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"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
Il 7 maggio scorso a Coriano si è svolto un incontro sul giornalismo (e i "giornalismi") di fronte alle nuove sfide date dalla Rete e dalla quantità di supporti e mezzi che si stanno facendo avanti, sia per coloro che si occupano di informazione, sia per coloro che ne fruiscono. Qui gli audio, il video e alcune interviste ai partecipanti.

Vent'anni
e 2000 interviste


La tre giorni di dibattiti, presentazione libri e concerti che si sono tenuti a Forlì per celebrare i vent'anni di Una città.

Qui i video, le foto e gli audio degli interventi.

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.
La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80.


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UNA CITTÀ n. 70 / 1998 Agosto-Settembre

Intervista a Luca Nicolotti
realizzata da Daria Basso, Barbara Bertoncin

IN ARTICOLO 21
L’articolo 21, concesso esclusivamente dal direttore, consente al detenuto di uscire a lavorare. I sacrifici e l’esasperazione per il costante controllo sui tempi e i modi di qualsiasi spostamento. Il totale azzeramento della vita sociale all’interno del carcere. L’efficacia del beneficio quando fuori, con il lavoro, si costruiscono nuove relazioni. Intervista a Luca Nicolotti.

Luca Nicolotti è recluso alle Nuove di Torino. Attualmente esce in art. 21 per andare lavorare presso una libreria di Torino.

Puoi spiegarci cosa significa scontare la pena beneficiando dell’art. 21?
Allora, è opportuno chiarire subito che l’art. 21 viene concesso dal direttore, ad personam, con un parere di conformità espresso dal Tribunale di Sorveglianza, e che di solito è positivo, essendo un parere meramente formale.
In concreto possiamo dire che l’art. 21 equipara il detenuto a un lavorante interno, solo che invece di lavorare all’interno del carcere lavora all’esterno, di conseguenza il programma di trattamento è strutturato unicamente per andare a lavorare.
Cosa significa questo? Che tu esci alla mattina ad un orario prestabilito, con un percorso prestabilito da rispettare, e non puoi usare mezzi privati, ma solo pubblici, affinché ci possa essere un costante controllo sul tuo percorso. Inoltre devi salire e scendere dal mezzo pubblico alle fermate che ti vengono indicate, e poi anche dalla fermata al posto di lavoro c’è un preciso percorso da seguire.
Trascorri poi la tua giornata sul posto di lavoro, fatto salvo l’orario di pranzo, in cui devi comunque andare a mangiare in un preciso locale, con relativo percorso; alla sera, finito il lavoro, a seconda dell’orario in cui finisci rientri direttamente in carcere oppure, se finisci tardi, come nel mio caso adesso, ti danno la possibilità di consumare la cena fuori. Anche perché all’interno del carcere i pasti vengono cucinati per essere distribuiti verso le sei, sei e mezza. All’inizio, quando lavoravo in fabbrica, facevo i turni e finivo alle cinque, così alle sette dovevo essere dentro. Adesso, invece, dal momento che qui in libreria finisco il lavoro alle 8, mi danno la possibilità di fare la cena e di rientrare alle 10. Nei giorni di festa non si esce. Ovviamente ci sono poi i soliti divieti di incontrare pregiudicati e cose di questo genere.
Il controllo è demandato alle forze dell’ordine, carabinieri o polizia (nel mio caso, essendo un detenuto politico, anche alla Digos), oppure agli assistenti sociali e, volendo, agli agenti carcerari. E effettivamente devo dire che ho avuto controlli da tutte e tre queste istituzioni.
Sono pochi i detenuti che beneficiano dell’art. 21, credo che siano tra i 60 e gli 80. Fai conto che a Torino su 1500 detenuti, in art. 21 in questo momento ci sono solo io.
Va anche detto che l’art. 21 inizialmente è stato molto utilizzato per sbloccare la situazione dei detenuti politici e in questa scia anche una serie di detenuti comuni sono riusciti a beneficiarne. Finita l’ondata dei detenuti politici, ora, almeno a Torino, c’è una situazione di blocco, nel senso che nuovi articoli 21 io non ne vedo da quattro anni.
Come ti spieghi questa inversione di tendenza?
Secondo me, per la preoccupazione del carcere di prendersi una responsabilità del genere, perché in definitiva, come ho già detto, l’art. 21 così come tutti gli altri benefici di legge, dai permessi alle semilibertà viene deciso sulla base di una relazione stilata da un educatore, da un assistente sociale e da uno psicologo.
Però mentre la semilibertà è una decisione che viene presa collegialmente dal Tribunale di Sorveglianza, (la cui corte è costituita da due magistrati e da due psicologi), l’art. 21 è una responsabilità individuale del direttore, certamente spartita col magistrato di sorveglianza, però spartita al 25%.
Quindi, soprattutto nelle carceri grosse, come qui a Torino, dal momento che l’art. 21 prevede un rapporto di conoscenza personale tra direttore e detenuto, è chiaro che questa eventualità risulta estremamente difficile. Infatti, alle Vallette a me non risulta che ordinariamente sia il direttore a fare le udienze, sono i vicedirettori, lo stesso avviene a Rebibbia; a Milano invece -sempre parlando di "radio-galera"- mi risulta che sia il direttore Pagani a fare le udienze, ma fra le grandi carceri Milano costituisce l’eccezione più che la regola. Quindi, di fatto, per la stragrande maggioranza dei detenuti il passaggio è dal permesso alla semilibertà. Anche perché c’è una scarsa conoscenza di questa potenzialità, gli operatori stessi non incoraggiano a chiedere questa misura alternativa.
Quali requisiti ci vogliono per ottenere l’art. 21?
Allora, ci sono innanzitutto dei requisiti di tempo, nel senso che devi avere espiato, a seconda delle condanne, una quota percentuale di pena, poi per il resto ci vuole la buona condotta e il posto di lavoro.
E qui si impone un altro problema generale che è quello delle risorse di lavoro, e che riguarda anche la possibilità di utilizzare la semilibertà. A Torino su una popolazione carceraria di 1400 persone, di cui almeno un terzo sono definitive, ci sarannno un centinaio di semiliberi; mettiamo pure che ci sia una quota che magari non ha la buona condotta, ma ciò non toglie che in proporzione c’è una grave assenza di opportunità lavorative. Le persone perlopiù vengono inserite all’interno di progetti del Comune o della Regione, o trovano spazio nelle cooperative di solidarietà sociale. Poi ci sono le risorse storiche classiche del detenuto che ha l’amico, il conoscente, il parente che ha l’impresuccia di costruzioni o la carrozzeria o il banco di abbigliamento o di frutta e verdura al mercato e quindi chiede di lavorare lì. Tra l’altro l’assenza di un progetto organico di inserimento lavorativo fa sì che poi alla fine una parte anche abbastanza significativa di persone concepiscano il lavoro per la semilibertà come un passaggio unicamente strumentale, della serie: mi trovo un lavoro per il tempo che mi occorre per espiare in semilibertà la mia pena e dopo mi occuperò dei miei progetti di vita.
Questo crea un circolo vizioso, perché il fatto di essere fuori e inseriti in un ambiente lavorativo non viene vissuto come un’opportunità di realizzare un progetto organico sulle proprie risorse lavorative. A Torino esistono tre progetti storici: quello gestito dal Comune, che dà dieci milioni ai datori di lavoro che inseriscono il detenuto, con uno stanziamento annuo di 150 milioni per 15 inserimenti lavorativi.
Poi c’è una legge regionale, la 28, che prevede un finanziamento generale di 20 milioni una tantum per tutte le aziende che inseriscono soggetti svantaggiati, ma anche qui credo che oltre i soliti 15-20 casi non si vada, perché c’è un fondo generale che va distribuito sulle varie fasce di disadattamento, quindi vale anche per i portatori di handicap, ex-tossicodipendenti ecc. E poi esiste un progetto temporaneo, che finanzia delle borse lavoro annuali per detenuti che vadano a lavorare all’interno di progetti relativi al verde pubblico dei comuni o delle comunità montane della regione Piemonte.
Insomma io credo che a dir tanto si coprano mediamente 50-60 sbocchi lavorativi.
Chi si occupa dello sbocco lavorativo del detenuto?
Questa è una delle discrepanze storiche tra i sacri principi sanciti dalle leggi della Repubblica e poi la realtà. Cioè, sulla carta, l’ordinamento penitenziario parla di una serie di strutture finalizzate ad agevolare la ricerca degli sbocchi lavorativi, in realtà oggi l’unica cosa che riesce a fare il centro di servizio sociale è telefonare ai consorzi torinesi delle cooperative e chiedere se, relativamente agli appalti che il comune ha dato, c’è la possibilità di inserire un certo numero di persone.
Ripeto, l’azione è assolutamente inadeguata perché quando parliamo degli sbocchi lavorativi per i detenuti, bisogna considerare anche la grossa richiesta di sbocchi lavorativi di chi non è direttamente in carcere. Mi riferisco a quelli che stanno cercando di andare in affidamento sociale o che sono agli arresti domiciliari e che non vogliono impazzire stando tutto il giorno dentro.
Gli ultimi dati dicono che ormai c’è quasi un rapporto di uno a tre, se non addirittura di uno a due, tra quelli che sono sottoposti a controllo carcerario in carcere e quelli che invece sono sottoposti a controllo, però fuori dal carcere quindi nelle comunità, agli arresti domiciliari, o in affidamento.
E comunque il problema storico, almeno qua a Torino, è quello della lunghezza dell’istruttoria, cioè il periodo che intercorre tra quando si chiede l’art. 21 o la semilibertà, e quando effettivamente riesci a ottenere tali benefici.
Dato banalissimo: io ho chiesto la semilibertà a dicembre di due anni fa, mi hanno fissato la Camera di Consiglio d’ufficio a luglio. Così, prima discussione a luglio, rinvio a ottobre, secondo rinvio a marzo. E impiegare un anno per sbloccare una semilibertà credo che oggi come oggi qui a Torino sia la media. Ora, qual è il datore di lavoro in grado di dire: "Io ti faccio la richiesta di lavoro e aspetto un anno"? Che poi non è solo questione di aspettare, perché le cooperative lavorano su appalti della durata anche di un solo anno. Quindi anche dal punto di vista degli inserimenti, spesso giustamente le cooperative sociali preferiscono inserire delle persone che sono in affidamento o agli arresti domiciliari, perché dal momento in cui fanno la richiesta, nel giro di un mese, un mese e mezzo riescono ad averla in organico, piuttosto che fare la richiesta di lavoro per poi aspettare un anno.
Io ricordo il mio primo datore di lavoro, un persona normalissima con la quale io non avevo neanche dei rapporti di amicizia particolari: lui ha fatto questa richiesta e ha aspettato un anno e mezzo. Ed era una fabbrica produttiva a tutti gli effetti, lui si era appassionato alla mia situazione, quindi aveva deciso di darmi una mano, ma è stata una scelta di tipo etico, non certo di tipo pratico.
Non possiamo ovviamente pretendere che tutti i datori di lavoro abbiano questo tipo di coinvolgimento emotivo.
Nel lavoro il previsto divieto di avere contatti con pregiudicati a volte crea situazioni quasi paradossali...
Questa in effetti è un’altra delle storture perché tu comunque alla sera rientri e lì trovi tutti i tuoi amici galeotti con i quali parli, discuti, ti confronti e con cui magari costruisci relazioni umane interessanti, o almeno decenti.
Invece di giorno non puoi assolutamente frequentarli e qui nasce il problema, perché evidentemente la formulazione di questo divieto non ha tenuto in considerazione il reale stato delle cose.
Per esempio, conosco il caso di un detenuto "modello", un detenuto comune che aveva partecipato a uno di questi corsi per il verde pubblico all’esterno, e a cui poi gli stessi operatori penitenziari avevano trovato un lavoro in una cooperativa sociale del più grosso consorzio che esiste a Torino.
Ecco, in prima battuta gli hanno negato questa opportunità perché, appunto, in quella cooperativa c’erano altri pregiudicati. Non so, forse c’era anche qualcos’altro, però è evidente che un problema esiste. Ricordo anche il caso di un semilibero che voleva cambiare lavoro e gli hanno rifiutato questo trasferimento perché la cooperativa in cui è andato aveva al suo interno, in consiglio di amministrazione, una persona pregiudicata. Allora, da un lato tu vieni riabilitato, ma dall’altro resti pregiudicato. Insomma, è chiaro che un altro dei grossi limiti rispetto alla capacità di produrre una politica complessiva di inserimenti lavorativi nel carcere è anche legata a una serie di ostacoli giuridici e burocratici, perché comunque restano tutti i vincoli dell’interdizione dai pubblici uffici, compresa l’impossibilità di diventare elemento di direzione all’interno del tessuto cooperativo.
Come avevi saputo dell’esistenza dell’art. 21?
Genericamente, da altre persone. Adesso io manco da un anno e mezzo dall’interno del carcere, quindi non so fare più di tanto un quadro della situazione carceraria interna. Però io sono in carcere dal 1980 e posso dirti che il grosso della mia esperienza carceraria l’ho fatta all’interno di una realtà in cui i detenuti avevano comunque un certo tipo di solidarietà.
Alla fine conta il passaparola, e tuttora uno dei temi abituali di discussione negli spazi di socialità riguarda i processi che fa uno o che fa l’altro, la semilibertà, i permessi, ma anche appunto l’art. 21. Allora ti scambi pareri, opinioni, e finisci anche per imparare. Vedi come si comportano i vari magistrati e magari scopri che ci sono delle possibilità che non conoscevi, poi ovviamente sono anche notizie che ti arrivano dagli avvocati. Comunque, dell’art. 21 se ne parla poco perché è una pratica pesantemente disincentivata dalle direzioni delle carceri e conseguentemente da tutto l’apparato che ci ruota attorno.
L’art. 21 ti è stato revocato per 10 mesi. Puoi spiegare quali infrazioni hai commesso?
Io sono in art. 21 già da sette anni e la revoca è pervenuta a seguito di un rapporto dei carabinieri, che mi hanno pedinato per due mesi e che poi hanno stilato una relazione sintetizzata su sei rilevamenti.
In quattro di queste occasioni loro avevano visto che non mi recavo al lavoro col mezzo pubblico, ma con la mia macchina personale e che nell’intervallo di pranzo, invece di andare nel posto indicatomi, andavo a ritirare dei libri nei magazzini dei nostri fornitori o a consegnare dei libri in un paio di altre librerie con le quali collaboriamo.
In altri due casi sono stato visto andare a casa mia, cosa che non era permessa.
Di tutta questa faccenda, ciò che più mi indispone è che in realtà non ho mai avuto la possibilità di contestare questo verbale, perché, se quando discuti la semilibertà, lo fai davanti a un tribunale, in un contraddittorio, nel caso dell’art. 21 c’è il solo direttore.
Comunque, poi l’ho visto il rapporto dei carabinieri, perché sulla base di questo rapporto e della revoca dell’art. 21 mi son stati negati anche i giorni di liberazione anticipata per buona condotta: dentro il fascicolo ho trovato la relazione.
Ho provato a discutere: "Scusate, io contesto la veridicità dei fatti per due motivi, uno perché comunque tutte le volte che i carabinieri sono venuti a controllarmi formalmente, ufficialmente in negozio mi hanno sempre trovato; due, se fosse vero che mi hanno trovato fuori percorso, perché non mi hanno fermato?". La risposta è stata: "Perché tu non stavi commettendo nessun reato: la macchina era regolare, tu puoi girare...".
Quindi, non ho commesso nessuna infrazione del Codice penale, non ho frequentato pregiudicati o compiuto reati. Mi sembra invece evidente che ho commesso delle trasgressioni per salvaguardare un minimo di spazi affettivi e personali e per sbrigare urgenze di lavoro. Insomma, il tribunale parla delle mie trasgressioni, ma quando ho posto il problema di questa evidente contraddizione all’équipe educatore-assistente sociale-psicologo, loro non hanno saputo darmi un’adeguata risposta.
Il punto è che non basta aderire alla sostanza delle indicazioni, e per sostanza delle indicazioni intendo il fatto che tra un detenuto che usufruisce dei benefici e i suoi interlocutori istituzionali si stabilisce un patto di reciproca fiducia e correttezza.
Ecco, non credo che questo tipo di trasgressioni abbia intaccato il patto di reciproca fiducia. Tuttavia, non devi semplicemente rispettare il contenuto della norma, devi rispettarne anche la forma, anzi soprattutto la forma. E infatti questa cosa me la ritrovo anche dentro la motivazione del rifiuto della semilibertà, dove si dice: "Il Nicolotti continua a ritenere queste, trasgressioni di tipo tecnico e non si rende conto del fatto che per noi -dicono i magistrati- invece è fondamentale che il detenuto aderisca anche internamente a questa logica afflittiva...". Perché poi in definitiva, quando io parlo con gli operatori, con gli agenti di polizia penitenziaria o con gli stessi carabinieri, sai quanta gente mi fa la battuta: "Ma, Nicolotti ancora qui sei? Cosa cambia tra l’art. 21 e la semilibertà? Possibile che non ti smollino?". Quindi la scelta di dire: "No, comunque deve restare in articolo 21" a questo punto è solo di psicologia afflittiva, nulla di più. L’atteggiamento mentale verso il detenuto in art. 21 è: "Vai fuori per lavorare e quindi io già ti privilegio rispetto agli altri". In realtà, è vero che tu fuori lavori come gli altri, ma devi lavorare con degli ostacoli appositamente posizionati. E’ proprio il gusto di dire: "Devi saltare due metri come gli altri, però gli altri possono prendere la rincorsa di dieci metri, tu devi farlo partendo da fermo". E magari con la stampella!
In art. 21 la porzione di vita che si trascorre dentro il carcere come si modifica?
Viene azzerata. Nel mio caso non c’è alcuna forma di socialità, nel caso dei semiliberi in qualche modo c’è la socialità della propria cella, perché stanno in diversi nella stessa cella.
Adesso io sono in una sezione staccata; sono alle Nuove, non sono più alle Vallette.
Alle Nuove ci sono gli art. 21, ma adesso sono rimasto solo io, e i semiliberi. Io sono in una cella singola, all’interno di una sezione, dove comunque, quando rientro la sera, sono già tutti chiusi. Così la mia socialità interna avviene esclusivamente nei giorni festivi.
Tra l’altro, tornando all’afflittività, tu dentro vieni azzerato anche rispetto a tutta una serie di servizi, che poi fuori non ti vengono riconosciuti. Quando mi hanno chiuso mi sono informato se banalmente potevo andare a tagliarmi i capelli, ma il programma di trattamento non lo permette, per cui dovrei usufruire di un permesso. Però francamente a me pare aberrante chiedere un permesso per andare dal barbiere. Da un certo punto di vista è innegabile che l’art. 21 ti inaridisce pesantemente, perché alla fine tu sei fuori unicamente per lavorare e finisci per introiettare questa logica.
Io dentro facevo ginnastica, avevamo la palestra dove andavamo due volte alla settimana; all’aria magari mi facevo una partita a pallone, piuttosto che una partita a pallavolo; se volevo andare in biblioteca, potevo andarci una volta alla settimana... Avevo comunque del tempo per me.
Alla fine c’è questo schizzamento tra il fatto che fuori appunto sei una persona normale e poi la sera rientri e magari ti devi spogliare perché ti vogliono perquisire. E qui non esiste la domanda "Perché?": è così e basta. Ecco, dentro questo schizzamento, alla fine resta il lavoro e rientrare, dormire, e poi di nuovo uscire alla mattina per andare a lavorare...
Poi, evidentemente, se nel lavoro hai la possibilità di costruire un certo tipo di relazioni, tanto di guadagnato, ma se non ce l’hai è veramente terribile. Devo dire che ho conosciuto anche una fetta di detenuti che mi hanno detto: "Io una vita come la tua non la farei". Alla fine, qualcuno dice: "Piuttosto di chiedere un beneficio che poi so che non reggo dal punto di vista della disciplina, per cui magari mi fanno la revoca e quindi diventa un passo avanti e tre indietro, perché mi blocco i permessi, mi blocco le prospettive di semilibertà... Ecco, piuttosto mi faccio i miei permessi tranquillo, tranquillo..."
Adesso, qual è la tua situazione? Che prospettive ci sono per il futuro?
Nonostante la revoca, effettivamente si è poi trovata una mediazione, per cui io da febbraio dell’anno scorso, sono ri-uscito con un programma di trattamento più ampio del precedente. Perché adesso la sera mi è stata riconosciuta la possibilità di andare a cena a casa dalla mia compagna, vabbé tempi strettissimi, perché io finisco di lavorare alle 8, prendo il pulmann alle 8 e dieci, per le 8 e mezza sono a casa e alle 9 e 37 devo già riprendere il pullman, quindi è un’ora giusta va bene che lei prepara sempre tutto al volo...
Però anche questa è la dimostrazione del fatto che anche loro sono coscienti della pesante contraddizione cui accennavo prima.
Mi spiego: periodicamente ti vengono chieste informazioni riguardo i tuoi rapporti personali e ti viene presentato un quadro sulle tue relazioni che è a dir poco paradossale: "Relazioni? Sì, ma quali, come e attraverso quali spazi?". Perché poi magari su questa base pretenderebbero anche di giudicarti! E questo è un discorso che vale per tutti i detenuti. E’ un vero e proprio circolo vizioso: per avere la semilibertà devi avere il lavoro, la buona condotta e anche un quadro di riferimento stabile. Ma come fai? Una persona magari è entrata in carcere proprio perché non aveva un quadro di riferimento stabile, e secondo loro con quei tre giorni di permesso al mese uno dovrebbe riuscire a ricostruirsi un quadro di riferimento stabile?
E poi periodicamente si ripresentano le polemiche sulla recidiva dei detenuti...
In realtà il problema grosso è che attraverso i permessi tu non ti rieduchi: paradossalmente dagli assistenti sociali sei più seguito dentro di quando sei in semilibertà.
Non a caso, da tempo è iniziata una riflessione, anche tra gli assistenti sociali, sulla prevalenza dell’aspetto di controllo rispetto al servizio sociale.
Tanto per dare un’idea, tenete conto che era in discussione la proposta di inserire nell’organico dei centri di servizio sociale alcune centinaia di agenti di custodia! Insomma, è chiara la visione di chi l’ha proposta, e non parlo di politici, ma di persone del ministero.
Per quanto mi riguarda, per il momento usufruisco di permessi, che vengono dati a giorni; la ricorrenza è che se esco alle otto di mattina, devo rientrare al mattino dopo alle otto. Il vincolo è che devi andare a firmare dai carabinieri, a seconda del magistrato, dei luoghi e delle caserme -anche su questo c’è estrema discrezionalità- una o due volte al giorno.
Poi ci sono vincoli anche sulla mobilità, nel senso che l’autorizzazione per girare per Torino e provincia dev’essere appositamente richiesta. Per esempio, i moduli prestampati per i permessi, ti danno solo la possibilità di girare nel comune di residenza, quindi nel comune di Torino nel mio caso.
Io comunque ho visto parecchi permessi anche presso un albergo, però ovviamente in questi casi c’è il problema del controllo che ti può essere fatto: devi sempre garantire un luogo reperibile dove andare a dormire, perché appunto alle dieci di sera devi rientrare.
Mediamente infatti il rientro è alle dieci, anche se in alcuni casi motivati ci sono magistrati che concedono una deroga, con il rientro notturno, a mezzanotte; ci poi sono casi più restrittivi, magari nei primi permessi, in cui ti mettono il rientro già alle otto di sera, insomma dipende molto da situazione a situazione. Quindi orario, territorialità, nel senso di possibilità di movimento, e firma, sono i tre vincoli posti ai permessi.
Ciò che potrebbe giustificare l’art. 21, pur così opprimente, è il suo essere un periodo di prova nel passaggio all’affidamento. Però tu hai parlato di sette anni...
Beh, sette anni perché io comunque ho l’ergastolo e poi avendo perso questi quattro semestri per la revoca dell’art. 21, quattro semestri vogliono dire di nuovo 180 giorni, quindi altri sei mesi...
Insomma, avrebbero potuto essere sei anni, invece di sette-otto, quanti ne diventeranno. In altri casi comunque, il prolungamento del periodo in art. 21 a scapito della semilibertà è legato alle scelte del tribunale. C’erano altri detenuti comuni assieme a me e anche loro sono passati alla semilibertà circa due anni dopo che erano nei termini. Mentre, per esempio, fino a quattro anni fa, io ricordo che passavi dall’art. 21 alla semilibertà nel giro di un mese, un mese e mezzo, proprio perché tanto il datore di lavoro era lo stesso e il programma più di tanto non cambiava...




  


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In una giornata piovosa, l’incontro casuale, in un bar di Jaffa, con "il più grande calciatore palestinese della storia di tutti i tempi”, Rifaat Tourq, oggi impegnato con i bambini del quartiere Ajami, di Tel Aviv, dove da tempo è in corso un tentativo di espulsione dei palestinesi. Di Mariangela Gasparotto.
Rosa al Cairo

Dove potremmo trovare i giusti strumenti analitici? Forse un buon punto di partenza ci proviene da Rosa Luxemburg (1871-1919). Agli inizi della mia carriera avevo tradotto e curato la pubblicazione delle sue "Lettere” e una sua breve biografia, intitolata Rosa Luxemburg: A revolutionary of Our Times. Non posso fare a meno di pensare a Rosa, in questo momento: certo sarebbe rimasta intrigata da quanto sta accadendo in Medio Oriente.


Lo specchio del Paese

Imposta nata in Francia negli anni 50 e oggi diffusa in 140 Stati, l’Iva, nel nostro paese resta un elemento di debolezza anziché di forza; i crediti Iva illegittimi e il paradosso di uno scontrino che non è affatto fiscale; il videogames dei commercialisti sugli studi di settore chiamato "Gerico”. Intervista a Roberto Convenevole.

Meglio il perito

Cosa è servito prender la laurea? A trent’anni se resti senza lavoro per la crisi vedi che cercano periti, operai specializzati, neolaureati under 29, gente che sa usare il 3D... Intervista a Giaele Placuzzi.

Il riparatore

Il ricorso al nuovo potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell’umanità; le nostre vite, anche se non ce ne rendiamo conto, sono piene di "riuso”, a partire dalla nostra casa; invertire una cultura che stigmatizza chi ricorre all’usato, riabilitando il valore, anche economico, della manutenzione; intervista a Guido Viale.

Se un fiume si chiama dragone

La gestione del rischio significa innanzitutto fare in modo che, quando si verifica il disastro, si debbano prendere il minimo delle decisioni; il dibattito sulla prevedibilità e l’importanza di creare una "protezione civile dal basso” perché l’improvvisazione è sempre deleteria; il caso de L’Aquila; intervista a Giuseppina Melchiorre.

Se non ci fossero state le badanti

Il disorientamento di tante famiglie costrette a diventare "datori di lavoro” di una badante. L’inquietante aumento delle vertenze, ma anche le tante storie di grande dedizione. L’assurdità di enfatizzare la domiciliarità mentre si lascia tutta l’assistenza a carico delle famiglie. Intervista a Alberto Bordignon e Cristina Ghiotto.




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