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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 71 / 1998 Ottobre

Intervista a Safia Hammoutene
realizzata da Marco Bellini

IL SOGNO DEL PADRE
Il sogno di un’Algeria indipendente, repubblicana, laica e democratica, che costò la vita a Ali Hammoutène, pedagogo algerino, ucciso dai terroristi francesi dell’Oas, è la stessa per cui lotta la figlia, militante di Rachda. Intervista a Safia Hammoutène.

Anch’io, come altre militanti di Rachda, ho perso mio padre durante la guerra di indipendenza. Fu assassinato nel 1962 dall’Oas per le sue idee e per il suo impegno. Credo sia per questo che ho vissuto l’avvicinamento a Rachda come un fatto quasi naturale: voglio fare qualcosa, voglio impegnarmi per avere quell’Algeria che avevano sognato i nostri genitori quando lottarono contro il colonialismo: Saadi Yacef (la cui nipote Ghania è una mia cara amica), Abane Ramdane (la cui figlia milita con me in Rachda), e mio padre lottarono e morirono per un’Algeria , laica, repubblicana e indipendente. Ma questo non ci è stato tramandato, nessuno lo racconta nei libri di storia; Ramdane è stato volutamente dimenticato.
Avevo tre anni quando è successo, ma solo più tardi ho saputo perché mio padre fosse stato assassinato. Lui stesso aveva scritto delle riflessioni sulla guerra d’Algeria, riflessioni molto personali, scritte su quaderni che noi abbiamo ritrovato e pubblicato più tardi. Questo mi ha permesso di sapere ciò che pensava ed è stato molto importante perché così un padre, ormai assente fisicamente, è tuttavia stato molto presente nella mia vita. Oggi, quando rileggo i suoi quaderni, mi accorgo che basta sostituire le parole "colonialismo" con "potere", il nome "Lacoste" con il nome "Ouyahia", per ritrovare le stesse riflessioni che faccio io oggi. Quando si rivolge al signor Lacoste dicendo: "Signor Lacoste se ne vada, non faccia ancora del male al mio paese e al suo", mi verrebbe da ripetere: "Signor Ouyahia se ne vada, non faccia ancora del male al mio paese e al suo". Scriveva di islam e democrazia già nel 1956, molto prima dell’indipendenza dell’Algeria.
Il fatto che lui in qualche modo abbia vissuto quanto sto vivendo io adesso e sia morto per questo, mi turba profondamente.
Mia madre è rimasta vedova a 40 anni, era analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere e si è ritrovata con 6 figli di cui il maggiore aveva 15 anni e la più piccola pochi mesi. Mio fratello maggiore aveva quasi assistito all’assassinio di mio padre e ne era rimasto traumatizzato. Quando sentì gli spari, si mise a correre verso il centro socio-educativo, incrociò gli assassini che ripartivano, e arrivando al centro vide quella pozza di sangue, i corpi crivellati... C’è voluta molta intelligenza da parte di mia madre per allevarlo. Oggi è avvocato. Mia madre serbava di mio padre un messaggio: far studiare i ragazzi. Mio padre aveva aiutato molti giovani algerini privi di mezzi a proseguire gli studi. Per lui quella era la sola strada: imparare a capire, imparare a cavarsela, prendersi cura dell’Algeria. Mia madre ci ha trasmesso le sue idee, ma ha insistito soprattutto sugli studi: quella era la priorità. Lei non amava molto la politica, non voleva che facessimo politica, diceva sempre: "La politica uccide". Dal giorno in cui mio padre fu assassinato lei non è più esistita, non ha vissuto più, se non per i suoi figli. Si è accanita per questo... Soprattutto, voleva ad ogni costo che studiassero le sue figlie e ci è riuscita.
Mi commuove profondamente che sia morta proprio nel momento in cui cominciava a vedere i suoi figli andare all’università, e presto ne avrebbe visto alcuni laureati. Era il febbraio del 1981, io mi ero appena iscritta all’università. Questo mi ha spinto a non mollare gli studi. E’ vero che ho studiato per me stessa, e lei me lo diceva sempre: "Non è per me, è per te", ma il ricordo di mia madre mi ha sempre sorretto.
E’ morta quando avevo 22 anni, quando cominciavo a vederla come donna. Prima era mia madre, ma a vent’anni ho cominciato a capire che era una donna, a comprendere i suoi sacrifici. Avevo appena cominciato a parlarle quando è morta...
Alla fine sono riuscita a laurearmi. Dovevo fare in modo che lei potesse dire: "Ce l’ho fatta, ci sono riuscita, la mia lotta non è stata vana". Anche quei sacrifici di donna furono una lotta, che oggi è la nostra stessa lotta.

Ho deciso di restare per questo, per l’Algeria. Non si può partire così, senza fare niente. Io lavoro a Rouiba, a trenta chilometri da Algeri, prendo l’autobus del personale che passa alle sette sotto casa mia, ritorno con lo stesso mezzo alle cinque del pomeriggio. La sera sono quasi sempre a Rachda. Ci sono momenti in cui sono veramente stanca: l’Algeria è un paese faticoso, non è un paese che facilita la vita quando non si hanno grandi mezzi a disposizione. Per risolvere due problemi occorre un’intera giornata, questa è la quotidianità. Abbiamo acqua dai rubinetti un giorno sì e un giorno no, spesso l’acqua arriva di sera e ci si deve alzare la notte per fare le scorte. Il giovedì e venerdì, il nostro week-end, a volte avrei voglia di riposarmi dopo una settimana faticosa, ma non posso restare in casa una giornata senza andare a Rachda per vedere se c’è qualcosa da fare... Non posso stare inattiva, ho voglia di fare qualcosa, anche perché avere uno scopo, una motivazione, è proprio ciò che ci permette di resistere. Forse voi fate fatica a capire quante difficoltà incontrano le donne democratiche in Algeria: già il fatto che una donna esca da casa sua per frequentare un’associazione è un grande passo, dimostra già una volontà di ribellione. La società algerina non è mai stata molto tenera con le donne, a tal punto che quando una donna cammina per la strada lo fa sempre per andare da un punto A a un punto B. Molte donne passano rapidamente con la testa bassa per non essere infastidite. E se ora tante donne hanno imparato a guardare, è per stare in guardia: "Ecco, quell’auto è parcheggiata male, è strana".
La strada appartiene agli uomini. Quando si attraversa la strada si ha l’impressione di violare un terreno proibito e di entrare in un posto in cui non si ha diritto di stare.
Poi gli islamisti hanno rincarato la dose, la loro sete di potere è insaziabile e la corrente democratica non è certo la benvenuta nel mondo del potere. Per esempio, quando Rachda ha tenuto il suo primo congresso ha presentato la sua brava richiesta di autorizzazione alle autorità. Ora, in Algeria, per ottenere l’autorizzazione in genere occorrono tre-quattro mesi. Bene, Rachda ha dovuto aspettare due anni per averla, e l’ha ottenuta solo dopo che la sua presidente, Khalida Messaoudi, è stata eletta deputato. Prima per noi avere una sala era quasi impossibile, perché per un’autorizzazione bisognava cominciare a muoversi in anticipo, correre, importunare le persone. Altre associazioni, vicine al potere, fanno la richiesta il giorno prima senza problemi e ottengono le sale più belle, hanno a disposizione tutti i mezzi materiali. Noi non abbiamo locali né funzionari: per tenere aperto l’ufficio si alternano le volontarie quando sono libere dal lavoro, se lavorano, o dagli obblighi familiari.

Io ho trovato lavoro in un’impresa pubblica lontano da casa, a circa trenta chilometri. Non ho la macchina, ma non fa niente, anche questo fa parte della mia indipendenza, è un prezzo da pagare (per lo stesso motivo ho rifiutato la qualifica di "figlia di martire", che in Algeria dà dei vantaggi). All’inizio, mi hanno messo in un posto, ma non mi davano molto lavoro, allora, siccome nel campo dell’informatica le persone non ne sapevano granché, ho iniziato a fare del lavoro in più e a essere utile insegnando, spiegando. Poi, lentamente, sono stati loro a rivolgersi a me, sono diventata un punto di riferimento. Dopo sette anni sono stata nominata dirigente al livello superiore, posto che occupo ancora oggi. Dico questo non per farmi bella, ma perché nel posto dove lavoro ci sono solo due donne dirigenti a livello superiore! E prima ancora di far valere le mie capacità ho dovuto dimostrare che esistevo. Questo mi disturba: la donna in Algeria deve sempre dimostrare qualcosa, è come un riflesso condizionato, una continua sfida.
Al lavoro posso sempre dire: "Va bene, capisco", quello che invece mi risulta insopportabile sono le ingiunzioni del governo riguardo alla nostra vita. Gli stessi nostri dirigenti superiori non decidono niente, aspettano le istruzioni del capo del governo. Per esempio, l’anno scorso nel momento in cui ci rendevano molto difficile ogni impegno a favore dell’Algeria, il signor Ouyahia ha deciso, senza consultarci, di prelevare dai nostri salari una certa somma per aiutare le vittime del terrorismo. E questo senza che nessuno avesse chiesto il nostro parere.
D’altra parte questa è l’atmosfera che si sente tutti i giorni nelle imprese pubbliche: vengono prese delle decisioni che riguardano la nostra vita e noi lo sappiamo per ultimi. La mia impresa fa parte delle holding meccaniche, attualmente è in ballo la chiusura di alcune unità che saranno vendute, e noi non ne sappiamo nulla. Da qualche parte lo sanno, noi no! Ho l’impressione che oggi ci facciano lavorare per niente. Questo mi disturba perché non mi piace lavorare per niente, non voglio lavorare per niente, voglio che il mio lavoro abbia un senso. Se si tratta di cambiare rotta domani, posso farlo anche subito, ma che me lo dicano e darò il mio contributo.
Con la mia famiglia, che era abbastanza tradizionale, non ho avuto mai grossi problemi, anche perché le donne hanno sempre dovuto cavarsela da sole.
Certo, c’era molta severità. In particolare, mio nonno era molto severo. Fu lui ad accoglierci con mia madre dopo la morte di suo figlio. Con lui non bisognava fare sciocchezze, era molto rigido, impaziente anche; bisognava rientrare all’ora stabilita, se provavi a uscire chiedeva: "Dove devi andare? Di cosa hai bisogno?". Ma quel nonno, che aveva cresciuto mio padre e che ha cresciuto anche noi, io l’amavo molto. Era una persona eccezionale e io l’ho sempre ammirato; era nato nel 1893, non aveva fatto grandi studi, era emigrato in Francia, era venuto a contatto, nel 1914, con Jean Jaurès, il leader socialista francese assassinato alla vigilia della prima guerra mondiale da un nazionalista. Anche se non lo conosceva personalmente, sapeva chi era, qual era il suo pensiero socialista, e ha capito tutto molto presto; con noi discuteva di politica e ci ha fatto capire molte cose. Non andava mai alla moschea perché non amava l’ipocrisia dei religiosi. Questo suo atteggiamento mi ha spinto molto presto ad affrontare la questione religiosa. E poi, anche lui, ci ha aiutato a proseguire negli studi.
Neppure con i miei fratelli ho avuto problemi, anzi, con loro ho sempre parlato, ho sempre spiegato le mie ragioni e trovato approvazione.
Ho dovuto fare scelte impegnative per una ragazza: quando ho cominciato a lavorare sono dovuta andare ad Algeri ad abitare da sola.
Ora, lo sapete, noi abbiamo un codice della famiglia che permette a mio fratello di dirmi: "Tu rimani a casa" punto e basta. "Hai finito i tuoi studi, rimani in casa", la legge gli dà il diritto di dirmi così, ma mio fratello non l’avrebbe mai fatto perché ha tutt’altre idee. Certo, siccome è più grande di me e abbiamo perduto nostro padre, quando ero molto giovane, ha sempre giocato con me il ruolo del padre, ma non l’ha mai assunto veramente. Quando bisognava firmare qualcosa che mi riguardava e io ero minorenne lo faceva lui, e prima di darmi un permesso mia madre, sentiva il suo parere. Per questo ha la sensazione che io sia sempre la sorellina piccola. Ci sono momenti in cui gli dico: "Dimentichi l’età che ho".
In Algeria vivevano algerini e francesi, e c’erano molti francesi che volevano restare in un’Algeria indipendente, repubblicana. Non c’era mai stato nessun problema su questo. (Purtroppo poi le cose andarono diversamente. Ricordo sempre quel che mi hanno raccontato dei funerali: il figlio di Feraoun che veniva dalla Francia si dispiacque molto di vederne due separati; da una parte gli algerini e da tutt’altra parte i francesi avvolti nelle rispettive bandiere nazionali).
Mio padre aveva fatto l’Ecole Normale, e questo era importante per un algerino. All’epoca erano in pochi a fare l’Ecole Normale di Algeri, mio padre poi per l’esame si trasferì a Parigi e ottenne la laurea all’Ecole Normale Supérieure. Poi ha continuato, è stato maestro, direttore didattico, ha superato il concorso per diventare provveditore, ottenendo un buon punteggio, su trecento candidati solo sessanta furono ammessi e lui arrivò 18°. Un autentico exploit all’epoca, soprattutto per un algerino. Era un educatore, questo era il suo mestiere, ma a un certo punto sentì che bisognava fare di più. Anche lui aveva un ideale politico per l’Algeria e lavorava insieme ai francesi che avevano lo stesso ideale, nei centri sociali per l’infanzia algerina creati da Germaine Tillon a favore degli adolescenti che non avevano l’opportunità di crescere serenamente. Erano centri di formazione situati in tutta l’Algeria. Quel giorno erano in 18 alla riunione presso il centro sociale di Ben Aknoun. Quelli dell’Oas, una volta entrati con le armi in pugno, andarono a colpo sicuro perché avevano una lista , pronunciarono sei nomi e dissero: "Voi siete condannati a morte dall’Oas". Li fecero uscire nel cortile, i tre algerini da una parte, i tre francesi dall’altra, e iniziarono a mitragliare iniziando dalle gambe. Era il 15 marzo 1962, la vigilia del cessate il fuoco. Fra loro c’era anche il famoso scrittore cabilo Mouloud Feraoun. I corpi massacrati erano quelli di 3 algerini e di 3 francesi uniti per lo stesso ideale: l’infanzia algerina. Oggi ci sono scuole in Algeria che portano i loro nomi.
A mio padre era stato proibito di soggiornare nella grande Cabilia perché attentava alla sicurezza dello Stato francese. Non poteva tornare a casa a causa delle sue idee. Non ha fatto la lotta di liberazione con le armi, ma l’ha fatta con la penna e per questo i francesi lo consideravano pericoloso. Anche oggi in Algeria non si vuole che gli intellettuali esistano: non a caso gli islamisti hanno ucciso intellettuali e giornalisti. Certo sono situazioni del tutto diverse, ma non riesco a non fare un confronto fra i tempi di mio padre e i miei.

Come dicevo, la strada appartiene agli uomini, qui si sentono nel loro territorio e quando vedono passare una ragazza la infastidiscono, vogliono che risponda, provocano, a volte in modo gentile. Quello che mi disturba è che si aspettano che io risponda, che dica "sì" o "no". Al mercato è quasi normale che le donne possano essere aggredite. Questo avviene ad Algeri, perché nell’interno del paese le donne non vanno al mercato, la spesa la fanno gli uomini o i bambini. Da quando sono aumentati gli islamisti ci sono stati molti furti. Se hai la borsa, qualcuno te la prende; se porti una catena d’oro o d’argento, poco importa, te la strappano, così anche con gli orecchini. Ci sono molti incidenti del genere in cui le donne vengono ferite, tanto che ormai non portano più gioielli. Nei mesi in cui il Fis dominava la scena politica mi hanno derubata tre volte... C’è un lassismo da parte del potere, dei poteri pubblici che non hanno preso sul serio questi furti. Quando ho subìto il primo furto sono andata a denunciarlo e mi hanno risposto: "Signora, crede veramente che potremo trovare tutti questi ladri, che ritroveremo il suo oro?". Ho detto: "Non penso, ma quando mi aggrediscono mi rivolgo alla polizia perché spero che ci sia ancora una polizia in Algeria". Una volta i ladri rubavano di notte quando sapevano che l’appartamento era vuoto; sorvegliavano le persone che partivano per le ferie, era questo il loro metodo, non rubavano mentre la gente era al lavoro o a fare la spesa... Ora quando una signora porta una catena e la aggrediscono per strappargliela le dicono: "E’ colpa tua, perché te la sei messa?". Tutto ciò mi disgusta perché sembra sempre colpa nostra: se ci aggrediscono nella strada è perché non dovevamo essere per strada. Questa mentalità è molto pericolosa perché esige una sottomissione completa. E io rifiuto di sottomettermi, mi rifiuto di non portare gioielli: non ho gioielli di valore anche perché mi hanno rubato tutto, ma i pochi che ho li porto. Ho delle amiche, alcune anche militanti di Rachda, che mi dicono: "Fa’ attenzione, non uscire così". E’ vero che fare così significa esporsi a dei guai ma rifiuto ugualmente di sottomettermi alla legge che ci impone quella gente. Rachda significa Raggruppamento contro la Hogra e per i Diritti delle Algerine. Hogra è una parola algerina che significa disprezzo, ingiustizia, un insieme di cose che subisce la donna.

Se hanno mai scoperto gli assassini di mio padre? No. Il 14 febbraio ’92, Pierre-Vidal Naquet scriveva a J. P. Ould Aoudia, in occasione dell’uscita del suo libro Autopsied’un assassinat: "Nessuno è mai stato incolpato per aver ucciso Max Marchand, Salah Ould Aoudia, Mouloud Feraoun, Robert Aimard, Marcel Basset, Ali Hammoutène".
Vorrei concludere, però, con le parole che il 7 gennaio ’61 mio padre scrisse nel suo diario: "Mai la dolcezza di vivere mi è apparsa così pura né così intensa. Qualche volta è sufficiente un raggio di sole o un sorriso amico per dissipare dispiaceri e preoccupazioni, perché la vita riprenda valore e senso. Amare e sentirsi amati procura conforto e dà il coraggio di guardare la vita e tutti i malvagi bene in faccia. Si ha un bel lamentarsi dell’amore, esso resta il principio stesso di ogni giovinezza, di tutto ciò che è bello e merita di essere ammirato o adorato".



  


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