Daniela Cima è presidente dell’associazione Gruppo Incontro.

Per fare la storia dell’associazione Gruppo Incontro, da cui vent’anni fa è nato il Progetto Ulisse, dobbiamo raccontare della sua fondatrice, madre Agata Carelli, suora canossiana.
Suor Agata è stata la mia insegnante e tutti dovrebbero incontrare nella loro vita scolastica una figura così carismatica e ricca di carica emotiva. Per me è stata decisiva nelle scelte della mia vita.
Per insegnare filosofia, in modo non astratto, lei non usava solo il pensiero, che può diventare sterile, ma in qualche modo lo incarnava, costringendoci a metterci in discussione: conduceva le sue alunne in animate discussioni, anche sugli aspetti relazionali, affettivi ed esistenziali.
Anche Hannah Arendt affermava di non credere che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali...
Ecco, Agata affiancava all’impegno di docente la carità delle strade: nella sua vita ha aiutato e accolto, con una certa sistematicità, i barboni, gli emarginati, i più poveri, per poi approdare, negli anni Settanta, al mondo della tossicodipendenza.
Vorrei leggere questo brano da una sua intervista, riportata nel 1987 da "Mondo Padano”, giornale cremonese: "Ai giardini pubblici stazionavano quotidianamente ragazzi annullati, quasi morti civilmente, di cui nessuno si prendeva cura, ho deciso di buttarmici a capofitto. L’inizio fu davvero traumatico. Una sera mi hanno fermata due ragazzi e mi hanno chiesto se potevo andare in farmacia ad acquistare del Cardiostenol, un prodotto che conteneva anche un po’ di morfina. Allora ero veramente ingenua nei confronti del problema droga, non sapevo cosa fosse una crisi di astinenza, non potevo comprendere il loro linguaggio. Mi dicevano di far presto perché stavano male. Sono entrata alla Farmacia Centrale e, quando ho fatto la mia richiesta, il farmacista ha sgranato gli occhi. ‘Madre -mi ha chiesto- lei ha la ricetta?’. ‘Se vuole -gli ho risposto- posso darle la carta d’identità’.
Il farmacista mi ha preso in disparte, mi ha detto che non poteva darmi quelle fiale perché saremmo finiti tutti e due in galera. Poi, visti quei due che mi aspettavano fuori dalla farmacia, mi ha pregato di stare lontana da loro, di lasciar perdere ‘quella gente’ che, quando non trovava eroina, si faceva anche sei o sette fiale di quel farmaco, rubando i ricettari. Sentivo di dover fare qualcosa lo stesso per loro. Così ho cercato le fiale in un’altra farmacia ma anche lì non ho ottenuto nulla. Sono ritornata al convento, sempre con quei due ragazzi dietro. Nel portone del convento uno dei due ha avuto una crisi d’astinenza: occhi stralunati, bava alla bocca, pallore, nausea, insomma stava veramente male. Sono corsa di sopra, ho aperto l’armadietto dei medicinali, ho trovato due fiale di Cardiostenol e le ho date a quei due. Avevano la loro siringa e si sono bucati nel portone. Da quel momento non mi sono più salvata da loro. A tutte le ore suonavano il campanello del convento. Mi cercavano. Anche le madri mi tempestavano di telefonate: vada a cercare mio figlio, mi dicevano, è ai giardini, corra al pronto soccorso, è stato male. Così la mia presenza è diventata costante per loro”.
Nel 1978, in un’ala del convento canossiano, che, tra l’altro ospitava le educande e le studentesse dell’istituto magistrale, ha poi fondato la Comunità residenziale per tossicodipendenti, la prima a Cremona e provincia, denominata Gruppo Incontro, avvalendosi dell’aiuto di volontari e di obiettori di coscienza.
è stata una suora scomoda, a volte, imbarazzante e ostica, in una comoda società fiorente e borghese, di scarsa apertura, quindi impreparata ad affrontare, alla fine degli anni settanta, il fenomeno della droga. È stata osteggiata dalla Curia cittadina e da molte sue consorelle che non riuscirono, però, a farle abbandonare il percorso intrapreso.
In seguito, varie esperienze l’hanno portata a stringere rapporti sempre più concreti con le istituzioni; l’associazione Gruppo Incontro alla fine aderirà al Cnca (coordinamento nazionale comunità di accoglienza).
Madre Agata aveva compreso che non bastava "fare”, occorreva anche studiare, conoscere da vicino i fenomeni e dunque fornire al volontariato, al privato sociale e agli stessi servizi pubblici, strumenti idonei e capaci di trasformare la società in una comunità solidale ed educante. Così nel 1987 ha dato vita al "Centro Studi sul disagio e l’emarginazione sociale”, ese ...[continua]

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