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A scuola con il sintomo

Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.


problemi di scuola

  

UNA CITTÀ n. 94 / 2001 Aprile

Intervista a Cristina Bertola
realizzata da Barbara Bertoncin

L’INSEGNANTE
Il grande investimento sul lavoro, i progetti, la relazione coi ragazzi, le delusioni, l’autosfruttamento, il girare per il mondo per lavoro. Intervista a Cristina Bertola.

Cristina Bertola insegna inglese presso la scuola media Don Milani di Venaria, Torino.

Io sono diventata di ruolo nell’83-84, nella scuola media inferiore. Ho fatto questa scelta, nonostante mi fosse stato poi offerto il posto anche alle superiori, perché in quegli anni era molto forte il discorso del lavoro come impegno sociale. E la scuola media era quella che offriva più opportunità di investimenti in questo senso. La scuola superiore ha già un’utenza un po’ “scremata” sotto certi aspetti; invece nella scuola media il fatto di essere a contatto con ragazzini dagli 11 ai 14 anni, quindi in pieno inizio adolescenza, è una responsabilità educativa molto grande. Allora eravamo mossi da questo ideale di riuscire a modificare certe situazioni; forse c’era la presunzione di pensare di incidere nella loro vita, soprattutto di quelli più sfortunati.
La scuola dove insegno vent’anni fa si stava confrontando con il fenomeno dell’immigrazione dal sud, con grosse problematiche, di criminalità e non solo. Io ho avuto studenti col padre in galera per omicidio, con ragazzine da salvare dalla strada, perché a 12 potevano già essere avviate alla prostituzione.
All’origine c’era quindi questo aspetto privato, di impegno personale e anche di aspettative. Negli anni, poi, mi sono resa conto che riesci a incidere su pochi, che la percentuale dei ragazzini che riescono a uscire da una situazione familiare critica è molto bassa. E questo ti demoralizza, perché è una sconfitta, aggravata dal fatto che nella scuola media c’è anche un investimento affettivo molto forte.
Io ho sempre trovato difficile definire bene il mio ruolo. Sono vent’anni che insegno e devo ancora imparare a tenere questo equilibrio tra il ruolo anche “autorevole”, che comunque gli studenti si aspettano, e la comprensione, l’empatia, che sono irrinunciabili se si vuole creare un ambiente sereno, che agevoli l’apprendimento.
Questo lo vedo proprio come pratica quotidiana: se nella classe lavori in modo rilassato, tranquillo, anche facendoli giocare, loro apprendono; se invece cerchi di imporre certe cose, è finita.

In una prima media ho due ragazzine “a rischio”, ossia con situazioni, anche familiari, problematiche, che frequentano ragazzi più grandi, di giri legati alla microcriminalità. Parlo di ragazze che a 11 anni sono più esperte della vita di me! Comunque qualche mese fa sono venute da me: “Possiamo parlarle, lei è quella che ci è più cara…” e così mi hanno sciorinato una serie di problemi e io ero lì che pensavo: oddio, e adesso cosa dico?!
Dall’altra parte fa anche piacere, perché pensi all’affetto di queste ragazzine che sono due “toste”. E infatti anche i miei colleghi mi hanno detto: “Meno male che hanno qualcuno con cui possono confidarsi”. L’importante è che abbiano una valvola di sfogo.
Questo però è anche impegnativo, perché tu poi non sei una psicologa, non sei preparata. E però se poi in classe ti dicono: “oh, meno male c’è lei”, “Com’è passata in fretta l’ora!”, ecco sono tutte cose che ti danno soddisfazione.
Forse dipende anche dalla storia personale. Per me, non avendo avuto figli, non essendo mamma, è chiaro che avere l’affetto da parte dei ragazzini è molto bello, gratificante. Per le stesse ragioni, vedere che non sei simpatica, percepire che non è scattata quella relazione affettiva, ti fa star male. Almeno io ci sto male. Non sopporterei di essere come quelle insegnanti che sono rispettate perché temute, per cui entri in classe e tutti zitti… ecco, a me non farebbe dormire la notte quest’idea.
Poi è chiaro che non sempre si riesce, perché la relazione con gli allievi dipende molto dal primo impatto. Il primo giorno di scuola io continuo ad avere un po’ paura, perché poi loro sono ipercritici, guardano come sei vestita, pettinata, tutto. E quindi dipende molto da come ti vedono e ti vivono all’inizio, se come quella che cerca di inquadrarli e basta, oppure quella con cui possono stare bene e fare delle cose.

Dopo aver insegnato alle superiori un po’ in giro per Torino, nell’84 sono arrivata a Venaria dove sono rimasta fino a oggi. Mi sono subito trovata bene in questa realtà perché c’erano degli insegnanti in gamba, preparati, con una preside di quelle storiche, pasionarie. Quando entri in un gruppo di insegnanti che si vogliono bene, sono amici, concordano sul modo di impostare la didattica, è chiaro che anche i ragazzini sentono che c’è un gruppo compatto. Infatti spesso dicono: “Ah, ma voi siete amici”, quasi stupendosene.
E quindi sono rimasta. Non so se rimarrò fino alla fine, perché poi con gli anni le cose cambiano. E mi rendo conto che con l’invecchiare anch’io sono un po’ meno tollerante di una volta, faccio più fatica a reggere certi ritmi. I ragazzini di oggi rispetto a dieci anni fa sono tutta un’altra cosa; cambiano velocemente, troppo velocemente.
Una volta si parlava dei cambiamenti “intergenerazionali” oggi di quelli “intragenerazionali”…

Certo, le frustrazioni non mancano. Intanto vedere che l’idealismo di una volta è un po’ fallito, per cui ti rinchiudi, inizi a pensare che più di tanto non puoi fare, che devi abbassare la cresta, per così dire, muoverti limitatamente al tuo ambito, al microcosmo che è la tua classe e cercare di fare tutto il possibile per tamponare le situazioni più critiche. Se poi non ci riesci vorrà dire che la vita ha avuto la meglio su di te. E questo è brutto. Oppure scoprire che certi tuoi ragazzini sono finiti in prigione per spaccio; è successo anche questo ed è sempre un dispiacere enorme, perché capisci che la scuola a loro non è servita proprio a niente.
Fino alle frustrazioni legate a quello che una volta era chiamato il “volontariato” dell’insegnante, cioè al fatto che fai tante cose extra, non pagate, per la scuola, e allora tante serate passate a fare delle cose, l’impegno in commissioni, in lavori, per cui magari sei pagato due ore e ne hai fatte 40. Del resto queste cose le fai perché ci credi.
Il fatto di non avere una famiglia è un altro bel circolo vizioso. Perché queste cose poi chi le fa? Le fa chi ha più tempo, vale a dire chi non ha bambini, chi non ha una famiglia. E allora c’è da scrivere un progetto: “Puoi farlo tu, vero Cristina?”; c’è da andare a quella conferenza: “Vai, cosa ti costa? Tanto, cos’hai da fare?”.
E del resto è anche vero: se io me ne sto via tutti i pomeriggi a lavorare, nessuno mi dice niente; posso anche saltare il pranzo e la cena… Allora questo è anche un privilegio. Lo paghi però sotto altri aspetti. Lo paghi dal punto di vista affettivo, perché è vero che la collega che ha tre figli non fa le cose interessanti che fai tu, però intanto torna a casa e trova l’affetto e l’amore dei figli, e del marito, forse. E poi comunque è anche faticoso perché spesso comporta un carico di responsabilità pesanti, casomai poco gratificanti dal punto di vista remunerativo. “Tanto a te piacciono queste cose..”… Sì però quando le fai da vent’anni e vedi che comunque ci sono quelli che non fanno mai niente e si giustificano coi figli, alla fine ti arrabbi anche.
Insomma, già gratificazioni a livello di soldi non ne hai, se poi ti vengono pure a dire: “Ma chi te lo fa fare?”, ti senti anche presa in giro. E allora ci sono delle volte in cui la stanchezza ti porta a pensare: “Ma forse è vero: chi me lo fa fare?”.
Anche tutto il discorso delle uscite coi ragazzini; non sta scritto da nessuna parte che noi dobbiamo andare via una settimana a fare certe esperienze, di tipo naturalistico, oppure nel rifugio di montagna, o nel parco, o i tre giorni a Firenze o a Venezia.
A me questi soggiorni piacciono e vado sempre, perché credo che aiutino i ragazzini nella socializzazione, perché vivere assieme tutto il giorno, dormire e mangiare assieme, ma anche lavare, perché poi devono tenere in ordine, mettere a posto la propria camera, farsi il letto, apparecchiare la tavola, serva a far passare certi valori dello stare insieme, le regole da rispettare, banalità, ma sai quanti non lo fanno mai?
Quindi lo fai perché ci credi e però, ecco, io mi sto anche stufando di sentirmi dire: “Fallo tu perché hai tempo”.
Voglio dire, sono già “punita”, per così dire, dalla vita, perché non ho famiglia e figli e però che mi debba allora accollare anche tutte le cose extra… Sembra quasi che il mondo consideri il fatto che tu non hai una famiglia come una fortuna, ma magari per me può essere il contrario. “Ah, tanto tu sei sempre in giro per il mondo, sei libera…”; certo, è una scelta, è vero, ma è una scelta che si paga, e io ho già pagato, insomma.

La scorsa settimana sono stata a Copenaghen. Ora l’Ue sponsorizza progetti in cui scuole dei vari paesi europei si uniscono e decidono di implementare dei progetti su determinate tematiche. Gli argomenti vanno dall’ecologia, alle tradizioni, al cibo, all’ambiente, alla storia, purché si prestino alla comparazione con gli altri paesi.
Noi ora abbiamo deciso di trattare l’argomento dell’ambiente urbano, nell’aspetto storico, artistico, del tempo libero, del lavoro, dell’immigrazione, con scuole danesi, portoghesi, francesi e tedesche; i ragazzi delle diverse scuole lavorano sullo stesso progetto e a fine anno ci scambieremo i lavori essenzialmente su cd-rom. Ci siamo infatti accordati su ipertesti, che possono essere scambiati e analizzati più facilmente.
Allora, è bello poter andare in Danimarca, in Portogallo, in Francia, parlare con insegnanti e vedere che anche se vivono a migliaia di chilometri di distanza hanno gli stessi problemi che hai tu, e i ragazzini pure. Del resto ormai giocano agli stessi giochi, amano gli stessi gruppi musicali, si vestono nella stessa maniera…
Tra l’altro, questo progetto è nato con delle persone che avevo conosciuto a un corso di aggiornamento per insegnanti a Manchester due anni fa.
Infatti, anche qui tutto si fonda esclusivamente sull’iniziativa dell’insegnante che ci investe in tempo, aspettative, e preoccupazioni… Certe volte mi sveglio di notte pensando: “Oddio, devo fare ancora questo e quell’altro, farò in tempo?”.
E qui il discorso finanziario è di nuovo un punto critico. Il progetto è partito il 1° settembre 2000, con l’approvazione arrivata via fax, e ad aprile ancora non si sono visti i soldi. E quindi tutte le spese che fai, gli incontri con gli insegnanti, vitto e alloggio, viaggi, telefonate, fax, le cartucce dei toner, i cd, ricadono su di te.
Allora, all’inizio sei entusiasta e hai voglia di fare, io però comincio a chiedermi: “Ma perché devo tirare fuori i soldi io?”. Cioè ho poco più di due milioni di stipendio… A volte è veramente sfibrante. Sembra sempre che ti remino contro, perché poi telefoni centomila volte e da Firenze, all’agenzia nazionale, ti dicono: “I soldi sono fermi a Roma”. Ma chi è che li ha fermati? E poi perché invece negli altri Stati li hanno già ricevuti tutti?

Devo dire che il viaggio a Copenaghen comunque è stato veramente interessante. Noi ora stiamo cercando, anche col discorso della riforma dei cicli, di avvicinarci agli ordinamenti europei. Ma la Danimarca va addirittura oltre perché ci sono scuole dove i bambini di 4-5 anni, dell’asilo, cantano e giocano assieme ai ragazzi fino a 17 anni. Adesso da noi, con la riforma, senti spesso gli insegnanti che dicono: “Sì, però uniformando la media e l’elementare, non sarà antieducativo mettere assieme bambini di 6 anni e bambini di 13?”. Ecco, io ho potuto toccare con mano che non solo è possibile, ma funziona; non ho visto fenomeni di bullismo. Anzi era bella questa coesistenza di fasi diverse della vita; lì poi gli insegnanti vedono proprio i bambini crescere e trasformarsi. Mentre qui tu prendi il ragazzino che è già formato, lo tieni per tre anni e lo lasci che non sai come continuerà.
Oltre al fatto che i rapporti sono profondamente diversi, molto più “umani”, più informali; c’è proprio un contesto più affettivo. Probabilmente loro si occupano molto di più dell’aspetto educativo, formativo, che non di quello contenutistico, del sapere. Infatti ho notato anche come i ragazzi siano più autonomi: c’erano gruppetti che lavoravano nelle aule da soli, mentre l’insegnante seguiva un altro gruppo; andavano nel laboratorio d’informatica senza bisogno di essere accompagnati, o in biblioteca…
L’insegnante poi telefona a casa, ha un rapporto personale con la famiglia, tutti i mesi scrive una lettera ai genitori per dire come sta andando…
Altro che i nostri colloqui pomeridiani, con la fila dei 30 genitori… E poi la “cura” si traduce anche nella presenza del medico, del dentista, dello psicologo, all’interno della scuola. E io ho visto il gabinetto del dentista: è perfetto, con le apparecchiature più moderne, non c’è alcuna improvvisazione.

L’insegnante di lingua straniera in Italia per perfezionare la lingua deve andare, a proprie spese, all’estero.
Certo, conosco insegnanti che casomai non si aggiornano da 20 anni. Ma io lo vedo: basta un anno o due che non vai all’estero e perdi conoscenze, perché la lingua è viva, è quella che senti per strada o nei negozi. Comunque, se uno vuole, le possibilità ci sono: basta muoversi.
In questi 20 anni, con alcune mie amiche, abbiamo sempre cercato di stare molto all’erta sulle possibilità di borse di studio per andare in paesi anglofoni.
Quando sono stata in Scozia era per un corso legato all’Irrsae Piemonte. Sono stata anche in Canada. Lì siamo andate a scovare una borsa di studio che il ministero canadese metteva a disposizione dell’Europa: era imboscata tra i vari bandi arrivati a scuola; a Roma avevano addirittura negato che ci fosse; ma noi ci siamo arrivate tramite il ministero canadese. Così con le mie amiche siamo andate 15 giorni a Toronto, all’università; eravamo in tutto 40 insegnanti europei…
E’ stato molto utile. Per me è molto importante non rimanere chiusi nel proprio microcosmo, perché quando la tua visione ristretta della realtà si apre, tutto cambia e scopri proprio la dimensione del relativo. Questa è la cosa che mi piace più dell’internazionalità, oltre al fatto di poter comunicare. Hai una lingua e con questa puoi parlare con gente di tutto il mondo se vuoi: è bellissimo!

E’ evidente che tutte queste esperienze ti cambiano anche un po’ la vita; ti allargano gli orizzonti come pure la rete di amicizie. Io, per esempio, da dieci anni trascorro le vacanze di Pasqua con il gruppo di insegnanti conosciuti 10 anni fa a Toronto, una volta nel paese di uno e la volta successiva in quello di un altro...
Credo che la mia vita sia andata in una certa direzione proprio per il lavoro, cioè il lavoro ha modificato anche la mia vita.
Poi, è vero, io sono stata sempre una molto curiosa e “gironzolona”, come diceva la mia mamma. Quindi sicuramente ho scelto lingue straniere, e non lettere antiche, perché mi vedevo più proiettata verso l’esterno.
Questa cosa del Canada però, a pensarci, è straordinaria, perché continuare a vedersi una volta all’anno dopo dieci anni… Allora, c’è questa fatica di tenere i contatti, ma c’è anche il piacere di farlo. Oggi siamo in una decina di persone a rimanere legate, dal Belgio alla Norvegia, alla Germania, all’Italia, alla Spagna, all’Austria. Tra l’altro adesso con l’e-mail è più semplice rimanere in contatto. Io lo scorso agosto ero altrove, ma loro si sono trovati in Norvegia e hanno proprio trascorso le vacanze assieme, portati in giro dal norvegese. Quest’anno a Pasqua ci troveremo nel nord della Spagna.
Ora si sta creando qualcosa di simile anche con il gruppo di insegnanti del progetto europeo, perché ci siamo trovate bene proprio a livello umano e stiamo diventando amiche. Del resto in Danimarca eravamo ospiti di queste due colleghe, abbiamo conosciuto le loro famiglie, cenato assieme, ci siamo divertite, abbiamo riso, per cui c’è anche questo aspetto di convivialità. Sia con loro che con le portoghesi ci siamo già dette: “Beh, quando andiamo in vacanza, la nostra casa è libera, se vuoi venire ti do le chiavi”, proprio con quella disponibilità e fiducia che scatta solo tra amici.
E c’è da dire che anche la danese e la portoghese le avevo conosciute a Manchester due anni fa; anche lì c’erano degli insegnanti molto simpatici. Infatti siamo poi rimasti in contatto sempre via e-mail, sempre con promesse e offerte: “Vieni a trovarmi”, “Ci troviamo in Belgio, in Olanda…”. Insomma sono rapporti che, se vuoi, puoi coltivare. E’ vero, è sempre lavoro, però io non riesco molto a scindere le cose. Neanche a scuola riesco a separare lavoro e rapporti personali. Magari a volte sarebbe anche utile farlo, perché nel lavoro è bello che ci sia l’aspetto affettivo e relazionale, però è anche pericoloso, perché rischi poi di fare questa sovrapposizione tra affettività, emotività, lavoro.
Comunque anche qui dipende molto dalla storia personale, perché per chi invece ha famiglia è tutto più chiaro: c’è la mia vita privata e poi il lavoro. Da questo punto di vista contano molto le vicende personali, perché in effetti questa sovrapposizione io l’ho fatta da un certo punto in poi, negli ultimi anni, trovandomi da sola. Per me s’è creata l’equazione vita uguale lavoro uguale aspetto relazionale e affettivo, e tutto s’è mischiato, per cui vai ai convegni, incontri delle persone, ne diventi amica, stabilisci dei rapporti; lavori in una scuola dove hai anche gli amici…
A volte mi viene detto che forse sarebbe più “sano” mantenere un distacco tra il lavoro e la propria vita. Però se la tua vita alla fine è fatta di queste cose è anche difficile. E la mia vita è fatta di queste cose.
Allora, io so che in parte è insito nel mio carattere aver bisogno di tenere assieme il lavoro, le relazioni, i viaggi; questo avveniva anche prima, durante il rapporto col mio compagno; ho sempre viaggiato molto. Forse prima, con una vita personale più gratificante riuscivo a scindere, perché le soddisfazioni venivano anche da un’altra parte. Adesso la mia vita personale si è per così dire ridimensionata e mi sembra che la porzione che dedico al lavoro e alle cose collegate sia enormemente aumentata.
Forse è così: da un lato c’è la scelta di vita, etica, professionale, il carattere, il desiderio e il bisogno di stare in mezzo alla gente, e però poi a decidere sono proprio le vicissitudini della vita.



  


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