l'altra tradizione

UNA CITTÀ n. 144 / 2007 Dicembre-Gennaio

Intervista a Francesco Grassi
realizzata da Carmelo Calabrò

RIFORMISMO RIVOLUZIONARIO
Il tragitto politico e intellettuale di Riccardo Lombardi, dapprima strenuo sostenitore di una politica pianificatrice dall’alto, che presupponeva la conquista della “stanza dei bottoni” e, dopo il fallimento del centrosinistra, fautore di un’“alternativa socialista”, basata su forme, dal basso, di autogestione. L’appoggio decisivo all’elezione di Bettino Craxi, di cui ebbe a pentirsi. Intervista a Francesco Grassi.

Francesco Grassi è dottorando in Storia e sociologia della modernità presso il dipartimento di scienze della politica dell’Università di Pisa.

In una società come quella occidentale, che sembra ormai irreversibilmente identificarsi con il sistema di libero mercato, il dibattito sulle sorti del socialismo sconta un’evidente subalternità ideologica nei confronti delle tendenze di pensiero dominanti. Eppure non tramonta del tutto il bisogno di ricercare strategie di intervento che consentano alla politica di farsi portatrice di un progetto in grado di coniugare le ragioni della libertà con l’inestinguibile tensione verso l’uguaglianza e la giustizia sociale. La figura di Riccardo Lombardi incarna un tentativo politico e teorico legato ad un’esperienza del passato, che forse conserva motivi di interesse anche nel presente. Quali credi che siano gli elementi peculiari del pensiero di Lombardi?
Il nome di Riccardo Lombardi è immediatamente associato, da coloro che abbiano una conoscenza anche solo approsimativa del personaggio, alla politica di programmazione economica. Ed in effetti la tematica planista costituisce senza ombra di dubbio l’elemento centrale dell’impegno teorico e pratico dello storico esponente della sinistra italiana almeno fino al 1964. Bisogna però ricordare che Lombardi non sostiene questa linea interventista fin dal principio; anzi, nella prima metà degli anni Quaranta, quando milita nelle fila del Partito d’Azione, in nome del libero mercato egli condanna esplicitamente l’ipotesi di un intervento statale in campo economico, vedendo in tale intervento il tratto caratteristico della politica dirigista del fascismo, secondo uno schema interpretativo accettato non solo, com’è ovvio, dalle forze moderate, ma anche dai partiti di sinistra, con la significativa ma circoscritta eccezione del Psiup.
Paradossalmente, Lombardi si libera di questo pregiudizio antistatalista proprio quando, terminata la guerra, le tendenze liberiste si impongono in maniera definitiva ottenendo che l’opera di ricostruzione dell’economia del Paese sia affidata alle forze spontanee del mercato, senza ingerenze statali. Lombardi comincia allora ad abbracciare quelle tematiche planiste che di lì a poco diverranno il tratto caratteristico della sua strategia politica, come testimoniano alcune iniziative di grande rilievo quali la battaglia per il cambio della moneta, la critica della politica economica portata avanti dal ministro del Tesoro Epicarmo Corbino, la difesa delle Partecipazioni statali dai propositi di smantellamento, la “lettera aperta” indirizzata nell’ottobre 1946, nelle vesti di segretario del PdA, alla Cgil. Quest’ultimo documento, sebbene cada nel vuoto senza ricevere risposta, riveste un’importanza particolare in quanto, con la richiesta della pianificazione degli investimenti e del controllo pubblico sulle imprese, contiene già, in nuce, le linee strategiche della programmazione lombardiana degli anni Cinquanta-Sessanta.
A partire dall’ottobre 1947, Lombardi prosegue il proprio impegno politico nel Psi, dove le tendenze planiste, impersonate da Rodolfo Morandi, sono particolarmente forti. Dopo la sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile 1948, i progetti di pianificazione vengono però accantonati dalle sinistre per decisione di un Pci ancora influenzato dalle teorie antiplaniste di Eugen Varga.
Come un fiume carsico, il tema della programmazione (termine asettico che ad un certo punto soppianta, anche nel linguaggio dei socialisti, quello di pianificazione, colpevole di ricordare troppo da vicino l’esperienza sovietica) torna tuttavia in superficie alla metà degli anni Cinquanta, in concomitanza con la presentazione dello “Schema” messo a punto da Ezio Vanoni e con la fine, poco tempo dopo, dell’esperienza frontista. Gli eventi del 1956, dal XX Congresso del Pcus all’invasione sovietica dell’Ungheria, segnano infatti uno spartiacque per il movimento operaio internazionale, mettendo in crisi i dogmi costitutivi di quella Weltanschauung che va sotto il nome di stalinismo, tra i quali occupano un ruolo preminente l’interpretazione catastrofica della situazione economica dei paesi capitalistici e la prassi della conquista del potere per via rivoluzionaria, mediante l’abbattimento dello Stato borghese. Rivelatasi illusoria, almeno nel breve periodo, la prima ipotesi ed impraticabile, nei paesi occidentali, la seconda, alla sinistra italiana non resta che affrontare un lungo e travagliato processo di revisione ideologica. E in prima fila, in questo frangente, si colloca proprio Lombardi, che riemerge dall’isolamento in cui era stato confinato negli anni della direzione morandiana del Psi, riproponendo con forza il tema della programmazione economica.
Lombardi parte dalla constatazione che lo Stato, attraverso le Partecipazioni, ha ormai assunto la gestione di vasti settori dell’economia nazionale; essendo però l’apparato statale controllato, attraverso i partiti di governo, dai grandi gruppi monopolistici, tale gestione è avvenuta nell’interesse non della collettività ma di questi ultimi, che hanno bisogno del sostegno statale, in primo luogo della spesa pubblica anticiclica, per superare le periodiche crisi di sovrapproduzione dovute alla politica dei prezzi praticata dagli stessi monopoli. I monopoli sono riusciti così ad imporre un proprio tipo di pianificazione, finalizzato alla massimizzazione del profitto ed incurante dei costi sociali. Tuttavia, secondo Lombardi, questa situazione può essere modificata; se infatti i socialisti riuscissero ad assumere il controllo della macchina statale mediante la partecipazione al governo (l’ingresso nella mitica “stanza dei bottoni”, secondo la celebre espressione di Nenni), potrebbero utilizzarne le leve per mettere in atto un piano alternativo a quello dei monopoli, che intervenga sia a monte che a valle del processo produttivo, che stabilisca cioè volume e localizzazione degli investimenti, sia pubblici che privati, da un lato, e il contenuto dei consumi dall’altro.
Grazie a questo tipo di programmazione “democratica” sarebbe stato possibile raggiungere, nel breve periodo, importanti risultati in campo sociale, garantendo quei servizi collettivi, come occupazione, alloggi, istruzione, trasporti, assistenza sanitaria, fino a quel momento sacrificati agli interessi dei monopoli. Ma, sopratutto, il piano avrebbe permesso di conseguire, nel medio periodo, un risultato ancora più decisivo in campo politico; la regolamentazione pubblica degli investimenti e dei consumi avrebbe infatti spezzato i tradizionali meccanismi di accumulazione del capitale, mettendo in crisi il sistema capitalistico e consentendo una incruenta transizione al socialismo.
Presupposto della politica di piano è, per Lombardi, il rafforzamento del soggetto chiamato ad attuarla, ossia lo Stato, il quale deve disporre della strumentazione occorrente in termini di fonti di energia, capitali, terreni edificabili; questi strumenti, che sono saldamente controllati dai monopoli, devono essere avocati allo Stato mediante la promozione, da parte del governo, di una serie di “riforme di struttura”, quali la nazionalizzazione dell’industria elettrica (che andrà in porto, ma secondo modalità ben diverse da quelle auspicate da Lombardi), l’esproprio delle aree fabbricabili, il controllo pubblico del sistema creditizio, l’istituzione delle regioni, concepite come organi decentrati di attuazione del piano. Per mettere in pratica questo ambizioso progetto, Lombardi, alla fine degli anni Cinquanta, diventa il più acceso fautore di quell’alleanza tra socialisti e democristiani da cui nascerà l’esperimento del centro-sinistra.
L’esperienza governativa tradisce però in buona parte le attese, dato che la Dc impone agli alleati l’abbandono dei progetti riformatori già nel 1964. Lombardi, attestatosi su posizioni apertamente critiche nei confronti della formula di centro-sinistra e per questo nuovamente emarginato all’interno del suo partito (questa volta ad opera non degli stalinisti ma dei sedicenti riformisti raccolti attorno a Nenni), continua ciononostante a proporre anche negli anni successivi la strategia della programmazione e delle riforme di struttura, apportando però due sostanziali modifiche: innanzitutto, a realizzarla deve ora essere un governo di sinistra Psi-Pci e non più un’eterogenea alleanza tra socialisti e democristiani; in secondo luogo, cosa ancora più importante, Lombardi, recuperando un elemento caratteristico della pianificazione morandiana degli anni Quaranta (elemento sul quale aveva sempre insistito molto la sinistra socialista di Panzieri, Foa e Basso), sottolinea la necessità che la politica riformatrice sia sostenuta da un vasto movimento di massa, in modo da saldare l’azione di vertice a livello governativo con le spinte dal basso provenienti dal mondo del lavoro. Anche questa versione, riveduta e corretta, della politica di piano è destinata però a rimanere nel mondo delle buone intenzioni.
L’idea della programmazione rinvia ad un problema più generale di natura teorica e pratica al contempo: la concezione dello Stato. Com’è mutato nel tempo il modo di intendere ruolo, funzione e limiti dell’intervento statale nel pensiero di Lombardi?
Riccardo Lombardi è considerato il capofila della strategia politica che il socialista francese Gilles Martinet definì a suo tempo, con fortunato ossimoro, “riformismo rivoluzionario”. Nel caso di Lombardi, il sostantivo ha la priorità rispetto all’aggettivo. Il dirigente del Psi rimane infatti sempre un riformista, per quanto eterodosso, fautore di un indirizzo gradualista che prevede la costruzione del socialismo operando all’interno del quadro istituzionale vigente, senza rotture traumatiche come quelle prodotte da una rivoluzione. Questa vocazione gradualista emerge in maniera chiara se si analizza la posizione di Lombardi sul cruciale problema della conquista del potere, direttamente connesso alla teoria dello Stato. Mentre la tradizione marxista-leninista pone come condizione della presa del potere la distruzione dello Stato borghese, ritenuto strumento di oppressione della classe economicamente dominante, Lombardi, che pure fino alla fine degli anni Quaranta “flirta” occasionalmete con questa impostazione, a partire dal 1956 sottopone ad una critica serrata l’ipotesi di una conquista del potere mediante l’insurrezione armata, arrivando infine a sostenere la tesi esattamente opposta, e cioè che l’apparato statale non costituisce un elemento sovrastrutturale da abbattere, bensì un elemento strutturale che è solo transitoriamente diretto dalle forze conservatrici e che quindi può essere conquistato democraticamente dall’interno ed orientato, mediante la politica di programmazione, verso determinati obiettivi politico-economici, il cui raggiungimento permetterebbe una pacifica transizione al socialismo.
Non voglio dire che, con questa vocazione “legalitaria”, Lombardi si collochi al di fuori della tradizione marxista; intendo solo chiarire che i punti di riferimento del dirigente socialista in questa delicata materia non sono né Marx (il Marx de Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte e, soprattutto, de La guerra civile in Francia) né Lenin, ma, piuttosto, gli esponenti del marxismo riformistico della Seconda Internazionale: da Bernstein a Kautsky, da Hilferding a Renner fino a Cunow.
E’ davvero notevole la somiglianza tra le prese di posizione di Lombardi contro la prassi leninista e in favore dell’uso anticapitalistico dell’apparato statale da un lato e le teorizzazioni dei capi riformisti dell’Internazionale dall’altro (somiglianza che diventa imbarazzante, fino a rasentare l’identità, nel caso di Kautsky, soprattutto quello del programma di Erfurt e delle opere Die Agrarfrage e Die materialistisce Gescichtsauffassung). Come è stato giustamente notato da Luciano Canfora, il marxismo lombardiano è un marxismo non comunista, depurato cioè di ogni elemento leninista. Dunque, dal 1956 fino al 1964 la strategia politica lombardiana, di chiaro orientamento gradualista, prevede, in rapida successione: ingresso dei socialisti al governo, promozione di vaste “riforme di struttura” che sottraggano lo Stato all’ipoteca dei monopoli, utilizzo dell’apparato statale per realizzare la programmazione degli investimenti e dei consumi, transizione al socialismo.
A questo punto sembra però delinearsi un ripensamento, se non una vera e propria svolta rispetto all’idea del rapporto tra azione politica e conquista del potere statale.
Fallita con l’esperienza del centro-sinistra l’ipotesi illuministica di adoperare in chiave anticapitalistica gli apparati statali, i quali, infeudati al sistema di potere democristiano, si rivelano tutt’altro che disponibili a farsi “manovrare” dal nuovo manovratore socialista, Lombardi compie una svolta di centottanta gradi, spostandosi su posizioni movimentiste ed antistataliste. Riprendendo le tesi della vecchia sinistra “operaista” del Psi e la teoria dei contropoteri di Basso, un tempo respinte con fermezza, riconosce infatti il primato dell’azione di massa rispetto all’attività parlamentare, ed arriva ad affermare che lo Stato, avendo una indefettibile tendenza alla burocratizzazione e alla centralizzazione, costituisce non un supporto, bensì un ostacolo sulla via del socialismo. Alla macchina statale, burocratica e centralista, Lombardi vuole sostituire un sistema basato sull’autogestione, che consenta alla società civile di rientrare in possesso dei poteri confiscatile dallo Stato parassitario e di partecipare così effettivamente ai processi decisionali in ogni campo, economico, politico, culturale.
In questa seconda fase di elaborazione teorica, il punto di riferimento del leader socialista è evidentemente costituito dalle riflessioni formulate da Marx sull’esperienza della Comune di Parigi del 1871, salutata come concreta realizzazione del concetto di “dittatura del proletariato” e premessa dell’instaurazione dell’“autogoverno dei produttori”; esperienza di cui Lombardi aveva visto una potenziale replica nell’azione del governo cileno di Unidad popular, stroncato dal golpe del settembre 1973. E’ da sottolineare come la svolta autogestionaria porti Lombardi a criticare nuovamente, questa volta però da sinistra, Lenin, per la teoria, sostenuta a partire dal 1917, secondo cui il capitalismo, giunto allo stadio di imperialismo, contiene in sé i germi del socialismo ed è quindi sufficiente mutare la direzione politica dello Stato, espropriando le classi borghesi, per realizzare la transizione (la famosa idea che la banca unica di Stato “alla Hilferding” rappresenti già i nove decimi dell’apparato socialista). Lombardi confuta questa impostazione accusando Lenin di “infatuazione tayloristica” e ricordando che non può esistere una “catena di montaggio socialista”. Scavalcare a sinistra Lenin con critiche di questo tipo non significa tuttavia aderire ad una concezione rivoluzionaria del marxismo. Lombadi infatti, pur rifiutando come astratta la contrapposizione tra via parlamentare e via rivoluzionaria, e non escludendo quindi a priori una conquista violenta del potere in determinate circostanze, ritiene che in Italia il passaggio al socialismo debba essere effettuato da un governo di sinistra democraticamente eletto, che in via preliminare, con il decisivo appoggio di un forte movimento di massa, promuova riforme che incidano sui poteri collaterali dello Stato (apparati di sicurezza, informazione, giustizia), onde impedire che questi, asserviti agli interessi della borghesia, mettano in atto operazioni di sabotaggio contro l’esecutivo.
La fase di transizione così configurata non ha quindi niente a che fare con la dittatura del proletariato di derivazione marxista-leninista: Lombardi non solo esclude l’assunzione del monopolio del potere da parte dei partiti di sinistra, ma garantisce anche il rispetto del principio dell’alternanza, accettando esplicitamente la possibilità di un ritorno delle sinistre all’opposizione in caso di sconfitta elettorale. Questa sostanziale fedeltà al metodo democratico, il rifiuto di soluzioni di carattere eversivo, costitiuscono il trait d’union tra le diverse fasi in cui si articola l’attività politica lombardiana.
Come si è configurato nel corso della esperienza politica di Lombardi il confronto strategico con il Pci? Che connotati ha assunto la sua idea “autonomistica” nel corso della storia così travagliata tra i due partiti della sinistra italiana?
Nel marzo 1961, intervenendo al XXXIV Congresso del Psi, Lombardi dichiara che i socialisti sono “acomunisti”, nel senso che al termine assegnava Merleau-Ponty. In concreto, “acomunismo” significa prendere atto dell’importanza dei comunisti all’interno del movimento operaio, ma non riconoscerne “l’esclusività né l’egemonismo”. Il rapporto tra il leader socialista e il Pci è assai problematico, attraversando diverse fasi. Nella seconda metà degli anni Venti, esauritasi la militanza nel Partito popolare, il giovane Lombardi, pur senza prendere la tessera dell’allora PCd’I, si avvicina al gruppo di Tasca, Di Vittorio, Grieco e Li Causi; interrotto il rapporto dopo l’espulsione di Tasca e la “svolta” del 1930, Lombardi si attesta su quelle posizioni autonomiste alle quali resterà fedele per tutta la vita e di cui sono testimonianza alcune importanti prese di posizione. Nel 1944, nelle vesti di dirigente del Partito d’Azione, Lombardi critica la “svolta di Salerno” e l’apertura di Togliatti alla monarchia; nel 1947, al momento della confluenza del Partito d’Azione nel Psi, quando socialisti e comunisti sono legati da un patto d’unità d’azione molto vincolante, lancia la linea dei “due partiti e due politiche”, rifiutando le ipotesi di fusione ed affermando il diritto dei socialisti a portare avanti una politica autonoma e, nel caso, anche diversa da quella del Pci, ferma restando la fedeltà alla politica unitaria; nel gennaio 1948, pur approvando la costituzione del Fronte popolare, si pronuncia contro l’adozione della lista unica socialcomunista per salvaguardare la specifica funzione del Psi; nel giugno dello stesso anno, dopo la sconfitta elettorale delle sinistre, divenuto direttore dell’Avanti! e capo della maggioranza autonomista (assieme a Foa, Santi e Jacometti), pretende lo scioglimento del Fronte popolare e promuove una campagna per la neutralità dell’Italia e la sua indipendenza dai blocchi (compreso quello sovietico). A causa di queste iniziative, quantomeno intempestive in una fase di scontro frontale tra le forze politiche, Lombardi viene duramente attaccato non solo dai comunisti (significativa al riguardo la polemica con Luigi Longo dell’agosto-settembre 1948), ma dai suoi stessi compagni della sinistra socialista, guidati da Morandi (la famosa “polemica di Capodanno” si svilippa tra il dicembre 1948 e il gennaio 1949).
Al Congresso di Firenze del maggio 1949 la sinistra interna riprende il controllo del partito; per Lombardi, come per altri elementi ritenuti tiepidi nei confronti della politica filocomunista e filosovietica del duo Morandi-Nenni, comincia una lunga fase di isolamento che si protrae fino al 1956. Tornata la maggioranza del Psi su posizioni autonomiste, Lombardi riconquista un ruolo di primo piano, stringendo una solida alleanza con Nenni, che nel frattempo ha abbandonato le vecchie posizioni frontiste. Inizia la fase di più dura contrapposizione tra i comunisti e Lombardi, il quale, come avrebbe raccontato anni dopo Vittorio Foa, si era illuso che, a seguito della destalinizzazione, il Pci si sarebbe ridotto ad una forza residuale di piccole dimensioni e che pertanto la guida del movimento operaio sarebbe passata ai socialiti. Il processo di avvicinamento del Psi all’area di governo e l’incontro con la Dc inasprisce ulteriormente il duello a sinistra; l’apice viene toccato nel dicembre 1962, quando Lombardi, portando il saluto dei socialisti al X Congresso del Pci, dichiara senza mezzi termini che i rapporti tra i due partiti sono ai minimi storici dal dopoguerra poiché socialisti e comunisti sono ormai portatori di politiche divergenti.
L’esperienza del centro-sinistra rappresenta il punto di svolta. L’abbandono della politica riformatrice di cui era stato il principale ispiratore convince Lombardi dell’impossibilità di instaurare una società socialista governando assieme ad un partito come la Dc, formalmente interclassista ma di fatto assoggettato agli interessi dei grandi monopoli, mentre il progressivo sganciamento del Pci dal blocco sovietico apre nuovi scenari. Il dirigente del Psi lancia così la proposta dell’“alternativa socialista”, che non si riferisce ad un semplice avvicendamento alla guida del paese, “ma ad una ipotesi precisa: un governo di sinistra col compito di iniziare la transizione verso una società socialista”.
L’alleanza Psi-Pci non deve però essere interpretata come una riedizione aggiornata del Fronte popolare; la formula frontista, secondo Lombardi, è valida infatti solo nelle situazioni di emergenza democratica e presenta inoltre l’inconveniente di imporre, all’interno dell’alleanza, la linea della componente più moderata. I comunisti respingono l’offerta: negli articoli dedicati al colpo di Stato cileno del 1973, Enrico Berlinguer dichiara esplicitamente che la prospettiva del Pci non è quella dell’alternativa di sinistra ma quella del “compromesso storico” tra le principali forze politiche, in primo luogo il Pci stesso e la Democrazia cristiana, onde evitare una saldatura tra il centro e la destra che potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza delle istituzioni democratiche. Lombardi, ammaestrato dall’esperienza del centro-sinistra, esprime un giudizio severo sulle aperture dei comunisti alla Dc, affermando che questa non esiterebbe a sabotare, ricorrendo anche a mezzi eversivi, un eventuale tentativo di pacifica transizione al socialismo; inoltre, di fronte alla pretesa comunista di condurre il dialogo con la Dc sopra la testa dei socialisti, ammonisce, dimostrando un certo schematismo, che se il Psi ha bisogno del Pci per realizzare l’alternativa socialista, anche il Pci non può fare a meno del Psi per attuare il suo disegno politico.
Quando i comunisti, nel 1980, abbandonano la strategia del compromesso storico e sposano quella dell’alternativa, sarà il Psi, ormai saldamente controllato da Craxi, a non cogliere le aperture comuniste decidendo di tornare al governo con la Dc. Così entrambe le ipotesi, quella dell’alternativa e quella del compromesso storico, sfumano.
Posto che è sempre rischioso per chi fa opera di indagine storiografica offrire letture attualizzanti, quale pensi possa essere il nocciolo tuttora valido della lunga riflessione lombardiana? Quali i riferimenti teorici efficaci da tenere in considerazione allorché si pensi ad una prospettiva politica di “riformismo rivoluzionario”?
I due grandi progetti politici elaborati da Lombardi, il centro-sinistra prima e l’alternativa socialista poi, sono sostanzialmente falliti: il primo ha mancato l’obiettivo di realizzare quelle riforme di struttura che avrebbero dovuto spianare la strada all’avvento della società socialista; il secondo non si è neanche concretizzato. Sembrerebbe dunque che nulla dell’impegno politico di Lombardi possa essere utilizzato nelle condizioni, peraltro profondamente mutate, di oggi. Un’analisi appena più approfondita della situazione dimostra però che le cose non stanno esattamente così. Per comprendere cosa c’è ancora di vivo nell’insegnamento lombardiano, bisogna fare un piccolo passo indietro, alla fase finale della carriera, e della vita, del dirigente socialista. Lombardi, com’è noto, combatte la sua ultima battaglia politica contro Bettino Craxi. Il quale, ironia della sorte, riesce a conquistare la segreteria del Psi nel 1976 grazie all’appoggio proprio di Lombardi e dei suoi seguaci (vicesegretario è nominato Claudio Signorile), convinti che il delfino di Nenni possa riguadagnare al partito i margini di autonomia persi durante la gestione demartiniana, ritenuta troppo subalterna al Pci, mantenendo però al contempo l’impegno a non rientrare al governo senza i comunisti. Richiesto di un commento sull’elezione di Craxi, le cui simpatie socialdemocratiche sono ben note sia all’interno che all’esterno del partito (il Manifesto lo chiama non a caso “l’amerikano”), Lombardi, con tipica ironia, dichiara che un cattivo vescovo può diventare un buon papa. Chissà quante volte egli deve aver ripensato a quella fatale decisione presa nel giugno del 1976 all’hotel Midas; i rapporti tra il vecchio capo della sinistra interna e il giovane segretario sono infatti segnati fin dall’inizio da un’ininterrotta serie di contrasti e polemiche. I due sono molto diversi, complementari per certi aspetti, assolutamente alternativi per altri: grande stratega ma debole tattico (“politicamente presbite” per dirla con Nerio Nesi), animato da un’etica della responsabilità di stampo weberiano-azionista, autonomista ma non anticomunista, Lombardi; insuperabile tattico ma privo di una visione strategica di lungo periodo, espressione del primato della politica sull’etica, visceralmente anticomunista, Craxi.
Lombardi rimprovera a Craxi di guidare il partito secondo i criteri del Führerprinzip, imponendo una gestione bonapartista quale non si vedeva dai tempi di Rodolfo Morandi. Ma, più delle questioni di democrazia interna, a dividere i due è soprattutto la strategia politica. Craxi dimostra infatti di aderire in maniera puramente formale alla linea dell’alternativa allorché la subordina ad un riequilibrio dei rapporti di forza a sinistra, sul modello francese, quantomeno ipotetico; tant’è che alla prima occasione utile, nell’aprile 1980, riporta il Psi al governo con la Dc del “preambolo”, riuscendo anche questa volta nell’operazione grazie all’appoggio determinante dei lombardiani guidati da De Michelis, che si staccano dalla corrente di sinistra.
Quando Lombardi muore, nel 1984, il Psi è addirittura alla guida del governo e di lì a poco conoscerà anche una notevole espansione elettorale, che lo porterà ai massimi livelli dal 1946 (esclusa la parentesi del Psu); di riforme di struttura, programmazione, alternativa di sinistra, socialismo, non si parla però più: liquidate simili questioni come “metafisiche”, il Psi, vittima di quella che è stata definita una “mutazione genetica”, si adagia in una gestione dell’esistente segnata da numerosi lati oscuri. La stagione dei trionfi targata Craxi è tuttavia di breve durata: tra il 1992 e il 1994 il partito è coinvolto nelle inchieste giudiziarie e scompare dalla scena. Il fallimento della politica craxiana (perché di fallimento si tratta, sebbene oggi molti, nel disperato tentativo di rifarsi una verginità politica, facciano a gara a rivalutare l’operato del segretario socialista) può portare ad un recupero delle proposte di Lombardi, il quale sembra essersi preso una rivincita postuma. “E’ nostro compito dare un senso all’eredità di Riccardo Lombardi, partendo dalle condizioni specifiche del presente”, scrive Nerio Nesi. E, pur in un contesto politico interno ed internazionale radicalmente diverso, molte di queste condizioni sono le stesse con le quali Lombardi si è dovuto misurare e alle quali, per tutta la vita, ha cercato di trovare risposte valide: l’alienazione del lavoro, l’anarchia del sistema capitalistico, la contraddizione tra carattere sociale della produzione e carattere privato dell’appropriazione del prodotto, la disoccupazione, la separazione tra Stato e società civile, gli squilibri territoriali, l’oppressione imperialistica dei paesi sottosviluppati. La sopravvivenza di queste piaghe è la dimostrazione tangibile del fallimento delle politiche di corto respiro volte unicamente ad una gestione riformistica del presente e, per contro, dell’attualità di una strategia come quella lombardiana, consapevole del bisogno di incidere strutturalmente sulla realtà economica per poter finalmente realizzare una società che riesca a dare a ciascun individuo “la massima possibilità di decidere la propria esistenza, e di costruire la propria vita”.
Appurato che l’eredità culturale di Lombardi è ancora vitale e gravida di potenzialità di sviluppo, sorge però il problema della mancanza di un soggetto che possa degnamente raccoglierla: il Psi e il Pci sono scomparsi, e molti degli uomini di punta della sinistra socialista degli anni Settanta-Ottanta sono approdati su sponde politiche un tempo impensabili. Per giunta, l’unico grande partito di ispirazione socialista esistente in Italia sta seriamente pensando di unirsi agli epigoni della tradizione popolare per dar vita ad una nuova formazione che di fatto si troverebbe tagliata fuori dalla famiglia del socialismo europeo: proprio quell’unione della sinistra con il centro politico di cui Lombardi aveva sperimentato sulla propria pelle i limiti insuperabili e alla quale opponeva il progetto di una solida alleanza tra le forze di sinistra per creare una possibile alternativa al sistema. Paradossalmente, a recepire la lezione lombardiana si mostrano più pronti i partiti di ispirazione comunista, che, anche a livello internazionale, come dimostra il caso del costituendo partito della “Sinistra europea”, non esistano ad annoverare il vecchio teorico del “riformismo rivoluzionario” tra i propri punti di riferimento.