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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 70 / 1998 Agosto-Settembre

Intervista a Vincenzo Andraus
realizzata da Barbara Bertoncin

BEH, IN DUE MESI...
Intervista a Vincenzo Andraus.

Vincenzo Andraus è attualmente recluso nel carcere di Voghera, dove sta scontando l’ergastolo. Dal 1989 assieme ad altri detenuti ha avviato l’esperienza del Collettivo Verde.

La vera svolta per me è stata nell’88-89, un anno prima che nascesse il collettivo. In quel periodo infatti ho aperto gli occhi e finalmente ho iniziato a vedere come, per causa mia, mia madre fosse precocemente invecchiata e mia figlia fosse stata costretta a maturare in fretta, perché per il fatto di essere la "figlia del killer Andraus", era stata sistematicamente bistrattata nelle scuole, sul posto di lavoro, dappertutto. E proprio da lei infatti a un certo punto mi è arrivato l’ultimatum: "O io o gli omicidi. Decidi. O io o il carcere".
Mia figlia oggi ha quasi 25 anni, per cui allora era piccolissima, io tra l’altro nel primo e secondo anno ero sempre evaso. Posso dire che è anche lei figlia di mia madre, perché è stata seguita da lei in quegli anni, in cui ero assente. Del resto, allora tutto ciò che non era carcere, contrapposizione, per me finiva automaticamente in secondo piano. Ero entrato in un meccanismo perverso, ma il carcere di allora era così, oggi sicuramente è cambiato. Mia madre e mia figlia comunque non mi hanno mai abbandonato, mi hanno sempre seguito in tutt’Italia.
Cosa volevo allora? Non lo so, ho impiegato10 anni a capire chi sono, cosa voglio fare e se davvero lo voglio fare. Quando ho intuito che il mio essere rapinatore, ladro, contrapposto, non era più per avventura, ma stava diventando veramente un business (perché comunque anche all’interno della criminalità ci sono dei princìpi, dei codici e infatti inizialmente io non agivo in base al denaro, all’interesse, ma per un ideale, un sentimento), mi sono fermato. Purtroppo, mi sono fermato tardi, quando molte persone già non c’erano più.

Io sono nato a Catania, ma all’età di 7-8 anni la mia famiglia si è trasferita nel Veneto, a Cavalcaselle, in provincia di Verona, perché mio padre era un ingegnere navale, si spostava di continuo e noi lo seguivamo. Avevo 11 anni quando l’ho perso, andavo ancora a scuola. Adesso capisco che quanto è successo non è da addossare esclusivamente ai famosi "altri", resta però il fatto che ci siamo trasferiti in una zona che a quei tempi era fortemente razzista: io ero il "terrone".
All’inizio è stato terribile, almeno fino a che non ho fatto una grossa scoperta: finché abbozzavo, ero umiliato ed ero il terrone, reagendo con violenza, invece, nessuno osava più prendersi gioco di me.
Così a 14 anni avevo già formato una banda di minorenni che era il terrore di queste zone. Di lì a poco mi hanno arrestato per uno scippo, era la prima volta.
Fino allora avevo vissuto con mia madre, ma con il primo arresto c’è stato uno stravolgimento di tutto: basta scuola, basta famiglia, basta paese... C’era soltanto la banda con tutta una serie di trasgressioni, che mi portavano a essere diverso, senza rendermene conto, se non altro per la paura che incutevo negli altri, che così non mi scocciavano più. Rapidamente, la trasgressione è diventata devianza e la devianza, criminalità. Dallo scippo sono passato alle rapine in banca e il salto è stato fatto.
Del resto, nel periodo trascorso nel carcere per minorenni non ho imparato a non fare più il delinquente, ma a farlo in maniera più proficua. A quel punto è cominciato un dentro e fuori dalle carceri, un susseguirsi di arresti, condanne ed evasioni. Sono scappato da Venezia e anche da Treviso, insieme a Prospero Gallinari. Il livello di scontro si alzava costantemente.
Nel ’77 sono nate le carceri speciali e io le ho inaugurate. In quelle carceri è successo di tutto: ogni mese rivolte, omicidi, un casino dietro l’altro. In quegli anni credo di aver girato tutti i carceri d’Italia. Nell’82 hanno istituito i braccetti della morte, e io ho inaugurato anche quelli: completa segregazione. Terribile: ero diventato un animale.
Eravamo 18 detenuti in tutta Italia, molti si sono suicidati, molti si son pentiti per uscire di là, molti son diventati deficienti, solo qualcuno è tornato quello che era.
C’erano tre braccetti della morte in tutt’Italia, Torino, Foggia e Rendo Irpino(?). Dopo i 5 anni di "cura", hanno visto che era anticostituzionale e hanno chiuso quell’esperienza; così sono stato reintegrato nel servizio speciale e ho continuato a fare il ribelle finché sono arrivato a Voghera, che allora, nell’88-89, era definita l’ultima spiaggia come carcere speciale, il più duro. Prima era femminile e c’erano le politiche, poi le brigatiste sono state tutte trasferite e siamo entrati noi. E’ proprio a Voghera che io ed altre persone, una ventina, ci siamo incontrati dopo aver frequentato assieme i vari carceri italiani per 15 anni. Così è nata l’idea di formare il collettivo verde ed è partita un’altra avventura.

Il collettivo verde è nato nell’estate dell’89. La Gozzini, all’art. 13, dice che il trattamento e l’osservazione devono essere individualizzati, ma cita anche la possibilità di porre in atto un trattamento individualizzato attraverso l’esperienza di gruppo.
Collettivismo e autogestione sono storicamente in antitesi con un’istituzione totale quale è il carcere. Noi però nell’89 ci siamo messi in testa di dimostrare che invece le due cose possono essere conciliabili. L’autogestione comporta che tutti abbiano il proprio ruolo e le proprie responsabilità, anche perché lì le cose da fare certo non mancano.
La domenica, per esempio, c’è la riunione settimanale sui progetti del Collettivo, il lunedì c’è la redazione del giornale, durante la settimana ci sono incontri con volontari, scuole, quindi capisci immediatamente che ti devi impegnare, e se non ti impegni sei allo scoperto, perché tutti vedono. Insomma, entrare nel Collettivo non significa andare in una situazione di privilegio, quanto piuttosto venire a lavorare il doppio rispetto al carcere normale.
All’inizio, eravamo 16, tutti con pene molto pesanti, dai trent’ anni all’ergastolo, e con un’età compresa fra i 30 e i 50 anni. Chiaramente, non avevamo nessuna credibilità, e del resto con i nostri trascorsi volevo vedere! Però, dopo uno, due, tre anni hanno visto che facevamo sul serio. A quel tempo, il carcere di Voghera era completamente separato dal territorio, solo in seguito sono entrati l’ente, la scuola, il volontario, il professore, il cittadino della strada, il sindacalista... Oggi il carcere di Voghera è completamente aperto all’esterno.
Adesso siamo in 11 e lavoriamo tutti, fuori o dentro; io e altri tre lavoriamo fuori, quelli che restano lavorano dentro. Bisogna pulire quattro piani di struttura, perché al quarto piano c’è il reparto notte, le celle, al terzo momentaneamente hanno messo dei marocchini, al secondo c’è la lavanderia, la cucina e il refettorio, perché noi mangiamo tutti insieme; al piano terra c’è il laboratorio del vetro, quello del ferro, la redazione del giornale, la sala riunioni...
Poi bisogna fare la manutenzione. In più, fuori, ci sono dei giardini immensi che dobbiamo curare noi, è nostro dovere, altrimenti chi li cura? Anche quello è un lavoro mica da ridere! In 11, di cui tre o quattro lavorano fuori, vi immaginate quelli dentro cosa devono fare? Non è facile, ecco perché tante volte dico agli altri detenuti: prima di venire, guardate bene, non so se fate un grande affare!

Io sono in carcere ormai da 25 anni. Il primo ergastolo l’ho preso nel ’78, per una rapina in banca a Milano in cui sono morti vigili, carabinieri, ostaggi... E’ successo un casino!
I primi anni è stato come avere continuamente addosso una luce che non ti faceva vedere altro che quella luce: tutto quello che dall’esterno ti arrivava trasversalmente, più che vederlo lo intuivi, eri talmente preso da quella luce che nient’altro contava.
Adesso, la popolazione detenuta è formata per metà, e non lo dico in senso dispregiativo, da disperati, poveracci e disgraziati: il carcere è diventato un contenitore di marginalità e differenze, prima non era così.
Il carcere di allora era un’arena, non c’era la riforma penitenziaria, quella del ’75 era ancora in embrione... Insomma, era un luogo senza alcuna speranza, se non quella di sopravvivere, dove però tutti i giorni esplodeva un’esigenza che non trovava risposta, né nella società, né nelle istituzioni, tanto meno nei detenuti.
Devo riconoscere che una certa consapevolezza del problema del carcere è emersa quando sono entrate le Br, che hanno portato un acculturamento all’interno delle mura. Ricordo che loro mi sembravano degli idealisti che non avrebbero mai potuto vincere, eppure le loro idee mi piacevano. Io, poi, illuso di poter umanizzare il carcere attraverso le rivolte, non mi accorgevo che le nostre azioni servivano solo a farlo diventare ancora più duro.
E’ vero che oggi si sono compiuti passi in avanti, soprattutto perché il carcere tende progressivamente ad aprirsi all’esterno. Però, nella sostanza, cos’è cambiato tra ieri e oggi? Ieri, la frustrazione veniva espressa con la violenza, la ribellione; oggi invece c’è un’implosione, che è altrettanto pericolosa.

D’altra parte, oggi per molti versi è peggio di prima, perché siamo in 50 mila, ma le pene non sono tutte alte e spesso le persone che escono commettono lo stesso reato o anche reati ancora più gravi con l’illusione dell’impunibilità. La società non fa questo calcolo. Basta pensare alla polemica scoppiata intorno alla legge sui tre anni, la cosiddetta "svuotacarceri". Proprio non ci si rende conto che il carcere è pieno di gente che non dovrebbe stare dentro: gente che ha rubato una macchina, che ha scippato una vecchia, che ha rubato un portafoglio in un appartamento per comprarsi una bustina...
Purtroppo, il legislatore, i mass media, l’opinione pubblica sembrano dimenticare che per ogni detenuto c’è un prima, c’è un durante e c’è soprattutto un dopo, quando, scontata la pena, si ritorna in strada.
Allora, quando si parla di salvaguardia della collettività, è ovvio che la collettività deve salvaguardarsi controllando la situazione carceraria, perché non basta dire: "Ci sono le guardie". E’ un dovere e un interesse collettivo adoperarsi affinché il carcere vada bene. Invece, sembra quasi che, quando il carcere va bene, invece vada male e, quando il carcere va male, vada bene. Mi spiego, se il carcere dimostra, con mille attività, con il lavoro, l’unico vero strumento risocializzante, che si fanno delle cose, c’è una progettualità, una capacità organizzativa, una cooperazione tra interno ed esterno, non esclusivamente assistenziale, allora si dice: "Il carcere non va bene, è un hotel, stanno troppo bene". Non si capisce che è proprio in questo passaggio che le persone cambiano. Invece, un carcere dove non c’è niente, non entra nessuno, nessuno ne parla, è "un carcere che va bene", anche se da lì escono tutti uomini-bomba.
Perché prima o poi si esce, anche dopo vent’anni. E se io entro che ti ho rubato la macchina ed esco che ti metto una bomba in casa, che guadagno collettivo si è avuto?
"Rieducazione", "risocializzazione", "trattamento", "osservazione", sono queste le parole chiave della riforma penitenziaria. Ma quando si parla di rieducazione si intendono investimenti e strutture, invece gli investimenti non ci sono, le strutture mancano, e manca soprattutto il materiale umano.

Allora perché parliamo di rieducazione? L’educatore, ad esempio, è fondamentale perché è quella figura relazionale che studia tempi e modi del trattamento. Se non c’è l’educatore, chi li studia? La guardia? Ma un educatore oggi, dove c’è, ha come minimo 200 detenuti da seguire, e per vederli tutti in un colloquio ci mette tre anni. E poi in un colloquio cos’hai capito di quella persona? Insomma, dobbiamo metterci d’accordo. Il carcere deve rimanere un contenitore? Allora, la risposta è che in un luogo di morte non ci può essere speranza, punto.
Anche la parola "risocializzazione" ha un preciso significato che non è: "Costruisci una nave con gli stecchini, così avrai dimostrato di essere risocializzato". "Risocializzare" significa ben altro, per noi del collettivo significa riprodurre la società esterna all’interno della nostra struttura per accorciare il salto tra dentro e fuori.
Ecco, allora dico: "Non parliamo tanto di rieducazione, diciamo piuttosto che bisogna rieducarsi nonostante il carcere". Su questa linea, per come sono messe le cose, si può costruire qualcosa, ma senza ipocrisie.
Per quanto riguarda il trattamento, a mio avviso il lavoro è l’unico strumento realmente efficace. Io da 5 anni lavoro fuori dal carcere in art. 21, ho cominciato nel ’92-93 come stagionale, per 5-6 mesi l’anno, in un impianto industriale per la lavorazione dei cereali. Un ergastolano può usufruire dell’art. 21 dopo aver scontato vent’anni, per la semilibertà invece ne occorrono 21, per cui rientro già nei termini per la semilibertà. Ho presentato la domanda, ma credo di dover aspettare ancora un annetto.
Il primo anno che ho lavorato fuori ho capito cosa significava questa famosa parola "libertà". In galera, quando si dice "libertà" si pensa alla possibilità di non adeguarsi più alle regole che vigono in un carcere. Invece, una volta che esci e vai a lavorare, capisci che libertà non è scrollarsi di dosso tutte le regole e regolette, bensì l’impegno. Per me "libertà" oggi significa assumermi impegni sempre nuovi.

Qualche anno fa, ho scritto un libro che è entrato come materiale didattico in alcune classi scolastiche, così nel carcere di Voghera è cominciato un confronto diretto tra noi e "loro", i ragazzi.
Che effetto mi ha fatto vedere dei ragazzini dell’età che avevo io quando ho cominciato? Mi ha messo nell’urgenza di spiegare il baratro che c’è tra la trasgressione e la devianza, perché il comune denominatore tra me e tutte le giovani generazioni è la trasgressione, e quel confine è sottile.
Incontro anche ragazzi dell’età di mia figlia Ylenia, giovani di un’età che mi è sfuggita tra le mani, quando anch’io mi scagliavo contro tutto e tutti, senza badare mai a ciò che lanciavo e a chi davo addosso. Di contro, i grandi potrebbero stare più attenti, più vicini a questi guerrieri in erba, evitando di ferire chi è già ferito.
Oggi i ragazzini che vengono non mi mettono più in crisi, all’inizio sì, non tanto per le domande, quanto per il timore di dare una risposta che potesse fare male invece che bene. Io mi sono sempre posto questo problema negli incontri con le scuole: la mia responsabilità in quel momento è doppia rispetto a una persona "perbene". Il pericolo grave infatti è fornire un’autorappresentazione accattivante, dando erroneamente agli altri la possibilità di immedesimarsi nel bandito, nel trasgressivo.
Ecco perché, fin dall’inizio, metto tutte le carte in tavola. Tendo sempre a spaventarli appena arrivo: parto dal sangue, perché devono capire che non si tratta di un gioco. E loro rimangono scioccati. Del resto, io voglio far vedere cosa c’è in quel baratro, perché non c’è il mito: se io guardo indietro sono stato veramente un mito di cartone, e pure stupido. Allora, è giusto che lo sappiano, perché quello che è successo a me potrebbe succedere pure a loro.
Quel libro dunque è stato determinante per cominciare. Tramite l’amore per la scrittura, devo dire, ho conosciuto un sacco di gente, e molta gente si è avvicinata a me.
La passione letteraria c’è sempre stata, solo che prima scrivevo e sistematicamente strappavo, vivevo in un contesto dove tutti i giorni veniva la perquisizione e mi controllava tutto. Ma io ho sempre scritto: semplicemente scrivevo strappando. Quando a un certo punto non ho avuto più remore che altri leggessero quello che scrivevo, tutto è iniziato con molta naturalezza.

All’interno del Collettivo Verde abbiamo formato anche una compagnia teatrale, che si chiama "Il Maratoneta", dal titolo del nostro primo spettacolo. Negli ultimi anni abbiamo portato le nostre rappresentazioni dentro e fuori il carcere, siamo stati a Torino, a Milano e in tutte le scuole di Voghera.
Il Maratoneta è uno spettacolo dall’impatto forte perché in fondo è l’autobiografia di ogni singolo componente del Collettivo. Quando viene rappresentato all’università, in un teatro o in una parrocchia, subito dopo si scatena un dibattito che non finisce più, perché tocchi tutti i temi: giustizia, pena, pena di morte, carcere, società...
Noi come collettivo abbiamo sempre rifiutato il teatro quando ci veniva proposto come forma assistenzialistica, come teatro-terapia... Per noi è un’esperienza valida in sé. Anche perché l’interpretazione di qualsiasi detenuto, soprattutto se si tratta di un testo autobiografico, è altamente più spettacolare e drammatica di quella di un attore professionista: in quel preciso istante lui apre tutto di se stesso.
Certo, il teatro non deve entrare in carcere per fare sentire bella e pulita l’istituzione, riconfermandone meccanismo perverso. Io così il teatro non lo faccio. Il vero teatro, infatti, è quello che entra per mettere in discussione, in maniera costruttiva, l’istituzione dove viene rappresentato. Oggi si tende a fare teatro dicendo: "Vabbé, al detenuto, poveraccio, facciamogli fare qualcosa...", "Ma sì, il teatro redime...".
Insomma, il teatro ha una grande forza, ma dev’essere un teatro che vivi, non che subisci. Ecco perché, secondo me, il teatro serve solo se non è pilotato. Comunque, lo spettatore se ne accorge: per esempio, una volta mi è successo di rappresentare un testo controvoglia, che non mi piaceva; l’ho fatto talmente male che mi sono fatto pena da solo.
Noi rielaboriamo testi, ma scriviamo anche pezzi originali nostri. La cosa più entusiasmante è quando scrivi e riesci a farti leggere: nel momento in cui ti accorgi di aver scosso lo spettatore che hai davanti, hai raggiunto un grande obiettivo. Tuttavia, anche la rappresentazione di un testo già scritto è importante, perché comunque ti metti su un palco davanti a 100-200-500 persone e ti esponi, mettendo fuori delle cose tue private, che magari sono bloccate da tempo.
A noi è servito molto a livello personale, perché ha rafforzato il meccanismo di comunicazione, insegnandoci modalità di espressione prima a noi completamente sconosciute.

Anche il collettivo con le sue attività svolge questa funzione. Perché in un contesto di gruppo, se sei un tipo introverso, come a volte accade, è una doppia fatica riuscire a dare un contributo. E lì è accaduto anche questo: gente che non spiaccicava una parola, adesso sembra una macchinetta che non si ferma più. D’altra parte, chi non parlava, semplicemente non era mai stato abituato a farlo.
Da pochi mesi al collettivo è arrivato un ragazzo giovane, di 32 anni, Vincenzo La Paglia, uno che riesci a far parlare difficilmente, è proprio un introverso, eppure è bravissimo. Solo adesso qualcosa comincia a muoversi. Ci siamo accorti che con il computer si impegnava e allora ho preso la redazione e gliel’ho data tutta in mano: "Tu adesso devi stampare il giornalino. Prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno...". Beh, in due mesi ha imparato tutto Windows 95, Publisher, e quando è stato il momento ha messo su i dischetti di tutta l’impaginazione, anche con i disegni a colori. Insomma, si è appassionato subito e ha fatto tutto il giornalino da solo!



  


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