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UNA CITTÀ n. 67 / 1998 Aprile

Intervista a Farhad Khosrokhavar
realizzata da Marco Bellini

L’IDENTITA’ COL TRATTINO
I nuovi problemi che pone alla Francia assimilazionista la tendenza di tanti giovani immigrati maghrebini a raggrupparsi in comunità musulmane. Il rischio che la tradizionale diffidenza francese per le comunità intermedie spinga questo islamismo identitario verso quello radicale, fondamentalista, per ora assolutamente minoritario. Intervista a Farhad Khosrokhavar.

Farhad Khosrokhavar, sociologo, è autore di una ricerca sul ritorno all’islam dei giovani maghrebini residenti in Francia dal titolo L’islam des jeunes, Hachette, 1997.

Nella sua ricerca lei analizza il ritorno all’islam dei giovani di origine maghrebina, nati ed educati in Francia....
In Francia, l’islam assume una rilevanza sociologica a partire dagli anni Sessanta, in seguito alla forte immigrazione di lavoratori provenienti dai paesi arabi. Prima di allora il numero di musulmani in territorio francese era estremamente limitato. I primi musulmani che giunsero in Francia si consideravano comunque estranei alla società francese e ritenevano il loro soggiorno in questo paese del tutto provvisorio. In questa prima fase, l’islam rimase ristretto al mero culto individuale: ci si raccoglieva in case private per pregare, al massimo si apriva una piccola sala di preghiera. Il tutto senza suscitare alcuna reazione di ostilità. Qualche volta i sindacati e il padronato cercavano di favorire il culto islamico, offrendo sale di preghiera all’interno delle imprese, per attirarsi i favori dei lavoratori musulmani.
A partire dalla metà degli anni Settanta in Francia si aprì una nuova fase, quella dell’islam trapiantato, propria degli immigrati che pensavano di non tornare più nei paesi di origine. Si trattava dei genitori o dei nonni dei giovani beurs (la parola beur designa i giovani di origine maghrebina, ndr) oggetto della mia ricerca. Questi immigrati sentivano che la loro vita si sarebbe svolta e conclusa in Francia, per cui iniziarono a rivendicare un certo numero di diritti: un cimitero musulmano dove essere sepolti, la possibilità di sacrificare gli animali secondo il rito tradizionale in occasione delle grandi feste musulmane, l’apertura di sale di preghiera...
Infine, a partire dagli anni Novanta, si è avuta una nuova fase nella presenza dell’islam in Francia, quella dell’islam della seconda e terza generazione di immigrati maghrebini. In questo caso, bisogna parlare non di un solo islam, ma di tre islam, almeno. C’è in primo luogo un islam individuale, che coinvolge in particolare i giovani che vivono precariamente, facendo piccoli lavoretti, che hanno bisogno di un riferimento religioso per costruirsi un’identità e superare l’anomia delle nostre società. Questo islam non è in contrasto con la laicità della società francese, anzi trova in Francia le migliori condizioni per potersi sviluppare.
C’è poi un islam neo-comunitarista diffuso fra i giovani beurs, ed è questo a destare preoccupazioni in Francia. Sono gruppi di giovani e meno giovani che cercano di dare un senso alla propria vita aderendo a comunità, che non riproducono però la comunità dei propri genitori. Queste nuove comunità, sovente costituite in associazioni, sono infatti una specie di melting-pot e professano un islam proselitista, perché gli adepti fanno opera di conversione verso altri giovani. Gli aderenti a questi gruppi neo-comunitari affermano in maniera ostentatoria e pubblica l’identità musulmana. Tra di loro è molto forte il sentimento che i musulmani debbano aiutarsi e costituirsi in gruppo riconosciuto dalla società francese. E’ chiaro che tutto ciò pone un grosso problema alla Francia, dove tradizionalmente l’integrazione è sempre avvenuta su base individuale, non perché si era membri di una particolare comunità. La terza tipologia di islam giovanile, molto minoritaria però, è appunto l’islamismo radicale.
Allo stato attuale, il pericolo maggiore, secondo me, consiste nell’identificare tutti i giovani che si rifanno all’islam con i fondamentalisti radicali, che sono solo un’esigua minoranza. La presenza di questi tre tipi di islam fra i giovani pone dei problemi alla società francese, perché essa non ha più un’identità forte come in passato. L’entrata in Europa, un tasso di disoccupazione elevato, la scomparsa di ogni distinzione fra destra e sinistra hanno messo in crisi l’identità francese, per cui ogni minima contestazione ad essa viene vissuta come un grave pericolo per la pace sociale.
Ora, l’islam neo-comunitario tende ad attrarre proprio i giovani che si sentono esclusi, che temono di non avere alcun avvenire, che sono convinti che vivranno peggio dei loro genitori.
Fino a tutti gli anni Settanta era scontato che i figli avrebbero avuto un futuro migliore di quello avuto dai genitori. Questo oggi non è più così evidente. L’identità islamica diventa allora una specie di sostituto per i giovani tagliati fuori dall’identità francese dominante. Contrariamente a quel che si pensa, però, la maggior parte dei giovani che tornano all’islam è meno violenta di prima, perché si autopercepiscono come musulmani e francesi. Tuttavia, proprio questo è difficilmente accettabile per i francesi: un’identità franco-musulmana, un’identità col trattino. Il fatto di essere musulmani nel privato non costituisce alcun problema, ma nello spazio pubblico bisogna essere un individuo, laico e francese, come gli altri. Invece la pratica musulmana neo-comunitaria mette in questione proprio questo.
E’ possibile che identità particolari, emergendo nello spazio pubblico, non siano percepite come antagoniste dalla società francese?
La situazione è piuttosto delicata perché i francesi sono particolarmente sensibili a questo tipo di fenomeni.
Il neo-comunitarismo in particolare solleva questioni connesse al divenire stesso delle nostre società. Bisogna decidere se si aspira ad una società con uno spazio pubblico unificato, più o meno monolitico, e laico. Oppure se si vuole una società che accetti un certo grado di frammentazione.
Il particolarismo islamico rientra nel più generale fenomeno dell’emersione di un certo numero di particolarismi, ognuno dei quali ha la sua maniera di porsi e di mettere in questione l’egemonia dello spazio pubblico francese, così come si è costituito negli ultimi due secoli. Questa situazione non riguarda esclusivamente la società francese, ma l’insieme delle società europee, che nell’aprirsi verso l’Europa unita si trovano a perdere inevitabilmente una parte della propria identità. Tutto ciò comporta, come contraccolpo, la tendenza a preservare un minimo di coerenza affinché ci si possa ancora sentire francesi, tedeschi o italiani. Insomma, nessuno è ancora capace di morire per l’Europa, ma per la Francia, per la Germania o per l’Italia c’è sempre qualcuno pronto a farlo.
E’ un processo che, da un lato, comporta la dissoluzione dell’identità nazionale in un ambito più vasto e, dall’altro, la frammentazione di questa stessa identità nazionale in un insieme di gruppi umani più numerosi che in passato. Il rapporto con l’islam si configura allora come una sfida, perché l’islam in fondo pone problemi non diversi dalle altre forme di particolarismo.
Con una differenza importante, però: nessun altro particolarismo conosce una deriva paragonabile a quella rappresentata dall’integralismo musulmano, che, per quanto minoritario, è assolutamente inaccettabile.
Nessuno infatti può accettare che dei ragazzi lancino bombe per strada o nella metropolitana.
Per questo stesso motivo sono convinto che la società francese debba legittimare, a certe condizioni, le altre forme di islam giovanile affinché proprio i musulmani divengano in qualche modo dei baluardi della società contro l’islamismo radicale. Occorre infatti che anche i musulmani si mobilitino all’interno della società francese contro l’islamismo radicale. Per ottenere questo, però, bisogna smetterla di demonizzare tutti i musulmani in modo indifferenziato. Bisogna invece concedere una legittimità condizionata all’islam dei giovani, affinché essi possano in qualche modo impedire l’avvento dell’islamismo radicale. Questo è il nodo essenziale.
Dalla sua ricerca l’islam dei giovani risulta paragonabile ad altri fenomeni adolescenziali che forniscono un’identità provvisoria...
Ci sono evidenti elementi comuni, ma si tratta di qualcosa di più profondo, perché i giovani a cui mi riferisco, in genere, hanno superato la fase adolescenziale: hanno dai 17 ai 25 anni, per cui possono definirsi post-adolescenti.
Ora, questi ragazzi non possono dire di discendere direttamente dai Galli, pur essendo a pieno diritto dei francesi. Né possono essere definiti arabi tout-court, essendo nati ed educati in Francia. In questo caso l’islam diventa una specie di trait d’union in questo doppio "né-né": né francese di origine né arabo come i genitori. E’ un modo di crearsi un’identità propria all’interno di questa doppia negazione. Si tratta di un bricolage molto interessante, ma come tutti i bricolage pone un problema, perché può sfociare in forme violente, ed è il caso dell’islamismo radicale. Basta che un pugno di giovani islamisti radicali piazzi delle bombe nella metropolitana perché il Front National aumenti in modo esponenziale i propri voti. Ecco perché considero l’islamismo radicale un pericolo mortale per la democrazia.
Il famoso caso del velo islamico, esploso in Francia nel 1990, che vide protagoniste delle ragazze adolescenti, come andrebbe interpretato secondo lei?
In una ricerca che svolsi con François Gaspard, intitolata Le foulard et la République, emerse che il velo aveva per le ragazze protagoniste molti significati, il più importante dei quali non era affatto quello di marcare la propria adesione all’islamismo radicale.
Erano, infatti, ragazze con una situazione sociale relativamente buona, che parlavano il francese senza problemi, che frequentavano il liceo con ottimi risultati, ma che erano strette in mezzo a una doppia contraddizione. Da un lato, i loro genitori volevano che fossero delle "brave ragazze" del Maghreb, cosa che non erano, essendo nate e cresciute in Francia; dall’altro, la società francese le trattava comunque con condiscendenza, come un sottoprodotto della propria modernità: erano delle piccole beurettes, niente di più.
Prese in questa tenaglia, con il problema di affrontare e gestire una doppia identità, hanno visto nel velo un mezzo come un altro per ritrovare una propria collocazione, una propria origine. Tra l’altro, le madri di queste ragazze non portavano affatto il velo!
In breve, si è trattato di un fenomeno complesso che aveva poco a che fare con una riproduzione della tradizione. Comunque il gesto di portare il velo a scuola creò un grosso problema in Francia, perché la scuola pubblica è il cuore dell’identità repubblicana francese. Gli insegnanti di queste ragazze non potevano accettare il velo islamico in classe perché metteva in discussione la laicità dello spazio scolastico pubblico. Di qui il conflitto che ne è nato. Il velo, però, non fu vissuto come un atto politico dalle ragazze che lo avevano portato in classe.
La recente comparsa di queste nuove forme di adesione all’Islam fra i giovani pone problemi molto concreti, di ordine quotidiano...
Infatti, la presenza di seguaci dell’islam nelle nostre società comporta la gestione di situazioni inedite, che chiedono risposte anche molto concrete, tipo: "Come mettere a disposizione di un gruppo musulmano un mattatoio?", "Come costruire una moschea in una piccola cittadina di provincia senza spaventarne gli abitanti?". Spesso, infatti, la gente ha paura delle moschee e le municipalità si oppongono alla loro costruzione sul proprio territorio, temendo che l’estrema destra possa sfruttare queste concessioni per aumentare il proprio peso elettorale.
Quindi, i problemi prodotti dalla presenza di comunità musulmane non sono semplici da affrontare, ma bisognerà comunque tentare di risolverli, se si vuole evitare che l’islam neo-comunitario si trasformi in islamismo radicale. Per ora infatti ho l’impressione che l’islam giovanile sia un islam itinerante. Per esempio, per la mia ricerca ho intervistato una ragazza che portava il velo e sei mesi dopo l’ho vista indossare la minigonna! Un altro ragazzo, che si vietava tutto, sei mesi dopo aveva cambiato radicalmente atteggiamento.
Quindi, l’islam dei giovani non è un islam stabilizzato, definitivo, ma, al pari di altri fenomeni giovanili, è un fenomeno di esperienza: ognuno fa le sue esperienze islamiche come ognuno fa le sue esperienze amorose.
Capita che le persone aderiscano per un certo periodo all’islam, poi si ritirino, poi vi ritornino. In breve, una sorta di andirivieni caratterizza questa adesione all’islam. Addirittura, adesso si sta sviluppando un islam musicale grazie all’opera di gruppi hip-hop. Si cerca di costruire un islam mistico con della musica rap. Uno di questi cantanti hip-hop mi spiegava che il fatto di ballare con le ragazze non va contro l’islam, nella misura in cui la purezza è qualcosa di interiore. Ecco un’interpretazione interessante dell’islam!
Si può sperare che l’islam europeo possa un giorno influenzare l’islam dei paesi propriamente musulmani?
Personalmente, ritengo che questo sia possibile, anzi probabile.
In molti paesi musulmani, come in Algeria, è un islamismo neo-puritano ad avere il vento in poppa. In Francia è invece presente un islam più dolce che non appena riuscirà a dotarsi di una adeguata legittimità dottrinale, raggiungerà anche i paesi a maggioranza musulmana.
Credo che l’islam d’Occidente possa diventare il vettore di diffusione e modernizzazione dell’islam nel mondo nel giro di dieci o quindici anni.
Adesso, infatti, è l’islamismo radicale che arriva in Occidente dai paesi arabi. Ma, al momento opportuno, sarà altrettanto facile esportare nei paesi arabi l’islam d’Occidente. Prima però bisogna che esso si doti di un minimo di stabilità: occorre che si formino dei teologi, i quali costruiscano un islam di tolleranza. Già ci sono in Europa alcune teologhe che affermano che l’islam in origine non è contro la donna. Anche in Iran ci sono donne che sostengono questa posizione: beninteso, è un’interpretazione del tutto minoritaria, che ha però il merito di esistere.
Ci sono quindi segnali di modernizzazione che non bisogna trascurare, anche se per il momento prevalgono fenomeni di radicalizzazione molto pericolosi, che vanno contenuti assicurandosi l’appoggio degli stessi musulmani. Una mera strategia repressiva contro i musulmani in quanto tali avrebbe effetti controproducenti. Bisogna che le forme di islam identitario non siano trattate automaticamente come forme di islamismo radicale, ma al contempo è necessario mettere i musulmani di fronte alle proprie responsabilità di cittadini delle società in cui vivono. Credo che questa strategia abbia senso non solo per la Francia, ma anche per tutti i paesi europei.



  


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