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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 70 / 1998 Agosto-Settembre

Intervista a Rienzo Colla
realizzata da Massimo Bardin, Barbara Bertoncin

MIELE SELVATICO E LOCUSTE
Piccoli libri bianchi, con la scritta rossa, intonsi, segno inconfondibile di una minuscola, ma ormai leggendaria casa editrice, La Locusta, che in tempi difficili pubblicò don Primo Mazzolari, don Milani, Turoldo e tanti altri autori di confine, cattolici e non. Lo spietato isolamento in cui per molti anni fu confinato don Mazzolari. La fatica di un lavoro editoriale portato avanti nel tempo in solitudine, ma con grande passione. Intervista a Rienzo Colla.

Rienzo Colla vive a Vicenza dove ha fondato nel 1954 la casa editrice La Locusta nella quale ha continuato a svolgere, fino ad oggi, e pressoché in solitudine, le mansioni di direttore, correttore di bozze, traduttore, spedizioniere e quant’altro.
Primo Mazzolari, già discepolo spirituale di Pietro Gazzolo, un barnabita di tendenze moderniste, fu anticipatore di tanti temi conciliari. Oltre a trovare grandi ostacoli alla pubblicazione dei suoi scritti, gli fu sempre impedito di predicare fuori da Bozzolo, un piccolo paese del mantovano, dove svolse, umilmente e con grande dedizione, la funzione di parroco.

Può raccontare come nacque la casa editrice La Locusta?
Praticamente è nata perché don Mazzolari allora non lo si poteva pubblicare da nessuna parte, così mi ci misi io. Fu nel ’54, con il libro La parola che non passa. Quella prima pubblicazione fu anche un giallo perché per pubblicare ci voleva l’imprimatur, il nulla osta del vescovo. Ora, il vescovo di Mazzolari mai e poi mai glielo avrebbe dato, ma potevo e dovevo chiederlo io come editore. Così lo chiesi qui in curia e, approfittando del fatto che era estate e il vescovo Zinato era in vacanza, andai dal vicario generale. Questi, Michelotto si chiamava, era un santo prete, proprio un prete-prete, che ai suoi tempi era stato amico di Buonaiuti, mi diede l’imprimatur. Certo, mi chiese di cambiare due o tre cose, ma cose così, che la gente forse non avrebbe capito, tipo la frase: "Oggi è sempre tempo d’Avvento", una frase che l’aveva colpito, perché lui diceva: "E’ venuto il Natale, è venuto il Signore, quindi non è più tempo d’Avvento". Insomma, correzioni minime. Quando il vescovo tornò giù e vide che tra i libri a cui la curia aveva dato l’imprimatur c’era Mazzolari, apriti cielo! Io credo che il vescovo non avesse mai letto niente, neanche un articolo, di Mazzolari, ma quelle erano le direttive, bisognava fare così. Mandò un archivista della curia, un monsignore, nella tipografia di via Carpagnon a cui avevo affidato la stampa. Questi si fece dare il quaderno degli scritti di Mazzolari e strappò la pagina con tutti i timbri e le firme di imprimatur, incurante del fatto che in questo modo offendeva anche il vicario generale. Non c’è da meravigliarsi più di tanto. Allora usava addirittura che la curia si facesse passare le bozze, il che era una scorrettezza enorme!. Comunque il tipografo fu bloccato. (L’ho sempre preso in giro per quell’episodio. Era l’unica tipografia che in tempo di guerra aveva pubblicato manifestini antitedeschi; il tipografo per questo era stato portato a Padova e torturato in quella famosa villa dove i tedeschi e i fascisti torturavano i partigiani. Pensare che uno così, dopo quello che aveva passato, si era fatto mettere in mezzo da un prete!).
Poi il vescovo mi mandò a chiamare e mi disse che la curia era disposta a pagare tutte le spese -erano già 2-300 mila lire, per stampare un libro allora si spendeva così- che c’era stato un errore perché, appunto, un imprimatur a Mazzolari non si poteva dare. Allora io dissi, e non so come mi venne, che credevo che nella Chiesa ci fosse la libertà, lo credo profondamente... Ma lui pensava che fosse un frase buttata lì così, invece manovrai, cercai di qua e di là, e alla fine arrivai a Pinerolo (a Pinerolo ci sono i valdesi, l’aria di montagna, la neve...), chiesi al vescovo e lui mi diede l’imprimatur. Poi mi rifugiai a Genova, dove degli amici facevano una rivista, Il Gallo (Mazzolari, in verità, non l’amava tanto; lui era più sanguigno, quelli per lui erano troppo letterati, troppo mistici e spirituali), che stampavano a Rapallo. Così i primi libri furono stampati a Rapallo.
Ecco, l’avventura della Locusta iniziò con questo libro, La parola che non passa, che ebbe successo, fu pubblicato in Francia, in Spagna, tant’è che una volta, in una ristampa, misi una pagina tutta piena di imprimatur. Ma queste sono cose su cui non si dovrebbe scherzare (anche se devo ammettere che l’umorismo, nei momenti peggiori, mi ha aiutato non poco).
Come aveva conosciuto don Mazzolari?
Lo conobbi quando facevo il liceo, nel ’39. Avevo letto un libro, La via crucis del povero, mi aveva colpito, e allora gli scrissi, lui mi rispose, e così iniziò una corrispondenza. Poi c’è stata la guerra e solo quando questa finì ci incontrammo. Cominciai a vederlo regolarmente una volta al mese: andavo col trenino da Vicenza a Verona, poi da Verona a Mantova, dove dovendo stare fermo due ore, andavo a visitare la città che mi piaceva molto: confina col Veneto, ma è già un po’ Emilia, un po’ Lombardia, gente sanguigna, mentre qui sono tutti ave maria... A Bozzolo arrivavo verso le 11, si cominciava a parlare, poi si andava a pranzo, si apriva una bottiglia. Al pomeriggio, lo accompagnavo per il paese, a volte si andava negli ospedali, nelle case, a trovare i malati, perché faceva anche il bravo prete.

Allora, immaginavano che volesse fare il letterato, lo scrittore, e invece faceva proprio il parroco. Tant’è che il suo vescovo gli mandava lì proprio i preti che avevano bisogno di aiuto...
Adesso ce ne sono tantissimi che sono finiti come preti, ma anche allora ce n’erano, e se li mandavano da lui voleva dire che avevano fiducia nella sua vita. E lui riusciva spesso ad essere di aiuto con l’esempio.
Beh, certamente non i primi tempi, perché allora era proprio scansato da tutti come un lebbroso: erano anni in cui era dimenticato da tutti. Allora saremo stati in cinque o sei ad avere il coraggio di andarlo a trovare. Non c’era nessuna casa editrice, fosse pure molto aperta come la Morcelliana, dove c’era Montini, o la Queriniana, che si azzardasse a pubblicarlo: c’era la proibizione e loro restavano sul sicuro.
Anche perché c’era una specie di controllo poliziesco. Ricordo che una volta era stato invitato dal patriarca Roncalli a parlare a Venezia, allora mi disse che, se non disturbava, si sarebbe fermato tra un treno e l’altro. Ci incontrammo in stazione alle 11, l’ho accompagnai qui agli Schioppi, la trattoria, e dopo lo riaccompagnai a prendere l’altro treno per andare a Venezia al pomeriggio. Lì, passando in bicicletta, ci vide un prete di Vicenza molto noto, ora arcivescovo. Ebbene, la sera stessa mi chiamò il mio superiore, dicendomi che mi avevano visto insieme con don Mazzolari.
Questo capitava prima che gli proibissero di parlare e di predicare fuori della sua parrocchia. Ricordo che diceva: "Come faccio a rimanere in parrocchia, cosa dico ai miei fedeli?".
Quindi gli faceva bene vedere qualcuno. (Me ne accorgo adesso, nella vecchiaia, di quanto se ne può avere bisogno. A uno come me, così orgoglioso, adesso basta una telefonata...).
Lui, da parte sua, mi dava tanta forza, aiutandomi molto nelle mie vicissitudini. Vedere il suo coraggio e la sua coerenza, e, nello stesso tempo, la sua grandissima umanità, il suo grande equilibrio... Io sono un po’ sbrodolone, chiacchierone, polemico, Mazzolari capiva la realtà, non gli sfuggiva nulla, però non faceva mai pettegolezzo. Mai. E poi quel suo distacco... Quando è morto era poverissimo e tra le sue mani erano passati i milioni. In quei due o tre giorni che andavo lì io respiravo, ne avevo un gran bisogno. Il mio superiore mi diceva: "La gente parla di te". D’altra parte, io stavo sul Corso, andavo spesso in seminario, per forza ero in vista.
Anche i miei mi mettevano in guardia, mia madre mi diceva di stare attento a frequentare quell’uomo. Cosa vuoi, i miei genitori ovviamente non capivano niente di tutto questo, lo condannavano per sentito dire oppure perché era tra i sorvegliati speciali di Roma. Mia mamma, che era una santa donna, non capiva: "Lui è anziano, è vecchio...". (Mazzolari era del 1890, io sono del ’21).
Tutto questo mi procurava una particolare sofferenza, perché, pur considerandomi tutt’altro che un santo, sapevo bene che non stavo commettendo chissà quali misfatti.
Insomma, erano in molti a dirmi che quell’amicizia non mi giovava, ma d’altronde giovava a me, nel mio più intimo (e continua a giovarmi ancora).
Cosa dava fastidio o faceva paura in quello che diceva Mazzolari?
La predicazione della pace, della libertà, dell’autonomia del laicato. Lo consideravano un riformatore. L’avevano seppellito in quel paese mentre, indubbiamente, con le sue qualità sarebbe potuto arrivare molto in alto. E tutti quelli che erano amici suoi erano considerati dei sovversivi.
Durante la Resistenza era stato antifascista e anche questo non andava più bene (era stato accusato di aver fatto traviare, secondo loro, certi giovani, due dei quali erano stati fucilati a Mantova). Era considerato uno dei cattivi direttori spirituali di allora, una specie di comunista. Lui aveva scritto un libretto, Cattolici e comunisti, che era una mano tesa, una ricerca di dialogo con quella parte lì, cui andava riconosciuto pure qualche merito. Lo accusavano di aver votato, e fatto votare, comunista, e ad accusarlo erano spesso quelli che in quegli anni non c’erano stati o che non erano stati tanto eroi. Ma che fosse troppo vicino al Pci, alla sinistra era più una favola che altro: nella sua provincia, che era tutta rossa, l’unico paese grosso a essere democristiano era il suo. Lui, in realtà, era amico della parte migliore della Dc: Zaccagnini, Moro, la cosiddetta sinistra...
Teniamo presente che quando si parlava di modernismo si era fermi a Pio X, all’enciclica Pascendi: il modernismo era visto come la somma di tutte le eresie. E Snider ha pubblicato, per la casa editrice Neri Pozza, due volumi sul cardinal Ferrari, che se li avessero visti e letti bene, non avrebbero potuto certo farlo santo, Pio X, perché ne aveva combinate di tutti i colori. Insomma, c’era una vera e propria persecuzione e bastava poco perché uno fosse considerato modernista.
Lei a causa delle sue idee e, anche, di quell’amicizia ha dovuto rinunciare alla sua vocazione religiosa. In una lettera don Mazzolari, simpaticamente, le chiede notizie sulla sua vocazione, sul suo essere dentro o fuori l’abito...
Sarà stata volontà di Dio. Indubbiamente pensavo di poter fare il religioso e avevo anche iniziato la carriera, però ho trovato subito la strada sbarrata.
Per questo dico sempre che se faranno un processo di canonizzazione di monsignor Zinato io sarò il primo miracolato. Lui mi sospendeva dal seminario perché andavo a fare scuola di teologia!
Andò avanti così per un anno e mezzo e ricordo che padre Beggiolaro, dei Filippini, mi difese anche di fronte al vescovo e diede addirittura le dimissioni da professore di teologia per protesta. Quelle sospensioni, sia detto, erano una gioia per me, perché mi ero accorto che quella teologia era un laghetto puzzolente, una cosa proprio obbrobriosa.
Comunque, non avrei avuto speranze. In seguito, quando mi sarei occupato di tante altre cose, di poveri, avrei dato fastidio anche all’autorità democristiana, al sindaco di allora, quindi...
Il fatto che, sebbene senza umanità, il vescovo mi abbia fermato, è stata un grazia, perché mi sarei trovato male. Sono fatto in una certa maniera e in questo ambiente...
Ma dopo la guerra se n’era andato da Vicenza, perché tornare?
Subito dopo la guerra ero andato a Roma, insegnavo al Liceo Bertelli, ci sono rimasto nove anni, feci anche il giornalista. Ero all’Azione Cattolica, all’ufficio stampa e venni via quando arrivò Gedda, il fascista. Così tornai in patria, qui c’erano ancora i miei genitori. Tutto sommato, credo che anche in questa scelta mi abbia aiutato un po’ la Provvidenza perché qui, in fin dei conti, ritengo di aver lavorato abbastanza bene. Devo riconoscere di essere stato anche fortunato perché ho potuto fare quello che mi piaceva di più. Ma la città, ma Vicenza...
Loro pensavano che tornando io non facessi più niente, che smettessi, mentre invece... Così cominciarono a parlare, e si trattava solo delle chiacchiere della gente, perché questa è una città pettegola, Vicentia veneno plena, non è soltanto provincia, tante volte c’è dell’astio, della gelosia. (Pensa che ho sempre ricevuto telefonate da tutta Italia, da gente che non conosco, da qui invece nulla).
Non sarà un caso che tanti sono fuggiti da Vicenza: Goffredo Parise, Luigi Meneghello, che è stato mio compagno di banco. Luigi era molto buono, ma anche lui è andato via. Vicenza è una città cupa, per restare bisogna essere assenti come faccio io: al terzo piano, ottanta scalini e poi il Paradiso.
Quindi lo ripeto: tutto sommato mi è andata bene, malgrado i vescovi. Certo, ora le cose sono cambiate, quelle forme di controllo non ci sono più, ma per me sono sempre loro: anzi, francamente, fra Zinato, il vescovo di allora, e Nonis, il vescovo di oggi, quasi quasi preferisco Zinato, perché almeno si sapeva a cosa si andava incontro.
Di Mazzolari La Locusta ha pubblicato tantissimo...
Ho pubblicato, credo, 63-65 titoli, tra grossi e piccolini. Adesso, li pescano dappertutto, ma io non ho mai badato né all’orgoglio, né ad altro. Tutto sommato, è un miracolo per me essere arrivato a fare per 42 anni questa cosa senza essere ancora andato a chiedere l’elemosina. Per esempio, non sono mai riuscito ad occuparmi dei diritti d’autore.
Praticamente, con don Primo non c’erano contratti, era una cosa così: io gli davo dei libri e gli davo anche dei soldi. Dopo la sua morte la sorella, che aveva ottant’anni e sapeva tutto di me, sapeva che il fratello mi voleva bene, dopo che erano stati lì dei padri dheoniani, mi aveva scritto una lettera che era un contratto vero e proprio, per cui avrei potuto pubblicare tutto, anche quei titoli ripubblicati da altri, con i quali, però, don Primo non aveva stipulato alcun contratto. Ma come si faceva? Dovevo concludere che la sorella era via di testa, così non ho mai toccato quella lettera. Poi, dato che hanno fatto una fondazione a vent’anni dalla morte di don Primo, lì ora ci sono tutti i diritti, e per me è andata bene così. D’altra parte, ho visto che ho fatto più io che non loro, perché non è che si possa fare un’opera omnia. Loro forse lo pensavano (ci sono andati dentro diversi professori) però don Primo parlava molto e allora si raccoglieva, si registrava.
Nei libri che pubblica, lei interviene pochissimo ma in tutti...
Sì, con la colonnina. Carlo Bo, che mi vuol molto bene, anche se abbiamo idee diverse, dice che i libri della Locusta sono quelli che io avrei voluto scrivere. Beh, diciamo che sono i miei amori.
Il nome, La Locusta, da dove viene? E perché quella scelta così rigorosa, delle copertine tutte bianche, con la scritta rossa?
Cercavo un titolo, allora aprimmo a caso il Vangelo a Matteo 5, mi pare: "Giovanni mangiava locuste e miele selvatico". E’ stato un po’ per la polemica contenuta in questo versetto: le locuste nel Vecchio Testamento sono pericolose, fanno danni, insomma, non sono un buon cibo per i vescovi, almeno non lo erano per il mio.

E penso che un po’ abbiano rosicchiato, anche se poi la casa editrice è rimasta quasi semi-sconosciuta. Ricordo quando andavo a Milano a portare i libri nelle librerie (erano di quelle cose che non sapevo fare assolutamente, eppure, bisognava che qualcuno le facesse). I librai si confondevano, non sapevano niente della Locusta. Una volta in treno mi trovai con un giovane che a un certo punto tirò fuori il tagliacarte e uno dei miei libretti, io cambiai scompartimento perché ero arrossito.
Anche la grafica è nata per caso, poi mi è piaciuta e ho continuato. Certa gente mi ha chiesto addirittura chi era il grafico! In realtà è diventata una cosa rara, unica. Io l’ho fatto anche perché sono dei libri talmente piccoli. Adesso poi sono riuscito a fare libri anche di pochissime pagine. Mi pare sia stato Borges a scrivere che il suo sogno sarebbe stato fare un libro di otto pagine intonse. Io spero di riuscire a farlo. Forse sarà l’ultimo libro...
Lei ha sempre fatto anche tutto il resto, dallo scrivere all’imbustare, impacchettare, con uno spirito, per così dire, molto militante...
E’ molto bella questa immagine. Io sono laureato in lettere e filosofia, ho insegnato anche, però ricordo mia mamma e mio papà che facevano i sarti, e mi è sempre piaciuto pensarmi come un artigiano della cultura. Sì, oltre a scrivere le colonnine, a mettere a posto i testi e a far le traduzioni, quando sono dal francese, ho sempre fatto anche tutto il resto, sebbene certe cose mi siano sempre risultate un po’ pesanti. Per esempio, di soldi, di amministrazione io non ci ho mai capito nulla, e le cose ora diventano sempre più complicate: il magazzino ogni mese, eccetera... C’è un commercialista, però gli debbo portare io le fatture e tutte quelle cose lì. Forse per fare queste cose bisognerebbe avere un gruppo, ma così son stato anche più libero, più indipendente. Con un gruppo avrei dovuto pazientare di più, e io sono poco diplomatico. Quindi sono andato avanti da solo, facevo un libro al mese, ce la facevo... Adesso mi sento un po’ stanco, mi costa tutto di più. Questa è una pena che mi tormenta, avrò 60-70 titoli che potrei pubblicare tutti domani, perché sono già a posto, poi ci sarebbero dei giovani da valorizzare, ma non ce la faccio più. Ho settantasette anni, è da vent’anni che dico di chiudere e se prima lo dicevo così per dire, adesso invece... E poi, ora, questa solitudine mi pesa e così mi fa piacere una telefonata, una visita, qualcosa. Sono anche scudisciate.
Lei ha cercato sempre di pubblicare autori di confine...
Questo me l’ha insegnato proprio Mazzolari: i "lontani", coloro che non sono ancora nella Chiesa. E’ una definizione che Montini, quando era arcivescovo di Milano, riprese. Nei cosiddetti "lontani" spesso c’è una sofferenza che non trovi nei cattolici, lì invece spesso c’è un carnevale, ma forse mi sbaglio.
Adesso per esempio sto traducendo Gide. Mi piace, e piaceva anche a don Mazzolari. Ci son delle pagine che sono molto belle, molto forti, molto intime. Ho poi trovato delle pagine sull’Anno Santo, sul Giubileo, scritte da Papini, che è un autore discusso, anche poco simpatico, però le cose che dice sul Giubileo... C’è un articolo intitolato Anno Santo o anno grasso, che sarebbe proprio giusto per questo nostro che arriva. Io lo intitolerò solo Giubileo, però il titolo ce lo lascio dentro. Non è che non voglio espormi, mi sono sempre esposto fin troppo, ma non voglio neanche urtare facilmente la suscettibilità di tante brave persone. Certo, le cosiddette librerie cattoliche spesso sono quanto di più osceno ci possa essere, smerciano pochi libri e chili di catechismi o di predicabili per insegnare ai preti a imparare a memoria le loro prediche, però bisogna tentare di sfondare un po’ anche questa barriera, non ci sono solo le Feltrinelli. Adesso, proprio perché le Feltrinelli me l’hanno chiesto, ho ristampato Bernanos, Un uomo solo, che credevo di non ristampare più. Si può dire che l’abbia ristampato a furor di popolo.
Mi piace il limite, è vero. Di Pasolini, per esempio ho pubblicato delle lettere e delle poesie religiose, molti se ne son meravigliati. Ora vorrei pubblicare una recensione, un’intervista in realtà, che Mazzolari fece su Garcìa Lorca, che oltre a essere di sinistra, era anche un combattente ed era omosessuale. Proprio ieri mi veniva in mente che Lorca scrisse una poesia molto bella sul Santissimo Sacramento, il Corpus Domini, e potrei unire insieme le due cose, adesso che c’è il centenario.
Parlando dei "lontani" è impossibile non ricordare i primi libri della Sonzogno, erano le economiche del tempo, costavano una lira, e don Primo ne aveva tantissimi, tutti annotati. Dostoevskij, per esempio: La storia del grande inquisitore l’ho ripubblicata nell’edizione che leggevamo insieme a Mazzolari, ma ne ho fatto poche copie, per gli amici.
Anche Simone Weil me la fece conoscere don Primo. Noi allora sapevamo solo il francese (adesso vedo i curriculum che mi mandano, parlano almeno due o tre lingue, compreso l’arabo). Cinque lettere a uno studente l’ho proprio trovato io, mi è piaciuto, forse è anche più commerciale, perché è quasi un viaggetto in Italia. Le Lettere dalla guerra, invece, me le segnalò un giorno, per lettera, un certo Luca Coppola di Milano che aveva fatto una tesi su Simone Weil e, insieme a un amico, aveva fatto una traduzione di queste lettere. Insomma, un giorno leggo che questo giovane, con un suo amico, era stato ammazzato in Sicilia, vicino a Palermo. Erano due omosessuali, erano in vacanza...
Che pena! Non è riuscito neanche a vederlo, quel libro. Mi ricordo che uscì un bell’articolo su La Stampa. Quando vado a Milano non ho il coraggio di andare dalla mamma, perché vive ancora di quel ricordo.
Di preti "scomodi" ne ha conosciuti, e pubblicati, anche altri, Don Milani per esempio...
Don Milani prima di pubblicarlo non lo conoscevo, l’avevo sentito, avevo letto naturalmente Esperienze pastorali, un libro sconvolgente, veramente profetico e pensai di pubblicare la famosa Lettera ai cappellani militari. Anche qui un giallo. Questa lettera era stata pubblicata da tanti, in opuscoli, e poi da Rinascita e così decisi di farne un libretto.

Senonché, lì c’era il nome e cognome dell’autore, c’era il titolo, il libro era particolare, e così la curia di Firenze (c’era il famoso cardinale Florit allora) se la prese tremendamente con don Milani, che, fra l’altro, era già molto malato. Florit mandò in tutte le librerie un messo a togliere il libro, a dire di ritirarlo. Ma la cosa grave fu che minacciarono don Milani di sospenderlo dalla messa, cosa che non gli era mai capitata. Allora un certo Giancarlo Nelli, che adesso è morto, un magistrato amico di don Milani da tempo, mi mandò una raccomandata in cui mi diceva che bisognava ritirare il libro.
Così andai su e per me fu una grande impressione: era disteso a letto, stava già male, e poi era preso da questa cosa, era molto preoccupato. Fortunatamente, a me venne in mente che nel risvolto di copertina avevo messo che l’iniziativa era della Locusta, che poi era la verità e così si evitò il peggio.
Bisogna esserci stati a Barbiana per capire anche quanta virtù ha avuto nella malattia. Era indubbiamente una persona eccezionale, per certi versi anche tremenda. E poi non ci si immagina quanto fosse sperduto il paese. Bastava andar su una volta per rovinare una macchina! Io che non guido, mi feci accompagnare da un amico di Firenze e andai su altre due o tre volte. Ogni volta lui mi faceva parlare davanti a tutti, perché voleva che tutti quanti i suoi ragazzi partecipassero. Chiunque andava su, fosse deputato o vescovo o l’ultimo degli ultimi, lui lo faceva parlare davanti a tutti. Immaginate il sottoscritto! Fra l’altro, quei ragazzi, che saranno stati pure analfabeti, erano di un’intelligenza fuori del comune, dei toscani poi, e così finiva sempre in un interrogatorio.
Ha conosciuto anche padre Turoldo?
Turoldo veniva qui spesso, perché Monte Berico, per i Servi di Maria, comanda tutto il Lombardo-veneto, quindi Milano, Tirano, eccetera. A Tirano, poi, io andavo in montagna, lì c’era -e c’è tuttora- Camillo De Piaz, grande amico di Turoldo. Infatti Il mistero del Natale della Stein, che ho pubblicato, l’aveva tradotto proprio la sorella di De Piaz. Turoldo e Camillo li avevo conosciuti già prima, quando avevano la Corsia dei Servi a Milano (La Corsia dei Servi era un centro culturale, fondato a Milano nell’immediato dopoguerra da padre David Turoldo e padre Camillo De Piaz, chiuso dopo alcuni anni e diverse traversie. Ne raccolse l’eredità, fondando la Nuova Corsia, Mario Cuminetti, recentemente scomparso, ndr).
Quando ero ai Filippini avevo fatto venire Turoldo una sera a parlare a San Lorenzo su una frase di Santa Teresa di Gesù, la grande. Il giorno dopo il vescovo chiamò il mio superiore, e andai anch’io: "Ma come vi permettete...", perché allora bisognava avvisare la curia se veniva un prete da fuori a parlare. Turoldo, fra l’altro, Vicenza la conosceva bene, perché era venuto da Udine a studiare qui dove i Servi avevano una specie di seminario loro. Poi, vennero le sue disavventure milanesi: a lui avevano proibito di entrare a Milano (lo si andava a trovare in stazione a Milano) l’hanno mandato in giro per il mondo, bastava che non si fermasse. Ma qui continuò a venire sempre, per prendersi le rampogne dal provinciale, così passava da me per consolarsi.
Un giorno mi benedì la casa. Allora a me non benedivano neanche la casa, con tutto che mio padre fosse malato il parroco trovava la scusa degli scalini. Così un giorno ci pensò Turoldo. Aveva un temperamento molto generoso, poi è stato bravissimo nella malattia, cosa che io non riesco a fare. E sapeva anche riconoscere quando sbagliava.
Qual è il futuro della casa editrice?
Il problema c’è. Ho avuto delle offerte da parte di qualcuno, sia cattolico che laico, e mi sono accorto, con mia grandissima meraviglia, che la casa editrice fa gola. La Locusta, però, è una cosa molto personale, molto artigianale, insomma è difficile che altri la possano fare. Vabbé che quando si è morti, si è morti, però sarebbe brutto che alcuni la riprendessero, senza poter andare avanti per mancanza di passione.
Poi tutte le carte che ho, tutti i libri che ho, libri anche personali io li vorrei lasciare alla biblioteca Bertoliana, perché altrimenti temo vadano dispersi (non ho parenti, ho dei cugini, che però non si interessano di queste cose). Ma per fare questo, forse dovrei chiudere prima, così, avendo ancora due-tre anni di vita, avrei il tempo di controllare, di sistemare le cose, fare un atto notarile. Sono caduto, prima di Natale: ero uscito, anche se c’era tutta quella folla, ma avevo bisogno di muovermi, così sono scivolato. Potevo farmi veramente male. Era un periodo di grosso lavoro, anche solo per rispondere al telefono, mandare e portare libri. Se mi fossi rotto una gamba o un braccio, avrei dovuto per forza cambiare vita. Invece ho continuato a fare le solite cose, non sono capace di smettere. Poi vedo i miei amici: i pensionati intellettuali sono peggio di quelli del catasto o delle poste, non sanno far niente.
Ho degli amici più giovani di me di 10 o 15 anni che fanno pena: se hanno una moglie gagliarda, che ama viaggiare, quando tornano, per dieci-quindici giorni, restano sconvolti dagli orari. Per questo mi dico che è meglio che continuare così, magari lavorando un po’ meno.
Concludiamo ricordando don Primo, ha avuto soddisfazione prima di morire?
A un certo momento fu chiamato in udienza da papa Giovanni, ma in un gruppo di preti. Andò in Segreteria di Stato per avere il biglietto, ma gli dissero che per lui non c’era. C’era stato l’intervento di qualcuno che aveva posto il veto. Poi invece, all’ultimo momento, riuscì a mettersi in contatto con monsignor Capovilla, e ce la fece ad andare. Fu un’udienza breve. Quando il Papa lo vide, disse quella frase, che "la tromba dello Spirito Santo suonava nella bassa padana", una frase così. Dopo due mesi don Primo morì e, insomma, non vide niente, Pensare che non ha visto il Concilio...
Beh, ci vogliono anche queste figure. Speriamo solo che non lo facciano santo.




  


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