buone pratiche di cittadinanza

UNA CITTÀ n. 53 / 1996 Ottobre

Intervista a Ida Farè
realizzata da Gianni Saporetti

L’INTELLIGENZA DELLA CURA
I saperi accumulati dalle donne in una millenaria dedizione alla cura possono diventare un modello per la società futura. L’intreccio fra le più diverse competenze, l’effimero che produce corpi e sedimenta relazioni, l’imprevisto che fonda il realismo. La cura è un corpo a corpo difficile, dove è fondamentale prendere le giuste misure. Intervista a Ida Farè.

Ida Farè, giornalista, scrittrice, casalinga anche, insegna Architettura sociale alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano ed è una delle animatrici del gruppo Vanda, "laboratorio di ricerca su teoria e opere femminili in architettura", formato da docenti, ricercatrici e studenti.

Oggi si parla di economia della cura, di società della cura, di terzo settore. Voi partite, addirittura, dalla cura della casa, dalla cura domestica, per elaborare un modello valido per la società del futuro. Cosa vuol dire?
Il nostro modello è quello dell’intelligenza domestica, nel quale il valore della cura è sicuramente fondamentale. Le donne hanno avuto una certa difficoltà a riconoscere il valore della cura. Storicamente, per le donne la cura è stata anche un peso molto forte, che le ha tagliate fuori dalla società. La società era divisa in due, il pubblico si giocava solo nel mondo, nel sociale, ed era maschile; il privato, invece, era femminile, segreto, domestico. Questo è qualcosa che ricordiamo e che resta, e che spiega, secondo me, la resistenza femminile ad assumere la cura come valore positivo. La prima cosa che ha fatto il movimento femminista è stata dire: "Usciamo di casa, usciamo dalle cucine, usciamo fuori, andiamo in piazza". Quindi c’è una diffidenza molto forte, che continuo a vedere, per esempio, nelle giovani studentesse, e che, negli anni passati, avevo sempre riscontrato ai nostri convegni, alle nostre riunioni. Tante donne dicevano: "Siamo state tutta la vita a curare le persone, la cura dell’altro è sempre stata sulle spalle femminili, adesso dovremmo teorizzare la cura?". Secondo me, sì. Ora che la società è così cambiata e la libertà femminile è un fatto piuttosto visibile e concreto, si può, si deve, ripensare a tutto questo anche in termini positivi.
Credo che l’esperienza e i saperi femminili possano acquistare la dignità teorica di un modello: se prima, nell’epoca industriale, lo spirito del tempo voleva dire benessere, consumo, quantità, cose e case per tutti -e questo, intendiamoci, è stato anche positivo, non si può certo dire che non abbia dato nulla-, adesso siamo a una svolta. Il nuovo spirito, la nuova etica se vogliamo, può diventare la cura del corpo, la cura dell’altro, la cura della terra, tutte cose in cui le donne possono essere maestre, visto che queste cose, da tempo immemorabile, fanno parte del profondo della loro esperienza.
Quali sono le caratteristiche principali di questa intelligenza domestica?
La prima ha a che fare con l’effimero. Le donne non producono beni materiali durevoli, ma relazioni, gesti, cibo, parole; insomma, tutte cose effimere, ma che sedimentano nella crescita dei corpi, della personalità e delle relazioni. Il nutrimento che si consuma, ma dà la vita; il gesto, che dopo un minuto non c’è più, ma che costituisce la relazione. E’ tempo donato. La parola chiave, lo slogan, del lavoro domestico è: "Tanto lavoro per nulla", perché tutto si disfa continuamente e si consuma. Ma tutto ciò produce la crescita del corpo di un bambino e anche della sua personalità, produce la vita vera, insomma.
La seconda caratteristica è quella di costituire una sorta di sistema, nel quale si intrecciano le competenze più diverse. In casa si deve far di conto, si ha a che fare con tecniche artigianali e tecnologie avanzate, si produce il cibo, si gestisce una carezza, il linguaggio, la parola. Ora, questo è vero per ogni lavoro di cura, ma l’intelligenza domestica, secondo me, costituisce il modello più alto, che riassume un po’ tutti gli altri.
La terza caratteristica è quella dell’imprevisto. Queste competenze si spostano all’interno di un circuito secondo priorità che non sono mai le stesse: tu non puoi sapere in anticipo se in un dato momento è prioritario dare una sberla al bambino, spegnere il fuoco o fare di conto. Diversamente dalla produzione di un bene, che esige competenze differenti, ma poste sempre in un ordine prevedibile, nell’intelligenza domestica c’è sempre l’imprevisto che può capovolgere l’ordine dei fattori e richiede, sempre, una certa dose di invenzione. L’esempio è anche sciocco, ma, se brucia l’arrosto, devi inventarti subito qualche altra cosa, casomai devi rimediare con le patate.
Questo schema, se ci si pensa, richiama quello del bricolage del possibile, lo schema, cioè, che i biologi dicono sia seguito dalla natura. La natura ha sempre seguito il bricolage del possibile, è cresciuta e ha prodotto casualmente, a seconda degli elementi che si trovava a disposizione. E cosa si fa in cucina? Se non hai le zucchine, lo fai con la carota, lo inventi con il formaggio, insomma ti arrangi. Con questo si sarà capito che mi piace cucinare!
D’altra parte questo accade anche nella crescita di un figlio: infatti, il bambino, a parte le diecimila altre cose che fa, è uno che ti sposta sempre fuori dalle attese. Tu dici: "Ho fatto questa cosa che va bene", e invece quello o si mette a frignare o ti manda al diavolo, fa tutto il contrario di quello che ti aspettavi, ti mette sempre a confronto con qualcosa che non avevi programmato. A volte, dici: "Sono in ritardo, l’ho lasciato solo", e lo vedi là bello tranquillo, che se ne frega: si è arrangiato e ha fatto di tutto. I ragazzini sono un principio di realtà fortissimo. Il realismo femminile viene da lì.
Anche le tecnologie sono sottoposte al vaglio dell’intelligenza domestica…
Il corpo femminile, nello specifico, ma anche quello maschile, funge da ipertesto, che filtra tutte le diverse tecnologie inventate per l’ambiente domestico. Per esempio, della serie di tutte le macchinette inventate per facilitare i compiti del suo lavoro, una brava cuoca ne sceglie due o tre al massimo, il resto sono inutili complicazioni di un lavoro che, invece di semplificarsi, si complicherebbe. Sono cose che, si dice in semiologia, "fanno rumore" e tolgono la possibilità di comunicazione. Sono tante piccole invenzioni inutili, che comportano ingombro, pulizia, manutenzione. Il gesto, proprio del corpo umano, fa da selezionatore.
Si pensi alla famosa casa intelligente, un’invenzione, immagino, di qualche architetto maschio, tipo Archimede Pitagorico. Se ne parlò moltissimo e fu anche realizzata in Francia, non ricordo bene dove, in una serie di quartieri, quindi a livello massiccio. Ebbene, è fallita completamente, perché la complicazione inutile di accendere la luce con la voce, o il forno dall’ufficio, comporta una tale complicazione nella manutenzione e nell’uso, che la casa diventa un luogo mostruoso, dove alla fine sbagli tutto.
Dover cambiare una lampadina è una cosa molto semplice, ma se ti si spacca uno di quei marchingegni della casa intelligente, dove tutto va su e giù da solo, sei rovinato.
Tu dici che il modello di cura della casa può diffondersi a tutta la società. Ci sono segnali in questo senso?
Il mio mestiere è studiare i modi di abitare. Faccio un esempio piccolissimo: gli uffici che tendono a diventare come delle case, dove si arreda il proprio spazio, lo si personalizza, c’è la macchinetta per il the... Oppure, altro esempio, l’estrema mobilità nella casa, la famosa casa-bottega, il ritorno di certi lavori a casa. Potrei fare l’esempio di casa mia, anche se ce ne sono tantissime simili alla mia: ho un tavolo grande, dove scrivo e lavoro, dove c’è il telefono; accanto, a un metro, ho la cucina, di fronte c’è una porta aperta dalla quale vedo il giardino che mi ristora, ho la televisione, perché quando smetto di lavorare e cucino, devo vedermi il mio telefilm preferito; dal tavolo, infine, tengo sott’occhio la porta d’ingresso.
Se faccio il modellino di questo modo di abitare, risulterà un sistema molto complesso, dove si fanno dieci cose in un piccolo spazio e in tempi alterni, quasi circolari.
Ora, io credo che questo modello cominci a influenzare anche gli spazi, e i tempi, della città. Pensiamo ai giardini che vengono curati in prima persona dai cittadini, oppure a via del Pratello a Bologna, che è stata costruita intrecciando le esigenze degli abitanti, mettendo gli ex-carcerati con il loro negozio insieme al pittore X o alla boutique di moda. Una via cresciuta sul modello semi-domestico è diventata un esempio, perché poi è andato lì un architetto, che ha definito una meraviglia questo intreccio tra il ruolo svolto dall’amministrazione comunale, le esigenze degli abitanti e la creatività del signor X. Effettivamente, questa crescita nell’intreccio tra basso e alto è molto interessante, ma che cos’è se non un modello di cura?
Anche guardando al mondo dei nuovi lavori, non c’è dubbio che bisogna tornare a intrecciare competenze e interessi diversi: tornare a essere un po’ "umanisti", un po’ "filosofi", capaci di parlare, esprimersi, essere dei rètori, perché devi comunicare, se vuoi diventare imprenditore di te stesso.
Tornando all’abitare, è vero che nella complessità coesistono tanti modelli. C’è chi vive ancora in una villetta ottocentesca, secondo schemi di separazione rigida fra pubblico e privato; però, ho notato che i giovani tendono a vivere in un modo che si può definire "polisemico", con tanti colori, tanti oggetti, tante funzioni mescolate in un unico ambiente. Noi abbiamo fatto un seminario alla fine dell’anno, dal titolo "dove va la tartaruga?". La tartaruga era la casa, perché va molto piano rispetto ai grandi mutamenti delle cose. Il tutto nasceva da una domanda che ci eravamo fatte: "Ma insomma, con tutte queste novità che ci sono in giro, flessibilità, pubblico che diventa privato, dove va morfologicamente a finire la forma della casa? E’ sempre la stessa o invece cambia?".
E lì, pur convenendo sul fatto che la casa fa strani salti, anche sorprendenti, per cui, nel momento della massima globalizzazione, della mondializzazione, può tornare a essere il luogo della tradizione, il nido caldo, ho sostenuto che c’è una tendenza di fondo verso una casa che sempre più si arricchisce di tante cose, che viene di nuovo attraversata da mille informazioni, diventando punto comunicante con il mondo tramite il fax, la televisione, l’informazione, tornando ad essere luogo di intimità e, insieme, di socialità.
La casa minima, il luogo, avremmo detto una volta con un’espressione agghiacciante, della "riproduzione della forza lavoro", non c’è più. Non è d’altronde vero che ci si trova più volentieri con gli amici in casa piuttosto che andare al ristorante? La casa ritorna, secondo me, come luogo politico e sociale: in casa si tornano a fare riunioni; inoltre, sono sempre di più i lavori che si fanno in casa.
Non parlo del telelavoro, che non è così diffuso come sembra e a volte è pure rifiutato, ma di molte professioni, come il giornalismo, per esempio, o altre professioni intellettuali e anche alcune manuali, che, grazie alla medialità, permettono di portare il lavoro a casa.
Ma così non si corre il rischio di un certo isolamento?
Ogni fenomeno va sempre in due sensi. Nel caso del telelavoro, in particolare, il rischio dell’isolamento c’è. Ho letto di recente un’inchiesta dove si descriveva la vita di una mamma che aveva accettato il telelavoro, una vita da pazza. Quando l’ho raccontato ai miei studenti, sono rimasti allibiti: quella donna alla mattina lavorava con il computer, al pomeriggio portava il bambino ai giardini e, per recuperare le otto ore che faceva prima in ufficio, doveva lavorare il sabato.
Il dato straordinario che veniva fuori, appunto, era che gli uomini erano più disposti a fare il telelavoro, perché per loro la casa è una novità. Più le professioni sono intellettuali, elevate, più è facile che non si traducano in una forma di schiavitù, perché l’imprenditore di se stesso può lavorare felicemente in casa, mentre la struttura di un lavoro impiegatizio trasportata, così com’è, in casa produce una situazione ancora peggiore, perché non c’è neppure la socialità che si ha sul luogo di lavoro.
Tutti dicono che le donne manager sono più brave, perché hanno questa concretezza, questa inventività, questa praticità. E’ quasi un luogo comune, ormai. E, d’altra parte, conosco personalmente alcuni giovani uomini che amano cucinare. Quelli della mia generazione un po’ meno, perché ancora condividono una divisione dei compiti molto rigida, ma nelle giovani coppie succede.
Una mia collega, Sandra Bonfiglioli, che si occupa dei tempi di vita, dice che sempre più, oggi, uno può costruirsi "il tempo della buona giornata del signore rinascimentale". Questo signore costruiva la propria giornata con un ritmo autogovernato, che contemplava cose molto diverse: la lettura, un po’ di lavoro manuale, la passeggiata, il pensiero, un po’ di meditazione, un po’ di compagnia.
Certo, bisogna essere molto bravi per costruirsi il tempo della buona giornata. Forse, le donne possono insegnare qualcosa, teorizzare anche questi saperi.
Sono cose che sembrano semplici, ma in realtà non lo sono. "Cura" è una parola solo apparentemente semplice?
Se si va a guardare in un vocabolario, si trova un doppio significato. Da una parte, "cura" vuol dire "competenza", "ufficio", "amministrazione"; un altro significato bello è "mettere l’anima nelle cose che si fanno", "governo"; e d’altra parte, "cura" vuol dire "affanno", "angoscia"; si dice "l’animo sgombro da cure" oppure il dissidio mortal delle tue cure del pessimo Carducci, che però, qui, ci aveva indovinato. Quindi cura ha questo doppio significato e questo già ci dice molto: non è solo un luogo dolce, ma anche un luogo carico di affanni.
Il semiologo Paolo Fabbri ha riscontrato, nella radice, una sorellanza tra la parola "cura" e le parole "curiosità", "sicurezza", che formano un’altra coppia di opposti, perché curiosità è mettersi a rischio, giocare, andare verso l’ignoto, ecc., e sicurezza è sine cura, senza affanno, quindi certezza, stato di garanzia, di quiete.
Se torniamo a livello domestico, vediamo tutt’e due le cose: il tempo dell’invenzione, dello scatto a volte, anche nel curare una persona, puoi fare la cosa giusta, ma non lo sai, rischi, osi, tendendo, ovviamente, alla sicurezza, alla certezza di cui la casa è il luogo primario.
Credo che in ogni caso questa doppiezza della parola cura vada salvaguardata.
Quindi è giusto anche guardarsi dalla visione idilliaca che la parola comunemente evoca?
La cura, in realtà, è un corpo a corpo, un conflitto vitale. Per rendersene conto, basta pensare a quando si deve curare una persona malata o far crescere un bambino. E’ uno scontro di identità e di libertà reciproche: il problema del fare troppo o del fare troppo poco si ripropone continuamente. E’ la ricerca continua di un equilibrio molto difficile, di una misura forte, che bisogna prendere tra sé e l’altro. La cura è un corpo a corpo che va fatto con l’attrezzatura necessaria, perché, se si sbagliano le misure, si può entrare nel buco nero della perdita di se stessi, del non capire più quello che si fa, della ribellione. Si può entrare, insomma, in quelle che il movimento femminista ha chiamato le "tenebre della maternità". Sono fatti di cronaca quotidiana, è il caso di una madre che uccide il suo bambino, magari dopo averlo curato per anni amorosamente.
L’altro giorno Natalia Aspesi ha commentato la notizia della ragazza che aveva messo il bambino nella lavatrice dicendo: "Non vorrei che l’infanticidio diventasse un sistema anticoncezionale", dimenticando che, storicamente, l’infanticidio è stato, molto più dell’aborto, un sistema anticoncezionale. E aggiungeva anche: "La società non ama i bambini, perché non sostiene la maternità o le giovani famiglie come dovrebbe". Io credo, però, che casi come quello della ragazza che mette il bambino in lavatrice abbiano a che fare, più che con la società moderna, con un retaggio molto antico dell’esperienza femminile, con un buco nero di questa esperienza così pericolosamente vicina alla morte, al possesso, all’appartenenza, al giogo della mente.
C’è l’episodio famoso, raccontato da Adrienne Rich nel suo bellissimo Nato di donna, di una donna, casalinga perfetta, che aveva allevato quattro figli come dei gioiellini, sempre puliti, amatissimi, la quale, una bella mattina, è andata fuori con un’accetta e li ha ammazzati tutti. E’ lei a parlare per prima di tenebre della maternità.
La Rich racconta che lo psicologo ha detto questo, il prete ha detto quello, la giustizia ha detto questo, ma, alla fine, il delitto è rimasto incomprensibile.
Non sapremo mai quale profonda oppressione, giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, ha spinto quella signora ad ammazzare i figli adorati. Io credo che questo possa succedere quando si scivola nella non misura, nella dedizione totale, che non è cosa buona, ma annullamento di sé.
In questo senso, non c’è dubbio che la maternità è anche un rischio.