








"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
La casa del bigotto

Newsletter domande
"Domande" è la newsletter (quasi) quindicinale di Una città
Cos'è il diritto all'oblio?
Guido Scorza è avvocato e dottore di ricerca in Informatica giuridica e Diritto delle nuove tecnologie. Scrive, tra gli altri, per L’Espresso, Wired.it e Punto Informatico. Qui il suo blog.
Andrew Arato ripercorre le tappe che hanno portato l'Ungheria alla situazione attuale: dal fallimento del processo costituzionale negli anni 90, anche a causa dell'irresponsabilità dei socialisti, all'entrata in scena del partito Fidesz.
Per iscriversi a "Domande" utilizzare il menù "newsletter" sulla homepage del sito.
UNA CITTÀ n. 70 / 1998 Agosto-SettembreIntervista a Francesco Giuliari
realizzata da Gianni Saporetti
FRA CENTRO E SINISTRA
Intervista a Francesco Giuliari.
Francesco Giuliari, più volte parlamentare, vive a Vicenza, dove insegna.
Si pensava che con l’entrata nella moneta unica, il quadro politico si stabilizzasse e l’Ulivo si rafforzasse, raccogliendo i frutti dell’obbiettivo raggiunto. Invece, in pochi giorni si è esaurita la Bicamerale e i risultati delle amministrative hanno segnalato non poche difficoltà per la maggioranza. Cosa è successo?
Il quadro politico dei mesi scorsi fondava il proprio equilibrio su due giocatori: D’Alema e Fini e su un arbitro consenziente: Scalfaro. Era un quadro apparentemente molto forte e senza avversari consistenti, ma basato su un presupposto anomalo e congiunturale: l’assenza totale di una forza coerentemente di centro.
Forza Italia per motivi di ordine personale del suo leader si è trovata troppo spesso a ricoprire la posizione estrema all’interno del Polo, mentre soggetti cosiddetti centristi dell’una e dell’altra parte assumevano posizioni e interpretavano ruoli del tutto funzionali ai propri più potenti alleati. La loro influenza nei rispettivi schieramenti era peraltro così stabilmente modesta da ostacolarne qualsiasi coerente iniziativa.
Buonsenso avrebbe voluto che proprio i soggetti di centro sapessero dialogare con la parte avversa facendosi carico delle aspettative altrui.
Mentre invece nella realtà solo Fini e D’Alema erano autorizzati e riuscivano a fare da pontieri fra le due opposte fazioni. D’altra parte solo con l’ostilità a Berlusconi i Popolari potevano giustificare al proprio elettorato il loro idillio con il Pds e per converso solo per l’ostilità al Pds, Casini e i suoi potevano trovare rifugio accanto agli ex-fascisti. In questa commedia in cui le parti, all’interno degli schieramenti, per interesse di tutti, erano state capovolte, si è inserito qualcuno (Cossiga, col suo piccolo gruppo parlamentare) che ha deciso di non stare al gioco. Cossiga e i suoi sono un centro che pretende di fare le proprie scelte in modo indipendente ed autonomo, senza subire il condizionamento della propaganda dei due contendenti maggiori.
E’ un centro che può votare con Prodi quando esigenze europee ed internazionali lo richiedono, che può votargli contro quando appare vittima del massimalismo di Bertinotti, che può anche affossare la Bicamerale senza farsi ricattare dall’accusa di disfattismo.
Questa grande libertà di manovra, questo lasciapassare a muoversi secondo “scienza e coscienza”, tipica di un centro che sa di essere l’ago della bilancia e di avere il consenso sufficiente per portare al proprio schieramento la vittoria (chissà poi se sarà così, nei fatti!), ha messo con le spalle al muro gli altri centristi, li ha costretti a svincolarsi dalla morsa delle estreme (Pds e An), ha rotto il giocattolo di Fini e D’Alema e ha messo al suo posto l’arbitro del Quirinale, troppo spesso scoperto a passare la palla a questo o a quel giocatore.
Così all’improvviso la strategia di D’Alema ha mostrato tutti i suoi limiti?
D’Alema ha saputo giocare, in questi anni, su molti tavoli, sfruttando tutte le proprie carte e tutte le altrui debolezze. Aveva molte partite aperte: quella dentro il proprio partito (con Veltroni soprattutto) per la Cosa due, quella interna all’Ulivo per l’egemonia (contro Prodi, Dini e i Popolari), quella all’interno della maggioranza (con Bertinotti), quella con gli avversari (Berlusconi) e quella istituzionale (un aggiornamento di facciata del sistema Italia, contro il pericoloso ribellismo della Lega). Per lungo tempo nelle sue varie vesti di capopartito, capocoalizione, e capo della Riforma, sfruttando a meraviglia i diversi tempi delle varie partite, ha giocato avversari (Prodi e Veltroni, Berlusconi, Bertinotti, Bossi) e loro concorrenti (Di Pietro, Fini, Cossutta e Cacciari) gli uni contro gli altri, nell’interesse della propria strategia. Finché è apparso il Picconatore, con il suo disegno, subito definito “inquietante”. E posso immaginare quanto inquietante!
Berlusconi ha dovuto rifare la parte dell’alternativo e del rinnovatore, Fini è dovuto tornare al proprio ruolo di spalla, Bertinotti ha ripreso contrattualità, i Popolari hanno dovuto far finta di credere ad un loro proprio disegno strategico autonomo.
Tuttavia, in questo modo non si fanno più le riforme...
Questo è vero. Ammesso però che prima si potessero fare e che fossero vere riforme.
Su questo periodico, otto mesi fa, dopo che il testo della Bicamerale era stato offerto alle Camere, ho scritto che non se ne sarebbe fatto niente. L’accordo era evidentemente troppo debole, pasticciato, privo di acuti e il percorso per l’approvazione era davvero troppo complesso. L’iter non è, praticamente, nemmeno iniziato.
Sul tema riforme però bisogna dire qualcosa: nessuno ha capito da cosa nascesse il bisogno generalmente riconosciuto di riforme: per Berlusconi bisognava liberalizzare, privatizzare e riordinare la giustizia, per Bossi fondare la Confederazione, per An introdurre il presidenzialismo, per i Popolari il cancellierato, per D’Alema il doppio turno, per Rifondazione niente. Diciamolo con franchezza: se non si entrava nell’Euro, la Grande Riforma poteva rappresentare l’unico antidoto contro il ribellismo che covava nella Padania.
Entrati nell’Euro, una Grande Riforma è già fatta: metà del potere è stato deferito all’Europa! E scusate se è poco!
Alcune riforme si potevano fare (con modifiche costituzionali o con semplici leggi ordinarie), ma forse scegliendo altri strumenti. Per introdurre un po’ di federalismo, per abolire il bicameralismo (magari sostituendo il Senato con una Camera federale rappresentativa delle regioni), per rafforzare l’esecutivo e per distinguere le carriere dei magistrati occorreva un’altra strategia: o il 138 o la Costituente.
L’art. 138, pure di difficile applicazione (comunque quattro letture) avrebbe avuto almeno il pregio di isolare maggiormente le singole questioni (l’una dall’altra e tutte assieme dal quadro politico); una Assemblea Costituente avrebbe consentito anche quelle modificazioni che un parlamento ordinario ha difficoltà a produrre per i suoi rapporti politici con gli altri organi costituzionali e per il corporativismo dei parlamentari stessi.
Intanto però si fanno strada altri strumenti, il referendum di Di Pietro...
Cosa si voglia con l’abolizione della quota di proporzionale non si capisce. I piccoli partiti entrano in parlamento, oggi, non certo attraverso la quota proporzionale, di cui si avvantaggiano solo coloro che superano il quattro per cento, bensì proprio attraverso i seggi uninominali, quelli che si vorrebbero estendere per numero con il referendum. In pratica continueremmo ad avere molti partiti, ma rappresentati da parlamentari scelti dai partiti maggiori delle coalizioni. Invece di cinquanta partiti, avremmo cinquanta partiti strumentali a questo o quel candidato per il seggio uninominale. Non molto di diverso dall’oggi!
Questo referendum rischierà, invece, come spesso è accaduto, di avere effetti e ricadute politiche del tutto diverse da quelle proposte. Credo invece, se si vuole una riforma di adeguamento alla nuova realtà europea e in sintonia con i suoi valori democratici di riferimento, che si debba puntare con decisione ad una Assemblea Costituente. Quello della Costituente è un percorso lungo, ma di alto profilo democratico, che responsabilizza il paese sui temi della propria stessa identità. E’ uno strumento, più libero dai momentanei condizionamenti, perché eletto direttamente per questo scopo dal popolo, e in grado di affrontare per intero il proprio naturale compito (chi l’ha detto che la seconda parte della Costituzione è obsoleta, mentre la prima rifulge ancora senza mostrare i segni del passare del tempo?!).
E D’Alema?
D’Alema, politicamente parlando, è nei guai! Non vi è dubbio che ha avuto il merito di spingere il Pds con forza verso la socialdemocrazia europea.
Purtroppo però ha ottenuto questo non attraverso un generale ripensamento e una corposa autocritica, ma in nome del potere. Pur di poter governare il Paese, e nonostante una larga e costante maggioranza elettorale moderata e di destra, la dirigenza pidiessina ha ingoiato tutto; sul piano sociale ed economico, sul piano istituzionale e della giustizia, sui grandi temi internazionali. Il Pds ha fatto proprio il programma dei moderati per rimanere in sella; ma al suo interno cova il disagio. D’Alema è parso di una abilità così raffinata (rispetto ai concorrenti) da non potergli negare nulla. Un furbo di tre cotte che comunque vince sempre... e invece ultimamente ha perso.
E allora, anche se l’azione politica di D’Alema non può essere certo ridotta a semplice furbizia, vien da chiedersi: “quale utilità da un leader furbo, che però perde”? I compagni del Pds erano anche disposti a mettere la sordina a tutta la propria storia e a tutte le proprie convinzioni, pur di governare, pur di estendere la propria egemonia, pur di essere protagonisti del nuovo patto sociale e del nuovo stato... ma tutti questi obiettivi sono stati ridimensionati. D’Alema deve oggi pensare a difendere la principale delle proprie funzioni, quella di capopartito. Perché se rimane alla guida del Pds è solo per l’assenza di figure carismatiche alternative.
Chi appare pure in difficoltà è Bossi. Cosa lo aspetta?
Bossi è indubbiamente in difficoltà: già il consenso nel nordest era diverso da quello del resto della sua Padania: per vastità e per qualità; e in questi mesi la vera partita si è giocata non tra Roma e Mantova, ma tra Venezia e Milano, anche se quasi tutti non se ne sono accorti (i sensori dei due poli in Padania sembrano non esserci!). Ma l’entrata nell’Euro ha dato però un colpo decisivo al disegno di Bossi. La secessione non è mai stato un vero disegno politico, ma consentiva di aggregare all’elettorato leghista un voto d’opinione che comunque manifestava la sua insofferenza verso lo stato centrale.
Questa insofferenza non è mutata, ma oggi la prospettiva, sia pure a livello immaginifico, di un allontanamento da Roma, significa evidentemente anche un allontanamento dall’Europa. In pratica oggi “via da Roma” non significa più un passo verso Francoforte o Bruxelles, ma verso Tunisi o Tirana.
E’ evidente che Bossi deve darsi una registrata! Oggi deve scendere dalla proposta istituzionale che consente di sfuggire a qualsiasi domanda con la prospettiva di un domani tutto diverso, alla proposta politica. Non può più dire che, fatta la Padania, certi problemi si risolveranno da soli, perché derivanti dagli errori dello stato unitario e centrale. Deve cominciare a dare risposte, soluzioni; deve cercare intese, consensi; deve cioè sporcarsi le mani con la politica vera. Probabilmente non sopravvivrà a lungo, perché la Lega tuttora manca di una chiara impostazione politica e programmatica e manca di una classe dirigente. Ma non vendiamo la pelle dell’orso.....
I problemi dell’arretratezza del paese rispetto ai partner europei sono ancora evidenti, le forze politiche mancano tuttora di credibilità e soprattutto Bossi ha un fiuto politico di livello superiore.
Come finirà questo lungo trapasso?
Bisogna spingere con forza verso l’obbiettivo ormai da tempo perseguito. L’Italia deve rapidamente stabilizzare il sistema maggioritario che ha scelto.
Ma occorrono due precondizioni che ancora non si realizzano nonostante che la legge elettorale maggioritaria abbia già dato vita a due legislature: le regole del maggioritario impongono fra i contendenti una intesa almeno sulle grandi questioni strategiche. Il sistema ha un alto rendimento perché presuppone che tutti siano d’accordo sugli obiettivi finali. La forza non sta nel sistema elettorale, ma nelle condizioni che ne consentono l’introduzione. L’Italia del dopoguerra era divisa sulle grandi questioni strategiche e le forze politiche non si fidavano reciprocamente ad introdurre questo sistema.
Oggi la situazione è diversa. Sulla forma democratica e sulle alleanze internazionali il paese è pressoché compatto. Il maggioritario si può fare. Purché per motivi di piccola bottega non si perpetui la rissa continua, che abbiamo visto in questi anni. E seconda condizione: occorre che i due schieramenti che si contendono il potere abbiano le caratteristiche sufficienti per essere entrambi potenzialmente vincenti. E ciò si ottiene se, come in Europa, da una parte si forma una grande coalizione socialdemocratica e dall’altra un grande fronte popolare, moderato e liberale.
In questo Cossiga dimostra, a mio modesto parere, di avere capito tutto.









Il sistema adottato a Pomigliano, il Wcm, è solo un’evoluzione del toyotismo, e anche l’Ergo Uas ha più uno scopo ergonomico che di controllo; l’errore dei sindacati di non aver chiesto, in cambio di innegabili sacrifici, una maggiore partecipazione degli operai alla progettazione; i contratti "a menù”. Intervista a Luciano Pero.










Lo specchio del Paese
























