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UNA CITTÀ n. 94 / 2001 AprileIntervista a Alfio Mastropaolo
realizzata da Barbara Bertoncin
L’ANTIPOLITICA
L’insidioso appello alla sovranità popolare da parte di un discorso populista che in realtà ha una concezione di popolo di origine romantica, come entità mitica, organica, in cui l’individuo e le minoranze non contano. Le pesanti responsabilità di una sinistra che ha dato il via, in nome della gente, all’attacco alle istituzioni, e alla denigrazione di un paese tutto sommato vivibile. Intervista a Alfio Mastropaolo.
Alfio Mastropaolo, docente di Scienze Politiche, recentemente ha pubblicato L’antipolitico. All’origine della crisi italiana, L’Ancora 2000.
Secondo la sua analisi, all’origine della crisi politico-istituzionale italiana ci sarebbe una deriva populista...
Quello che mi preme sottolineare è che quella italiana è in qualche misura una crisi fittizia. Da sempre le democrazie si confrontano con sfide più o meno grandi. Nel nostro paese, però, se le sfide erano gravi, ciò che soprattutto ha fatto danno è il modo in cui le si è affrontate e il discorso politico che si è costruito intorno ad esse.
E all’origine c’è, in effetti, proprio l’uscita dal discorso politico ordinario. C’è stata una sorta di rottura rispetto ai codici linguistico-politici prevalenti, e l’imposizione di un nuovo codice utilizzando un linguaggio che io chiamo appunto “antipolitico”, e che potremmo forse più semplicemente definire “populista”.
Cos’è un discorso di tipo populista? E’ un discorso in cui il tema fondamentale è la centralità del popolo, il primato del popolo, la sua sovranità. In qualche modo il discorso populista è un rischio intrinseco ai regimi democratici. Poiché la democrazia è “il governo del popolo”, è molto facile appellarsi al popolo e alla sua volontà... E’ la cosa più semplice e più ovvia che si possa fare. Il problema è che la democrazia ha una certa concezione di popolo, il populismo ne ha un’altra.
Secondo il discorso democratico, il popolo è una somma di individui, i quali scelgono attraverso un patto democratico, costituzionale, di vivere assieme, ma di restare degli individui e di essere considerati tali. Quindi il popolo in democrazia è anche una somma di minoranze, a cui le istituzioni democratico-rappresentative e i partiti danno voce e i cui interessi e valori ricompongono, riordinano, ricombinano.
Il popolo del populismo è invece un popolo romanticamente inteso, è un’entità mitica, vaga, organica, che è superiore agli individui che ne fanno parte, che ha sempre ragione e la cui volontà s’incarna in un leader che ha il dono di saperlo interpretare. Quindi quello populista è un discorso che, come dire, azzera o riduce il ruolo degli individui e delle minoranze. Il paradosso è che il populismo pretende di essere più democratico della democrazia, la quale affida il filtraggio della volontà dei cittadini a dei rappresentanti, ai partiti, ai politici di professione. Quando si dice, come si è detto tante volte in Italia, “aboliamo questo filtro, ridiamo voce ai cittadini”, c’è subito da preoccuparsi. Lì si annida un discorso populista.
Ora, naturalmente, non bisogna confondere movimenti e discorsi populisti. Ci sono dei partiti democratici che spesso fanno discorsi populisti, e non per questo diventano populisti.
Tuttavia, quando si abusa della retorica populista, il populismo che sta nel codice genetico dei regimi democratici esplode e dà luogo a insidiose derive populiste.
In genere si evoca lo spettro del popolo, quando non si hanno cose più sostanziose da proporre. Ma l’evocazione del popolo è sempre molto ambigua, perché necessariamente un qualche filtro dev’esserci: così da una parte si evoca il popolo; dall’altra, si rafforzano dinamiche elitiste non controllate. E questo nel discorso politico italiano è molto chiaro: dalla fine degli anni ‘70 c’è stata una incessante evocazione del popolo. Solo che, mentre a parole si diceva diamo più potere al popolo, dall’altra si intendeva dire: aggiriamo i partiti, aggiriamo i sindacati, aggiriamo i gruppi di interesse e rafforziamo chi decide, dandogli spazio d’interpretare la volontà del popolo. Il che ovviamente avviene a danno del cittadino comune, dei lavoratori, non dei poteri forti, che hanno mille altri modi per farsi valere.
Così, intanto, si è cominciato a delegittimare la costituzione...
Esattamente. Si è cominciato a dire che questa costituzione non consentiva al popolo e ai cittadini di esprimersi, che c’erano troppi meccanismi di filtraggio e di torsione della volontà popolare e che quindi occorreva “ripristinare la volontà popolare”. E questo ha scatenato un processo a palla di neve.
Ma proviamo a ripercorrere le varie fasi che hanno caratterizzato questo processo. Il tentativo di utilizzare questo discorso nasceva dall’esigenza di forzare certe strettoie di un sistema che era bloccato. Mi spiego: molto democraticamente, la Dc e i suoi alleati avevano la maggioranza dei consensi in questo paese, e non c’era verso di estrometterla dai quartieri alti del potere. Forse solo perché l’elettorato italiano -adesso qualcuno l’ha capito- è fondamentalmente moderato. O comunque le componenti moderate prevalgono sulle componenti progressiste.
Bisognava quindi aggirare questo ostacolo. Allora qualcuno molto banalmente s’è detto: visto che non riusciamo a vincere la partita in questo modo, cambiamo le regole del gioco. Cambiare le regole del gioco, ovvero la legge elettorale e l’organizzazione dei poteri, implica però costruire un senso comune che legittimi il cambiamento. E la formula per farlo è stata quella di ripetere incessantemente: “I cittadini, il popolo sono stati espropriati”. Le intenzioni degli attori erano diverse, non c’era un unico attore, né un disegno. Si è trattato più di una convergenza di disegni, pressioni, tentativi diversi. Ma si è comunque costruito un senso comune i cui effetti oggi non paiono proprio brillanti.
A suo avviso ci sono stati anche degli errori di calcolo degli attori politici, dettati da una scarsa consapevolezza della natura profonda della società italiana...
Sicuramente, ci sono stati tanti errori di valutazione e previsione. Chi voleva riscrivere le regole pensava ad esempio di sospingere la Dc sulla destra e magari di attrarne l’ala sinistra. La fine che ha fatto la Dc è abbastanza impressionante. La sua un tempo influentissima ala sinistra, quando la Dc si è sfasciata, si è rattrappita nel Partito Popolare. Nessuno aveva valutato che nella dirigenza Dc i settori più legati alla tradizione democratico-sociale erano più influenti di quanto non pesassero sul piano degli iscritti, dei simpatizzanti, dei quadri intermedi e degli elettori.
Il Pci-Pds a un certo punto ha pensato più o meno questo: introduciamo -in qualunque modo- un bel sistema maggioritario: all’estrema destra ci sono i fascisti e nessuno vorrà fare accordi con loro, ciò indebolirà il fronte moderato-conservatore e per la sinistra, o per il centro-sinistra, si apriranno i fertili terreni di caccia del potere.
Le cose non sono andate esattamente in questo modo. Non ci si aspettava che la Dc si sfasciasse e che emergesse un personaggio come Berlusconi, pronto a sdoganare i neofascisti, prontissimi per parte loro a farsi sdoganare. In realtà, se non fosse emerso Berlusconi, è assai probabile che sarebbe emerso qualcun altro. Il successo personale di Fini, cioè un ex-fascista, è abbastanza impressionante. Vuol dire proprio che se non ci fosse stato Berlusconi, magari avrebbe fatto più fatica e ci avrebbe messo più tempo a uscire dal ghetto, ma alla lunga avrebbe avuto ancora più successo. Detto altrimenti. La fonte dei nostri guai non è Berlusconi, che possiede tre tv e un quotidiano, che li utilizza assai spregiudicatamente, che fa un uso molto disinvolto del linguaggio politico, e via di seguito. La fonte dei guai sono i tanti politici e intellettuali che hanno giocato agli apprendisti stregoni, e hanno evocato i demoni del moderatismo nazionale, quelli che già c’erano nella nostra società, nel nostro paese e nella sua cultura politica. D’altra parte la pretesa che il fascismo, che aveva governato questo paese per vent’anni, si fosse inabissato definitivamente senza lasciar tracce era assurda. Molto del suo consenso era manipolato, ma molto era anche genuino. Finite certe durezze del fascismo, la mentalità, la cultura politica, gli interessi che lo avevano portato al potere in qualche modo continuavano ad esistere e lavorare.
La Democrazia Cristiana imbrigliava, domava, addomesticava questi umori. E, una volta venuto meno il domatore, questi umori sono ricomparsi al naturale. E quindi, invece di avere il bipartitismo sognato dagli apprendisti stregoni, ci ritroviamo una “democrazia azzoppata”, con gli ex apprendisti stregoni che strillano al pericolo che Berlusconi rappresenterebbe (dopo che con lui ci hanno fatto anche la bicamerale).
Quindi tanta benzina a questo discorso populista, di destra, sarebbe venuta proprio da una sinistra avventurosa?
Avventurosa e mai sufficientemente saggia, perché ha accettato di giocare la partita su un discorso di tipo populista, di critica sbrigativa e superficiale, emotiva e irrazionale, alla Prima Repubblica, ai suoi partiti, alla sua classe dirigente, mettendo la sordina ai programmi, alle identità, a ciò che la gente riconosce. Quella della sinistra è stata, ed è ancora, una continua provocazione nei confronti dei suoi elettori. Adesso la sola cosa che sa dir loro è “Votate il centrosinistra, perché Berlusconi è un pericolo per la democrazia”. Solo che non tutti ci cascano. Tanti pensano che Berlusconi sarà fors’anche un pericolo, ma che un centrosinistra così arrogante e pasticcione, così lontano dai cittadini, così rinchiuso nelle sue alchimie del potere non è un’alternativa. Tanto vale correre il rischio di una sconfitta, che potrebbe anche rigenerarlo. Vediamo in questi giorni quale mercato indecente ha fatto il centrosinistra con le candidature. Forse ha ragione Montanelli: per curarsi da Berlusconi serve Berlusconi. Così gli italiani lo provano e se ne disgustano definitivamente. Deve essere però chiaro che c’è anche il rischio che alla fine - se il centrosinistra non si rigenera - resti solo un disgusto generalizzato.
Perché, insomma, alle prossime elezioni siamo tutti convinti che il centrosinistra perda (a cominciare dai suoi leaders)? Giustamente qualcuno osserva che le elezioni del ‘96 il centro-sinistra le ha vinte perché la destra si era presentata divisa. E però è mai possibile che dopo questo governo, non troppo cattivo dopotutto, nemmeno un voto si sia spostato da destra a sinistra? Il fatto è che la sinistra ha pensato che tutto si riducesse a un vago discorso populista e a un po’ di buona (sono generoso: su questo punto bisognerebbe intervistare gli insegnanti) amministrazione. Ma allora è ovvio che vince Berlusconi. Perché tra il populismo fittizio e il populismo vero, vince l’originale; tra il liberalismo edulcorato del centro-sinistra e il liberalismo sanguigno e anarchico di Berlusconi, in un paese di evasori fiscali, di costruttori di case abusive e di automobilisti che parcheggiano in seconda fila, vince l’originale.
In conclusione, è stata la politica, sinistra in testa, a inventare il “modello Berlusconi”. Lui lo ha perfezionato, e ora tutti si appiattiscono su questo modello. Anzi c’è parecchia gente nel centrosinistra che punta a una propria “berlusconizzazione”, magari più elegante, che eviti certi aspetti volgari del berlusconismo, che insiste cioè nella deriva personalistica, plebiscitaria.
Ma lei come interpreta l’ascesa di Berlusconi?
La vera forza di Berlusconi è che la gente pensa che se ha avuto successo nei suoi affari privati, deve avere successo anche negli affari pubblici: “Come ha fatto i soldi, poco importa. In Italia ci sono tanti vincoli burocratici... Ma in fondo i soldi li ha fatti, affidiamoci a uno che ha avuto successo”. Del resto, è da vent’anni che si va dicendo, anche da sinistra, che ci sono tanti vincoli burocratici, che la misura del successo sono i soldi, che gli imprenditori, i tecnici, sono meglio dei politici di professione: come stupirsi allora se alla fine anche un po’ di elettori di sinistra se ne sono convinti?
Ecco, Berlusconi è espressione della società civile. Non viene certo dall’odiata partitocrazia. Per quanto riguarda poi il conflitto d’interessi, temo proprio che gran parte delle persone semplicemente non capisca qual è il problema.
Un’altra costante è questo giudizio perennemente negativo degli italiani sul proprio paese, quest’enfasi sui vizi...
Questa tendenza dell’Italia a parlare male di se stessa è una malattia risalente, vecchia. Altri paesi non ne sono affetti, o comunque sono più pudichi nel criticare le proprie manchevolezze. Anche questo è un vecchio strumento di lotta politica: “Questo è un paese in disfacimento e la colpa è di chi governa”. Non importa che nel frattempo l’Italia sia divenuta una grande potenza industriale, che una parte cospicua degli italiani sia uscita dall’arretratezza e dalla miseria e sia entrata nella prosperità e nella modernità. Allora, senza tacere i tantissimi inconvenienti, le troppe storture, le persistenti disuguaglianze, questo sarebbe il dato di fatto da cui partire. E invece si continua a dire che questo è un paese allo sfascio. E, anche qui, a furia di dirle le cose, alla fine qualcuno -che magari non sa come va il mondo, che non ha mai preso un treno in Inghilterra o che non è mai stato nella periferia di una metropoli francese- ci crede.
Questo non è un paese perfetto, ma non è peggiore di altri; anzi per certi versi è migliore di altri che normalmente vengono considerati migliori. Abbiamo un buon sistema sanitario, questo è accertato; il nostro sistema scolastico, se le riforme non lo sfasciano, non è cattivo. Siamo anche un paese democratico. In Francia ci sono buone scuole e cattive scuole; le buone scuole sono d’élite e ci si arriva ormai esclusivamente se si è ricchi. Da noi tutte le università si equivalgono e sono discrete e un liceo di provincia vale come uno di città.
Se si gira l’Italia, oggi non ci sono soltanto Milano, Torino, Bologna, ma anche Lecce, Siracusa, Trapani, che sono ormai città moderne, dove non si vive troppo male. E’ vero, specie nel Mezzogiorno le città sono cresciute male, caoticamente. Tra il livello di vivibilità di Bologna e il livello di vivibilità di Napoli non c’è confronto. Ma Napoli non è una città del terzo mondo. Il Mezzogiorno, visto che vi abbiamo accennato, sta cambiando e sta cambiando in meglio. In fondo, non tutte le riforme istituzionali sono riuscite male. A livello comunale, la semplificazione della vita politica e l’irrobustimento delle burocrazie è servito.
Tornando alla crisi, un altro paradosso da lei rilevato è che si cominciano a intaccare le istituzioni democratiche in un periodo che aveva visto invece una forte crescita democratica in questo paese...
C’è stato in effetti un momento di maturazione democratica, con una diffusa richiesta alla politica di fornire prestazioni migliori. Penso a certi movimenti di base, a certe forme di mobilitazione collettiva; penso ai movimenti antimafia nel Mezzogiorno, che sono stati importantissimi. Sono, questi, segni del fatto che il paese è cresciuto civilmente. Se non che, questa maturazione non ha trovato uno sbocco politico adeguato. La domanda di moralità è stata distorta, le si è messa la sordina, purtroppo anche da parte del centrosinistra. Il movimento antimafia è stato quindi solo strumentalizzato per agevolare il cambiamento politico, promuovendo la mafia a un cancro che corrodeva tutto il sistema. La mafia, invece, è sì insidiosissima, ma non era un fenomeno congenito al sistema; era un fenomeno ampio, che si stava diffondendo, ma lo si poteva affrontare senza sfasciare il sistema. Con serietà e rigore, per esempio, mandando qualche buon funzionario e qualche buon magistrato in Sicilia. L’azione di Caselli è stata notoriamente un successo. Ma era un’azione specifica, nella quale occorrerebbe insistere. Invece, una volta drammatizzata la mafia, oggi la si sdrammatizza vergognosamente e ci sono molti segnali che indicano che la lotta alla mafia si va affievolendo.
I problemi, insisto, non mancavano, ma forse bisognava esercitare maggiormente l’arte della distinzione, cioè lavorare di fino e non all’ingrosso. Bisognava considerare insieme agli aspetti negativi, quelli positivi e valorizzarli di più.
Di fronte alla crescente personalizzazione della lotta politica, quali sono gli scenari possibili?
Banalizzando, venuti meno i partiti ideologici, che erano partiti di programma, fatalmente vengono in primo piano le personalità politiche. Questo è un fenomeno diffuso, non è un’esclusiva italiana, è un punto critico comune anche ad altri paesi democratici. Diciamo che in Italia assistiamo a un’esasperazione del fenomeno, per cui lo scontro tra personalità politiche si è avvelenato e incattivito. Ad un certo momento sono crollate tutte le vecchie tradizioni politiche, mentre in altri paesi queste tradizioni politiche inerzialmente hanno mantenuto un peso, pur essendo in crisi, logore, consumate: in Italia si è compiuta un’operazione di resettaggio completo della memoria del nostro sistema. E quindi è comparso Berlusconi.
A questo punto, le prospettive che si aprono sono due. La più probabile è che valga la vecchia legge che dice che la moneta cattiva caccia quella buona, che il berlusconismo dilaghi, che lui vinca le elezioni e che dall’altra parte si risponda conformemente, ossia facendogli concorrenza allo stesso modo. Ci sarebbe però anche una seconda possibilità, che è quella di un rovesciamento di tendenza, di una reazione salutare, che il paese rinsavisca, che alla potenza mediatica di Berlusconi risponda organizzando la società civile, costruendo nuove reti di rapporti, chiamando i cittadini a reincontrarsi, a mobilitarsi. In una parola, curando la disaffezione alla politica non con meno democrazia ma con più democrazia.
Qual è la soluzione più probabile? Forse proprio la prima, che è la più facile. Però io non dispero, perché la palla è rotonda, le cose umane hanno spesso un andamento ciclico, si scende, si sale e così via. La nostra società non è priva di energie vitali. Peraltro questo modello di democrazia personalistico che c’è all’orizzonte è messo in discussione anche in altri paesi. Quindi non è che le cose siano così pacifiche. Il contesto europeo non è così degradato come quello italiano e potrà magari influire. Credo che tutto sommato l’Europa possa svolgere un’importante funzione di vigilanza democratica sull’Italia.
La Lega in questo scenario come si colloca?
Io ho la sensazione che la Lega sia ormai un cadavere che cammina. Nel senso che Berlusconi ha eroso gran parte dello spazio della Lega e se l’è infine comprata a prezzi di saldo, risolvendone i problemi economici. Soprattutto si è capito che con il discorso secessionista non si va più tanto lontano. Certo, se Berlusconi non mantiene almeno qualcuna della sue mirabolanti promesse, è possibile che la Lega ricompaia. Anche perché Bossi ha dimostrato di essere un uomo abile. Possiamo non concordare con lui, guardarlo con diffidenza o ostilità, ma è sicuramente un leader politico e potrebbe anche smarcarsi un giorno o l’altro. Dipende molto da come si muove lui, ma anche da cosa fanno gli avversari. Non dimentichiamoci neppure che molto del seguito della Lega viene da sinistra.
La Lega è il frutto di un disorientamento, di un disagio, che si ripiega in mediocri rivendicazioni identitarie. Adesso Berlusconi drena lui questo disagio, tutto sommato lo governa, ma non è detto ci riesca per sempre.
Io comunque non mi illudo che Berlusconi fallisca clamorosamente, nel senso che dal punto di vista delle politiche economiche, ma anche sociali, sarà molto cauto; non credo gli convenga impegnarsi in un attacco frontale allo stato sociale.
Certo, farà la riforma delle pensioni, ma la farebbe anche la sinistra. Il pericolo maggiore di Berlusconi viene da ciò che può fare sul piano delle libertà. Può stendere una plumbea cappa di conformismo nel paese. Può “sequestrare” le tre reti televisive della Rai. Rendere la vita difficile alla stampa libera. Sarà un nemico molto più duro di quanto non si pensi. Al contempo, non dobbiamo dimenticare che Berlusconi fa parte del Ppe e che se esagera, ci saranno delle reazioni a livello europeo e lui non potrà fare finta di niente.
Tuttavia, lo ripeto, se si vuole combatterlo, occorre far passare un discorso diverso. Cioè, di fronte alla politica fatta dal “balcone televisivo”, bisogna tornare a una politica fatta dal basso, resuscitando delle vecchie forme di attivazione civica di cui c’è assolutamente bisogno. Saremo capaci? Non lo so, forse ci abbiamo perso l’abitudine. Si è disperso un patrimonio.
E Alleanza Nazionale?
Se si indebolisce Berlusconi, può essere che si rafforzi An. An ormai è diventato un partito credibile e questo paradossalmente è accaduto malgrado si sia defascistizzato meno di quanto non avrebbe potuto e dovuto.
Resta il fatto che alcuni sforzi di innovazione li hanno fatti. Se non che, nel 1996 Violante gli ha detto che i ragazzi di Salò, dopotutto, non erano poi troppo male. E così loro si sono detti: “Ma allora stiamo esagerando nel defascistizzarci, non è poi così brutto essere fascisti”. Li hanno seguiti gli elettori, che hanno pensato: ma allora il fascismo non faceva poi così schifo....
Tra l’altro Fini è un politico di buona caratura; è sempre un uomo molto misurato. A me fa meno paura di Berlusconi. Forse ha la stoffa del leader moderato di centro-destra. A differenza dei suoi seguaci, Gasparri o Storace, che non riescono a mascherare i loro istinti, lui ha un certo savoir faire, è un professionista della politica.
Questo cosa significa? Che finiamo in mano ai fascisti? No, perché il fascismo ormai è improponibile, è morto. Però possiamo, come dire, diventare un popolo di “lotofagi”, possiamo perdere la memoria, diventare un popolo di consumatori passivi che vive vaporosamente tra stucchevoli soap-operas e disgustose confessioni in pubblico come quelle che la Rai e la Fininvest mette in scena tutti i giorni, avendo però smarrito ogni senso morale, anzi, ogni senso.









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