buone pratiche di cittadinanza

UNA CITTÀ n. 168 / 2009 Ottobre

Intervista a Simone Lucido e Maurizio Giambalvo
realizzata da Massimo Tesei e Gianni Saporetti

LA PIAZZA E' MIA
Gli anni della grande delusione seguiti a quel mandato di Orlando che tante speranze e aspettative aveva sollevato, e poi il ritorno alla fatica quotidiana, con i coetanei che vanno al nord e una classe dirigente totalmente inadeguata; l’importanza di ripartire dallo spazio pubblico. Intervista a Simone Lucido e Maurizio Giambalvo.

Simone Lucido e Maurizio Giambalvo sono tra i fondatori di Next e del Comitato Spazio Pubblico Palermo.

Quando vi abbiamo intervistato, una decina di anni fa, eravate i Draghi Locopei, un’associazione culturale nata dall’occupazione dell’Università dell’89-90, ai tempi della Pantera, che gestiva tra l’altro una biblioteca di quartiere. Come avete visto cambiare la città in questi anni?
Simone Lucido. I Draghi Locopei esistono ancora, continuano a gestire la biblioteca, anche se hanno avuto la storia tipica di tutte le associazioni, qualcuno è partito, qualcuno è rimasto. Nel corso degli anni ’90, c’è stata una forte migrazione intellettuale e posso dire che metà delle persone che frequentavamo se ne sono andate altrove. Recentemente è ricominciata pure la migrazione dei lavoratori, soprattutto operai edili, carpentieri, molti fanno i pendolari settimanali: partono con i pulmini la domenica e tornano il venerdì sera.
Alcuni di quelli rimasti nei Draghi Locopei, tra cui noi, nel 1999-2000 hanno dato vita a un’altra organizzazione, che si chiama Next, un acronimo che sta per Nuove Energie Per il Territorio e che si occupa di strategie ed interventi di sviluppo per l’innovazione e la sostenibilità nelle organizzazioni e nei contesti sociali.
Sul versante più associativo, siamo impegnati nel Comitato Spazio Pubblico Palermo. Il tema dello spazio pubblico è cruciale per leggere le trasformazioni che hanno attraversato la città negli ultimi vent’anni.
Dopo la fine della giunta Orlando, che è coincisa con un grande fermento, si è assistito a uno sfilacciamento del tessuto associativo, soprattutto delle esperienze più dipendenti dall’amministrazione.
Maurizio Giambalvo. Se dopo 15 anni abbiamo ancora questo spazio è anche perché il suo funzionamento non è vincolato ai finanziamenti pubblici. Molte altre esperienze, chiusi i rubinetti, si sono arenate.
Simone. Gli anni successivi sono stati segnati da una grande frustrazione: dopo 40 anni di deserto, quegli otto anni avevano svelato una città molto effervescente, ricca di iniziative culturali, di spazi che si riscoprivano.
Era cominciato tutto nel ’92, c’era stata l’esplosione del sistema politico, Lima era stato ammazzato da poco, così, per la prima e unica volta, il voto era stato completamente libero nel senso che nessuno ti diceva come dovevi votare, perché soldi non ce n’erano e i referenti politici erano saltati.
Orlando si inserisce in quella "finestra di opportunità” e vince. Va detto che lui già dalla seconda metà degli anni ’80, aveva fatto un lavoro molto fruttuoso, era l’unico ad essere andato a parlare in certi quartieri di Palermo, quindi non aveva relazioni solo con le classi dirigenti e con la borghesia più o meno illuminata palermitana, era in grado di parlare nelle periferie...
Dopo questi otto anni di governo della città all’insegna dell’apertura, della riscoperta dei luoghi della città, del centro storico, di uno sfruttamento intelligente dei fondi europei, tutto finisce. Qua a Palermo c’è ancora la guerra interpretativa sui motivi. Certo è che a quel punto molti sono partiti, un po’ per scelta, un po’ perché non era più aria.
A poco a poco l’atmosfera a Palermo è tornata grigia e si sono creati i presupposti per la situazione in cui ci troviamo adesso: una città che si sta decomponendo, perché l’amministrazione, a prescindere dai giudizi politici, è palesemente inefficiente, incapace di liberarsi di una gestione evidentemente clientelare, per cui a ogni turno elettorale si ingrossano le file dei dipendenti dell’Amia, che è la ex municipalizzata, a fronte di un servizio che rimane sempre pessimo. Per non parlare dei lavoratori socialmente utili, una cosa inventata da Orlando, della quale lui si dovrà pentire per sempre.
La figura del lavoratore socialmente utile e le vicende dell’Amia, la società per la gestione dei rifiuti del Comune di Palermo, per voi sono paradigmatiche di un certo andazzo…
Simone. Quando fu introdotta questa figura, probabilmente si pensava fosse una soluzione a un problema sociale che non si sapeva come affrontare.
In realtà il messaggio che ne è risultato è stato devastante: tu fai finta di lavorare e noi ti paghiamo. Che senso ha? Se pensiamo che ciascuno abbia diritto alla sopravvivenza, gli diamo i soldi e amen, dopodiché farà quello che gli pare. Non si può creare una situazione in cui diventa senso comune che tutto un gruppo di persone metta in scena una finzione, per cui se si va in qualsiasi ufficio pubblico, dalla Biblioteca comunale a un assessorato, ci si imbatte in 20 persone sedute da qualche parte, che non fanno niente, e se un funzionario ha bisogno di una fotocopia, se la deve fare da solo, perché nel contratto di questi è previsto che non facciano praticamente niente.
Quindi la situazione è questa, e intanto la questione dell’immondizia sta esplodendo...
Maurizio. Certo, perché per gestire macchine complesse, come appunto le società semi pubbliche, società di servizi, servirebbero manager, dirigenti molto capaci, invece la nomina politica continua a selezionare persone assolutamente inadeguate.
I dirigenti dell’Amia, che ha un deficit di 150 milioni, è venuto fuori che andavano a Dubai a esportare il modello della raccolta differenziata palermitana (che è il 6%). Tra l’altro parliamo di una società che per statuto non poteva avere come suo cliente altri che il comune di Palermo!
Simone. La gestione dell’immondizia è davvero paradigmatica. Cioè tu hai da una parte una città che è sommersa dai rifiuti, e contemporaneamente stanno lavorando all’ipotesi di costruire quattro mega inceneritori, che significa che qua non si farà mai la raccolta differenziata, perché questi inceneritori hanno bisogno di una massa di rifiuti tale che bisognerà importare l’immondizia anche da fuori, quindi camion, inquinamento, altro traffico...
In questa città -ma vale per l’intera regione- è come se mancasse la classe dirigente. E’ come se non ci fosse un’ipotesi, un orientamento; dove vogliamo andare? Non si capisce.
L’idea che noi ci siamo fatti è che quest’isola sia affetta da autofagia, da una forma di cannibalismo, vivono tutti quanti alla giornata, in una totale mancanza di prospettiva.
In questi giorni, per questioni di lavoro, stavamo analizzando le ultime statistiche pubblicate dalla Banca d’Italia. L’economia della Sicilia, dal 2004-2005, è in caduta libera. L’economia di Palermo, negli ultimi 4 anni ha perso 30 punti, non esportiamo più niente.
Qui il problema non è solo la politica, ma proprio la classe dirigente; anche la Confindustria locale, a parte l’apertura ad Addiopizzo, sembra non accorgersi di quello che sta accadendo.
Qui però colpisce anche la presenza di un forte tessuto di organizzazioni, associazioni, comitati, di cui anche voi fate parte.
Simone. Effettivamente a fronte di questa situazione obiettivamente difficile, c’è tutta una ­realtà che, casomai carsicamente, si muove. E’ questo che ci fa andare avanti, altrimenti a sentirci uno pensa: "Ma che ci state a fare qua? Tagliate la corda!”.
L’altro giorno, eravamo alla nostra riunione settimanale del Comitato Spazio Pubblico Palermo, di cui fanno parte una trentina di persone, perlopiù tra i 25 e i 30 anni (noi siamo i più vecchi), quando siamo usciti, in via Roma, erano le undici e mezzo di sera, stava passando il Critical mass, con le biciclette. Una cosa incredibile: è un’esperienza che viene portata avanti da anni, ma fino a due mesi fa erano 15-20 persone. L’altra sera, improvvisamente, erano un migliaio, via Roma era invasa.
Un altro esempio. Questo comitato è nato un po’ per caso nell’ottobre dell’anno scorso, su sollecitazione di un messaggio email mandato da una nostra amica, che diceva: "Ma è mai possibile che a Palermo non si possa camminare per le strade?”. Via Maqueda è una delle strade più inquinate d’Italia. Questa città, che non ha un tubo di niente, che non ha industrie, che vive di terziario e pubblica amministrazione, è inquinatissima, com’è possibile?!
A Palermo non c’è un piano traffico, non c’è un piano parcheggi, non c’è un’idea di sviluppo, non c’è niente. Di qui l’idea del Comitato Spazio Pubblico, che si caratterizza per organizzare attività molto semplici, molto banali, tendenzialmente un po’ provocatorie.
Noi ora ci siamo fissati su piazza Bellini, che è un luogo straordinario: circondata dalle chiese della Martorana, San Cataldo e Santa Caterina, e da bellissimi palazzi, tra cui quello del Comune, e che viene usata come parcheggio!
Ci siamo incaponiti sull’idea di riaprire un ragionamento sul centro storico. Il centro storico di Palermo, che nel 1951 aveva 125.000 abitanti, negli anni ’90 era ridotto a 21.000 abitanti. Questa città era diventata praticamente una ciambella con al centro un buco.
Il degrado d’altra parte era funzionale a un preciso progetto: far precipitare i prezzi per poi comprare tutto e avviare una grande speculazione edilizia su uno dei centri storici più grandi d’Europa. Senonché le cose non sono andate come previsto e nel 1993, con la giunta Orlando, è partito il Piano Particolareggiato Esecutivo di Cervellati.
In questi anni purtroppo il processo è rallentato. Ad oggi è stato recuperato solo il 25-30% del patrimonio. Dopo otto anni di giunta Cammarata si è perso completamente il governo della cosa. Per esempio, nel Piano Particolareggiato erano previsti due parcheggi sotterranei, uno a monte e uno a valle, che però non sono stati portati a termine. Ciò significa che, se ripopoli il centro senza risolvere il problema dei parcheggi, questo rischia di esplodere...
In alcuni palazzi gli inquilini fanno la mostruosità di mettere le macchine dentro questi atrii stupendi, settecenteschi. Tutte le piazze sono tendenzialmente occupate dalle macchine.
E’ un peccato perché all’epoca del recupero erano venuti a comprare anche da fuori Palermo. E si capisce: almeno fino a qualche anno fa, qui potevi ancora trovare delle case di 2-300 metri quadrati con i soffitti affrescati, per l’equivalente di una casa di 60 mq a Parigi o nella cintura milanese.
Purtroppo oggi il centro storico è abbandonato a se stesso e alle pressioni delle piccole lobby.
Voi mettete in campo iniziative proprio di "occupazione” dello spazio pubblico. Potete raccontare?
Simone. In questa città le persone non sono abituate a concepire lo spazio pubblico come un bene proprio. Lo si vede camminando in giro per le strade: la casa è concepita come il luogo della massima pulizia, poi davanti al portone c’è il disastro più totale. E’ la condizione storica e culturale di questa città.
Nelle nostre iniziative cerchiamo allora di far vedere alle persone come potrebbero essere questi luoghi senza macchine. Più o meno ogni due mesi, facciamo i cosiddetti Broom Broom Lounge e ­Broom Broom Brunch: siccome le macchine invadono tutti gli spazi, anche dove ci sono i divieti, allora facciamo dei picnic sulle nostre macchine, per far vedere come siano d’impaccio!
Altre volte occupiamo le piazze, chiedendo l’autorizzazione affinché siano libere dalle auto. Il 4 aprile, ad esempio, abbiamo organizzato un mega gioco dell’oca, coinvolgendo artisti, scenografi, mamme e bambini in carrozzina, di tutto, ci sono anche i video su YouTube.
Ogni stallo per le macchine è stato trasformato in una casella del gioco dell’oca, con tutta una serie di rimandi a una situazione della piazza.
Un’altra volta abbiamo allestito un campo di calcio, sempre nella piazza.
Questi eventi hanno avuto un grande seguito. Purtroppo è successo più di una volta che, pur avendo affisso i cartelli, come prevede la legge, e avendo pagato la tassa, ci siamo ritrovati le macchine posteggiate.
Quando l’abbiamo fatto presente ai vigili, ne è uscito uno scambio molto istruttivo: "Ma l’ordinanza ce l’avete?”, "Ecco l’ordinanza”, "Ma i cartelli li avete messi?” "Certo che li abbiamo messi -perché i cartelli li dobbiamo mettere noi- ma li hanno distrutti”. Succede così: tu metti il cartello e te ne vai, arriva il commerciante di turno e te lo distrugge. Alla fine i vigili non hanno fatto nemmeno una multa. Abbiamo chiesto: "Scusate, ma perché non fate le multe?”, "Noi, le multe, è inutile che le facciamo, perché appena cominciamo a scrivere, uno di questi commercianti telefona alla sua organizzazione, che telefona all’assessore, che telefona al comandante, che telefona a me, e mi dice: operazione annullata”.
Così abbiamo dovuto convincere tutti gli impiegati comunali a spostarle. Ovviamente, quando abbiamo cominciato a montare il necessario si è scatenato l’inverosimile. Per fortuna abbiamo mandato avanti la componente femminile del comitato in modo che non si sfociasse nella violenza. Il gestore della pizzeria è uscito urlando: "La piazza è mia!”, quell’altro, a un centimetro dal naso, che ti diceva: "Ma tu, chi minchia sii?”, oppure c’era quello che vende il caffè che gridava: "Voi volete buttare in mezzo alla strada i miei dipendenti!”.
Il bello di questi momenti è che incontriamo tanta gente, tante associazioni, che in qualche modo si stanno ugualmente impegnando per un posto migliore.
Maurizio. Recentemente abbiamo portato a termine una ricerca sul cambiamento urbano a Palermo; due anni di lavoro che dovrebbero diventare a breve un libro.
Quello che ci ha colpito è che rispetto ad altre esperienze, questa legata allo spazio pubblico sta intercettando una generazione che va dai 20 ai 30 anni, forse perché è in qualche modo un’iniziativa "gemella” rispetto ad altre che stanno fiorendo, come Critical mass, isole pedonali, i mercatini del biologico.
E’ probabile che alcuni processi avviati all’inizio degli anni ’90, nonostante lo sfacelo descritto da Simone, in realtà non si siano fermati. Quando noi eravamo all’università, c’erano al massimo un paio di bar, in quello che definiamo centro storico, oggi ce ne sono centinaia.
Secondo me non è un caso che tutti i vari comitati si siano focalizzati su questioni che hanno a che fare appunto con lo spazio urbano.
\r "Mobilita” è un’esperienza emblematica: un gruppo di studenti universitari, un anno e mezzo fa, ha creato un blog per seguire i lavori pubblici. Oggi è il secondo blog di Palermo per contatti, con qualcosa come 1.800 visite al giorno.
Simone. Il blog di quattro ragazzini di Ingegneria è diventato il punto di riferimento per tutti quelli che vogliono sapere come procedono i lavori pubblici a Palermo.
Maurizio. Va detto che c’è stata una lunga fase in cui l’associazionismo, a Palermo, era essenzialmente quello contro la mafia. Se c’era un aggancio con la città, era sulla questione amministrativa propriamente detta, sulla questione della legalità.
Simone. Addiopizzo ha fatto un po’ da trait d’union fra un’epoca segnata dall’impegno quasi esclusivo contro la mafia, il malgoverno e un’altra, quella attuale, caratterizzata invece da associazioni, movimenti, piccoli comitati, molecolarmente diffusi, che si concentrano su qualcosa che potrebbe sembrare, a prima vista, come impolitico, cioè lo spazio pubblico, per cui ci si riappropria di piazze, strade, ecc. tutte cose che potrebbero sembrare banali.
In realtà noi siamo convinti che queste piccole sperimentazioni non siano affatto banali, perché quando chiudi una piazza per mezza giornata immediatamente ti scontri con una modalità, un atteggiamento che è violento, che è mafioso, che non vede il diritto dell’altro, che ti dice esplicitamente: "La piazza è mia”
Quando parlate della giunta Orlando, emerge un certo rimpianto del clima di allora.
Simone. Probabilmente è anche una questione generazionale: quando è cominciato tutto, noi avevamo vent’anni, e ne avevamo trenta quando più o meno è finito. Quindi quella parentesi ci ha colto nel periodo fondamentale della nostra formazione, gli anni dell’università.
Dall’altra parte il periodo orlandiano, con tutti i suoi limiti e le sue ombre, dal punto di vista amministrativo, è stato del tutto eccezionale nella storia di questa città.
Noi siamo passati da sindaci che non sapevano parlare in italiano a Orlando che maneggiava tre lingue; da una gestione inesistente a un tentativo di rimettere in piedi le municipalizzate, di togliere le rendite di posizione ai vari Cassina (il conte Cassina, con le sue imprese, aveva da sempre in gestione fogne, luce, ecc) fino al tentativo di mettere mano al piano regolatore generale, e a quello particolareggiato del centro storico.
Soprattutto durante la prima sindacatura, quella in cui aveva le mani completamente libere, perché aveva preso il 75% dei voti, Orlando ha messo nei posti fondamentali una serie di persone che avevano delle competenze, delle passioni e delle capacità. Come assessore alla cultura c’era Francesco Giambrone, che adesso è sovrintendente al Maggio musicale fiorentino. E poi c’era Emilio Arcuri, che ha messo in piedi un ufficio per il centro storico, il quale, nonostante tutto, funziona ancora. Arcuri era uno che andava in ufficio la mattina alle sette, litigava per tutta la giornata con tutti, era intrattabile, aveva probabilmente molti difetti, però il centro storico è riuscito a metterlo di nuovo in moto.
In quel periodo nella giunta sono confluite molte energie fresche, libere, che si sono ritrovate a prendere la parola e anche ad avere le risorse per fare le cose. Se tu avevi una progettualità, un’idea, all’epoca le cose si facevano. In estate, la sera, c’erano minimo quattro eventi contemporaneamente: teatro, cinema, danza, musica, tutto gratis, e venivano i nomi fondamentali della cultura mondiale, da Pina Bausch a Bob Wilson, il Teatro Massimo era stato riaperto...
Insomma c’era un’effervescenza che non si era mai vista, anche per questo il contraccolpo depressivo è stato forte.
Anche se noi siamo convinti che qualcosa sia stato seminato.
Maurizio. Quel processo di cambiamento e di innovazione nella vita della città non si è estinto completamente, probabilmente la generazione che oggi reclama proprio uno spazio pubblico ha delle radici in quel contesto.
Io non sono particolarmente nostalgico di Orlando, ricordo anche i disastri di quella giunta. Tuttavia ho l’impressione che in quegli anni fossero emersi tutta una serie di personaggi che davvero davano l’idea di essere lì per sbaglio, di essere "fuori luogo” nella Palermo di quegli anni. La città era molto più indietro.
Oggi la situazione si è di nuovo ribaltata: è il gruppo dirigente a risaltare per l’assoluta mancanza di competenze, capacità, connessioni culturali.
Se poi si aggiunge che le varie esperienze positive mai riescono a mettersi veramente in rete, insomma è facile capire perché poi la percezione diffusa sia negativa. L’assenza di spazi pubblici, di luoghi di aggregazione, di visibilità, contribuisce a convincerti di essere da solo.
Simone. Secondo me una certa nostalgia, un certo pessimismo, hanno anche a che fare col fatto che le condizioni sono oggettivamente peggiorate. Negli ultimi due o tre anni, la vivibilità della città è precipitata: traffico a tutte le ore, smog, servizi che non funzionano, un’amministrazione ormai regredita, il sociale allo sbando.
Manca, dal punto di vista della politica istituzionale, qualcuno in grado di tradurre le spinte che vengono dalla società civile e di dar loro uno sbocco. La politica è caratterizzata da fenomeni di implosione. Se togliete la Borsellino e Rosario Crocetta, che hanno preso 220.000 e 150.000 voti, qua in Sicilia il Pd non esiste, letteralmente. Idem l’estrema sinistra. E poi basterebbe guardare il tasso di astensionismo. Abbiamo un ceto politico, destra e sinistra, che continua a vivere delle clientele, più o meno piccole e grandi, che si è costruito nel corso del tempo.
Manca un catalizzatore politico, come fu ai tempi di Orlando, capace di dare una forma a un movimento che attraversa la società, e di canalizzarlo nella prospettiva del cambiamento.
Io temo che in tempi brevi qui si accartoccerà tutto.
Vi siete interessati anche dello statuto di autonomia della Sicilia. Potete raccontare?
Simone. Tre, quattro anni fa abbiamo fondato, non un’associazione, ma un gruppo di persone che si riunivano la sera e riflettevano appunto su questo modello di autonomia. L’idea era nata da un nostro amico, che ora vive a Parigi, che stava facendo una ricerca sugli esiti dello statuto autonomo siciliano. All’epoca intercettammo anche l’interesse di alcuni intellettuali locali di un certo calibro, però poi alla fine questa cosa non riuscì a sfondare.
La nostra considerazione iniziale era semplice, banale: "In 60 anni e passa di statuto autonomo siciliano, quella che doveva essere una grande opportunità per lo sviluppo di questa terra, si è trasformata invece nel suo peggiore ostacolo”.
Una constatazione che poggia su dati incontrovertibili, a partire dai costi pletorici dell’amministrazione regionale, con 18.000 impiegati. Abbiamo più forestali del Canada! Una macchina che mangia soldi e che dal punto di vista amministrativo e normativo non produce niente, perché l’assemblea regionale siciliana praticamente non legifera quasi mai, se non per recepire le leggi nazionali e per fare la finanziaria, che serve a distribuire soldi.
Qui la tradizione del consociativismo è ancora molto forte. Qui l’accordo Dc-Pci ha radici profonde. Il motto di Lima era: "Quando la pignatta bolle, bolle per tutti”.
Nel nostro percorso di ricerca abbiamo fatto riunioni anche con dei costituzionalisti, grazie ai quali abbiamo capito che dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (che in nome del principio di sussidiarietà rimanda alle istanze locali molte responsabilità di governo), la Regione Siciliana come istituzione è diventata un "tappo” per le autonomie, perché tutto deve passare per quel filtro.
Se il Comune di Palermo, per fare un esempio, deve stilare il piano regolatore, se la Regione non glielo approva, non si fa. Un Comune, una Provincia, non può destinare i fondi senza passare dalla Regione. La Regione, poi, non solo assorbe una quantità di risorse enorme senza produrre alcuna ricchezza, è anche superata dal punto di vista dell’architettura costituzionale come istituto.
Ma allora cosa ce ne facciamo noi, di questa macchina, che era stata inventata per dare ai siciliani l’autonomia, e si è trasformata invece in una specie di mostro generatore di clientele, malaffare e corruzione?
I nostri deputati regionali hanno uno stipendio più alto dei senatori della repubblica, "onorevoli” si fanno chiamare, perché il nostro è il Parlamento siciliano -c’è anche questa retorica.
Tutti parlano della "specificità siciliana” su cui si è costruito tutto un immaginario collettivo, anche un po’ folcloristico. Io francamente devo ancora capire cos’è questa "specificità”.
La Lega ha evidentemente degli ottimi argomenti. Tant’è che uno alla fine arriva al paradosso di pensare che forse il federalismo fiscale sarebbe davvero l’unica soluzione. L’abbiamo sperimentato nel ’93 al tempo della manovra Amato, poi Ciampi, eccetera.
Qui, quando soldi non ce n’erano, la gente era libera. In Sicilia il potere è da sempre in mano a chi distribuisce le risorse. Per fare un esempio, la sola formazione professionale, in questa regione, occupa decine di migliaia di persone. Ci sono enti para-regionali che sono dei veri serbatoi di occupazione.
Purtroppo su questa battaglia, a sinistra non abbiamo trovato nessun interlocutore. Niente. Noi siamo andati a bussare alle varie porte, chiedendo un’interlocuzione, chiedendo, ad esempio, di fare un convegno a partire dalla domanda più ingenua: "A cosa serve oggi lo statuto autonomo siciliano?”.
Ma abbiamo trovato un muro.