









Lettere dall'Inghilterra
di Belona Greenwood
Lettere dalla Cina

"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.
UNA CITTÀ n. 100 / 2002 GennaioIntervista a Francesco Germinario
realizzata da Gianni Saporetti
JEW YORK
Nella critica alla globalizzazione la tradizione dell’estrema destra, esaltatrice delle differenze, delle culture tradizionali, sprezzante del basso ‘economico’, è più attrezzata della sinistra, che mal la concilia con il proprio innato universalismo. Nel binomio socialismo-nazionalismo l’infezione del secolo. Antiamericanismo e antisemitismo sono assolutamente due facce della stessa medaglia. Intervista a Francesco Germinario.
Francesco Germinario ha curato «Cher camarade»... Sorel a Lanzillo 1909-1921, per gli Annali della Fondazione Luigi Micheletti, 1994; ha inoltre scritto L’altra memoria. l’estrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri 1999; Estranei alla democrazia. Antisemitismo e negazionismo nella destra radicale italiana, BFS, Pisa 2001; Razza del Sangue, razza dello Spirito. Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalsocialismo (1930-1943), Bollati Boringhieri 2001. In uscita a febbraio, sempre per Bollati Boringhieri, è La Destra degli dei. Il pensiero politico di Alain de Benoist e la cultura di destra del Novecento.
Tu hai sostenuto che per la critica della globalizzazione è più attrezzata la cultura e la tradizione di destra che non quella di sinistra. Puoi spiegare?
Non c’è alcun dubbio che la destra sia tradizionalmente più attrezzata della sinistra nella critica della globalizzazione. Si potrebbe aggiungere anzi che la cultura della destra del ‘900 nasce come critica della globalizzazione, perché vede in essa la realizzazione ultima dei processi universalistici iniziati con l’illuminismo, o con Lutero o -secondo il filone pagano della cultura di destra- addirittura con il giudeo-cristianesimo. In sostanza la globalizzazione come esito finale di un processo iniziato con Abramo e San Paolo. Non a caso un autore come Alain De Benoist rinfaccia alla sinistra proprio questa contraddizione: di avere una struttura intellettuale, teorico-politica fondamentalmente universalistica e però di opporsi alla globalizzazione. O basti pensare a un autore come Sombart o a filosofi e pensatori come Heidegger. La cultura di destra è cresciuta sulla rivendicazione della differenza, della specificità, della nazionalità; la cultura di destra del ‘900 ha sempre utilizzato in senso antiglobalista le proprie categorie chiave come sangue, terra, etnia, suolo, nazione, razza, ecc. Qui forse l’immagine più appropriata della critica della globalizzazione potremmo trovarla in quelle pagine in cui un autore caro al pensiero di destra del ‘900, Celine, descrive l’ambiente dell’Ufficio assunzioni della Ford: lui che fa la fila insieme agli altri disperati o, come dice lui, “sciancati nello spirito e nella carne”; ci sono tutte le razze, tutte le etnie, tutte le culture, tutte le nazionalità che fanno la fila alla Ford; lì tutte le differenze vengono precipitate in un processo produttivo, in una catena di montaggio che tutto unifica, e che, per quanto concerne, appunto, le specificità, tutto distrugge. La Ford naturalmente è il capitalismo industriale, potente, in fase di travolgente sviluppo.
Qual è il problema però? Il problema è che la critica che la cultura della destra del ‘900 ha condotto nei confronti della globalizzazione è una del tutto differente rispetto a quella sviluppata dalla cultura di sinistra. Per intenderci: mentre, bene o male, nella cultura di sinistra si è costretti poi, nella critica alla globalizzazione, a riaprire le pagine ingiallite del pensiero economico marxista, sottolineando gli aspetti economico-sociali deteriori che la globalizzazione produce, nella cultura di destra la critica della globalizzazione presta minore attenzione agli aspetti economico-sociali restando fondamentalmente sul piano antropologico e culturale. La cultura di destra critica la globalizzazione perché distrugge, appiattisce, vanifica le differenze culturali e antropologiche tra gli individui, produce quella che a destra si definisce la monorazza, la monocultura, che è appunto la cultura dell’americanismo.
Basti pensare, ad esempio, alla difesa dell’islamismo, delle culture musulmane, che viene condotta a destra, una difesa che si aggancia, certo, alle inclinazioni e pulsioni antisemite della destra, ma che è motivata dalla difesa di tutte quelle specificità, in questo caso culturali e religiose, di popoli, culture, nazioni ed etnie fino ad oggi sottrattesi ai processi di globalizzazione.
Salvo poi glissare sul fatto che se c’è una cultura altrettanto universalistica che il marxismo e il cristianesimo, questa è proprio l’islamismo: un musulmano lo si può trovare a Manhattan come nelle montagne dell’Afghanistan.
Quindi il differenzialismo, e il razzismo differenzialista, sono la nuova frontiera del pensiero di destra…
Non c’è dubbio. Nell’ultimo trentennio la critica degli aspetti culturali, antropologici e spirituali della globalizzazione viene condotta dalla destra, in nome di quello che è stato chiamato il differenzialismo: tutti gli uomini e le culture sono differenti e queste differenze vanno difese, salvaguardate. Però, riguardo al razzismo differenzialista, tengo a fare una precisazione: noi siamo abituati a pensare che la storia del pensiero razzista possa essere suddivisa più o meno in due grandi tronconi, quello del razzismo gerarchico, per il quale ci sono le razze superiori e inferiori, che parte da Gobineau e arriva ad Auschwitz, e il troncone del razzismo differenzialista, elaborato soprattutto in ambito francese negli anni ’60, primi anni ’70, che poi si diffonde un po’ a macchia d’olio in tutta Europa, influenzando anche movimenti politici; basti pensare alla Lega. Però io credo che all’interno del razzismo gerarchico sia esistito anche un filone differenzialista, che poi prende il sopravvento solo dopo Auschwitz. Nel 1941 Evola, che di antisemitismo e di razzismo se ne intendeva, in Indirizzi per un’educazione razziale, scrive che il buon razzista rispetta la differenza. Nella Germania nazionalsocialista c’è un antropologo, a dir la verità inviso agli ambienti intellettuali vicini alle SS, Clauss, che sosteneva appunto che non ci sono razze inferiori e superiori, ci sono le razze, ognuna diversa dall’altra. Ecco, questo viene scritto nella Germania degli anni ’30. Quindi all’interno di questi due grandi blocchi teorico-politici, esistono dei rapporti, esistono dei fili che tocca naturalmente agli studiosi far emergere.
Dicevi di questo disinteresse per l’economico a destra, come si spiega?
Questa attenzione agli aspetti culturali della globalizzazione, e questa sottovalutazione degli aspetti economico-sociali, rivela, a mio avviso, proprio un limite della cultura di destra del ‘900. Su questo De Benoist non è d’accordo, però io insisto: a mio avviso, la cultura di destra del ‘900 non ha avuto un pensiero economico. Il liberalismo, la democrazia, gli stati liberal-democratici, il loro pensiero economico, fosse keynesiano o liberista smithiano, l’hanno avuto; il pensiero economico marxista c’è stato; viceversa la cultura di destra non ha una tradizione di pensiero economico e basta scorgere la lista degli economisti del ‘900 e dell’800, per vedere che pochi sono classificabili a destra. Forse per fare qualche nome si potrebbe ricordare l’Ugo Spirito del convegno di Ferrara, o potrebbe essere Sombart, e però è difficile citarne altri. Questo limite deriva dal fatto che la cultura di destra ha avuto un rapporto molto conflittuale con tutto ciò che è economico, sostenendo, dal suo punto di vista ovviamente, che l’economia muoveva da una visione materialistica, monetizzata, bassamente volgare, dell’uomo, per cui studiarla, affrontarla, avrebbe comportato un’accettazione del punto di vista dell’avversario, la discesa su un terreno, quello dell’economia, in cui i confini della battaglia erano delimitati dall’avversario, dal pensiero liberale e da quello socialista e comunista. E infatti il risvolto storico di questo qual è stato? Che in Italia si è discusso molto negli anni ‘20-’30 di corporativismo ma poi, in realtà, non si è mai applicato nulla di quanto si sosteneva, appunto perché sotto la voce corporativismo precipitavano posizioni in alcuni casi molto conflittuali tra loro; basti pensare al suddetto Ugo Spirito e a un Costamagna. Oggi succede lo stesso: la cosiddetta destra sociale, paradossalmente, non fa altro che scopiazzare quelle che erano le posizioni economiche della Cgil degli anni ’50 e del piano del lavoro di Di Vittorio, mentre il resto della destra, una volta che si è autosdoganata, è andata a scuola dai liberisti.
L’odio per l’economico, perlomeno nel linguaggio, risuona molto anche a sinistra ormai. Si dice che la globalizzazione è la mercificazione di tutto, eccetera eccetera… Sono pure assonanze o c’è il rischio che nel rifiuto della globalizzazione avvengano dei veri e propri incontri, non dico fattivi, ma ideali e culturali?
Ma io non credo affatto che destra e sinistra siano sempre stati due campi ben delimitati all’interno della storia del ‘900. Gli incroci ci sono stati. Non ho dubbi che il patto Ribbentrop-Molotov sia stato qualcosa di più di un semplice patto diplomatico, tattico, tra uno stato totalitario di destra e uno stato totalitario di sinistra. Aggiungerei anche un altro aspetto: una grande parte della destra del ‘900, quella più populistica, plebea e socialisteggiante, viene da sinistra. Su questo gli studi di Sternhell sono fondamentali, a mio avviso, sebbene io non condivida molte delle sue tesi. Basti pensare al fascismo, ma non solo al fascismo; basti pensare, che so, a un autore come Eduard Drumont, il quale fonda l’antisemitismo contemporaneo e però si dichiara socialista. Forse con l’unica eccezione del nazismo, un’eccezione ovviamente significativa -che non a caso un maestro della storiografia come De Felice definisce un movimento, una dittatura di destra- ecco, una parte significativa della destra viene da sinistra. Credo che nell’affermare questo non ci sia nulla di eretico sotto l’aspetto storiografico.
C’è di più: a un certo punto la destra capisce che non può più limitarsi a sognare, ad essere legata ad un sogno incapacitante, che è quello della società tradizionale, ma ha bisogno di mobilitare le masse. E chi meglio della sinistra sa mobilitare la masse? Ecco che allora parte della destra va a scuola dalla sinistra, ed è naturalmente la destra più pericolosa, quella che vede nella società liberal-democratica il peggior nemico. E d’altra parte la destra ha sempre riconosciuto alla sinistra la capacità di far saltare l’interclassismo, le ingiustizie, mobilitando le masse nella società liberal-democratica.
Basta prendere il Secolo d’Italia di oggi: c’è il solito articolo molto critico nei confronti delle occupazioni dei licei romani da parte degli studenti, dove, però, traspare anche un sentimento di esclusione dal movimento: loro vorrebbero semmai occupare, non possono perché sono al governo. E’ un’invidia penis, è il caso di dirlo, lo sentono come un handicap, ma da sempre. A destra in Italia per anni ci si è quasi lamentati del fatto che il ’68 fosse stato di sinistra. Avrebbero voluto esserci e avrebbero voluto farlo loro il ‘68, ovviamente visto da destra. A destra è sempre stata molto forte l’invidia nei confronti di una sinistra che si trova a proprio agio nelle piazze. E quando è scesa sulle piazze, nel ‘900, la destra ha molto copiato dalla sinistra.
Non è infine un caso che la negazione dei concetti di destra e di sinistra sia tipica della destra; non ho mai conosciuto, non ho mai letto di un intellettuale, di un pensatore collocato a sinistra che negasse l’esistenza di queste categorie, di queste divisioni assiali. Se poi a qualcuno a sinistra venisse qualche dubbio, pensi a ciò che combinano i governi di destra in Europa. Può essere che non io sappia più se esiste la sinistra, ma una destra esiste, eccome.
Nel connubio tra socialismo e nazionalismo, questo sì trasversale, c’è un punto cruciale, il nido di qualcosa che poi ha infettato il secolo?
Considero storiograficamente affascinante lo studio dell’incrocio tra socialismo e nazionalismo nel ‘900, perché lì c’è proprio il tentativo di coniugare, a modo proprio, universalismo e differenzialismo: il nazionalismo dovrebbe svolgere la funzione di differenziazione nazionale e il socialismo quella universalistica di ridistribuzione delle ricchezze e di eguaglianza all’interno della propria nazione. Per esempio, quindi, non deve meravigliare che ci sia stata anche una corrente di “socialismo razzista”. Ci sono esempi francesi e in qualche caso anche tedeschi. Basti pensare ad autori come Barrès, Vacher de Lapouge, o al tedesco Woltmann: cercano tutti di coniugare giustizia sociale, protezione sociale per le classi deboli, aumenti salariali e nazionalismo. Probabilmente tutto parte da lì, dalla fine dell’800, quando la destra intuisce di dover perseguire programmi che in un certo senso facciano concorrenza alla sinistra, e intanto comincia a diffondersi l’antisemitismo, il pensiero di Gobineau, le teorie sul fardello dell’uomo bianco, ecc. ecc.
Probabilmente c’è bisogno di un supplemento di indagine storiografica su questo periodo della fine dell’800 perché parecchi dei nostri problemi nascono da lì.
Sembra ormai evidente che l’11 settembre si è voluto colpire la città del commercio mondiale, la capitale del mondo. Nelle Torri c’erano tutte le nazionalità, erano anche un simbolo di cosmopolitismo. Pure durante l’assedio di Sarajevo, molti osservatori ravvisarono che una tale violenza contro una città poteva essere mossa solo da un odio profondo per il modo di vivere urbano, e guarda caso, anche Sarajevo era città di commerci, cosmopolita, molto lontana, come stili di vita, dalle campagne, dalle montagne circostanti...
Anche qui condivido: c’è un odio -come vogliamo chiamarlo?- alla Lin Piao o alla Pol Pot, nei confronti della città. Peraltro poi, si potrebbe leggere lo stesso scontro in atto nel mondo come la campagna che assedia la città, dove per campagna si intendono le masse dei disperati e per città la finanza, le due torri, Wall Street, la moneta, ecc. Però qui è proprio il caso di dire che abbiamo un secolo di tradizione alle spalle: il pensiero e la cultura di sinistra non hanno nulla a che vedere con l’assedio della campagna nei confronti della città. La cultura di sinistra è sempre stata fortemente urbana e urbanizzatrice. Quando nasceva una fabbrica il pensatore di sinistra pensava subito che quello sarebbe stato un focolaio di progresso; di lì sarebbe venuta la spinta per andare avanti. Quindi qui i problemi sono di altri, di coloro che hanno beatificato, incensato, celebrato le meraviglie della campagna. Il pensiero di sinistra, semmai, ed è il caso di dirlo, è stato sempre fortemente a-ecologista, ha cominciato a porsi certi problemi solo a partire dagli anni ‘60-70. C’è stata qualche corrente che aveva problematizzato questi aspetti, penso ai situazionisti, però erano correnti fortemente minoritarie. Per il pensiero di sinistra, la rivoluzione era Berlino, era nelle fabbriche di Berlino, di Torino, c’è poco da fare...
Il movimento no-global, almeno in alcune sue parti, sembra essere animato da un forte antiamericanismo…
Premetto che collaboro ai giornali di sinistra ma li leggo poco, per mestiere sono costretto a leggere quelli di destra, quindi dichiaro la mia totale ignoranza per quanto concerne il dibattito all’interno della sinistra sulla questione dei no-global. A Genova ci sono stato e ho preso le mie brave botte e i miei bravi spaventi. Detto questo, affermo che su una cosa non bisogna transigere: si faccia pure critica della globalizzazione e quant’altro, però che non vengano fuori posizioni antiamericane, perché l’antiamericanismo è stata una delle peggiori disgrazie che siano mai capitate alla cultura di sinistra.
Se nel ‘900 la destra è andata a scuola dalla sinistra su come mobilitare le masse, noi potremmo andare a scuola dalla destra su come si fa critica dell’americanismo perché è all’interno della destra che esiste una forte, sostenuta e vigorosa tradizione antiamericana. Possiamo citare Celine, Sombart, Spengler, Drieu La Rochelle, ecc. Mi limito ad una sola citazione: nel 1944, in piena Repubblica Sociale esce a Firenze Italia e Civiltà, che è l’unica rivista intellettuale della Repubblica Sociale ed è diretta da Barna Occhini; ebbene, Barna Occhini ad un certo punto scrive un articolo in cui dice che qui bisogna decidersi se essere schiavi degli americani o di Stalin, dei barbari che vengono da Oriente o dei barbari che vengono da Occidente. Barna Occhini non ha dubbi, meglio essere schiavi di Stalin perché i barbari buoni, a suo avviso sono quelli che vengono da Oriente. E forse un po’ di barbarie non avrebbe guastato alla civilizzazione europea.
Questo per dire che quando a sinistra vedo mischiare in tutte le salse l’antiamericanismo io metto mano al primo libro de Il Capitale. Lì c’è l’immunizzazione, l’autodifesa davanti a certe scorciatoie. Il tema dell’antiamericanismo è un tema solo ed esclusivamente di destra e quand’anche svolto da posizioni di sinistra, diventa automaticamente debitore della cultura di destra. Non a caso tende a privilegiare gli aspetti culturali e antropologici dell’americanismo rispetto a quelli economico-sociali. Su questo non c’è proprio nulla da fare, non bisogna assolutamente concedere nulla all’avversario politico e all’avversario culturale. Mi dicevano che c’è stato qualcuno, credo la Rossanda, che sul Manifesto ha proclamato il proprio antiamericanismo. Beh, è una posizione di destra: l’antiamericanismo non significa niente, ma se viene riempito di contenuti, questi automaticamente sono di destra, si prendono a prestito da lì. Mi dispiace, mi dispiace per la Rossanda.
Sempre su questo punto noi pubblicammo un’intervista a Wlodek Goldkorn, che suscitò proprio un commento molto duro da parte del Manifesto. Lì Goldkorn sosteneva che l’antiamericanismo, veicolando l’odio per il denaro, per il commercio, per i movimenti delle persone, forse anche per il Libro, perché anche l’America protestante ha questo rapporto privilegiato con il libro, ha in sé gli stessi moventi dell’antisemitismo, dell’odio per l’ebreo che muoveva il denaro, che aveva il Libro in tasca, che girava per il mondo a commerciare e a fare rivoluzioni...
Beh, 10 e lode a Goldkorn. Nel ‘900 antiamericanismo e antisemitismo sono state due facce della medesima medaglia. Lungi da me dall’accusare Il Manifesto di antisemitismo, ci mancherebbe altro, però che siano due facce della stessa medaglia è un fatto: l’America viene presentata dagli scrittori antisemiti come la nuova Israele, New York come la nuova Gerusalemme, basti pensare a un critico feroce dell’americanismo come Ezra Pound, e a quello che ha significato nella cultura di destra del ‘900.
Per l’antisemita, New York, citazione testuale, è “Jew York”. Si toglie la “n” e si aggiunge la “j” e poi tutto rimane uguale. New York è Jew York, è la città dell’ebraismo per eccellenza, la città dell’ebraismo per definizione. Anzi, aggiunge il buon antisemita, il melting pot americano è stato veicolato, organizzato e diretto dall’ebraismo, perché, mischiandosi, le razze si indeboliscono tutte, e si rafforza automaticamente la razza per definizione, l’ebreo. Su questo c’è un secolo di pensiero politico antisemita. Sottolineo pensiero politico antisemita perché l’antisemitismo è stata una corrente autonoma all’interno della cultura della destra del ‘900, e sempre, dico sempre, si è coniugato con l’antiamericanismo. Al Manifesto dovrebbero aprire i diari di Drieu La Rochelle per verificare come viene perfettamente coniugato l’odio per l’americano con l’odio per l’ebreo. E basti pensare, per chiudere con un ultimo riferimento canonico, è il caso di dirlo, a ciò che pensa Hitler di Roosevelt: per lui Roosevelt è figlio di un ebreo e di una negra, figlio, quindi, dell’ebreo e dell’americano; nell’immaginario nazista, infatti, chi è più americano del negro?
Tu comunque pensi che a sinistra la base dell’universalismo e dell’internazionalismo sia comunque solida?
Mah, è ciò che ci caratterizza. Chi è di sinistra deve accettare l’accusa della destra, deve portare sulle proprie spalle con orgoglio l’accusa di essere figlia dell’universalismo di Abramo e San Paolo. In alcuni momenti la sinistra è mancata nel proclamare il proprio universalismo, ci sono state delle cadute e delle ricadute e però su questo non si discute: ciò che caratterizza la cultura della sinistra è l’universalismo.
Qui Bobbio ci è maestro: mentre per l’uomo di destra la differenza viene prima di ciò che è comune, per l’uomo di sinistra ciò che è comune viene prima di ciò che differenzia. Se dovessi concludere con un esempio potrei dire che l’iniziativa recente del Papa di chiamare al digiuno nell’ultimo giorno del Ramadam mi è sembrata straordinaria perché è stato un caso palese di attenzione a ciò che è comune.


















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