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L’architetto e la bocciofila
Il degrado urbanistico di un quartiere di periferia si accompagna sempre al degrado sociale; veri e propri ghetti senza speranza. Superare innanzitutto la diffidenza, lo scetticismo, la paura soprattutto degli anziani. Un approccio multidisciplinare e la responsabilizzazione di tutti i volontari, gruppi, associazioni presenti. Dalle periferie di Torino un esempio di democrazia più partecipativa. Intervista a Eleonora Artesio.


Concorso di idee
Il fallimento, anche finanziario, di progetti urbanistici calati dall’alto, la partecipazione dei cittadini alla discussione dei progetti è ormai prassi consolidata nel Comune di Roma. Il problema di coinvolgere, in una logica di progettazione e non di opposizione, tutti i cittadini, non solo quelli già attivi. I contratti di quartiere e le opere a scomputo. Discussione fra Anita Matteucci, Remo Pancelli, Alessandro Messina e Mario Spada.


Il grande ritorno a casa
I kosovari non hanno mai perso la certezza del ritorno. "La terra non la possono bruciare" dicevano, e a quella terra, costata tanti sacrifici al figlio emigrante in Germania ma anche tanti lutti, sono tornati, rimettendosi subito al lavoro per ricostruire un paese libero, finalmente, dopo dieci anni di soprusi, dal giogo serbo. La grande fretta di tornare per ritrovare gli animali rimasti in vita. Intervista a Venera Pajova e Angelo Ravaglia.


La soglia aperta
Un quartiere di Firenze nato male, tra la Pistoiese e l’Arno, senza una piazza e dove i ragazzi dicono "andiamo a Firenze”. Un lavoro "senza parrocchia”. Il principio che siano gli stessi abitanti a gestire le cose. L’impegno contro la dispersione scolastica, le piccole attività artigiane, il microcredito basato sulle relazioni, il commercio equo-solidale. Intervista a don Alessandro Santoro.


I costi della qualità
La scelta di una cooperativa che lavora nell’assistenza a persone con disagio psichico di rimanere piccoli per salvaguardare la qualità. Un lavoro di accompagnamento al reinserimento sociale che chiama all’iniziativa in vari campi e direzioni, non tutti riconosciuti e retribuiti. L’obiettivo di attivare gli stessi utenti, in un fecondo circuito cooperativo. Una crescita solo per gemmazione. Intervista a Chiara Marinelli.


I panni dell'altro
Un centro giovanile gestito da gesuiti che rischiava di rimanere spopolato, grazie all’impegno di tanti volontari, è diventato un luogo di intercultura; l’apertura del doposcuola per i bambini immigrati, la mensa, il centro d’accoglienza... ma anche i quotidiani problemi di convivenza. Intervista a Pierluigi Garelli.


Il bello e le cose brutte
Un laboratorio di poesia nel carcere di Opera che dura ormai da quindici anni, in cui si legge, si scrive, si discute, si pubblicano libri di poesie, si sta insieme, ma soprattutto ci si riappropria della propria dimensione sentimentale; la solitudine, a volte, al cancello di uscita e l’ipoteca della recidiva. Intervista a Silviana Ceruti.

Assecondare, attivamente...
Qual è il rapporto che deve intercorrere fra mondo del sapere, professionalizzato e specializzato, e mondi della vita quotidiana? Esperienze di welfare in cui i due mondi interagiscono, cooperano, si stanno diffondendo in tutto il mondo. L’esempio del cohousing, specie di condominio elettivo. Il rapporto medico-paziente del tutto inadeguato di fronte alla malattia cronica. Intervista ad Alessandro Montebugnoli.

Le risorse
del cittadino
La crisi del welfare centralizzato non si risolve solo con l’intervento sussidiario del terzo settore, ma ricorrendo all’impegno e alle risorse dei cittadini, considerati a torto solo "utenti”. Un’iniziativa del Comune di Roma che ha chiamato i cittadini a fare proposte concrete, di miglioramenti ma anche di disponibilità all’impegno diretto, per il proprio quartiere e per la città. Intervista a Alessandro Montebugnoli.

buone pratiche di cittadinanza

  

UNA CITTÀ n. 94 / 2001 Aprile

Intervista a Lucio Scatolero
realizzata da Simone Natale, Barbara Bertoncin

QUEI LITIGI...
Un centro di quartiere per la risoluzione dei conflitti, un’attività di mediazione fra i litiganti che mira a far incontrare, a far parlare, a far conoscere più che a giudicare il torto o la ragione nel conflitto. Questo, che spesso nasce per motivi banali, poi si sviluppa in modo implacabile. I più comuni sono litigi fra vicini o fra madri e figlie. L’importanza della neutralità del mediatore. Intervista a Lucio Scatolero.

Lucio Scatolero, docente di Criminologia presso l’Università di Torino, è tra i promotori di “Spazi di Intesa”, un centro per la gestione dei conflitti situato nel quartiere di San Salvario a Torino.

Avete avviato un centro di mediazione nel quartiere di San Salvario a Torino. Come nasce l’idea di aprire un luogo di questo tipo?
In realtà non si tratta di un centro di mediazione, ma di un centro per la gestione dei conflitti. Si chiama infatti “La casa dei conflitti”, proprio perché ci apriamo a ricevere il problema, non a dare la soluzione. Tra l’altro nella nostra cultura, a differenza, per dire, di quella anglosassone, il concetto di “mediazione” è molto poco presente. Mentre il concetto del conflitto è una realtà che tutti conoscono. Questo porta ad accedere facilmente ad uno spazio che ha fuori l’etichetta “conflitti”.
E’ molto importante distinguere tra gestione e soluzione. Noi quando affrontiamo il tema del conflitto abbiamo sempre presente il paradigma della soluzione. Infatti, di fronte al litigio di qualcuno, se decidiamo di intervenire, lo facciamo sempre in una chiave risolutiva: vogliamo far smettere i due di litigare.
Il punto è che molto raramente nella realtà i conflitti si risolvono; molto più spesso si nascondono, si dimenticano, ci si sottrae, si adottano una serie di strategie per evitarlo. Quando si è dentro un conflitto arrivare alla soluzione è molto più raro di quanto non si pensi; si arriva a delle fasi intermedie, a un’interruzione momentanea, a una tregua; si arriva a una situazione di non belligeranza attiva, in cui si smette di tirarsi le cose addosso; si arriva a fasi diverse, ma la soluzione definitiva è molto rara. In conclusione direi che non siamo un soggetto che “de-conflittualizza” un territorio, o lo “pacifizza”, in realtà aiutiamo e assistiamo nell’apertura di conflitti.
L’altro elemento carente nella nostra cultura sarebbe la nozione del “terzo”, che nel vostro lavoro è invece fondamentale…
Secondo gli autori cui facciamo riferimento esiste una sorta di paradosso del conflitto, per cui una volta dentro è impossibile uscirne da soli. E tuttavia nessuno al mondo potrà mai risolvere il conflitto al posto delle due parti coinvolte.
Quindi è necessario un “terzo”, ma quel terzo non è il “terzo risolutore”; gli unici possibili solutori del conflitto sono infatti i due stessi litiganti, se vogliamo arrivare a una vera soluzione. Se il terzo impone delle soluzioni queste dureranno un certo tempo, ma girato l’angolo i due riprenderanno a litigare. Quindi di fronte al litigio ci mettiamo in posizione di terzietà, di equidistanza tra i due litiganti, e proponiamo un accompagnamento alla ricerca della soluzione che loro troveranno; sono loro che devono autoproporsela.
Il discorso del terzo è importante anche perché, di nuovo, nella nostra cultura, di fronte a due che litigano, o a un litigio più ampio, tra parti sociali, addirittura di guerra tra popoli, la nostra attitudine naturale non è di assumere una posizione di terzietà, bensì di schieramento.
Questa è un’attitudine che può essere anche importante nella dinamica del conflitto, perché può servire a rafforzare la parte più debole. La confusione riguarda il fatto che vorremmo contemporaneamente essere “alleati del più debole” e “risolutori” del conflitto. Invece quando tu ti allei hai finito di poter essere in qualunque modo il gestore; sei diventato parte nel conflitto. Allora, va benissimo allearsi, ma bisogna poi essere consapevoli del ruolo che si è assunto.
Quindi forse il lavoro più grosso riguarda la diffusione della cultura della gestione del conflitto. Aprire uno spazio come questo infatti non ha senso se contemporaneamente non si lavora a creare su questo stesso territorio una cultura della gestione del conflitto così che diventi una capacità diffusa che possa essere assunta da molti altri soggetti.
C’è poi la componente emozionale del conflitto…
Ci sono tanti tipi di soggetto-terzo che agiscono nel conflitto, come il giudice o il conciliatore; tutti questi soggetti non sono mai risolutori del conflitto, ne affrontano un pezzo; il giudice blocca il conflitto in una determinata fase, ferma la belligeranza attiva dei due contendenti, con gli strumenti della legge li divide e sentenzia chi ha torto, chi ha ragione, chi deve pagare… Questa non è affatto una risoluzione del conflitto, è una gestione dal punto di vista della legge. Tant’è che se voi fermate sulla porta di una qualunque aula di tribunale penale chi esce dopo la sentenza espressa dal giudice, troverete solo gente insoddisfatta. Ma non perché i giudici siano degli incapaci, bensì perché, in qualche modo, hanno tradito le attese che, soprattutto le vittime, hanno nei loro confronti.
La vittima si aspetta dal giudice una risposta al suo dramma personale di soggetto vittimizzato, una qualche compensazione alla sua sofferenza. E il giudice non gliela dà. Ma non gliela dà perché non è il suo mestiere occuparsene.
Il filo rosso che lega le azioni dei vari soggetti-terzi è data dal fatto che la loro è una presa in carico del conflitto, dei motivi della divisione.
Noi invece consideriamo il conflitto una situazione in cui due persone si sono trovate; il conflitto infatti dura nel tempo; in questo senso non è un problema, bensì una situazione legata alla relazione.
Ora le situazioni non si risolvono, si cerca di gestirle. E la specificità della nostra prospettiva è appunto di occuparci non del perché della divisione, ma dei vissuti dei litiganti. Quindi noi non prendiamo in carico il conflitto, ma i confliggenti, occupandoci di quello che hanno dentro, di cosa sentono nei confronti dell’altro, cosa nei confronti di sé, e così via.
Quando abbiamo tutti e due di fronte, lavoriamo proprio sui contenuti emozionali di entrambi. Questo ci permette di far scoprire a ciascuno le emozioni dell’altro, quelle che fino a quel momento non si era in grado di vedere, sentire, neanche immaginare. Quando uno è intrappolato in un conflitto è sicuro che l’altro stia bene, anzi che l’altro, in qualche modo, rida del suo male; l’immagine che ci si fa del nemico è sempre questa, come se l’altro fosse libero da sofferenza.
Quando, seduti in quella situazione, scoprono che entrambi stanno soffrendo, incomincia a crearsi una breccia nuova di relazione: cominciano a parlarsi, a dialogare su queste cose, magari uno deve andare a farsi una visita perché gli è venuta l’ulcera; l’altro si è separato… E si attiva così un dialogo che non ha più direttamente a che fare col conflitto. Ecco, più siamo in grado di mantenere vivo questo dialogo, facendolo durare, più lo scenario del conflitto viene lasciato indietro e i due si ritrovano non più come confliggenti, ma come persone. E quando questo dialogo va avanti per un po’, si ristabilisce quell’impianto di comunicazione tra persone che il conflitto aveva guastato. Questo nella situazione classica della mediazione, che è quella del mediatore di fronte ai due litiganti.
Quando invece si presenta solo una delle due parti in conflitto, e l’altra rifiuta di venire, come vi comportate?
Facciamo ugualmente un lavoro di accoglienza, sul mondo emozionale dell’unica parte che abbiamo.
Quello che abbiamo riscontrato è che, facendo questo lavoro, la persona esce di qua diversa da come entrata e porta inevitabilmente questo cambiamento dentro il conflitto. E spesso è sufficiente questo per modificare il conflitto. Resta il fatto che il nocciolo del lavoro, la parte più delicata, dove il fallimento è più facile, non è, a differenza di come potrebbe sembrare, la gestione dei due, faccia a faccia. Quando noi abbiamo i due qui, riusciamo ad arrivare ad alte percentuali di successi.
Il problema è riuscire ad avere i due qui. Perché in genere viene uno e a quel punto la cosa difficile è far venir l’altro. Anche perché quando noi chiamiamo l’altro, questo sospetta subito che ci siamo messi d’accordo col suo nemico: “Ma voi chi siete? Perché avete visto prima lui?”. Questa è la sensibilità tipica di tutti quelli che litigano, di immaginare sempre nel terzo un nemico aggiuntivo, un alleato del proprio nemico. E quindi mandiamo una letterina molto morbida in cui offriamo la stessa disponibilità, poi ne mandiamo un’altra, poi un’altra ancora. Fino ad arrivare alla telefonata, che è un atto molto più invasivo.
Allora lì ce ne scappa una quota: “No, io non verrò mai…”. Qualcuno dice: “Vengo, ma non voglio vedere intorno il mio nemico”, per cui ci organizziamo in modo da fare un lavoro di negoziazione fra i due senza farli mai incontrare. Cioè cerchiamo di costruire un’ipotesi di accordo facendo un lavoro di “navetta”, per cui si va da uno e dall’altro e si fa correggere quest’ipotesi. E poi, solo alla fine, si chiede se sono disponibili a venire insieme a firmare l’accordo raggiunto.
Che tipo di conflitti vengono portati? La presenza di immigrati è sempre problematica?
C’è un po’ di tutto. Direi che in questa fase il grosso dei conflitti sono di vicinato, in alcuni casi con un misto di difficoltà di rapporti con gli immigrati vicini di casa. In realtà però a creare tensioni tra immigrati e residenti è più la questione dell’affitto, che non della coabitazione. Avvengono infatti un’infinità di piccole truffe che si sviluppano attorno agli affitti, contratti mai firmati, non riconosciuti, cifre di acconto di 5-6-10 mensilità di anticipo, vessazioni di ogni tipo. E allora ogni tanto le persone vengono qui e cerchiamo di costruire un tavolo di discussione.
Un’altra realtà sotterranea, che non emerge mai ufficialmente, ma è molto diffusa, riguarda il lavoro: gli immigrati che fanno lavori di artigianato, piccole prestazioni, decorazioni, dopo aver pattuito un prezzo, spesso si trovano di fronte a un datore di lavoro, che è sempre un residente, che non rispetta i patti.
Anche in questi casi ristabilire il contatto tra le due parti, permette di aprire una trattativa e di cambiare la situazione. E’ estremamente importante che le due parti, in questi casi, non ci sentano come un’autorità istituzionale.
Più di una volta, a fine trattativa, ci siamo sentiti dire: “Se voi foste stati un qualche potere istituzionale noi vi avremmo cacciato a pedate. Visto che non siete venuti a far multe, ma solo a parlare…”.
Io ricordo un conflitto tra un intero condominio e una clinica sanitaria prospiciente che causava un forte inquinamento acustico; sul tetto c’erano infatti dei grossi aspiratori che facevano veramente parecchio fracasso, soprattutto d’estate con le finestre aperte. Il condominio poi era abitato quasi esclusivamente da anziani per cui c’era proprio questo fastidio di gente che sta molto in casa, e che non ce la faceva più.
Allora noi siamo intanto entrati nelle case a sentire il rumore, e già questo è un fortissimo segnale di attenzione. E poi siamo andati a parlare al manager, al capo di questa clinica, il quale ci ha accolto all’insegna del “Se io voglio, domani mi compro tutto quel condominio, così è finita sta storia”. Perché aveva già ricevuto diverse lettere dall’amministratore… Ma quando ha capito che noi non avevamo strumenti per misurare il coefficiente d’inquinamento, che non eravamo un’équipe dei vigili o dell’Usl, che trattavamo solo in nome e per conto di questi vecchietti che avevano pure loro il diritto di vivere d’estate, ci si è messi attorno a un tavolo e si è discusso; lui ha chiamato anche i suoi tecnici, e le posizioni si sono ammorbidite: “Io ovviamente l’impianto non posso sopprimerlo, perché mi chiuderebbero la clinica, però vediamo…”.
Alla fine l’accordo è stato di provare a girare in un’altra direzione le quattro grosse ventole e in effetti questo ha ridimensionato il rumore, con un costo tra l’altro ridotto. Alla fine siamo tornati nelle case e i vecchietti erano tutti contenti, perché il rumore c’era ancora ma non li disturbava più.
Vi trovate a gestire anche conflitti nati nel conflitto familiare…
In effetti noi gestiamo molto conflitti tra genitori e figli adolescenti, in particolare madre-figlia. Ci arrivano spesso anche perché noi abbiamo fatto un grosso lavoro con le scuole, per cui molti ragazzi ci conoscono e allora, nella fase dell’adolescenza, quella dei conflitti più grossi, sono loro ad avanzare la richiesta al genitore: “Andiamo dal mediatore”. A quel punto spesso nasce un conflitto interno al conflitto: la madre che vuole a tutti i costi portare il figlio dallo psicologo e il figlio che non ci vuole andare, soprattutto perché sa benissimo che lo psicologo, l’operatore del sanitario si alleerà subito col genitore, e quindi se lui va dallo psicologo avrà due avversari invece che uno. Qui, invece, anche se casomai ha solo sentito parlare del centro da qualche compagno, sa che non ci sono tranelli, anche perché è gratis, per cui non c’è il genitore che paga, che è un altro elemento che condiziona la relazione. Allora i genitori all’inizio non ne vogliono sapere di venire, però alla fine hanno così voglia di portare il figlio da qualcuno che accettano. E devo dire che sono delle mediazioni molto interessanti, anche molto proficue, in cui si riesce a fare un pezzo di cammino interessante, soprattutto sulla parte del riconoscimento tra persone. Cioè qui arrivano due soggetti schiacciati, soffocati dai loro ruoli, perché raramente la figlia adolescente riesce a vedere nella madre la donna, e a immaginarsi che è una donna che soffre, che sta male. E ugualmente la madre fa fatica a vedere nella figlia la donna, quindi questo percorso di scoperta dell’altra come persona è fondamentale.
In quest’ambito va detto che gli immigrati ancora non si fidano abbastanza; arrivano in qualche caso perché lavorano in contesti particolari, qualche cooperativa del sociale, per cui ne hanno sentito parlare, e allora ci è capitato di gestire dei conflitti di coppia, dove o entrambi erano immigrati o, più spesso, uno era residente l’altro immigrato.
Ma loro hanno i propri mediatori su queste vicende; all’interno delle loro comunità hanno dei soggetti di riferimento. E secondo me giustamente in questa fase non si fidano di noi. Infatti non forziamo le cose, sappiamo che loro sanno che ci siamo.
Quello che emerge è che a volte sono faccende serie, ma altre sono proprio delle banalità ad avvelenare gli animi…
La lite di vicinato parte sempre da delle scemenze, il bucato steso, la pipì del cane o cose di questo genere, ma che poi vanno avanti…
In una città come questa si registrano almeno una decina di casi ogni anno di uso di armi tra vicini di casa, e sovente ci scappa anche il morto.
Il signore che è appena andato via ha una questione con una famiglia che vive sul ballatoio; questa ha un cane e lui per andare a casa deve attraversare questo cane lupo che si mette sdraiato sul balcone, guardandolo e che “è buono, non fa niente”, però quando passa lui, non si sa bene perché, ringhia…
Così lui prima di oltrepassare il cane deve sempre prendere un bastone, e chissà che non gli sia scappata anche qualche botta col bastone.
Fatto sta che questi è da qualche anno che si rovinano la vita, e hanno coinvolto anche le famiglie, perché l’altra questione è che il conflitto si allarga sempre…
Ci sono anche storie che bloccano dei pezzi di comunità intera. Lo scorso anno abbiamo affrontato una questione, ridicola in sé, ma che ha provocato un sacco di guai.
In una zona del quartiere a un certo punto il ciabattino ha chiuso il laboratorio ed è sparito. E la gente aveva lì tutte le sue scarpe da riparare. E’ successo il finimondo, perché hanno aspettato due o tre giorni, ma niente da fare, non c’era neanche un cartellino sulla serranda e così è iniziata la processione dai carabinieri, perché si trattava di parecchie decine di persone, quindi esposti, denunce…
Nel frattempo il padrone del negozio aveva cambiato la serratura, per cui il ciabattino, anche volendo, non poteva ritornare. I carabinieri intanto non lo trovavano.
La situazione era bloccata. Poi i carabinieri ci hanno chiesto aiuto; e noi muovendoci in modo informale abbiamo trovato il ciabattino. Bene, era nascosto a casa della sorella, a letto, da dove non si alzava da due giorni, disperato per la vergogna. “Io -ci ha raccontato- dopo 30 anni di lavoro non ho avuto il coraggio di tornare, dopo aver chiuso il negozio, perché non avevo i soldi per pagare l’affitto. Il padrone mi pressava ed è arrivato un momento in cui mi è sembrato di non poter far altro che scappare. Mi sono pentito subito, volevo tornare, ma a quel punto avrei dovuto andare dal padrone a chiedere le chiavi, la gente era inferocita…”. E così stava a letto, disperato.
Allora noi abbiamo messo una targhetta sulla serranda annunciando che il giorno tale si sarebbe aperto per la distribuzione delle scarpe; abbiamo accompagnato il ciabattino; abbiamo detto ai carabinieri di fare un giro o due che non succedesse nulla…
E la cosa si è risolta. In effetti sono sciocchezze, su cui però poi scattano dei meccanismi che bloccano la situazione.
Due anni fa ci siamo trovati in un bar d’estate a gestire una lite feroce tra due anziani di una bocciofila, per via di un paio di bocce; si erano addirittura picchiati e uno aveva 85 anni, l’altro 87; uno dei due era finito all’ospedale, aveva rotto gli occhiali, aveva avuto un trauma all’occhio, voleva essere ripagato degli occhiali, l’altro “neanche morto”, perché gli aveva rubato le bocce… La complicazione poi veniva dal fatto che la bocciofila si era divisa in due: gli alleati di uno e gli alleati dell’altro che, invece di pacificare, soffiavano… Alla fine per uscirne, dato che loro qui non ci potevano venire, e nella bocciofila noi non volevamo andare perché era un terreno minato, siamo andati in un bar.
E’ vero che spesso le storie sono toste e altre volte no; il problema è che sono sempre complicate. Se noi pensiamo anche ai litigi che abbiamo avuto, sono sempre delle fesserie i motivi che le scatenano, col fidanzato, coi genitori, sul lavoro… Se uno riesce a risalire al’inizio del suo conflitto si ricorda che è sempre per una scemenza. Però quella scemenza poi produce una dinamica in cui non c’è più niente di banale.
E poi il discorso della banalità, di nuovo, è un giudizio che viene espresso dall’esterno. Noi abbiamo tre regole che sono il fondamento di tutto il nostro agire: mai giudicare, mai interpretare, mai dar consigli. Che invece sono le cose che facciamo normalmente quando qualcuno ci chiede di intervenire! Anzi anche se non ce lo chiede. Poi quando proprio abbiamo deciso di andare alla grande le facciamo tutte e tre insieme.
Allora, se noi ci togliamo queste tre possibilità, diventa molto difficile decidere cosa fare di fronte a un conflitto. Invece è proprio allora che deve entrare in campo quella “quarta” risorsa, che è la capacità di sedersi di fronte all’altro senza fare dei progetti su di lui. Il discorso dell’accoglienza emotiva è più importante di quello dell’ascolto. Accogliere è molto di più che ascoltare, vuol dire farti entrare dentro l’altro, avvicinarlo semplicemente per sentire quello che sta provando. E questo richiede un po’ di formazione, un po’ di educazione all’empatia; lavoro che dovrebbe essere fatto a scuola, come una componente dell’educazione.
Comunque l’empatia, la capacità di sentire le emozioni dell’altro, ce l’abbiamo tutti dentro, il problema è che crescendo, è una delle abilità che soffochiamo di più, perché attorno a noi la cultura ci dice che le comunicazioni, per essere accettabili, devono essere ragionevoli, coerenti, logiche. E poiché tutto quello che viene detto con le emozioni non segue questa regola non sappiamo cosa farcene; non sappiamo dove metterle.
Vi siete trovati a lavorare anche coi comitati di cittadini contro l’immigrazione, quelli delle ronde. Com’è andata?
Qui è forse l’area più accesa in questo senso. I comitati rappresentano posizioni diverse ma ce n’è uno di scalmanati, proprio indemoniati, con una forte strumentalizzazione anche di partiti di destra. Però sarebbe stupido dire che è solo questo: dentro c’è anche dell’altro, ci sono dei cittadini inquieti, in difficoltà a gestire certe situazioni, c’è una presenza di spaccio, che tra tutti i reati è quello che crea più inquietudine. Ebbene questo comitato di “super-arrabbiati” da anni era feroce nella polemica col sindaco, con insulti a non finire sui giornali. Però in quattro anni di polemiche, il sindaco non era mai andato a un loro incontro; loro lo invitavano e lui mandava sempre l’assessore, il vice-sindaco… Così quando lui, per qualunque motivo, metteva piede in questa zona, erano pomodori, urla, manifestazioni, un disastro. Noi, appena arrivati, abbiamo preso dei contatti con questo comitato, li abbiamo incontrati, sono venuti qui parecchie sere. Abbiamo spiegato che certo non eravamo qui per fare i loro alleati, che però eravamo disponibili a sentire le loro ragioni, le loro questioni. E il giorno dell’inaugurazione del centro, abbiamo invitato il sindaco, con presente una rappresentanza di questo comitato.
Per la prima volta si sono incontrati direttamente e così abbiamo lanciato l’idea: “Perché non facciamo un incontro di mediazione qui tra qualche giorno?”. Entrambi hanno accettato, ed è stata una seduta molto interessante, che è durata parecchie ore, con i tre rappresentanti del comitato e il sindaco in una situazione di dialogo, di comunicazione, dove a un certo punto sono riusciti a raccontarsi anche dei vissuti personali. Il sindaco ha detto che si era sentito insultato, non come amministratore, ma come uomo, e questo non gliel’aveva perdonato, da qui la scelta di non andare a qualsiasi incontro con loro; gli altri hanno portato i loro vissuti di abbandono: “E’ vero che avevamo dei problemi amministrativi, che potevano essere risolti benissimo dagli assessori, ma noi volevamo il sindaco, e il sindaco non veniva mai.
Questo ci ha fatto sentire dei cittadini di serie B, perché poi sul giornale vedevamo che il sindaco va dappertutto…”. Questo se lo sono detto e non sono diventati amici, anzi il giorno dopo quelli del comitato hanno chiesto tutti in massa il porto d’armi in prefettura, come provocazione.
Però si è attivato un dialogo, il sindaco si è impegnato a ricevere la loro rappresentanza periodicamente. E si è creata, per esempio, una forte spaccatura nel comitato, dove la componente più strumentale e arrabbiata si è sganciata e i cittadini, che con la loro partecipazione al comitato desideravano solo che migliorasse la situazione, hanno capito che o si dialoga, oppure non si ottiene nulla.
Ci sono anche conflitti di intolleranza tra gestori di servizi, soprattutto per i tossicodipendenti, e cittadini…
In effetti, l’apertura di alcuni drop-in in queste zone ha creato un forte malumore da parte degli abitanti, soprattutto dei commercianti.
Si tratta di centri “a bassa soglia”, dove si danno le siringhe, si può fare una doccia, mangiare qualcosa. E’ chiaro che un luogo del genere attira tutto il disagio che c’è in quella zona. Allora, anche lì sono venuti entrambi i contendenti e noi abbiamo verificato che c’erano dei grossi pregiudizi reciproci. Cioè i commercianti non si erano mai chiesti cosa fosse questo servizio. Ma anche quelli che lavoravano coi tossicodipendenti avevano la loro bella dose di pregiudizi nei confronti dei commercianti. Allora abbiamo detto: apriamo un tavolo di negoziazione.
Perché l’ assistenza o l’aiuto ai più deboli deve arrivare sempre come una forzatura? I commercianti sostenevano che quella presenza era di forte danno in alcune fasce orarie; verificato che per quelli del drop-in non era così essenziale essere operativi proprio in quella fascia, si è negoziato sull’orario; poi si è negoziato sulle soste del pulmino che viaggiava per la zona; erano tutte cose negoziabili, e si è data così la sensazione agli abitanti di contare, di essere presenti, anche spiegandogli il perché di queste iniziative, che vantaggio anche loro ne potevano ricavare.
Purtroppo nella cultura dell’azione sociale esiste questo problema: chi opera coi cosiddetti “ultimi”, i disagiati, i devianti, assume spesso una sorta di fondamentalismo, per cui visto che lui lavora per i più deboli dichiara guerra contro tutti i più forti. Ma spesso queste guerre partono anche dall’incomprensione, dal non essersi detti nulla. Allora non ci vuole molta scienza per capire che prima di far circolare un pulmino per i tossicodipendenti in un territorio, devi andare a spiegare alla gente cosa succede, perché sennò il conflitto si apre prima di cominciare.
Come avete visto cambiare San Salvario in questi anni?
Noi abbiamo aperto nel ’95, in realtà in un’altra zona di Torino. Era il periodo dell’esplosione degli scontri di strada. Già a quell’epoca ci avevano chiesto di venire ad aprire uno spazio qui, ma rifiutammo, perché diventavamo solo strumentali a un certo modo di gestire le tensioni.
Abbiamo sempre detto: quando ci sarà un programma articolato di investimenti nella zona e smetteremo di gestire la situazione in clima di guerra, noi ci saremo. E infatti, passati un paio di anni, c’è stata rifatta l’offerta e l’abbiamo accettata. Certo, San Salvario è migliorato, proprio perché è stato avviato un programma di investimenti sulla zona. Sono in corso grosse operazioni di riqualificazione e di recupero e tra un paio d’anni questa diventerà una delle zone migliori dove stare.
Qui, del resto ci sono anche edifici di alto pregio abitativo; infatti all’epoca dello scoppio della bagarre ci fu una fortissima speculazione immobiliare, qualcuno giocò a far crollare i prezzi e comprò tutto.
Questo era un bar, e noi a quel tempo l’abbiamo affittato a un prezzo ridicolo. E così è stato per interi caseggiati che adesso cominciano a ristrutturare e diventa edilizia residenziale di medio pregio, per cui quando sarà terminato il mercato, che è molto bello, col parcheggio sotterraneo e altri interventi… Già oggi comincia a diventar faticoso trovare da affittare…
Comunque, alla fine, siamo venuti qui, dove peraltro il quartiere è in mano alla destra; il presidente del comitato è un politico di An, con cui abbiamo sempre lavorato bene. Un’ulteriore operazione di mediazione è stato riuscire ad avere una contribuzione economica da parte del Comune.
Il discorso dei finanziamenti non è irrilevante e non solo per il bisogno congenito di quattrini, ma perché diventa molto importante da dove li prendi, nei confronti dei soggetti con cui operi. Se sostieni l’equidistanza, non puoi poi avere un esclusivo finanziamento dall’amministrazione pubblica, perché chi gravita nell’ambito dei servizi pubblici può subire in quanto tale dei condizionamenti politici.
Noi abbiamo due strategie in corso; una è quella di avere un cartello più vasto possibile di finanziatori, pubblici e privati, anche per non dover trovarci a terra dopo ogni elezione. Ma l’altra strada, che si sta dimostrando più proficua, è quella dell’auto-finanziamento quasi totale. Noi oltre a gestire questo spazio, facciamo una grossa attività per le scuole nel territorio, anche con interventi limitati nel tempo, di sensibilizzazione, formazione; ebbene, questi li facciamo pagare e con il ricavato finanziamo il resto dell’attività. E’ sicuramente la strada migliore, perché ci permette la totale autonomia rispetto ai condizionamenti esterni.
E’ indubbio che le prospettive di un lavoro di questo tipo sono in progressivo aumento un po’ in tutti i campi. Voi come vi muovete?
Noi in effetti stiamo esplorando anche campi nuovi; facciamo un lavoro di accompagnamento con i parenti delle vittime della strada, con gli adulti violenti e ora anche con gli adolescenti violenti… C’è poi una mediazione che si sta sviluppando nell’ambito dell’impresa. Negli Usa e in Giappone se ne parla da tempo. Qui c’è tutto un discorso da fare: la grossa industria vuole avere i mediatori alle sue dipendenze, il che però inquina il loro lavoro, perché bisognerebbe riuscire a mantenere una certa distanza dalla committenza.
In Francia esistono dei mediatori nell’economia che hanno degli studi professionali e vengono chiamati ad hoc per gestire dei conflitti, ma come soggetti esterni.
In Italia la Camera di Commercio gestisce delle mediazioni commerciali, dove però, di nuovo, c’è un certo disagio da parte del consumatore a farsi gestire da un soggetto evidentemente poco imparziale.
Noi collaboriamo abbastanza con queste realtà nascenti; è stata un’apertura legata alla sensibilità di qualcuno di loro e all’esigenza di incrociare il sociale con l’economico, due mondi finora considerati incompatibili. Anche perché in molti dei nostri conflitti c’è un aspetto economico, per cui può essere interessante far continuare poi la gestione di quell’elemento da loro esperti; così come loro ci raccontano di essere molto in difficoltà quando anche nel conflitto tra imprese arrivano a individuare delle ragioni che non hanno più nulla a che fare con la finanza. Anzi a quel punto si spaventano enormemente, perché quando uno comincia a urlare o l’altro comincia a piangere, se sono due imprenditori, dici: “Ma qui che cosa succede?!”. E allora si stanno rendendo conto che in molti di questi conflitti c’è anche questa componente emozionale, legata ai vissuti, che loro non sono attrezzati a gestire. Così stiamo studiando un’ipotesi di collaborazione…



  


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Fare il sindaco in un comune valdese di montagna di 500 anime: il cruccio demografico, la difficoltà di attrarre giovani coppie, i servizi da calibrare quando d’estate arrivano i turisti, gli effetti dei tagli, l’integrazione con i pochi immigrati, la necessità di fare rete con gli altri comuni. Intervista a Patrizia Geymonat.

Il sabato dei bambini

Un’associazione che un giorno la settimana porta i figli delle detenute fuori dal carcere; l’importanza di cicli di conversazioni con le madri, perlopiù rom e analfabete, su argomenti specifici, l’igiene, l’alimentazione, la salute; la risorsa dell’affidamento e la proposta di una nuova legge; intervista a Leda Colombini.

Le quattro P

Protesta, pressione, progetti, pratiche... Se la globalizzazione rischia di svuotare le democrazie nazionali, allontanando la politica dai cittadini, sta anche internazionalizzando i movimenti di lotta per riportare la politica fra i cittadini rendendoli protagonisti. Un intreccio orizzontale di reti, esperienze di buone pratiche, legami di solidarietà. I rischi di derive nazionalistiche, xenofobe e fondamentaliste. La necessità di riforme delle istituzioni internazionali. Intervista a Mario Pianta.

Creare delle possibilità

Un progetto nato per riportare a casa e a scuola i bambini brasiliani che vivono per strada attraverso tante attività, ma soprattutto cercando di conquistare la loro fiducia; il momento, cruciale, in cui il bambino invita l’educatore a casa; il problema, grave, della droga e i successi imprevisti. Intervista a Carlos Roberto Caldas.

L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.

L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.

Quando compio 18 anni...

L’impegno di un’associazione per offrire una famiglia ai minori stranieri non accompagnati; i ragazzini afgani in affido, segnati da eventi traumatici, ma con un grande desiderio di riscatto; l’assurdità di una legge che a 18 anni li rimanda nell’irregolarità; intervista a Emanuele, Susanna, Patrizia, Anna e Marika.

Vicino di banco

Un doposcuola per bambini extracomunitari e non, nato per caso quando, a una festa, un ragazzino ha chiesto di poter portare a casa gli avanzi; oggi tanti volontari insegnano l’italiano anche alle madri, e ragazzi ormai cresciuti restano a insegnare ai nuovi arrivati. Intervista a Morena Mezzalira e Marilisa Parlato.

Beni comuni

L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.


L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

Al caffé alzheimer

Un posto dove ritrovarsi, raccontare, scambiarsi consigli, che serve più ai parenti che ai malati; le prime avvisaglie della malattia, spesso non facili da decifrare; la dedizione di mariti, mogli e figli al loro caro che ormai non li riconosce più; la solitudine nell’affrontare una malattia terribile. Intervista a Roberta, Rita, Franco e Patrizia.

La piazza è mia

Gli anni della grande delusione seguiti a quel mandato di Orlando che tante speranze e aspettative aveva sollevato, e poi il ritorno alla fatica quotidiana, con i coetanei che vanno al nord e una classe dirigente totalmente inadeguata; l’importanza di ripartire dallo spazio pubblico. Intervista a Simone Lucido e Maurizio Giambalvo.

C'era la luce accesa

Fare il sindaco di un piccolo comune sardo che resiste alle profferte allettanti ma vergognose delle multinazionali dell’eolico e si tiene la gestione dell’acqua; tenere pulita la piazza andando finanche di persona a raccogliere cartacce; credere nell’indipendenza della Sardegna ma fare poi tante piccole cose... Intervista a Mario Satta.

La porto in giro
in bicicletta?!

Una comunità di ragazzi "difficili”, con situazioni familiari disastrose ed esperienze di carcere minorile, molti immigrati, in cui si decide di far vacanza in bicicletta; i ragazzi, dopo essersi fatti da soli le biciclette sono partiti per un viaggio faticoso ma di cui, poi, andar orgogliosi; lo scarso fascino, purtroppo, della bicicletta. Intervista a Giovanni Torrani.
Metter da parte
per le disgrazie

Un’agenzia di assicuratori alternativa, che riscopre lo spirito mutualistico originario dell’assicurazione: persone che si associano e pagano un tot per i problemi che possono colpire una di loro. Contratti di sole due pagine, chiari, scritti in grande, di un anno, un’altra concezione del non assicurabile, un modo di operare fondato sul socio lavoratore e non sul lavoro a provvigione... Intervista a Gianni Fortunati.
Far sorridere
una signora

L’attività volontaria di un gruppo di donne, alcune che già hanno subito l’operazione e altre no, per fare prevenzione sul territorio e per dar conforto, e consigli, alle donne che stanno per essere operate di tumore al seno. Intervista alle attiviste di Andos di Albano Laziale. .
Il mercoledì

L’idea di una specificità femminile anche nella sofferenza, il bisogno di un’intimità libera, un appartamento in cui ritrovarsi a parlare di tutto, a organizzare gite, laboratori di teatro, in cui ci si aiuta a superare lo stigma del centro di salute mentale, a sperimentare che le medicine sono meno importanti delle relazioni. Intervista a Silva, Marina, Pina, Licia, Graziella, Antonella, Patrizia, Francesca, Loredana, Laura, Liliana, Eliana, Mara.
Spezzare la cronicità

Un impegno, quello della Casa della Carità di Milano, per aiutare persone finite ai margini della società, senza fare assistenzialismo; patti di socialità e legalità molto severi, in cui si riceve e si dà, perché questa è la base della riconquista di una cittadinanza piena; l’esperienza con i rom. Intervista a don Virginio Colmegna.
L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.
Nel barrio de La Paz

L’esperienza straordinaria del Teatro dell’Oppresso che perdura in tutta l’America Latina, malgrado l’avvento della democrazia. Intervista al gruppo Taller del barrio di La Paz, Bolivia.
La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.
Far del bene

Dai gesti più piccoli e occasionali all’impegno quotidiano in grandi e piccole associazioni di volontariato, la generosità è sempre più diffusa, e, a differenza del passato, ha come motivazione principale il piacere. Una grande occasione di amicizie. Il rischio della professionalizzazione e dell’eccessiva normazione. La necessità di preoccuparsi dell’efficacia, ma senza farne un’ossessione. Intervista a Bruno Manghi.
Il dialogo, senso comune democratico

Riuscire a far stare insieme operatori israeliani e palestinesi, o attivisti antiabortisti e abortisti laddove c’erano stati già degli omicidi, o a risanare una città devastata dalla corruzione; sono i miracoli che possono compiere la passione dei cittadini alla soluzione dei problemi e il metodo del dialogo finalizzato a una soluzione che vada bene a tutti; il grande ruolo del facilitatore "di democrazia”. Intervista a Susan Podziba.
Il mercato
dell'ultimo minuto

Dalle rimanenze che si butterebbero, innanzitutto di cibo, un circuito virtuoso fra consumatori disagiati, impossibilitati a comprare, associazioni di volontariato, una cooperativa di giovani idealisti, un comune sensibile e ditte profit che risparmiano sulle spese di smaltimento, sulla tassa dei rifiuti e guadagnano in immagine. Last Minute Market, un’emerita buona pratica che si sta diffondendo. Intervista a Andrea Segré.
Il legame
della partecipanza

Nonantola, un paese del modenese dove vige ancora la Partecipanza, pratica che risale al medioevo, quando l’abate consegnò la terra al popolo nonantolano perché la coltivasse, dove nel ‘43 i cittadini si mobilitarono per mettere in salvo un gruppo di bambini ebrei, dove il partito comunista aveva il 70%, dove, primo posto in Italia, gli immigrati poterono votare per un loro rappresentante... Intervista a Valter Reggiani.




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