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c’è un numero crescente di individui, soprattutto giovani, che vogliono essere imprenditori di se stessi, come li rappresentiamo?
(Dall'intervista "Perché atipico?")


Perché atipico?
La difficoltà, per il sindacato, di rapportarsi al lavoro atipico e autonomo, senza cadere nella tentazione di assimilarlo al lavoro dipendente. Il modello danese non tutela il posto di lavoro, ma il lavoratore, in quanto cittadino. Il tabù del licenziamento che crea iniquità. Un forum tra tre sindacalisti e tre lavoratori autonomi.

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La presunzione dello Stato
L’assurdità e l’iniquità di un modo di procedere dello Stato verso il contribuente completamente basato sull’induzione, attraverso modelli matematici del tutto astratti, del reddito che un’azienda produce. Il costo del ricorso e la pratica poco civile degli sconti. Intervista a Giovanni Rigoni.

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Perché la sinistra non ha capito
Una sinistra che, malgrado la sua tradizionale attenzione alle forze produttive e alla composizione sociale, non ha capito nulla di cosa stava succedendo con la fine del fordismo e la globalizzazione. Una risposta sempre verticistica e "politica”. 24 milioni di persone vivono d’impresa, la maggior parte al Nord. La risposta semplicistica della destra. Il conflitto fra flussi e luoghi, il nodo fondamentale. Intervista a Aldo Bonomi.

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Il valore aggiunto della partita Iva
Il lavoro autonomo, pena anche l’uso di categorie obsolete, resta ‘invisibile’ nella sua specificità. Oggi la vulnerabilità non riguarda più gli ‘ultimi’, ma una parte consistente della società. L’autonomo è disposto a uno scambio tra l’ansia dell’incertezza e la possibilità di determinare le proprie scelte, il dipendente no. Gli enti minaccianti: ordini e università. Un dialogo tra Sergio Bevilacqua e Pietro Lembi.

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Il buon lavoro
La situazione, paradossale, dei lavoratori autonomi con partita Iva, equiparati quasi a dei dipendenti sul piano contributivo e alle imprese sul piano fiscale. L’assurdità degli studi di settore, misura vessatoria per i piccoli e facile strumento di evasione per i grandi. Un problema giuridico, prima ancora che culturale. L’inspiegabile simpatia della sinistra per il lavoro sotto padrone. Intervista ad Anna Soru.

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L’impresa
di lavorare
tanto e bene

La crescita tumultuosa dell’imprenditoria immigrata, che in parte è indotta certamente dal ricatto degli imprenditori italiani, che preferiscono avere un immigrato a partita Iva, ma in parte è frutto di una reale volontà di iniziativa e del desiderio di mettersi in proprio. L’immigrato sa che dare lavoro e pagare le tasse è una via sicura per radicarsi in un territorio. Imprese sempre su base etnica o familiare. Intervista ad Alberto Bordignon.

problemi di lavoro

  

UNA CITTÀ n. 53 / 1996 Ottobre

Intervista a Emilio Gabaglio
realizzata da Lisa Foa

LA DIFFIDENZA NEI SINDACATI
Una transizione difficile, dolorosa, comincia a dare i primi risultati economici in paesi come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, a prezzo però di forti disuguaglianze sociali. Presto, si dovrà porre il problema di una nuova sicurezza sociale. Un ruolo difficile per i sindacati, visti spesso come un residuo del passato. Intervista a Emilio Gabaglio.

Emilio Gabaglio è ben noto in Italia, dove ha svolto lungamente attività di sindacalista ed è stato per molti anni al vertice della Cisl. Dal 1991 è segretario generale della Confederazione dei sindacati europei, un’organizzazione che segue e tutela il lavoro sindacale nell’ambito dell’integrazione europea. Siamo andati a trovarlo nel suo ufficio di Bruxelles, da dove segue con particolare interesse e impegno i cambiamenti in corso nell’Europa centro-orientale e nell’area dell’ex Jugoslavia, dove si reca frequentemente, per chiedergli appunto qualche impressione e giudizio sui processi di transizione in corso in quella regione.

Come segretario generale della Confederazione dei sindacati europei, ti trovi in un punto di osservazione particolare per quanto riguarda l’Europa centro-orientale; ti rechi spesso nei paesi di quell’area e puoi seguire quanto sta lì avvenendo, con una prevalente attenzione agli aspetti sociali della transizione. E’ stata veramente così brutta come dicono le statistiche e come lamentano gli strati colpiti dai cambiamenti?
Voglio innanzitutto premettere che se, dopo il 1989, ci siamo occupati con particolare attenzione delle riforme e delle trasformazioni attuate nell’Europa centro-orientale, per una serie di ragioni, tra cui soprattutto la vastità dei problemi che lì si ponevano, abbiamo escluso dalle nostre attività lo spazio sovietico, con l’eccezione dei tre paesi baltici. Noi abbiamo quindi una conoscenza diretta di tutti i processi di transizione in corso, che tendono peraltro a essere abbastanza diversi uno dall’altro.
Anche dal nostro osservatorio non possiamo che confermare che i primi anni successivi al crollo dei regimi comunisti sono stati particolarmente duri per la popolazione di quei paesi. La situazione ora sta cambiando, specie in Polonia, Repubblica ceca e Ungheria, dove la produzione è da qualche tempo ripresa. Qui, pur esistendo ancora problemi di riduzione del livello di vita per alcune fasce importanti della popolazione e continuando in genere a manifestarsi in forma acuta il problema della disoccupazione -si è manifestata di colpo l’ingente massa di sottoccupazione o disoccupazione nascosta- si è oggi entrati in una fase nuova e la soddisfacente ripresa produttiva ha positive ripercussioni anche sull’ambito sociale. D’altronde, bisogna riconoscere che, oltre le affermazioni ideologiche e di principio, gli aspetti sociali non sono stati del tutto trascurati nel corso della transizione.
Anche in un paese come la Repubblica ceca, governato da un liberista come Vaclav Klaus, definito il Thatcher dell’Europa centrale, e che viene considerato l’esempio classico di introduzione del mercato in forma pura e dura, alcune trasformazioni, che avrebbero avuto pesanti ripercussioni a livello sociale, sono state in parte rinviate. Ce lo dicono gli stessi nostri colleghi del sindacato ceco, i quali, però, prevedono che le cose peggioreranno, per esempio in termini di occupazione, quando verrà portata a compimento la ristrutturazione dei grandi kombinat.
In Polonia, dove era stata inizialmente applicata quella shock therapy che aveva suscitato tante reazioni contrastanti in seno a Solidarnosc, e tante perplessità anche da noi, bisogna dire che quel tipo drastico di intervento ha funzionato: se oggi la Polonia si trova in una fase ascendente, è anche grazie a quella terapia. Un discorso simile si può fare per l’Ungheria, che pure ha seguito un percorso in parte diverso e che oggi, a mio parere, sta peggio. Diversi sono, invece, i casi della Bulgaria, un paese sull’orlo della bancarotta, a quanto ci comunicano i sindacati locali, se non fosse per gli aiuti di emergenza internazionali; della Romania, dove si può dire che la transizione non sia stata ancora avviata né sul piano economico né su quello politico; e della Slovacchia, dove ancora deve iniziare la riconversione dei megacomplessi dell’industria pesante.
In quanto ai paesi baltici, questi sembrano integrarsi sempre più nell’ambiente scandinavo e subire gli effetti positivi della loro collocazione geografica.
In conclusione, si può dire che la transizione, dove si è messa in movimento, ha avuto un prezzo alto, ma laddove le riforme sono state coerenti e tempestive e le condizioni geopolitiche favorevoli, la situazione risulta promettente.
Altrove, le condizioni rimangono difficili e penose. Non bisogna però dimenticare che, anche laddove il decollo è avvenuto, rimangono tuttora immensi problemi da affrontare. Prima di tutto c’è da portare a termine la privatizzazione, che si trova in una fase più o meno avanzata, ma non così avanzata nemmeno là dove si dice che lo sia.
Un secondo problema è quello del rinnovamento dell’apparato produttivo, non solo ristrutturazione delle vecchie imprese, ma anche apertura a nuovi settori produttivi. Qui c’è il problema della scarsità di capitali e dell’esiguità di quelli esteri. Talvolta si sente dire che le multinazionali si sono buttate nei mercati dell’Est europeo: "Magari fosse vero", ci dicono.
Anche la bilancia commerciale dell’Unione Europea nei confronti di questi paesi è fortemente in attivo, così vengono neutralizzati gli aiuti non trascurabili che stiamo dando con l’altra mano: una situazione assurda, specie se si considerano le aperture fatte nei loro confronti dalla stessa Unione Europea, con la quale ormai quasi tutti questi paesi hanno accordi di associazione. C’è, infine, l’enorme problema della riorganizzazione del sistema di sicurezza sociale in senso lato. Perché, se è vero che si è prestata una certa dose di attenzione alle conseguenze sociali delle riforme e alcuni ammortizzatori sono stati messi in atto, è anche vero che, nel corso della transizione, si sono formate disuguaglianze sociali molto accentuate: c’è un’area che comprende i settori moderni di mercato, che è quella trainante e realizza alti redditi, e c’è l’area della vecchia economia improduttiva, che è destinata a scomparire; nel mezzo, ci sono quelli che, per varie ragioni, sono stati espulsi dal processo produttivo e non si sa se potranno essere reintegrati. Non è che, prima, queste società fossero così egualitarie, ma gli scarti di reddito oggi vengono percepiti maggiormente, perché sono più visibili e perché sono più massicci.
A questo proposito, vorrei ricordare il fenomeno che caratterizza in varia misura tutti questi paesi, cioè la riconversione di vasti strati della nomenklatura del precedente regime in attività imprenditoriali e affaristiche in senso lato, per cui gran parte del potere economico è di fatto passato nelle loro mani. Un fenomeno che ha riflessi abbastanza negativi nell’ambito delle relazioni industriali.
Quando voi, in quanto rappresentanti dei sindacati europei, andate in questi paesi, chi sono i vostri interlocutori, sono cambiati rispetto al passato?
Noi parliamo innanzitutto con i sindacati, ma parliamo anche con i governi e con i padroni, anche se in realtà -ed è uno dei fenomeni più singolari di queste transizioni- non è ancora sorta la nuova figura sociale dei padroni: sono spesso i direttori delle vecchie imprese, magari non sono più le stesse persone, ma appartengono pur sempre allo stesso ceto sociale. In alcuni casi, continuano a dirigere imprese non ancora privatizzate e quindi sono ancora funzionari del governo; in altri, sono direttori di imprese privatizzate, ma hanno facce e comportamenti che ricordano i tempi andati.
Sta poi emergendo un ceto di nuovi imprenditori privati che si fa strada nel mercato, ma ancora timidamente. Per noi, che cerchiamo di aprire un discorso in termini di relazioni industriali moderne, questi colloqui non sono sempre facili, perché abbiamo di fronte gente che pensa con la vecchia testa e che può arrivare a dire, ad esempio: "Adesso che non c’è più il comunismo, i sindacati non servono più".
In quanto ai governanti, essi sono cambiati spesso nel corso di questi anni, ma ora, nella maggior parte dei paesi, sono tornati al potere i postcomunisti. Questo non può certo significare un puro e semplice ritorno al passato, almeno nei paesi dove sono avvenute riforme radicali, tuttavia è preoccupante il fatto che lo stesso ceto sociale che detiene il potere economico abbia rioccupato anche il potere politico: possono venire a mancare gli elementi di base del pluralismo democratico. Tutto dipende tuttavia dalla situazione specifica dei singoli paesi. In Polonia, ad esempio, con l’esperienza di Solidarnosc, per quanto critici si possa essere dei suoi esiti finali, fino all’attuale deriva, si è messa in movimento una società articolata, che è in grado di fare da contrappeso a un’eccessiva concentrazione dei poteri. In Bulgaria, invece, il panorama è più nero: il giovane primo ministro Videnov ha la tipica aria di un dirigente del komsomol che ha studiato economia all’estero, con un piglio autoritario appena modernizzato.
La Repubblica ceca, a sua volta, possiede un ceto politico, sia al governo sia all’opposizione, che ha dimostrato di conoscere e rispettare le regole della democrazia; inoltre, lì non vi è stata quell’immissione massiccia di apparatciki ai vertici del potere economico, che ha caratterizzato altri paesi.
In Ungheria il personale politico era, in parte, già cambiato prima del crollo del regime comunista ed era emersa l’ala riformatrice che ha incoraggiato i cambiamenti. Della Romania abbiamo già detto che non ha conosciuto una vera soluzione di continuità.
Concludendo, si può dire che il cambiamento del ceto politico non è stato ovunque così integrale come sembrava all’inizio dovesse avvenire; in alcuni paesi vi sono spezzoni del passato che sono riemersi o non hanno mai abbandonato le loro posizioni; inoltre, le tendenze alla modernizzazione, che pure sono diffuse anche tra i postcomunisti, tendono a ispirarsi a ideologie di stampo liberista: non hanno in genere come punto di riferimento il modello di stato sociale, quale noi abbiamo conosciuto in Europa occidentale.
Tutto ciò non crea un ambiente favorevole all’emergere di attività sindacali e all’affermarsi di un ruolo dei sindacati.
A proposito dei sindacati, tra le tante idee strane che ci eravamo fatte su questi paesi dopo il crollo dei regimi comunisti, c’era anche quella che una ripresa delle attività sindacali avrebbe necessariamente accompagnato le trasformazioni economiche, l’introduzione del mercato, le privatizzazioni. I cambiamenti economici sono avvenuti, almeno in parte; è stato introdotto un capitalismo definito selvaggio; è calato il livello di vita; c’è disoccupazione, ma i sindacati non si fanno molto sentire o almeno la loro voce è flebile.
La loro voce in realtà non è poi così flebile, il problema è che trova scarso ascolto. Bisogna, però, riconoscere che non è nemmeno una voce molto forte. I motivi sono diversi, e ancora una volta variano abbastanza da paese a paese.
C’è un primo problema, più o meno comune: sostanzialmente, il grosso delle strutture sindacali è rappresentato dalle vecchie organizzazioni, sia pure riformate. Una trasformazione in senso democratico è avvenuta in queste strutture, non potrei dire che le loro leadership ai livelli alti e medi non siano cambiate e i dirigenti non siano liberamente eletti. A livello di impresa è più difficile giudicare, ma non ho motivi di ritenere che la democratizzazione non abbia investito anche le istanze di base.
Tuttavia, queste organizzazioni hanno mantenuto una certa pesantezza oggettiva che ostacola il loro funzionamento. Le organizzazioni sindacali che sono sorte nel corso della transizione -alcuni nuovi sindacati si sono formati, oltre a Solidarnosc in Polonia: la Lega democratica in Ungheria, Fraktia o il Blocco nazionale sindacale in Romania, Podkrepa in Bulgaria e altri-, nate fatalmente minoritarie, non si sono sviluppate. L’istituzione sindacale predominante è rimasta il vecchio sindacato riformato, mentre i movimenti sindacali nuovi sono rimasti in una fase più o meno embrionale. Hanno certo svolto un ruolo importante, se non altro nei confronti delle vecchie strutture, che altrimenti non si sarebbero rinnovate o l’avrebbero fatto in grado minore se non ci fosse stata la concorrenza dei nuovi sindacati.
La stessa Solidarnosc, che all’inizio era molto di più di un sindacato -era una sorta di movimento di liberazione nazionale con una forte componente operaia-, quando ha fatto la conversione in sindacato, si è trovata di fronte il vecchio sindacato dell’epoca comunista, che era di gran lunga maggioritario. C’è da aggiungere, per spiegare la debolezza relativa dei nuovi movimenti, che, mentre i vecchi hanno mantenuto la loro compattezza tradizionale -oltre alle strutture organizzative e alle dotazioni di quando fungevano da cinghia di trasmissione e gestivano i servizi sociali- essi sono divisi tra loro e tendono a frazionarsi: in Ungheria, ad esempio, ce ne sono quattro; in Romania cinque o sei, e così via, tutti con orientamento affine. Un’altra difficoltà per la ripresa sindacale, che noi spesso sottovalutiamo, è data dal peso del passato. Non sono soltanto alcuni governanti a dire: "Ormai che il comunismo è finito, il sindacato non ci serve più", ma questa idea è abbastanza diffusa, perché il sindacato nel passato regime era stato talmente identificato con le strutture del potere e del partito, che ha perso legittimità sociale; ora la sta riconquistando, ma faticosamente, anche perché deve ricollocarsi in un quadro completamente nuovo. Il personale, i quadri, sono cambiati, ma non è facile acquisire in poco tempo un nuovo atteggiamento mentale. Nei nuovi sindacati, spesso, il personale proviene da quelle che noi definiamo libere professioni: ricercatori, insegnanti, intellettuali; i dirigenti non avevano in genere fatto parte degli apparati del vecchio regime. Per quanto riguarda le organizzazioni più solidamente operaie, gli attuali dirigenti e quadri, anche se cambiati, provengono dalle vecchie strutture, nelle quali avevano, magari, avuto responsabilità a livelli di base, o laterali. D’altra parte, è difficile improvvisare una classe dirigente, non è successo nemmeno nella sfera politica. Tutto questo personale -non solo nelle istanze superiore, ma anche a livello di categoria, di fabbrica- che si è formato attraverso un’esperienza sindacale sotto il regime comunista, sta oggi facendo un grande e apprezzabile sforzo di riconversione personale.
In più, essi si trovano di fronte a ceti politici e di governo che hanno sì sposato il mercato, ma non l’economia sociale di mercato, e quindi contestano sostanzialmente la legittimità del sindacato e considerano i sindacalisti o come dei passatisti che hanno nostalgia del vecchio o esponenti di gruppi minoritari non rappresentativi.
Quindi la costruzione di un sistema di relazioni sociali e industriali moderne non è tuttora un’impresa facile. Non è comunque vero che, nonostante tutte queste difficoltà, non ci siano lotte importanti.
Nulla di paragonabile, però, alle grandi agitazioni che ci sono state in Francia, in Germania, in Italia, e altrove in Europa occidentale, quando i governi hanno tentato di ridimensionare i servizi sociali…
Anche in questo caso, continua a farsi sentire il peso del passato. Non è che anche lì non ci siano state grandi proteste: ad esempio, l’anno scorso a Praga, quando il governo ha annunciato misure che toccavano le pensioni e l’assistenza sanitaria, sono scese in piazza centomila persone; in Bulgaria hanno fatto due scioperi generali contro il governo.
Rimane il fatto che, quando il sindacato fa appello alla mobilitazione e alla lotta, sono gli stessi lavoratori ad accogliere con freddezza proposte del genere, perché non c’è la pratica, l’esperienza storica di iniziative di protesta operaia, con l’eccezione ovviamente della Polonia, l’unico di questi paesi dove la classe operaia ha svolto un ruolo di punta nel logoramento del regime. Soprattutto, c’è l’attacco immediato del potere politico e dei massmedia, che sono quasi ovunque controllati dai governi: i nostri colleghi sono subito accusati di essere dei sovversivi, dei comunisti, anche se, a dire il vero, lì i comunisti non usavano scioperare.
Rimane, pertanto, una notevole difficoltà psicologica e culturale a far accettare il sindacato come elemento antagonistico, ma necessario per l’articolazione di una moderna economia di mercato.
Oltre ai paesi dell’area centro-orientale, di cui abbiamo finora parlato, seguite altre situazioni in questa parte dell’Europa?
I paesi di cui abbiamo finora parlato rappresentano il nostro filone di attività principale, per quanto riguarda l’Europa centro-orientale, anche perché sono quasi tutti associati all’Unione Europea e dovranno a un certo punto entrare a farne parte. Noi, come Confederazione dei sindacati europei, siamo nati proprio per assicurare che nel processo di integrazione europea siano tutelati gli interessi dei lavoratori e i diritti sindacali; quindi, cerchiamo di agire affinché in questo futuro spazio europeo le regole della vita economica e sociale si adeguino il più possibile al modello europeo occidentale.
Ci occupiamo, inoltre, di quanto sta succedendo nell’area ex jugoslava, più che per ragioni sindacali per motivi che potremmo definire etico-politici. Nel novembre 1991, dopo la guerra in Slovenia, abbiamo riunito per la prima volta a Bruxelles i sindacati dello spazio jugoslavo, e sono venuti tutti. Da allora, abbiamo continuato questa pratica, anche durante i momenti più aspri della guerra in Croazia e in Bosnia, e abbiamo tenuto aperto un canale di comunicazione, riuscendo a ottenere che la gente continuasse in qualche modo a parlarsi. Dicevamo: "Durante la guerra, purtroppo, i sindacati non possono fare molto, cerchiamo almeno di tenere aperto un dialogo, di preparare la pace". E questo lavoro sta cominciando a dare i suoi frutti.
Noi, peraltro, abbiamo sempre avuto una posizione molto chiara e netta circa il carattere di questa guerra: abbiamo sempre parlato di aggressione della Bosnia da parte del nazionalismo serbo. Io stesso sono andato a Sarajevo il Primo maggio del ’94 a celebrare in piazza questo anniversario. Mantenendo il dialogo siamo riusciti, alla fine di giugno, a far firmare ai sindacati della Bosnia-Erzegovina e della repubblica Srbska una dichiarazione congiunta. Abbiamo tenuto altre riunioni a Sofia, Sarajevo e Bruxelles e a Banja Luka.
Lo sforzo di contribuire alla ricomposizione di un clima di tolleranza reciproca non è certo facile, ma trova alcuni riscontri positivi. Alla riunione di Sarajevo ha partecipato anche il capo dei sindacati di Banja Luka, che era stato, prima della guerra, il numero due della centrale sindacale di Sarajevo: è entrato nel suo ufficio, che era rimasto immutato, e si è commosso: alla fine tutti piangevano e si abbracciavano. Peraltro, tra i dirigenti dei sindacati della Bosnia-Erzegovina ci sono, a fianco dei musulmani, anche croati e serbi che sono rimasti a Sarajevo durante l’assedio. In Bosnia partecipiamo materialmente alla ricostruzione del sindacato, aiutando a ricostruire la sede che era stata distrutta dai bombardamenti. Siamo presenti anche in Croazia, dove i sindacati premono sul governo perché siano rispettati i diritti civili e politici.
Dopo un periodo di chiusura abbiamo ripreso i rapporti con i sindacati ufficiali serbi.
In Serbia, peraltro, esiste un movimento sindacale indipendente, che ha abbastanza seguito e che il Primo maggio ha tenuto una manifestazione sindacale alternativa.
Sono stato in Serbia e anche nel Kosovo, dove mi sembrava di rivivere il regime dell’apartheid: gli albanesi hanno una grande capacità di autocontrollo e autodisciplina, ma non si sa fino a quando potrà durare. Pensiamo di intensificare la nostra attività in quest’area, con la speranza che una ripresa sindacale possa contribuire a recuperare un clima di tolleranza reciproca.


  


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