto che con loro. Sai che puoi partorire al reparto di ginecologia e poi lasciare il bambino, nell’anonimato. Anche questa è una scelta.
Però, per me, l’aborto può essere anche un atto d’amore, nel senso che io posso pensare: “Non mi sento di far nascere un bambino in queste condizioni, e quindi io a lui la vita non la do, perché non mi sembra giusto”. Certe volte, l’atto d’amore è ravvisabile più nell’aborto che in chi lo partorisce e poi lo lascia… Anche perché l’esperienza ci insegna che il dato economico non è decisivo a garantire una buona vita, allora anche l’argomentazione per cui si abbandona il neonato nella speranza di una famiglia più benestante lascia il tempo che trova.
Ileana. Qui siamo nella soggettività. Allora, fermo restando che tutte le scelte sono legittime, anch’io capisco di più la scelta di non far nascere una persona, piuttosto che quella di farla nascere e poi affidarla a un destino che può essere positivo, ma potrebbe anche non esserlo.
Oggi sono soprattutto le donne straniere che accedono ai consultori...
Daniela. Nel 1978, quando ho cominciato a fare questo lavoro, l’utenza erano le donne italiane, che facevano anche sette-otto aborti. Un po’ alla volta, grazie all’educazione sessuale nelle scuole, all’informazione sulla contraccezione, alla possibilità di discutere sulla sessualità, c’è stata una forte riduzione dell’interruzione di gravidanza. Lasciando sempre la famosa prima interruzione, che secondo me non scomparirà mai. Le donne venute dopo, le immigrate, sono arrivate qui portandosi dietro gli stessi problemi che avevano le donne italiane allora. In alcuni casi peggiorati.
Da quando vedo donne di tutti i paesi, l’unica cosa che hanno in comune è che nessuna vuole fare la visita ginecologica, bianche, nere, gialle… non piace a nessuna. A volte scherzando dico: e io cosa dovrei dire? Che arrivo alla sera, dopo essere stata piegata tutto il tempo…
Comunque si portano dietro i problemi noti, più quelli legati alle loro tradizioni, alla loro cultura… Devo dire che in questi anni ho anche imparato delle cose, proprio sul piano antropologico, dei comportamenti. Per dire, le donne arabe sono incredibili. Io all’inizio non capivo, mi facevano impazzire, diventano insopportabili: hanno tutte mal di testa, mal di pancia, male dappertutto.
All’inizio mi preoccupavo dei sintomi, poi quando ho visto che erano gli stessi per tutte… Alla fine ho capito perché: è l’unico momento della loro vita in cui qualcuno si prende cura di loro!
Devo dire che mi sono fatta un’opinione anche dei mariti, quelli delle sudamericane sono allucinanti! Comunque, qui le storie da raccontare sarebbero tante, certo è, almeno per me, che fra un tot di anni avranno compiuto lo stesso percorso delle donne italiane rispetto all’aborto.