Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
pagine di storia

  

UNA CITTÀ n. 89 / 2000 Ottobre

Intervista a Pier Paolo Poggio
realizzata da Gianni Saporetti

LA ROTATIVA DEL ‘19
In un mondo che sembra vivere in un presente assoluto, dove la memoria è solo strumentale alla politica, il ricordo dei cicli produttivi e delle macchine che segnarono la vita e le idee delle generazioni del 900 va salvaguardato. Il museo dell’industria e del lavoro che nasce a Brescia. Intervista a Pier Paolo Poggio.

Pier Paolo Poggio lavora come storico presso la Fondazione “Luigi Micheletti” di Brescia. Recentemente ha pubblicato Nazismo e revisionismo storico, edito da Manifestolibri.

Il vostro progetto per un museo dell’industria sta facendo grandi passi avanti. Ci puoi raccontare da dove è nato questo progetto che è molto ambizioso?
Una premessa: negli ultimi anni, come Fondazione Micheletti, ci siamo abbastanza interessati al cosiddetto revisionismo storico e penso, anche se può sembrare un approccio un po’ curioso, che il museo, in qualche misura, potrà essere una risposta a questo fenomeno. In realtà il revisionismo storico, anche se in Italia è stato molto ideologizzato ed è diventato un fronte di battaglia politica, è il segnale di un problema molto importante per le nostre società: la difficoltà ad aver un rapporto con la storia. Come già prevedeva Anders, a cavallo del ’68, siamo entrati in una dimensione di presente assoluto: la società ipertecnologizzata diventa una società astorica che tende a cancellare, a tagliare i rapporti con il passato.
L’enorme velocità delle trasformazioni, in primis tecnologiche, cambia completamente il modo di vivere e rende difficile il rapporto tra le generazioni. Cosa si racconta a un giovane per cui la nostra esperienza di quarant’anni fa è uguale a quella dell’epoca dei dinosauri? Questo è il primo problema.
Nello stesso tempo, però, si fa sempre più un uso politico della storia, il che è solo apparentemente in contraddizione con la prima tendenza. Quando c’è un confronto politico, ideologico, si va a pescare nella storia e la si utilizza all’occasione per quello che può servire. Questi due fenomeni si sviluppano nel contesto di un’evidente crisi epistemologica per cui le teorie forti della storia, il marxismo ma non solo, vengono destrutturate, demolite e si afferma la storia narrativa, la storia del soggetto, la storia della vita quotidiana, ecc.
In questa situazione si incontra una grande difficoltà nel fare storia, non solo per gli specialisti. A noi piace fare ricerca storica, anche filologicamente accurata quando ci riusciamo, però sappiamo, e lo sapevamo già trent’anni fa quando abbiamo iniziato questa esperienza, che queste ricerche hanno un ambito e un pubblico molto ristretto. In realtà non riescono ad arrivare neanche a un’opinione pubblica colta. E allora come uscirne? Facciamo le nostre ricerchine, poi ce le leggiamo fra di noi, e finisce tutto lì?
Così, discutendo, parlando, tra di noi, abbiamo cominciato a pensare alla possibilità del riutilizzo di un vecchio strumento come il museo. Il progetto del museo nasce da una riflessione su questi tre fenomeni: la crisi dei paradigmi storiografici, il dilagare del revisionismo storico, incontenibile anche se poi spesso inconsistente, questa crescente difficoltà di rapporto con il passato. Ci siamo detti che un museo aveva senso se poteva essere utile a riconquistare un dialogo, un confronto, un conflitto, con chi è ormai abituato a usare la storia in modo meramente e unicamente strumentale; un museo, quindi, per contrastare da un lato il disinteresse per la storia, dall’altro il suo uso strumentale. In questo noi vorremmo andare controcorrente. Questo come premessa pseudometodologica al museo.
L’altra premessa fondamentale nasceva dalla considerazione che i musei del lavoro, i musei dell’industria esistenti erano nati tutti in un clima ottocentesco di esaltazione del progresso. Un museo che nasce nel 2000 deve invece recuperare un uso che sia di comunicazione, di divulgazione e però anche di conoscenza critica del passato, alla fine del ciclo del progresso.
Dicevi che siete partiti in qualche modo dall’archeologia industriale?
Come Fondazione Micheletti, già negli anni Settanta, avevamo cominciato a indagare e a documentare, se non proprio a interpretare, fenomeni tra loro correlati, come i processi di deindustrializzazione e delocalizzazione della struttura industriale e il cosiddetto passaggio dal fordismo al postfordismo.
Alcune delle grandi fabbriche vicino a dove lavoravamo chiudevano o venivano trasferite, o cambiavano natura. Le vedevamo occupate, con queste tristi bandiere rosse che poi non portavano mai ad una vittoria, ma -bene che andasse- a una chiusura il più possibile indolore. Era la fine di un ciclo, che storicamente aveva caratterizzato solo alcuni decenni, e che però significava qualcosa di molto importante per i protagonisti. Di lì nacque il nostro interesse per l’archeologia industriale. Siamo stati tra i primi in Italia, in modo molto volontaristico all’inizio, poi sempre più attrezzati, a censire il cosiddetto patrimonio archeologico industriale della Lombardia. Ci siamo un po’ specializzati e questo ci è servito per pensare sempre di più al museo. Per esempio vedevamo che esisteva un legame, se si vuole anche solamente sentimentale, con la comunità. Molti cittadini non vedevano bene la distruzione pura e semplice, la cancellazione; e quindi anche nelle diverse comunità ci sono stati i piccoli dibattiti se abbattere o meno, se fare il supermercato oppure tenere la ciminiera.
Nello stesso tempo era maturata una nuova sensibilità fra gli architetti e alcuni cominciavano a diventare degli specialisti in archeologia industriale. Si è creata così, prevalentemente nel nord, una rete di persone, dentro e fuori le università, sensibili alla memoria della vicenda storica legata al ciclo dell’industrializzazione.
Tutto questo non ha impedito ovviamente che la gran parte degli edifici fossero abbattuti, il che, probabilmente, era anche inevitabile, e però ha fatto in modo che, così come era avvenuto precedentemente per i centri storici, si iniziasse una piccola opera di salvaguardia delle testimonianze dell’industrializzazione.
Così siamo diventati un po’ conservazionisti. Abbiamo fatto anche alcune battaglie; per esempio quella per il forno fusorio di Tavernole, che, tra gli specialisti, è conosciuto in tutta Europa perché fu uno dei primi alla fine del Quattrocento; fu importante storicamente perché innescò processi di innovazione tecnologica molto forti nel settore del ferro.
Però noi vedevamo anche che, mentre c’era attenzione per gli edifici, non ce n’era per le macchine, per i processi lavorativi. Questo poi nel bresciano era aggravato dal fatto che qui c’erano le industrie che “infornavano” tutto perché era del tutto antieconomico tenere dei pezzi che invece potevano diventare materia prima per le acciaierie. Allora questa cancellazione così rapida è stato un ulteriore elemento che ci ha sollecitati a fare un passo in avanti verso la conservazione delle macchine. Il che è stato sufficiente perché nel mondo dell’archeologia industriale fossimo visti come degli ingegneri, degli storici della tecnica.
Questo vi ha spinti anche verso la storia orale?
Già l’attenzione per le trasformazioni del territorio, per un certo tipo di storia locale, e molto prima che emergessero i localismi politico-ideologici, ci aveva spinto verso la dimensione della storia locale che, pensavamo, non dovesse essere relegata al solito erudito, persona rispettabilissima, che andava a vedere se era passato Napoleone o se l’origine era romana: bisognava occuparsi di storia contemporanea con i testimoni viventi.
Fra l’altro ci siamo accorti che i processi produttivi, pur con i manuali alla mano, diventano difficili da decifrare. Mentre il testimone che ci aveva lavorato ti fa fare immediatamente molti passi avanti. In tantissimi casi abbiamo visto che le macchine non rispondevano a quello che risultava dal manuale; alcune erano state completamente ricostruite, ma non con interventi marginali, bensì sostanziali, il che per noi è inimmaginabile. Oggi, una macchina che non è più aggiornata si butta via, si cambia; invece una volta lavoravano moltissimo sulle macchine, di produzione francese piuttosto che tedesca, apportandovi tutta una serie di innovazioni una volta che l’avevano dentro la fabbrica. E a fare questo, assieme con l’imprenditore, a volte erano i tecnici, a volte gli operai, a volte entrambi.
Da qui la spinta a praticare un tipo di storia della tecnica che in Italia, purtroppo, fino ad oggi non è mai andata molto oltre Galilei; quando si arriva allo sviluppo di tutto il ciclo industriale gli studi sono considerati ben poco significativi, anche perché richiedono competenze che gli storici normalmente non hanno. Quindi agisce la vecchia, e da noi ben consolidata, divisione tra le due culture.
Ecco, noi vorremmo una storia della tecnica che fosse storia sociale e anche storia del lavoro. Ma questo senza trascurare la cosiddetta storia interna della tecnica, perché abbiamo capito che se non si conosce adeguatamente il processo produttivo, il resto finisce per essere sempre un po’ retorico.
Ad esempio qui ci sono un paio di persone, un tecnico interno al processo produttivo e un dilettante ma con una preparazione specifica, che stanno studiando la questione delle canne da fuoco, che segnarono un salto tecnologico nel Cinquecento da cui, poi, sono nate tante altre cose; e Brescia fu uno degli epicentri di questo passaggio.
Ora queste sono cose apparentemente pacifiche, ma nel campo degli studi storici non è così.
Non ho sottolineato l’aspetto degli archivi aziendali perché sono i più scontati, ma hanno una dimensione fondamentale. Gli archivi aziendali, come sapete, per molto tempo sono stati totalmente trascurati. A un certo punto alcune grandi aziende hanno valorizzato, anche per motivi promozionali, il loro archivio, ma nella dimensione della piccola e media impresa non c’è nulla. Quindi è importantissimo fare un’azione di salvaguardia, di recupero, quando si può, di questo tipo di realtà, che, fra l’altro, è quella che poi si è dimostrata vincente, ma sulla quale c’è il rischio di non avere poi storia, oltre che memoria. Di qui anche l’utilità di raccogliere le macchine perché in certi casi, in certe aziende, non abbiamo più trovato le carte ma le macchine sì, e allora bisogna farle parlare, interrogando i testimoni, e guardando le fotografie. La fotografia, se usata bene, può diventare una fonte importante.
Dicevi che vorreste occuparvi, in parallelo alla tecnologia, anche di ideologia…
Sì, questo lavoro di schedatura delle macchine, di raccolta di testimonianze su chi ci ha lavorato, viene fatto contemporaneamente ad un tipo di attività che riguarda la storia ideologica del Novecento, delle correnti politico-ideologiche. Confesso che una nostra ambizione, nemmeno tanto nascosta, è quella di mettere in corto circuito, però in modo filologico, quindi con l’approccio storico, queste due forze formidabili: la tecnologia e l’ideologia. L’apporto degli storici in questo campo è stato alquanto marginale: almeno in Italia si dedicano prevalentemente alla storia politica.
Pensiamo solo alla questione ambientale. Quando abbiamo cominciato a lavorare sul territorio abbiamo constatato che un grande nodo da affrontare era quello del rapporto industria e ambiente. Noi siamo abituati, e credo che questo sia giusto anche se faticoso, a partire dalla documentazione; cerchiamo di avere una documentazione, non esaustiva ovviamente, però significativa, e solo su quello poi facciamo dibattiti, seminari, convegni, pubblicazioni.
Ecco, allora, che abbiamo costituito questo centro di storia dell’ambiente, a partire dall’acquisizione dell’archivio di Laura Conti e di quello, che, spero, avverrà prossimamente, di Giorgio Nebbia, il quale ci sta aiutando e stimolando in queste attività. Non si tratta di trascurare la dimensione appunto politica, ma di vedere anche l’altra faccia, e cioè la dimensione di un’evoluzione tecnologica che nel Novecento, saldandosi con la scienza, fa assumere alla trasformazione ritmi rapidissimi. La questione ambientale per noi è questo.
Ciò per dire che il museo per noi avrà senso solo se sarà sia un centro di documentazione, in cui fonti estremamente diversificate, a partire dalla fotografia e dal cinema, avranno la stessa rilevanza delle fonti d’archivio tradizionali, che, contemporaneamente, un luogo di ricerca e dibattito. Per dire: la prima iniziativa pubblica del museo è stata un convegno non sulla storia delle origini dell’industria, ma sul postfordismo. Contiamo quindi di farne un luogo di confronto anche sull’attualità.
Venendo alla questione logistica, pratica, le macchine del Novecento sono enormi. Come pensate di fare?
Noi vogliamo, anche come nostra specializzazione, affrontare la storia del Novecento e quindi il problema delle grandi dimensioni esiste, inevitabilmente. Uno dei modelli a cui ci siamo riferiti è la Casa dell’Innovazione di Bologna, un museo industriale che parte dalle raccolte dell’Istituto Tecnico Aldini Valeriani, (nella tradizione bolognese la meccanica è importante) e però l’ambiente è molto più piccolo; l’hanno collocato in una ex-fornace, un ambiente affascinante, suggestivo, ma con grossi problemi di spazio.
Noi abbiamo potuto fare una scelta diversa, ma resta difficile portare dentro un museo la siderurgia; si potranno portare dei pezzi, dei campioni, non certo l’intero ciclo di lavorazione. Ci sono dei processi produttivi che per le loro stesse dimensioni non puoi restituirli in un museo, se non in modo virtuale. Questo pone altri problemi, perché se cominciamo a dire che “tanto, è tutto virtuale”, allora non c’è più bisogno di far nulla, in internet troviamo tutto quello che vogliamo. Il problema per noi è quello di saper coniugare le testimonianze fisiche con il meglio che può dare la multimedialità. Questa, fra l’altro, è la differenza tra un museo come il nostro e i cosiddetti science center che fanno a meno della materialità, anche se poi anche loro adesso stanno orientandosi per coniugare i due aspetti. Del resto possiamo star certi che un allestimento pensato oggi, sia pure al massimo dell’avanguardia, tra cinque anni sarà completamente obsoleto. Invece la rotativa del 1919 rimane la rotativa del 1919, ha un significato storico oggi così come ce l’avrà fra vent’anni. È il modo come tu la presenti, il modo di mettere in comunicazione il pubblico con quell’oggetto, con quella macchina, che va rinnovato, questo sì.
Quindi per noi la scelta della conservazione dei resti fisici era fondamentale in una situazione in cui la realtà viene meno, tutto è così friabile, e dei dati di fatto si dice: “Mah, chissà, c’era, non c’era…”. A noi sembra importante, in un contesto come quello odierno, fare la difesa della materialità, della fisicità.
Si tratta allora di avere una sede centrale, importante anche come dimensioni. Attualmente la sede su cui stiamo lavorando conta circa 15.000 metri quadri di superficie. E’ tutto su pianterreno con altezze varie, dalle quali si possono ricavare cubature significative. È già, nella dimensione europea, uno spazio medio-grande.
Nello stesso tempo, però, prendendo esempio da altre esperienze, abbiamo pensato a un sistema territoriale. La Catalogna ha fatto delle cose egregie sotto questo punto di vista. Il sistema territoriale è indispensabile perché, ad esempio, come fare per l’energia idroelettrica, che nell’industrializzazione italiana è stata decisiva? Mettiamo in mostra due o tre fotografie delle centrali? Allora è importante avere in Val Camonica una centrale da riutilizzare culturalmente, come un centro di documentazione, in cui fare la storia di quel ciclo produttivo che cambiò l’Italia e che per quel territorio significò un salto epocale enorme.
Lo stesso vale per altre realtà: le miniere per esempio, per le quali è già in atto un vasto movimento di recupero. Ecco, il museo deve diventare organico a queste altre iniziative.
Il rapporto con il locale? Brescia è una città importante nella storia industriale italiana…
L’altra dimensione, meno impegnativa concettualmente, però ineludibile, è quella locale. Il museo vuol essere un museo nazionale, ma è legato al territorio che è, innanzitutto, Brescia.
Si tratterà, allora, di raccontare, dentro queste sezioni, la modernizzazione di Brescia.
La Brescia di fine Ottocento è una città, come tante altre, legata a Venezia, legata al ciclo austriaco. Con l’arrivo dell’industrializzazione, diventa una delle poche vere città industriali, perché le fabbriche vengono fatte proprio in città. E’ poi una città che, nello stesso tempo, grazie alla sua tradizione cattolica, ma non solo, riesce ad organizzare un municipalismo molto importante. La famosa Azienda dei Servizi Municipalizzati è un esempio significativo: a inizio secolo loro cominciarono a pensare una struttura di servizi che desse cittadinanza reale a un contesto in rapida industrializzazione. Quindi vogliamo raccontare la storia della trasformazione di una città tipica dell’Italia contadina in un polo industriale di primissimo rilievo.
Ma venendo alla storia recente ci sono alcune ricerche che forse meritano di essere segnalate.
Abbiamo appena pubblicato una storia sui siderurgici dove si presta molta attenzione proprio al nodo della tecnologia, che è la tecnologia povera dei forni elettrici alimentati col rottame. Infatti la grande siderurgia pubblica considerava i siderurgici di Brescia di serie B, di serie C. Allora come è successo che processi produttivi, considerati marginali, si siano poi dimostrati economicamente vincenti? Questo è un problema interessante perché poi si è verificato anche in altri contesti. Uno può dire che è merito di una tecnologia rivelatasi tutt’altro che marginale, dell’ipersfruttamento della manodopera, però, come dimostra benissimo questa ricerca, è stata invece soprattutto la loro capacità d’innovazione tecnologica a essere vincente. Anche se partivano arretrati, sono andati avanti molto velocemente. Già vent’anni fa alcune di queste aziende erano chiaramente internazionalizzate a livello mondiale, i collaudi di qualità, li facevano a Monaco, non all’università di Milano. Allora è tutto un mondo che merita di essere indagato anche nelle trasformazioni recenti, nel secondo dopoguerra. Il museo deve essere un luogo dove si fa dibattito molto aperto su questa dimensione delle trasformazioni economiche del nord, e questo si lega anche all’attenzione che noi, tradizionalmente, abbiamo riposto sulla questione settentrionale. C’è infatti un altro versante di tale questione che è molto stimolante: qui ci sono dei fenomeni di delocalizzazione molto preoccupanti, nel senso che molti hanno portato le produzioni fuori, e però quelli che sono rimasti hanno scelto la via della competizione a livello più alto.
Per esempio l’azienda che ci ha concesso una fabbrica dismessa come magazzino, le Officine Meccaniche Rezzatesi, non dice nulla al pubblico. Però se uno va a vedere, questi, oltre ad essere tra i principali fornitori Fiat, è gente che lavora con Mercedes piuttosto che con Volkswagen in una dimensione pienamente multinazionale.
Qui abbiamo un livello di fornitura su fornitura molto alto, che rappresenta la forza vera di questo territorio. Magari mancano un po’ i marchi, perché si fa quel tipo di produzione che poi tu non vedi, e però fanno quella tal valvola che è decisiva per far funzionare gli apparecchi di tutto il mondo. Questa è una realtà a cui dare visibilità e con la quale colloquiare. E’ un mondo molto difficile senza capire il quale, però, non capiremmo neanche la grande crisi della politica avvenuta negli ultimi anni.
Come hanno reagito al progetto del museo gli industriali e i sindacati?
Finché abbiamo fatto, dagli anni Settanta in poi, questo lavoro di fotografare le vecchie fabbriche, il rapporto con il mondo industriale era inesistente. Quando invece abbiamo incominciato ad andare dentro ai processi produttivi, a parlare con alcuni di loro, allora è stata possibile una comunicazione. Capivi che c’era anche una dimensione d’identità, di orgoglio. E indubbiamente è vero che questo territorio ha una sorte di fede, non so se acritica o meno, nella forza della tecnologia. Questo è un dato con cui dobbiamo confrontarci perché è qualcosa di molto sentito. Direi però che, purtroppo, questo è sentito ormai quasi esclusivamente dal mondo dell’impresa. E credo, venga anche da qui il suo primato, non solo per le sue risorse finanziarie.
Il mondo del lavoro, per non dire del sindacato, è invece in grave crisi su quest’aspetto. Mentre alla fine degli anni Cinquanta l’operaio si identificava col proprio lavoro; c’era l’orgoglio e soprattutto la conoscenza, c’era il sapere, (questo noi lo vediamo ancora con i pensionati con cui andiamo a discutere, i quali in un attimo ci fanno capire cose che sui libri non avremmo forse mai capito), nella realtà attuale, mi sembra che questo aspetto stia scomparendo, soprattutto da un punto di vista culturale, dal punto di vista dell’identità. Probabilmente è anche un problema di formazione, non lo so, sta di fatto, però, che gli imprenditori, una minoranza, certo, ma significativa, si sono dimostrati più coinvolti nel progetto, capendone nella loro ottica alcune valenze fondamentali.
Il mondo del lavoro, soprattutto nelle sue rappresentanze, nei giovani, sinora non è diventato un interlocutore. Questo è un nostro cruccio. Però è forse una situazione tipicamente italiana, perché in altri paesi, in certi casi sono stati proprio i sindacati quelli che hanno sostenuto il museo del lavoro. Ed è ovvio che devono essere loro! Forse i nostri sindacati hanno investito così tanto nella lotta politica e ideologica, che la sconfitta è stata pesantissima. Non so, le motivazioni possono essere diverse, e però il dato di fatto è un po’ quello.
Come riuscite a finanziare il progetto?
Non c’è paese in Europa che abbia realizzato musei di questo tipo senza che fosse determinante l’intervento pubblico. Detto ciò, c’è differenza fra un intervento pubblico comunale, regionale, statale che copra il 90% e uno che copra solo il 50-60. Noi puntiamo sulla seconda soluzione, per necessità, ma anche perché siamo convinti che sia quella più giusta, perché certamente, in questo modo, il museo sarà qualcosa di dinamico, di continuamente propositivo.



  


dal nostro blog
0
20 May 2013

Condomini morosi

Le associazioni degli amministratori segnalano che il tasso dei condomini morosi, tradizionalmente del 10%, è arrivata ormai al 20%. Da ...

segui
0
20 May 2013

Wikipedia e le donne

Sulla “New York Review of Books”, James Gleick dedica un lungo pezzo al “problema di Wikipedia con le donne”. La vicenda narrata in effetti ...

segui
0
16 May 2013

Pensionati e gioco d’azzardo

Il segretario regionale dei Pensionati Cisl dell’Emilia Romagna  ha lanciato un allarme sul ricorso al gioco d’azzardo dei pensionati. ...

segui
0
14 May 2013

L’austerità che uccide

E’ dal diciannovesimo secolo che si studia la correlazione tra disoccupazione e suicidi. David Stuckler, sociologo, e Sanjay Basu, epidemiologo, ...

segui
0
14 May 2013

Dopo Rana Plaza

Nell’edizione asiatica del “Wall Street Journal” oggi viene data la notizia che da ora in avanti in Bangladesh i lavoratori potranno organizzarsi ...

segui



chiudi